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venerdì 29 novembre 2019

Aspromonte - La terra degli ultimi - Mimmo Calopresti

negli anni '50 del XX° secolo certe parti d'Italia erano come molti villaggi dell'Afghanistan di oggi, Africo era uno di quelli.
il film racconta di quel paese, senza servizi, senza futuro, in balia di una natura matrigna, di uno stato indifferente, di un signorotto che sembra di qualche secolo prima.
eppure il poeta del villaggio (un bravissimo Marcello Fonte), e tutti gli abitanti amano la loro terra e ci stanno attaccati come possono.
poi un'alluvione, una frana, nel 1951, li costringe a scendere a valle, lasciandosi un buio medioevo alle spalle, senza un posto dove poter morire.
(nello stesso anno è successo lo stesso, coincidenza, in un paese della Sardegna che si chiamava Gairo, una frana costrinse gli abitanti a lasciare il loro paese, abitato dalla notte dei tempi, e a scendere a valle).
vedendo il film ti affezioni agli abitanti di Africo, ai bambini, e al poeta, lucciole ormai estinte, per usare le parole di Pasolini.
un film che non sarà perfetto, ma che merita molto - Ismaele

ps: nel 1979 Corrado Stajano scrisse Africo (leggi qualcosa qui)
un libro da non perdere, come tutti i suoi libri.






Interessante e poetico, agreste e solidale questo passaggio montano calabrese, tuffo nel passato degli anni 50, diventa una pellicola elegante e seria, politica e attuale per rappresentare:
A la vita di campagna (semi estinta)
B la vita calabrese (magica nella totale povertà e assenza)
C la generosità d'animo che sprigiona dal non avere, ma dall'essere che inevitabilmente sfocia in una totale e appagante condivisione, sorta di baratto esistenzaile che, per fortuna ancora oggi persiste come stile vita in centri calabri.
Ottimi gli attori, perfetti nei ruoli, veramente intensi e credibili. Ottima la storia dove la latitanza dello stato permane da 70 anni fino ad oggi, dove le strade hanno buche immense, dove a Tropea e Vibo si muore di parto ancora oggi - sei donne solo nell'ultimo mese. Tutto rimane come allora ed è per questo che i paesini arroccati dove  gli scorci sono peraltro bellissimi, con viste mozzafiato, anche nella fotografia, si svuotano. Perchè lo stato latita.
Ad Africo, un paesino arroccato nella valle dell'Aspromonte calabrese, alla fine degli anni '50, una donna muore di parto perché il dottore non riesce ad arrivare in tempo e perché non esiste una strada di collegamento. Gli uomini, esasperati dallo stato di abbandono, vanno a protestare dal sindaco. Ottengono la promessa di un medico, ma nel frattempo, capeggiati da Peppe (Francesco Colella), decidono di unirsi e costruire loro stessi una strada. Tutti, compresi i bambini, abbandonano le occupazioni abituali per realizzare l'opera. Giulia, la nuova maestra elementare (Valeria Bruni Tedeschi), viene dal Nord, e vuole insegnare l'italiano "se Africo entrerà nel mondo grazie alla strada, i ragazzi dovranno conoscerlo prima, imparando a leggere e a scrivere". Ma per il brigante Don Totò, quello che detta la vera legge, Africo non può diventare davvero un paese "italiano"…
Calopresti ha definito Aspromonte – La terra degli ultimi una sorta di racconto western; ed è proprio nel momento in cui ricerca quella dimensione collettiva, unita allo sguardo antropologico e al tentativo di raggiungere un portato “epica” (espresso nello scontro che è culturale e sociale insieme, con le istituzioni da un lato e il bandito col volto di Rubini dall’altro) che il film gioca le sue migliori carte. L’isolamento del paese, unito a quegli scorci sul mare a rivelare meraviglie invisibili (e irraggiungibili), funge da detonatore per le tensioni a stento trattenute; tensioni rappresentate in un affresco collettivo che si fa apprezzare per il suo realismo, per la puntualità con cui mette in scena la quotidianità di una comunità, per l’attenzione a evitare gli stereotipi e le figure macchiettistiche. Persino il personaggio interpretato da Fonte – figura decisamente meno cupa di quella vista in Dogman – riesce a essere funzionale pur nei suoi tratti grotteschi. Il film di Calopresti, tuttavia, perde decisamente compattezza e mordente quando sbanda sul versante più elegiaco e fiabesco, cercando di comporre un elogio – malgrado tutto – della semplicità contadina e dei suoi rituali, che cozza decisamente contro il suo dichiarato realismo. Soprattutto, il film risulta debole quando tenta (con poca convinzione) di adottare il punto di vista del piccolo Andrea, e di sposare quello sguardo infantile – che vorrebbe trovare una sponda da un lato nella figura della maestra, dall’altra in quella del Poeta – che non viene né approfondito, né adeguatamente contestualizzato…

…I personaggi sono ben disegnati e tra tutti spicca Marcello Fonte, un vero e proprio poeta a suo agio nella sua Calabria natia. Non si può dire altrimenti per Valeria Bruni Tedeschi, il cui personaggio è fuori contesto per scelta registica ma che manca di spessore psicologico. Non di grande impatto anche Sergio Rubini, nel personaggio del cattivo con poche apparizioni su un grande cavallo bianco con fucile in spalla.
Quello che veramente colpisce in “Aspromonte – La terra degli ultimi” è la location perfetta, quella di Ferruzzano, paese abbandonato da tempo e di grande impatto paesaggistico. Meravigliosi gli interni delle case e i costumi di scena. In sintesi, si potrebbe dire che la cornice è perfetta, ma il quadro non lo è altrettanto nonostante l’ottima performance degli attori che recitano per lo più in dialetto calabrese.

Gli intenti di Calopresti sono nobili e accompagnati da una evidente cura nel dettaglio. Il film ha delle ambientazioni sceniche suggestive, si avvale di una colonna sonora evocativa firmata da Nicola Piovani, la fotografia di Stefano Falivene immerge l'azione in colori dalle sfumature grigiastre che annullano il senso di natura rigogliosa e benevola attorno ai protagonisti. E la regia stessa di Calopresti è generosa nel suo prodigarsi in scene ritmate, sequenze di gruppo, ricostruzioni d'ambienti d'epoca aderenti al contesto. E in più Valeria Bruni Tedeschi, pur costretta in un ruolo che sa di già visto e di usurato, fornisce ancora una volta una prova attoriale in grado di catalizzare su di sé i momenti più forti dal punto di vista emotivo.
Ma "Aspromonte" ha proprio nella generosità, o meglio nel suo eccesso, la più pesante zavorra che non fa decollare mai il film. Fin troppo didascalico in fase di scrittura, il film è sceneggiato con troppa superficialità. Gli snodi narrativi diventano tappe forzate e ampiamente prevedibili di una vicenda che viene messa in scena con un'esagerata dose di semplicità. Tutto è meccanico, sottolineato, evidenziato e fornito di didascalie, a volte nelle scelte di regia, a volte in quelle di scrittura. Certo, quando si vuole lavorare per metafore, il rischio è sempre presente, ma a volte Calopresti davvero non riesce a porre dei limiti…

giovedì 31 ottobre 2019

Asino vola - Marcello Fonte, Paolo Tripodi

tre anni prima della Palma d'oro del festival di Cannes Marcello Fonte gira Asino vola e interpreta diversi personaggi, e tutti benissimo.
è una piccola storia, che si vede benissimo, e il bambino Maurizio (interpretato da grande da Luigi Lo Cascio) è davvero perfetto.
insomma una film che non può non piacere, buona visione - Ismaele

QUI il film completo


Asino Vola è un film semplice, sincero e poetico.
Ambientato in un polveroso paesino della Calabria, scopriamo paesaggi tutt'altro che da cartolina, che probabilmente risulteranno sconosciuti ai più.  E proprio in quello che per noi sarebbe un semplice alveo di un fiume rinsecchito, dove si buttano macchine, valige e cose che non servono più, Maurizio, il bimbo protagonista del film, stabilisce il suo regno magico, dove anche gli asini parlano e danno saggi consigli e la valle risuona di pensieri spazzati dal vento.
Maurizio vuole suonare nella banda di paese, la mamma è alquanto scettica, il padre più incoraggiante, sarà un percorso pieno di ostacoli e pieno di musica.

…Con una durata di poco più di un’ora, la storia di Maurizio e della sua risolutezza nell’inseguire un tamburo ci incanta. La pellicola è destinata ai bambini ma gli adulti non si annoieranno. Troppa la poesia, troppa la curiosità, troppa la bravura dell’attore più giovane, Francesco Tramontana, che ci porta nella fiumara, il campo giochi in cui può fantasticare e raggiungere l’impossibile. Maurizio non conosce limiti, parla con gli animali e punta al successo. In un certo senso è un vero super-eroe.
Asino Vola, ti lascia un dolce retrogusto. Ti manda a casa con il sorriso, con la voglia di lottare per i tuoi desideri e con una rinnovata passione per la musica. Esatto, la musica è co-protagonista e sono sicura che in molti, dopo aver visto questo film, avranno voglia di avvicinarsi a uno strumento musicale per scoprirne la melodia.

sabato 19 maggio 2018

Dogman – Matteo Garrone

film scuro, anche quando è giorno, in un pezzo di terra colonizzato dagli umani, per vincere l'oscar della grande bruttezza.
per fortuna il film è davvero bello.
e per fortuna Garrone evita la violenza senza limiti insita nella storia, violenza che in quel quartiere si vede e si respira, anche senza volerlo, la lascia immaginare, ognuno veda la dose che può sopportare.
Marcello sembra uno uomo buono, senza troppe qualità, in realtà è un prodotto di quel luogo, di quelle situazioni, anche lui è coinvolto.
vuole essere amato, amico di tutti, ma certe volte bisogna scegliere da che parte stare, arriva quel giorno che bisogna fare qualcosa, e non si fa la cosa giusta (e nemmeno la meno sbagliata), e tutto il sorriso e l'ottimismo della volontà di Marcello si incrina, e va in pezzi.
resta poi la vendetta, per chiudere i conti, senza pietà, quando il tappo salta succede tutto, e anche di più.
Marcello è stato sposato, il tempo di avere una bambina, la luce dei suoi occhi, la ama ed è riamato, unici momenti di grande bellezza.
il film è pieno di individui brutti sporchi e cattivi, ci sono dei momenti in cui sembra essere un film di Claudio Caligari (è un complimento, s'intende),
Marcello ama i cani, i migliori amici dell'uomo, il contrario non è sempre vero, nessuna violenza sui cani è presente nel film, si tranquillizzino gli animalisti.
Marcello potrà finalmente farsi un negozio nuovo, dopo la vittoria al festival di Cannes, i cani saranno contenti.
è un gran film da non perdere, adesso al cinema.




qui Marcello Fonte si racconta, prima di vincere la Palma d’oro a Cannes

qui parla con la Palma d’oro in mano


come quasi sempre nel cinema di Garrone, il livello recitativo è straordinario. E pochi come questo regista sanno prendere ragazzi e uomini di strada (penso a Fonte -quasi al debutto- al protagonista di Reality o ai ragazzi di Gomorra) e farli diventare animali da cinema impressionanti.
Sono almeno altri due i punti di forza di questo film.
Il primo è la straordinaria scelta e relativo uso delle location, con questo spettrale "stabilimento" balneare, la piazzetta grigia e informe e la serie di negozi vecchi e laidi.
E' molto particolare la scelta di Garrone di darci questa immagine molto settantina ma ambientare poi il film sicuramente negli anni 2000 (vedi gli euro o internet) anche se espropriati di alcune sue caratteristiche quasi inscindibili come i telefonini.
L'altro punto di forza è in una fotografia magnifica, tutta sulla scala dei grigi e dei colori spenti, una specie di grana post-apocalittica in cui non troviamo mai, in nessun colore, in nessun cielo, in nessun luogo una possibile stilla di vita o vitalità…

Quella di Marcello è un'implosione che non pareggia i conti ma nutre la piramide di soprusi che si erge invisibile all'interno di un quartiere piallato dall'imbarbarimento: perché in questo universo orizzontale ad elevarsi sono solo le palazzine abusive, mai le persone. Il modo in cui i personaggi attraversano questi spazi immondi, come le vele di Scampia in Gomorra o l'ecomostro litoraneo de L'imbalsamatore, è l'essenza del cinema di Garrone, che relaziona l'uomo con un ambiente non più pensato per gli esseri umani, ma diventato labirinto per osservazioni entomologiche. 
Altrettanto importante è l'attenzione allo sguardo, tanto quello mite e dolente di Marcello quanto quello, ottuso e pieno di paura, di Simone. Come irreprensibilmente luminosa è l'interpretazione di Marcello Fonte nei panni del canaro - dimensioni da fantino e leggerezza da acrobata circense - è opaca e devastante quella di un irriconoscibile e gigantesco Edoardo Pesce nei panni di Simone: un pitbull che è l'esatto prodotto del suo addestramento e ha la gravitas dei sogni andati a male. 
Garrone riesce nel miracolo di costruire una narrazione disperante disintossicandola dalla volgarità dei talk show, e restituendo dignità ferita a tutti personaggi

da qui

…Mezz’ora di cinema della crudeltà e della minaccia, cinema etologico più che antropologico, dove a surriscaldare la temperatura emotiva e il grado di abiezione arriva Simoncino detto Simone, corpo e faccia pestata da pugile che non ce l’ha fatta, e adesso svoltato in piccolo criminale di zona, in sistematico sopraffatore dei deboli, in ottusa macchina produttrice seriale di violenze e soprusi. E la sua vittima preferita è il mite ma non innocente dogman Marcello, che gli procura la coca di cui è dipendente senza peraltro essere da lui pagato. Rapporto asimmetrico che è anche confronto-scontro di due virilità opposte, quella fragile di Marcello e quella prevaricatrice di Simoncino. Per una buona mezz’ora il film promette grandi cose, e già si immagina quanto di esplosivo uscirà da quella relazione tra incube e succube, tra carnefice e vittima (non priva di analogie con un’altra coppia maschile garroniana, quella del capolavorissimo L’imbalsamatore)…