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sabato 8 novembre 2025

Un semplice incidente - Jafar Panahi

arriva al cinema dopo aver vinto il festival di Cannes Un semplice incidente, di Jafar Panahi.

una piccola storia, il ritrovamento di un aguzzino delle prigioni iraniane da parte di un prigioniero e poi di altri compagni di galera.

gli ex prigionieri vogliono capire se è lui davvero e poi vendicarsi. 

si tratta di un piccolo film, girato con pochi mezzi, ma questo (ed è molto) è quello che Panahi riesce tirare su, come un film fatto in casa, senza grandi sforzi produttivi.

il rapporto risultato/mezzi è senza dubbio positivo, ma in assoluto il film non ha la profondità di altri suoi film, e forse i giudizi estremamente positivi in gran parte derivano da quanto Jafar Panahi ha dovuto subire a causa delle sue idee (è stato in prigione).

ciò non significa che il film non meriti la visione, anzi.

la parte finale è la più bella e inquietante, con il processo al torturatore (e i dilemmi morali dei torturati), e poi con i passi incisi per sempre nella mente di Vahid.

un film da non perdere, promesso.

buona (prigioniera) visione - Ismaele


  

…Come già accaduto in Taxi Teheran o No Bears, Panahi fa della semplicità un punto di forza. La messa in scena è scarna, ma ogni elemento — un’inquadratura fissa, un silenzio prolungato, un rumore fuori campo — ha un peso specifico. E se il film prende spunto da un’esperienza personale, Panahi evita l’autobiografismo diretto per costruire un racconto corale, in cui l’Iran contemporaneo è rappresentato attraverso una serie di volti e storie che si intrecciano nella precarietà della sopravvivenza.

Durante la conferenza stampa, Panahi ha parlato apertamente della propria detenzione nella famigerata prigione di Evin, raccontando condizioni di vita al limite dell’umano e interrogatori quotidiani. Ha spiegato come il film sia nato proprio da quella esperienza: «In un certo senso, non sono io ad aver fatto questo film. È la Repubblica Islamica che l’ha fatto, perché mi ha messo in carcere». E ha poi rivolto un pensiero ai colleghi e agli artisti che ancora oggi non possono lavorare: «Oggi sono qui con voi, ma dietro di me c’è un muro. E dietro quel muro ci sono ancora tanti altri che sono rimasti dentro».

Un simple accident è un film che parla di vendetta, giustizia, memoria e trauma, ma lo fa evitando la retorica. È un’opera che pone domande più che offrire risposte, e che racconta un Paese dove i confini tra vittima e carnefice si confondono, dove la verità è sempre filtrata dalla paura e dal dolore. Panahi firma così uno dei film più potenti e necessari della sua carriera: un’opera compatta, etica, politica, ma anche umanissima. E conferma ancora una volta la sua centralità in un cinema che resiste, anche quando tutto sembra spingerlo verso il silenzio.

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…Un semplice incidente è un classico film di Jafar Panahi, in cui pervadono tematiche a lui care, in primis la denuncia politica e sociale contro il regime repressivo iraniano. Modesto e intelligente nella forma, con rari momenti velati di commedia on the road, il film pecca però nella sua esecuzione. Panahi è piuttosto cauto nell’esplorare il dramma vissuto dai suoi personaggi, e quasi sembra restare in superficie, senza approfondire ulteriormente. Il finale lascia presuporre che ci siano ancora questioni irrisolte, nonché cicatrici che difficilmente si rimargineranno. Ed questo è anche lo specchio di un Paese che lotta con tutte le sue forze per reagire contro la continua repressione del regime.

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…Sebbene sia facile e non per forza inesatto leggere Un semplice incidente come una messa alla berlina del sistema vigente a Teheran, di cui come ben si sa Panahi è un severo oppositore – al punto da essere stato in più occasioni punito dalla legge – il film in realtà si articola come una disquisizione sul dovere morale di agire contro chi vessa, e sul significato dell’aggettivo spietato di fronte a chi tale lo è stato davvero, senza porsi chissà quali rovelli morali, e senza in alcun modo cercare di sfuggire alle griglie rigide del sistema. Quando Hamid accusa gli altri “cospiratori” (e quanta potenza anche ironica, sardonica, sarcastica, tragicamente divertente rilascia questa splendente opera) di non aver compreso come sia troppo semplice accusare un sistema senza cercare di comprendere come esso sia reso efficiente e possibile grazie alle individualità di chi vi lavora in modo inesausto ed efficace, Panahi non sta parlando dell’Iran attuale, ma della necessità di combattere il fascismo con la lotta come unico viatico per sperare di trovare una soluzione sulla quale, a scanso di equivoci, il cineasta è compiutamente pessimista. Scritto in punta di penna, con una qualità dello sviluppo della narrazione che sarebbe utile far studiare a molti giovani registi che si affidano alla facile coccola del ghiribizzo arthouse (si pensi alla sequenza in ospedale, per esempio), Un semplice incidente è un capolavoro contemporaneo, un lavoro di sublime pulizia intellettuale, cinematografica, politica, forse il parto artistico più compiuto e radicale del suo autore.

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…Panahi abbraccia nuovamente il coraggio per creare un film che ci mostra le paure dei personaggi coinvolti. Paure ben radicate, concrete, tangibili che arrivano perfettamente allo spettatore. Il pubblico viene coinvolto e conosce le paure del popolo iraniano che, altrimenti non sarebbero comprensibili con documentari o articoli di giornale.

L’ironia mista a vendetta, la comicità mescolata alla compassione, la polvere, il sole, il buio e la luce. Tutto viene orchestrato ed equilibrato in un film che non si cura della mera cinematografia e che invece esalta il messaggio d’accusa con il semplice gioco di scambio di persona. Perchè per chi ha avuto paura le persone sono ancora importanti, sono quel singolare particolare rispetto al plurale numerico di chi invece incuteva timore.

I protagonisti, un cast eccezionale, non riescono ad essere inumani come i loro aguzzini nemmeno di fronte a quelle persone responsabili delle loro sofferenze e dei loro traumi.

Il ritmo calibrato, la sceneggiatura precisa, l’obiettivo del messaggio centrato in pieno e con quell’ironia leggera e allo stesso tempo potente rende “Un semplice incidente” un film molto importante e da vedere assolutamente.

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…a partir de una situación que sucede en la segunda mitad, la historia se vuelve monótona, se pierde la sorpresa y el ingenio de la parte inicial. Pese a todo ello, la película no naufraga porque tiene un par me momentos dramáticos interesantes, pero hay un bajón en la tensión y el suspense y el sentido del humor de algunos personajes.
La película es de una gran factura técnica, tanto en la dirección de Panahi, como en el montaje y la fotografía, pero es una pena que el guion no sea redondo, sin ser malo, teniendo en cuenta el planteamiento inicial tan interesante con esa mezcla de géneros que funcionaba tan bien…

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sabato 22 luglio 2023

R.M.N. (Animali selvatici) - Cristian Mungiu

pochi autori entrano nel corpo vivo politico della nostra disgraziata Europa, Cristian Mungiu è uno di quelli (come pure Rodrigo Sorogoyen, in As bestas)

i due film hanno molto da condividere, ci sono comunità in crisi (da cui i giovani partono verso il giardino Europa, a fare spesso i quasi schiavi), piccole città bastardi posti, che odiano gli stranieri, francesi o cingalesi sono lo stesso, vengono a turbare equilibri (che non esistono più).

non ci sono più leggi, se non la legge del branco, o quella della giungla (senza offendere la giungla, naturalmente), all'ombra delle leggi implacabili dell'economia capitalistica, e quelle dei fondi comuni europei e dei regolamenti sulla dimensione dei cetrioli.

in un paesetto romeno l'odio per i diversi, per quanto ottimi lavoratori e anche gentili, è il sentimento che tiene uniti, anche nel santo Natale.

e c'è un bambino, Rudi, che vede i morti, e gli orsi ci sono ancora, gli uomini credono di essere i padroni delle loro donne, e hanno con sè il fucile, che fa tanto macho.

e poi c'è il piano sequenza dell'assemblea, dove tutti sono contro tutti, mentre nel film di Rodrigo Sorogoyen quell'assemblea è "solo" il piano sequenza al bar.

un film da non perdere.

buona (politica) visione - Ismaele





 

"Animali Selvatici" è l'ennesimo grande film di Mungiu, regista in grado di creare questi film al tempo stesso così realistici e secchi, ma anche capaci di avere venature da thriller e, in qualche caso, anche di "mistero", come se ci fosse qualcosa che lo spettatore deve capire o "trovare" (un pò quello che accade coi film di Fahradi, film che molto spesso vengono presi per lineari ed espliciti quando invece, quasi sempre, c'è sempre qualcosa di nascosto e misterioso).

Anzi, quest'ultimo è, se possibile, il film più sfaccettato di Mungiu, quello dove lo spettatore deve "lavorare" di più.

Il significante (quello che ci viene mostrato) è preciso, secco, realistico, ma il significato è tutt'altro che cristallino…

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…Lo sguardo del regista, in questo senso, si rivela lucido e amarissimo, ampliandosi gradualmente dal particolare (la complessa vita privata e familiare del protagonista) al generale (il clima del villaggio e la destabilizzazione portata dai nuovi arrivati), analizzando con puntualità il paradosso di una zona popolata da un crogiolo di etnie, fedi, lingue diverse, che tuttavia, nei secoli, hanno finito per segregarsi ed escludersi a vicenda. Non è un caso che gli ostili abitanti del villaggio ricordino a più riprese che “ci siamo appena liberati degli zingari”, esibendo un’azione di pulizia etnica come una sorta di vanto. La guerra tra poveri, che nel caso specifico significa trionfo dell’homo homini lupus e sistematica, progressiva esclusione degli anelli più deboli, arriva a coinvolgere la perversione (un po’ beffarda) di quella che un tempo era la coscienza di classe; una perversione tradotta in ex operai del panificio che, mentre rinfacciano al datore di lavoro i turni massacranti e gli straordinari non pagati, chiedono a gran voce l’allontanamento di persone che stanno sperimentando con ogni probabilità lo stesso trattamento. Una dinamica che emerge tutta nella magistrale sequenza della riunione in municipio, un lungo piano sequenza fisso in cui la macchina da presa mette a fuoco, di volta in volta, il personaggio che interviene, con dialoghi capaci di dare dinamicità a una sequenza tecnicamente statica…

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…Ambientato in una piccola comunità della Transilvania circondata da montagne e boschi, la storia si impernia su Matthias un giovane che lavora in un mattatoio tedesco e che in seguito una azione violenta contro un collega di lavoro è costretto scappare in fretta in furia e tornare al suo villaggio tra le montagne dove vive la moglie con la quale ormai il rapporto è deteriorato ed il figlio, oppresso da una forma di mutismo scatenata dalla paura  di aver visto qualcosa nei boschi; il padre incolpa la madre di essere troppo protettiva con lui e decide di prendere in mano l'educazione e la gestione del figlio basandosi su sue teorie personali basate su un senso di machismo e anche di violenza…

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… Cristian Mungiu ha sempre esaminato, quasi fosse un medico incaricato di scovare le radici di un male, il decadimento interiore del suo paese, dagli aborti clandestini negli anni finali della dittatura comunista al fanatismo religioso passando per la corruzione a livello costituzionale, il tutto con un rigore formale abbinato a performance forti, scrittura solida e un gusto per il genere con connotazioni thriller. Il quinto film del regista non si discosta da queste convenzioni, anzi, si fa ancora più ambizioso del solito, a partire da quel titolo originale che rimanda direttamente a una cosa ma ne sottintende un’altra, procedendo per simbolismi e allegorie nel raccontare una storia intima su sfondo universale.

E se rispetto ai film precedenti la densità tematica può risultare un po’ impegnativa (a Cannes, dove le proiezioni per addetti ai lavori sono in contemporanea con quelle ufficiali, c’è chi si è lamentato della scelta di proiettare una pellicola così stratificata e non sempre “facile” alle 22), il virtuosismo formale rimane da capogiro (soprattutto considerando che Mungiu ha lavorato con un cast corale in tempi di pandemia, con tutte le complicazioni tecniche del caso), con uno dei consueti piani-sequenza dalla durata estesa che qui si fa summa vertiginosa e ipnotica dell’intera poetica del regista e racchiude in sé tutta la vitalità e la rabbia del progetto, urlo di dolore nei confronti di una mentalità retrograda facile da individuare ma impossibile da estirpare.

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…El momento más interesante de la cinta es esa media hora de diálogo, debate o enfrentamiento entre los habitantes de esa pequeña localidad rumana, en donde se pone de manifiesto con las diferentes posturas lo fragmentada que está la Unión Europea en temas importantes en el día a día de sus ciudadanos.

Con un final desconcertante y extraño, que da para muchas explicaciones posibles, pero que analizándolo bien tiene bastante sentido. Ese epílogo puede servir como resumen del miedo de la gente a lo desconocido que viene de fuera, como si fueran monstruos o bestias, que pueden destruir su convivencia…

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…Bellissima e di forte impatto la sequenza dell’assemblea pubblica: diciassette minuti di grande cinema, in cui la camera passa da un volto all’altro con un abile gioco di messe a fuoco, per assistere allo sversamento di tutto l’odio insito nell’uomo. Al contrario, allegoriche sono le numerose scene in cui gli orsi – gli animali selvatici del titolo - diventano nell’immaginario collettivo i nemici da cacciare e dai quali difendersi, esattamente come lo sono i pacifici e operosi lavoratori srilankesi.

Il regista è impietoso nel descrivere un microcosmo che diventa, di fatto, specchio di un’intera società.

Lo fa confrontando e mettendoli in discussione, vari dilemmi attuali, quali solidarietà e individualismo, tolleranza ed egoismo, incapacità nell’accettare chiunque possa essere considerato un diverso identificandosi in un determinato gruppo etnico, con il senso di inclusione. E lo fa senza risparmiare nessuno; Mungiu ha uno sguardo durissimo sia nei confronti della popolazione locale intollerante e violenta, che si vanta di aver allontanato gli zingari dal proprio territorio e ora vuole cacciare gli uomini dello Sri Lanka, sia nei confronti della chiesa e dei suoi rappresentati che rinnegano, di fatto, i principi del cristianesimo…

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venerdì 17 febbraio 2023

Taxi Teheran - Jafar Panahi

Jafar, persona non grata per il Potere del suo paese, non può girare film, ma lui lo fa lo stesso.

certo, sono piccoli film, fatti in casa, costa solo la benzina e il nastro delle riprese, il resto è buona, anzi ottima, volontà.

il regista filma con la camera (abbastanza) fisse, in auto, persone e pensieri interessanti, come se si potessero dire quelle cose liberamente.

l'effetto è strano, e bellissimo.

non perdetevelo, il biglietto oggi è regalato.

buona (chiacchierata) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, sottotitolato in italiano, su Raiplay

 

 

 

…Un piccolo film girato con nulla, ma potente e geniale, girato nello stile di “Dieci” del maestro dell'autore e più famoso autore iraniano Abbas Kiarostami, con cui tanto ha collaborato Panhai e dal quale il nostro ha saputo trarre le tecniche e la classe registica con cui, anche in condizioni di fatto impossibili, il cineasta riesce a incantarci e a farci riflettere in modo dirompente e, viste le drammatiche circostanze personali che lo affliggono ormai da anni, dopo reclusioni e l'attuale libertà vigilata, in grado di commuoverci e straziarci il cuore.

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…Pahani è libero di girare come gli pare e piace, nonostante l’arresto domiciliare per via della sua propaganda anti-islamica e l’arresto del 2010, e per questo si offre anche di un fornire un ritratto dell’Iran contemporanea attraverso i vari passeggeri, con varie tematiche che vengono toccate attraverso le conversazioni che si susseguono tra i passeggeri: si passa a parlare del personale concetto di giustizia, della pena di morte, di cui l’Iran detiene il terzo posto per esecuzione di pene capitali, finché non si giunge a parlare di cinema, di cui tutto il lungometraggio ne sembra impregnato. Si citano i film di Panahi stesso, viene denunciata la censura dei film occidentali da parte del governo, il che causa la circolazione di dvd illegali, ormai unica fonte che permette agli studenti di cinema di formarsi. Jafar diventa una sorta di anziano saggio su cui fare affidamento circa la scelta di questi dvd e come zio raccomanda alla nipote alcune dritte su come girare un filmato per un compito affidato dalla scuola.

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…Un film dedicato al cinema come forma di espressione libera, pieno di humour, poesia ed originalità. «Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore – ha affermato Darren Aronofsky, presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’Oro alla piccola  Hana Saeidi Panahi, nipote del cineasta ed interprete in erba del film – poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto ed annientare l’anima dell’artista. Jafar Panahi, invece, ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico». Per evitare di mettere ulteriormente in pericolo i generosi artisti che hanno lavorato con lui, Panahi ha scelto di non inserire credits al film, ma i volti, le idee e le interpretazioni veicolano messaggi che rimangono nello spettatore anche senza nulla di scritto.

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…Il tassista Panahi è svagato, divertito, confuso, è buono con tutti, non fa altro che scusarsi date le sue tremende mancanze professionali, i suoi incrontri sono tutti significativi e creno dei piccoli mondi, dei microuniversi all'interno dell'auto. Si comprende subito, già dai primi due passeggeri, che il film non sarà soltanto un semplice esperimento, ma una profonda riflessione sulla libertà, la legge e le condizioni attuali dell'Iran. Infatti, i primi due clienti di Panahi parlano della giustizia, sul fatto che sia giusto o meno condannare a morte per piccoli reati anche solo per dare un segno; Scoprirero che la persona che si batte per la condanna a morte è in realtà un borseggiatore. Dopo di loro abbiamo un nano che dice di svolgere un lavoro molto importante, poiché vende copie di film vietati e tra questi c'è Midnight in Paris di Woody Allen che Panahi ha potuto vedere grazie a lui. L'incontro con la nipote è incredibilmente significativo, poiché è una bambina che cerca di fare il suo primo film con la macchina fotografica e deve rispettare le regole rigidissime imposte dall'insegnante di cinema, straordinario il momento in cui la piccola legge le regole allo zio che a causa delle stesse non può girare per venti anni. Poi abbiamo lo splendido incontro con l'avvocato che difende i diritti dei soppressi e il finale con la telecamera rubata è una denuncia che ci fa capire che solo l'ingiustizia può fermare l'arte e la libertà espressiva. Taxi Teheran è un capolavorio di ironia, di silenzi lancinanti, di dolore e presa di coscienza, è soprattutto un grido di liberazione, una speranza che mette luce per ogni artista soppresso, ma naturalmente non è un capolavoro per la semplice condizione attuale di Panahi ma per la grandezza artistica dello stesso che rende ogni momento profondo, non uscendo mai dalla grazia del cinema per farci cadere in un banale filmato da reality, ma tutto è sempre circoscritto all'arte e alla sua forza espressiva.

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martedì 7 febbraio 2023

Lo specchio (Ayneh) - Jafar Panahi

Mina è una ragazzina perduta, la mamma non la va a prendere a scuola e lei prova a tornare a casa da sola.

solo che non vive in un paesetto di campagna, ma a Teheran, con milioni di persone e mezzi in movimento.

poi scopriamo che Mina è seguita da qualcuno, lei è la protagonista di un film-verità.

a un certo momento decide di non partecipare più, e va via e il film diventa un'altra cosa.

ma si dimentica il microfono addosso, resta la protagonista del film, a sua insaputa.

un piccolo grande film, da non perdere.

buona (vagante) visione - Ismaele

 

 

 

grande film. In certi casi, l'allievo (Panahi) puo' superare il maestro (Kiarostami). Questa pellicola sviluppa brillantemente i vari elementi del cinema kiarostamiano: narrazione anti-ellittica, utilizzo frequente di voci fuori campo, pedinamento, bambini, sguardo critico ma composto sull'Iran moderno e soprattutto la raffinata fusione tra cinema e realta'. Nel film di Panahi, le due cose arrivano a convergere: il personaggio che la bimba interpreta nel film subisce l'arroganza e l'indifferenza degli adulti nel suo ostinato viaggio verso casa; la stessa crudelta' subisce la bimba-attrice nella vita reale ad opera della troupe...Apologo sul cinismo di cio' che sta dietro al cinema e, insieme, sguardo impietoso su un mondo maschilista e autoritario

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…Ottimamente capace di riprodurre gli umori e i rumori della ordinaria quotidianetà cittadina, Panahi guarda di sottecchi la città di Tehran e c'è ne mostra gli aspetti retrivi attraverso la rappresentazione delle sue assonanze con l'occidente (il traffico cittadino, la partita di calcio, i cittadini affaccendati). La piccola Mina, nel suo girovagare cittadino, si insinua tra le pieghe di una società maschilista e sorda alle richieste d'aiuto dei più deboli, una società complessa e contraddittoria in cui il formalismo delle azioni  ha una forza tale che rischia di anestetizzare anche gli slanci emotivi più puri. Il film è sinceramente poetico oltre che tecnicamente ineccepibile. Sorprendente la piccola Aida Mohammadkhani.

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…il cinema si pone con occhio vigile ed indagatore, privo da condizionamenti, come colui che non sa e cerca strenuamente di capire. Ma quello che gli giunge, dalla tumultuosa storia quotidiana dell'umanità, è solo  un confuso ed assordante rumore di fondo, che fa da colonna sonora ad una sfilata di icone arrugginite, irrigidite nei loro ruoli prestabiliti ed immutabili. I personaggi che Mina incrocia lungo il cammino sono gli esponenti di una società cristallizzata intorno a pochi tipi: la madre, la nonna, la giovane sposa, la chiromante, la maestra, il faccendiere, il maschilista, il mendicante, il disoccupato: lo stesso regista e la sua troupe fanno parte di questo teatro incapace di cambiare, di venire veramente incontro ai bisogni di chi non afferra il senso di tutto ciò, e perciò si ribella e invoca aiuto. La piccola che non vuole più recitare, che chiede di essere libera di vivere la sua età, di giocare e partecipare alle festicciole, è come l'arte che, di fronte all'indifferenza degli uomini, alla loro indisponibilità a servirla, aprendo la mente in suo onore, decide di ripiegare sulla creatività pura ed individuale, svincolata dai canoni che vorrebbero assoggettarla alle mode. Tornare a casa, rifugiarsi nel privato, è l'extrema ratio a cui si ricorre per proteggere un tesoro minacciato dalla  cinica prepotenza della massa, dei regimi, dell'oscurantismo. Jafar Panahi non è mai stato così critico, nei confronti della sua gente, della sua nazione (e di se stesso) come in questo film: Ayneh è lo specchio in cui anche lui si riflette, e forse si vede e si scruta, o forse si vede e distoglie lo sguardo.

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…It makes for a most fascinating film, one that breaks new ground and challenges Hollywood to look more closely at the product it’s putting out and the tremendous influence it has on the world market. It seems astonishing that a country like Iran, which has a government censor for films, can make a film like this that makes you think and is more challenging than most films put out by Hollywood with all its freedoms, big-budgets, special-effects and pools of talent.

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El espejo, de Jafar Panahi, es un film extraño, original, y al mismo tiempo netamente inscripto dentro de lo que podríamos denominar cine iraní. Participa por un lado de esa inquietud que Majid Majidi plasmó en Niños del cielo (y en menor medida, en El padre): abrazar el mundo infantil. Estoy hablando de historias protagonizadas por niños, narradas desde su punto de vista y mínimas, absolutamente simples, en su núcleo argumental. Recuerdo un slogan publicitario. En las cosas simples está el verdadero sabor de la vida. El cine iraní, este cine, también existe por ellas y para ellas. Pero demostró, tal vez allí su mayor mérito, que las cosas simples de la vida no son cursis... como un aviso de Criollitas. La primera parte de El espejo gira en torno de una niña extraviada en el centro de Teherán. Su mamá no aparece por la escuela a buscarla y ella, a tientas, busca el rumbo de regreso a casa. La ternura de Mina (Mina Mohammad Khani), su vocecita aguda, que el desamparo afina más y más, parecen polizones en las calles indiferentes y atestadas de la metrópolis.

El espejo también comparte muchas de las obsesiones de Abbas Kiarostami, el más famoso y prestigioso realizador iraní de estos tiempos, de quien Panahi se considera con toda justicia un discípulo. Me refiero al interés por explorar las conexiones entre la realidad y la ficción. En Detrás de los olivos, una entre varias de Kiarostami, hay un director de ficción que convoca a los mismos actores que el director verdadero. Y hace los mismos esfuerzos por dirigirlos, muchas veces en las mismas tomas, con lo que, de alguna forma, la película es la historia de sí misma. Más o menos cautivante, el planteo de Kiarostami es bastante transparente allí. No se puede decir lo mismo del que irrumpe en la segunda parte de El espejo. Que comienza cuando Mina, abrupta e imprevisiblemente, mira a cámara y, hastiada, dice que ya no va a actuar. El director y los técnicos intentan convencerla en vano. Procuran sonsacarle las razones del desplante, pero no hay caso. Mina está empacada y lo único que quiere es irse a casa... y sola. Al director, entonces, se le ocurre aprovechar la crisis (y el hecho de que Mina no se haya quitado el micrófono inalámbrico) para seguir a la niña en su periplo. Prosiguiendo de algún modo, sin que ella lo perciba, el rodaje de la anécdota. Al fin de cuentas, la niña sigue sin hallar el camino a su hogar...

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lunedì 31 ottobre 2022

Gli orsi non esistono - Jafar Panahi

"O siamo capaci di sconfiggere le opinioni contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le opinioni con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.", dice Ernesto Che Guevara.

mutatis mutandis la frase del Che è sempre vera.

mettere in galera dei registi perche il Potere non è d'accordo con quello che fanno e dicono nei loro film è una schifezza universale.

e vale anche per Jafar Panahi, che deve inventarsi modi sempre nuovi per raccontare storie, sempre più condizionate dalla censura, e però sempre libere, la libertà è lo sfondo e il tema del film.

è un piccolo grande film, dove finzione e realtà si alternano e si sovrappongono.

cercatelo e soffritene tutti, nelle poche sale dove si può ancora vedere.

buona (galeotta) visione - Ismaele

 

 

 

… Ne Gli orsi non esistono, Panahi si rifugia, con una cinepresa amatoriale e un pc portatile, in un paesino sperduto al confine fra Iran e Turchia, convinto, o quanto meno speranzoso, di poter fornire le direttive registiche del film che ha in mente, da remoto, ai suoi collaboratori che girano in una città turca (le targhe delle auto sono quelle dell’area di Istanbul…).

Ma le cose non fileranno lisce: nel ‘bunker’ (più che una casa è una grotta) in cui si trova, non c’è campo e, per trovarlo, Panahi deve arrampicarsi su una scala; il suo ospite, che lo chiama con apparente rispetto «caro signore» è in realtà terrorizzato dai paesani (e dallo sceriffo che li comanda) e finisce per incasinare la vita del regista che, non l’avesse mai fatto, ha fotografato, casualmente e senza alcun intento specifico, una ragazza già promessa, al momento in cui nacque, quando le fu tagliato il cordone ombelicale, a un uomo che non è quello che sta accanto a lei nell’immagine colta da Panahi. Il Municipio si coalizza: vuole a tutti i costi quella foto (che opportunamente Panahi cancella dalla scheda della sua macchina fotografica) e i paesani per ottenerla (e poi distruggerla) rompono le palle al regista fino allo stremo, costringendolo a giurare sul Corano di non aver mai immortalato i due ragazzi...

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In libertà condizionata dal 2010, l’iraniano Jafar Panahi ha fatto dei film girati da remoto un’arte, nonché un metodo geniale per beffare la censura, apparendovi spesso in prima persona (vedi “Taxi Teheran”). In questo “Gli orsi non esistono”, laureato a Venezia con un prudente Premio speciale della Giuria, va anche oltre. Integrando in un’unica, spietata, commovente riflessione i due spazi in cui si articola il film. Ovvero il paesino di frontiera in cui Panahi si è stabilito per dirigere le riprese a distanza, via computer; e il set del docu-fiction che è invece oltre confine, in Turchia.

La realtà prenderà infatti il sopravvento tanto sul set, in Turchia, che in quel paesino miserabile e sonnacchioso ma dominato da regole arcaiche e brutali (come tutto l’Iran). Destinate a esplodere proprio per la presenza di quell’intruso armato di telecamere e macchine fotografiche.

La realtà si è imposta una terza volta l’11 luglio, quando Panahi è stato tradotto nel carcere di Evin, dove è tuttora detenuto, per aver protestato contro l’arresto dei colleghi Mohamad Rasoulof (il regista di “Il male non esiste”) e Mostafa Al-Hamad. Evento non imprevedibile che rende ancora più urgente “Gli orsi non esistono”, amara riflessione sulle immagini, la Legge e l’esilio, ovvero sulla scelta di restare nel proprio paese perfino quando tutto invita alla fuga (ma si può sempre tirare il freno a mano, come farà appunto Panahi)…

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…Non sono più i tempi in cui il regime consegnava e controllava la quantità di pellicola utilizzata per girare un film 'autorizzato' preceduto dall'immancabile "In nome di Dio". Oggi si procede diversamente e, se necessario, per interposte persone. Ecco allora una storia d'amore così forte da chiedere di essere raccontata ma che, al contempo, finisce con il reclamare una 'verità' che anche il cinema più indipendente può faticare a cogliere nella sua essenza. 
Ma c'è un'altra vicenda che avviene nel villaggio e che coinvolge Panahi al punto da costringerlo ad andarsene. Muovendosi su questo doppio registro riesce non solo a raccontarci due situazioni definite nel tempo e nello spazio ma anche a ricordarci come il potere espanda i suoi tentacoli anche nei luoghi più remoti approfittando dei pregiudizi e dell'ignoranza.

Resta comunque il bisogno irrefrenabile dell'artista di esprimersi con il mezzo a lui più congeniale, giocando anche sulla sospensione dell'incredulità. Lo spettatore deve pensare ad un Panahi in solitudine nel villaggio mentre invece viene ripreso con camera in movimento da qualcuno che è lì con lui. Questa però non è finzione nel senso deteriore del termine. È fare cinema di testimonianza esponendosi in prima persona ponendosi dietro e davanti alla macchina da presa non avendo il timore di firmare così la propria condanna pur di raccontare senza costrizioni servili.

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…Gli orsi non esistono si apre con un piano sequenza: la macchina da presa, attraverso una panoramica, segue una donna, Zara, uscire da un bar in cui lavora e incontrarsi con un uomo, Bakhtiyar. Quello che scopriremo essere il suo compagno le dà un passaporto falsificato, necessario per scappare dal paese e andare a Parigi. L’uomo però non è riuscito a far preparare in tempo il proprio documento, quindi Zara dovrà andare da sola. Ne segue una breve discussione, la donna rientra nel locale. “Taglia”, sentiamo fuori campo. Uno zoom all’indietro rivela uno schermo del computer, attraverso il quale lo spettatore stava vedendo la scena. Viene mostrato Panahi, davanti allo schermo, che parla in videochiamata con il proprio assistente, dandogli indicazioni sulle direttive da dare agli attori. Il regista, infatti, non è a Teheran con la propria troupe a girare il film, dal momento che il governo gli ha proibito di realizzare film e di lasciare il paese per i prossimi vent’anni. Panahi si trova in un villaggio di confine e segue la lavorazione a distanza. Parallelamente, alla storia di “fiction” che il regista sta realizzando, nel villaggio in cui è ospitato si consuma una storia d’amore “proibita” tra due giovani ragazzi, che vorrebbero scappare oltre il confine lasciandosi alle spalle le restrizioni imposte dalle proprie famiglie e da tradizioni centenarie che limitano la libertà di scelta dell’individuo…

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… Gli orsi non esistono è pieno di momenti simili, in cui una storia finta racconta veri problemi, desideri e pulsioni. In cui filmare è un atto pericoloso e da sovversivi (ma in quanti posti al mondo una cosa simile è ancora vera? Quante persone nel pianeta sono pronte a combattere filmando?), in cui un mondo molto tradizionale, quello dei paesini montani lontani da tutto, si scontra con la mentalità cosmopolita e moderna di Panahi. Tradizione contro cinema, addirittura nel momento più alto quando dovrà rendere una testimonianza davanti a tutti Panahi chiederà di potersi filmare mentre lo fa e quindi sostituirà il corano (su cui giurare) con una videocamera. Niente di più simbolico e potente. C’è da commuoversi sia per la fiducia nelle immagini di quest’uomo (e per come è in grado di trasmetterla e farla capire) che per la sua tenacia, il desiderio di continuare ad opporsi addirittura mettendo in un suo film i metodi che usa per girare clandestinamente e la straordinaria umanità dei suoi personaggi. Lo stato lo vessa e perseguita in ogni modo e lui continua a ritrarre le persone con la mentalità più ostile e arretrata con il massimo dell’affetto.

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…Il metacinema di Panahi non è altezzoso, elitario o estetizzante. È un’idea di metacinema, anzi, schiettamente popolare, molto chiara e diretta nei suoi messaggi, decisamente lontana da ellissi e perifrasi. Anche Gli orsi non esistono non riflette tout court sui mezzi della rappresentazione, non cerca in alcun modo di astrarsi dal dato bruto del reale verso la teoria del linguaggio. È cinema che anzi vuole sporcarsi totalmente con la realtà, affondare in essa, riflettere sul cinema stesso come puro prodotto del fare. Cinema come frutto di un’attività umana che momento dopo momento deve scontrarsi con i limiti imposti dal contingente. Si può cedere anche la macchina da presa a qualcun altro, ad esempio. Purché il cinema sia ancora possibile, e possano ancora conservarsi margini di espressione, si può affidare il mezzo anche a un conoscente inesperto.È un cinema che finisce per delinearsi come inevitabilmente politico. Un autore costretto a operare nelle condizioni di Panahi non può che trasformare in atto politico qualsiasi presa di parola, qualsiasi esternazione, qualsiasi frutto della sua coscienza, che sia cinema o quant’altro. È molto probabile che in altre condizioni il percorso artistico di Panahi avrebbe seguito strade diverse. Proprio per questo Gli orsi non esistono è un ulteriore tassello di cinema della necessità. Non può essere altro che questo. Non può parlare che di questo. L’atto creativo è già di per sé affermazione dell’individuo. Affermazione della sua esistenza. E il cinema si tramuta in veicolo per ripetere ancora, finché si può, «Io sono qui». L’individuo è il primo oltraggio al regime. In tal senso, che sia scelta o necessità, è comunque perfettamente coerente anche l’onnipresenza in scena dello stesso Panahi. Io sono qui. 

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…La scrittura del film è complessa e in continua evoluzione, con personaggi che entrano ed escono dalla meta storia del film che Panahi sta girando durante il film. La storia viene poi postulata come vera (una sorta di documentario che testimonia il tentativo di fuga di due perseguitati dal regime), ma sappiamo che in realtà sono degli attori a fingere di interpretare dissidenti che si fingono attori per sfuggire dal paese. La regia, anche se con limiti evidenti, è capace persino di un paio di virtuosismi e ci immerge in un approccio naturalista in cui talvolta dimentichiamo che quando Panahi finge di fare riprese amatoriali, non assistiamo a una scena reale, ma a una messa in scena con un cameraman che sta girando.

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martedì 12 luglio 2022

Arrestato Jafar Panahi in Iran, un attacco feroce alla libertà d’espressione - Cristina Piccino

  

La notizia ieri è rimbalzata subito in tutto il mondo: Jafar Panahi è stato arrestato a Tehran a soli due giorni di distanza dall'arresto di Mohammad Rasoulof e di Mostafa Al-Ahmad – a favore dei quali Panahi aveva espresso il suo sostegno sui social. In un suo post del 10 luglio si legge: «All'alba dell'8 luglio Rasoulof e Al-ahmad, critici schietti e cineasti impegnati, sono stati aggrediti nelle loro abitazioni e portati via in un luogo sconosciuto. Condanniamo la pressione che i filmmaker indipendenti e i pensatori liberi stanno subendo. Condanniamo anche la sistematica violazione da parte delle istituzioni dei diritti sociali e dell'individuo. Chiediamo l'immediato rilascio dei nostri colleghi».
NON È LA PRIMA volta che il regista, uno dei più importanti nomi nel cinema iraniano e tra i più riconosciuti a livello internazionale sin dagli esordi con Il palloncino bianco (1995) che vinse la Caméra d'or al festival di Cannes – il successivo Lo specchio (1997) ha conquistato il Pardo d'oro al festival di Locarno mentre Il cerchio (2000) ha avuto il Leone d'oro a Venezia – viene arrestato nel corso della sua carriera: nel 2010 è stato condannato a sei anni di reclusione, tramutati poi in arresti ai domiciliari, e gli è stato vietato di lasciare il Paese, di rilasciare interviste e di girare film fino al 2030, anche se ha continuato a farne e con grande potenza – pensiamo a Closed Curtains (2013) premio della sceneggiatura alla Berlinale, e a Taxi Tehran (2015) Orso d'oro, girato in clandestinità, la cui protagonista, l'avvocata per i diritti civili Nasrine Saotoudeh è stata arrestata nel 2018 e detenuta in condizioni orribili con un deterioramento grave della sua salute ulteriormente peggiorata dopo avere contratto il Covid.
La persecuzione del regime nei confronti del regista, figura sempre «scomoda» i cui film venivano regolarmente censurati, inizia insieme a quella contro Rasoulof: i due cineasti vengono messi in prigione mentre stanno preparando un film sull'Onda verde, il movimento che era esploso in Iran contro la presidenza di Ahmadinejad per chiedere una maggiore democrazia e dei cambiamenti sociali, economici, il rispetto dei diritti civili che Panahi aveva sempre pubblicamente sostenuto. Contro entrambi l'accusa è di «propaganda contro il governo» e di «attentare alla sicurezza pubblica».
DA ALLORA come accade in Iran le loro vite sono rimaste sospese a un arresto che poteva accadere di nuovo da un momento all'altro, una forma di tortura psicologica messa in atto con ricatti e minacce di ogni genere. Rasoulof era stato nuovamente fermato e privato dei documenti mentre tornava dal festival di Telluride nel 2017 dove aveva presentato A Man of Integrity, e nel 2019 aveva fatto appello all'imputazione di «propaganda contro il regime». Entrambi potevano scegliere la via della fuga e dell'esilio ma hanno deciso di restare in Iran continuando a esprimere il loro pensiero attraverso le loro opere.
Rasoulof e Mostafa al-Ahmad avevano lanciato qualche giorno fa un appello alla polizia iraniana firmato da una settantina di artisti in cui chiedevano di non usare le armi contro i manifestanti con riferimento alle violenze messe in atto dalle forze speciali iraniane nella città di Abadan durante le manifestazioni seguite al crollo di un edificio nel quale sono morte oltre quaranta persone - la cittadinanza accusava il governo di negligenza e di corruzione.
IERI si sono moltiplicate le richieste di una immediata scarcerazione dei registi, tra cui i comunicati del festival di Cannes che ha voluto ribadire il suo sostegno a tutti «quegli artisti nel mondo vittime di violenze e di rappresaglie» e della Berlinale che nell'arresto di Panahi, Rasoulof e Al-Ahmad denuncia l'ennesimo attacco «alla libertà di espressione e dell'arte». L'incarcerazione senza alcun accusa di Panahi è solo l'ennesimo atto di una repressione che si fa in Iran sempre più dura, quasi che il regime cerchi di camuffare la forte crisi economica e la protesta sociale che ne deriva con questi arresti eclatanti, rivolti contro un ambito, quello della c ultura, che viene valutato come potenzialmente pericoloso. Nei mesi scorsi erano state arrestate le registe Firouzeh Khosrovani (Radiography of a family) e Mina Keshavarz (The art of living in danger) -liberate poi il 18 maggio su cauzione – entrambe autrici riconosciute a livello internazionale, senza dare alcuna motivazione.

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giovedì 15 gennaio 2015

Il cerchio – Jafar Panahi

dopo questo film, "Oro Rosso" e "Offside" hanno contribuito alla condanna di Jafar Panahi (da non dimenticare che con lui è stato condannato anche Mohammad Rasoulof, di cui ho visto un solo grande film, qui, "L’isola di ferro").
qui si racconta una storia circolare di donne, le ultime degli ultimi, in una società machista, sono in trappola, mancano le sbarre, a volte, ma è un dettaglio.
raccontare, mostrare è pericoloso, lo dice bene Voltaire: "é pericoloso avere ragione in questioni su cui le autorità costituite hanno torto", Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof lo sanno bene, noi lo intuiamo soltanto.
il film ha vinto al festival di Venezia nel 2000, da (ri)vedere sapendo che si soffre, seguendo, guardando e ascoltando parole e silenzi delle protagoniste - Ismaele






Jafar Panahi in tribunale:
Io non comprendo l'accusa di oscenità diretta ai classici della storia dei film, né capisco il crimine di cui sono accusato. Se queste accuse sono vere, voi non state mettendo sotto processo solo noi ma il cinema iraniano socialmente impegnato, umanistico e artistico, un cinema che prova a stare aldilà del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o ai soldi ma prova a riflettere onestamente un'immagine realistica della società.
Nonostante tutte le ingiustizie che ho subito, io, Jafar Panahi, voglio dire ancora una volta che sono iraniano, che resterò nel mio paese e che mi piace lavorare nel mio paese. Amo il mio paese, ho anche pagato un prezzo per questo, e sono pronto a pagarlo ancora se necessario. Ho anche un’altra dichiarazione da fare in aggiunta alla precedente. Come mostrano i miei film, dichiaro che credo nel diritto “degli altri” a essere diversi. Credo nel rispetto e nella comprensione reciproca, così come nella tolleranza; la stessa tolleranza che mi impedisce di giudicare e di odiare. Non odio nessuno, neanche i miei giudici.

Donne sole, senza diritti, marchiate fin dalla nascita dal disonore del loro sesso, che non possono esprimersi, fumare in pubblico, viaggiare non accompagnate da un uomo o senza carta dello studente. Donne che devono nascondere in continuazione la propria femminilità. Donne che cercano un equilibrio, un compromesso. Donne che sopravvivono. E intorno un mondo che va avanti, in cui questa situazione viene data per scontata senza porre troppe domande…

Non si esce dal cerchio e dunque le donne non possono fare altro che disperare; e con loro gli uomini, che si vedono rappresentati da pappagalli, egoisti e infantili, dispotici e autoritari. Non c'è remissione, non si vedono riscatti futuri fin da quando con il rumore del parto nasce il film, che dunque finisce con il coincidere con il retaggio femminile; tanto che fin da subito è la macchina da presa ad essere rasente ai muri seguendo la donna, affranta per la nascita della nipotina. Infatti le riprese risultano sempre un po' "costrette", si tende a inserire spesso qualche elemento che disturba il piano di ripresa, tranne sui volti; sembra di portare il cilicio anche noi spettatori…

Few things reveal a nation better than what it censors. In America, the MPAA has essentially eliminated adult sexuality from our movies, but smiles on violence and films tailored for the teenage toilet-humor market. Now consider "The Circle," a film banned in Iran. There is not a single shot here that would seem offensive to a mainstream American audience--not even to the smut-hunting preacher Donald Wildmon. Why is it considered dangerous in Iran? Because it argues that under current Iranian law, unattached women are made to feel like hunted animals.
There is no nudity here. No violence. No drugs or alcohol, for sure. No profanity. There is a running joke that the heroines can't even have a cigarette (women cannot smoke in public). Yet the film is profoundly dangerous to the status quo in Iran because it asks us to identify with the plight of women who have done nothing wrong except to be female. "The Circle" is all the more depressing when we consider that Iran is relatively liberal compared to, say, Afghanistan under the Taliban…
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giovedì 25 dicembre 2014

Oro rosso - Jafar Panahi

per "Umberto D." Vittorio De Sica ha 'subito' la frase di Andreotti: "I panni sporchi si lavano in famiglia", per osare lavare i panni sporchi al cinema per Jafar Panahi c'è la galera.
il film è stato naturalmente censurato in Iran, e già solo questo è un motivo sufficiente e necessario per vedere il film.
i guardiani della rivoluzione islamica che si occupano di morale sono dipinti come stupidi e prepotenti (ecco la galera).
Hossein è il protagonista, un povero disgraziato come tanti, lui anche di più, che, come Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia", un giorno non ce la fa più.
a me è piaciuto molto, ma chi ama solo i film "e vissero tutti felici e contenti" lasci perdere - Ismaele










…L'intento del regista è quello di raccontare gli avvenimenti senza preconcetti, e nel fare questo utilizza attori non professionisti. Il risultato però non è molto entusiasmante: i lunghi silenzi, le ambientazioni squallide e soprattutto la voglia di Panahi di analizzare fino in fondo, troppo a fondo, le motivazioni dei personaggi snervano lo spettatore. Non si capisce bene perché bisogna sorbirsi Hossein che, con fatica arranca per quattro piani di scale (si vedono tutti i pianerottoli e tutti gli scalini) o che aspetta in ascensore di arrivare al dodicesimo piano di un palazzo per consegnare una pizza (si vede quest'omone grosso e triste che con la fronte appoggiata alla parete dell'ascensore aspetta, per interminabili minuti, di arrivare al piano selezionato). Dai dialoghi si capiscono molte usanze iraniane, molti pregiudizi che a volte accompagnano le donne o i più miseri, ma il tutto ci viene presentato in modo così patetico da risultare fastidioso.
Consigliato solo ai più convinti amanti del genere.

The lead actor, who plays a pizza delivery man, is actually a pizza delivery man in real life. He is also a paranoid schizophrenic, which may explain some of the character's traits and behavior.

…What seems impulsive and reckless at the beginning of the film takes on a certain logic after we have spent some time in Hussein's company. In his case, still waters run deep and cold. He has been still and implacable for the entire film, but now we understand he was not frozen, but waiting.
Note: In real life, Hussein Emadeddin, a non-actor, is a paranoid schizophrenic. Having learned this information, I felt obliged to share it with you, but the film does not refer to the disease; perhaps Jafar Panahi found that Emadeddin's demeanor, whatever its source, provided the kind of detachment he needed for his character. Hussein (the character) is doubly effective because he does not seem to be an active participant in the story, but an observer carried along by the currents of chance.

…Panahi and Kiarostami have strong observational skills, and each of the episodes displays at least one or two wonderful little insights about human behavior.  Hussein’s silent sulking after being snubbed by a jeweler.  The old crime veteran trying to impress with his wisdom.  The man who tries to be casual and flippant about his opulent wealth.  Some moments are even quite comic.  A couple is arrested leaving a party… the man protests that they’re married and the cop says, “Yeah right, like married people would go out.”
But this isn’t among the best for either filmmaker.  For one thing, the events we see are ostensibly to provide some psychological rationale for Hussein’s acts in the beginning, but it doesn’t really accomplish that.  It goes part of the way there, but there’s too much of a leap.  Also, the theme of class difference is hammered home a bit too heavily, certainly in comparison to the more subtle social commentary we’ve seen from both Panahi and Kiarostami.  We know these guys are capable of finer nuance.
Nonetheless, although it doesn’t work in the grand sense, it works in smaller ways.  It’s worth seeing as an easy film to watch with some very good moments and the unusual presence of Emadeddin.
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