già ne Il nome della rosa Jorge da Burgos aveva avvelenato le pagine del libro di Aristotele, perché ridere fa molto male, sopratutto alla fede.
Leopoldo di Casamacchia è un povero frate che ha il dono di diffondere il vangelo riuscendo a far ridere la gente, e i bambini.
ma ridere ascoltando le storie di Gesù è vietato davvero, e il Sant'Uffizio, da par suo, interviene.
e, come Beniamino Zuncheddu, fra Leopoldo rifiuta di dichiararsi colpevole.
Pierfrancesco Favino è il frate, in modo davvero convincente, e Silvio Orlando (bravo come sempre) è l'inquisitore col tarlo del dubbio, ma non abbastanza.
un film che non delude, non perfetto (ma che importa?), ma è un film che merita.
buona (ridente, ma non troppo) visione - Ismaele
…La forza di Dio ride
sta nella capacità di tenere insieme commedia e tragedia, leggerezza e
pensiero, fede e dubbio. Fa ridere e fa piangere, come le grandi commedie
italiane evocate dal regista, senza trasformare il dolore in spettacolo né la
spiritualità in retorica. Si esce dalla sala commossi, ma soprattutto con una
sensazione di forza: la possibilità di essere liberi, di amare davvero e di non
smettere di cercare la propria voce. Il potere teme le persone che ridono insieme perché,
in quell’istante, non sono più sole. Ed è forse proprio dietro quel sorriso che
l’amore trova il suo nascondiglio più luminoso.
…La
sceneggiatura preferisce continuamente la strada più semplice. Quando si
affacciano questioni complesse legate al rapporto tra istituzione religiosa e
spiritualità popolare, il film tende ad alleggerirle rapidamente. È una
scelta precisa e probabilmente coerente con le intenzioni degli autori, ma
finisce anche per ridurre l’impatto complessivo dell’opera. Lo stesso processo
inquisitorio che costituisce il cuore della vicenda viene affrontato più come
occasione narrativa che come autentico confronto ideologico.
Da
questo punto di vista il film sembra raccogliere idealmente una parte del
messaggio reso popolare da Papa Francesco, la cui idea di una Chiesa
capace di portare gioia, serenità e vicinanza umana attraversa molti passaggi
del racconto. È probabilmente uno degli aspetti che potrebbero favorire
l’incontro con il grande pubblico. La regia di Veronesi
accompagna questa impostazione con eleganza e senza particolari virtuosismi.
Alla
fine della visione rimane la sensazione di aver assistito a un’opera onesta,
costruita con professionalità. Rimane però anche il dubbio che, con un po’ più
di coraggio narrativo e una maggiore profondità nella scrittura, il film
avrebbe potuto lasciare un segno più duraturo. Dio Ride non cambierà
il panorama del cinema italiano né diventerà un riferimento del genere. È però
una commedia storica garbata, positiva. E, in un periodo spesso dominato da
opere che cercano continuamente di stupire, la sua semplicità può rappresentare
tanto un limite quanto una qualità
…Alla fine resta la sensazione di aver visto un film
davvero bello, ma anche di aver assistito a un’occasione in parte mancata. Giovanni
Veronesi dimostra di saper affrontare un territorio nuovo con
personalità, costruendo un’opera visivamente splendida e sostenuta da un cast
meraviglioso. Tutti gli interpreti offrono prove di grande livello, ma sono
soprattutto Pierfrancesco Favino e il solito, straordinario Silvio
Orlando a giganteggiare, dando vita a un confronto attoriale che da
solo vale la visione. La ricostruzione storica, le location, i costumi, la
fotografia e la regia sono elementi di assoluto pregio. È proprio per questo
che dispiace vedere una sceneggiatura che non riesce sempre a tenere il passo,
lasciando alcune intuizioni per strada e togliendo forza a un racconto che
avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare qualcosa di memorabile. E
qui sta il nostro rammarico: Dio ride aveva il potenziale per
essere un capolavoro. Non gli mancavano le idee, gli interpreti, la bellezza
delle immagini o l’ambizione. Gli è mancata soltanto quella compattezza
narrativa necessaria per far funzionare tutto alla perfezione. Rimane comunque
un ottimo film, una piacevole sorpresa e una prova importante per Veronesi, che
dimostra di poter fare cinema anche lontano dai generi che lo hanno
accompagnato finora.
…Casamacchia non esiste, Leopoldo se l’è inventato
perché il nome gli piaceva, è un orfano che si è dato un’origine e un cognome
da solo, ancora prima di crearsi un Dio. In sostanza, Leopoldo è un resistente,
un antagonista della Chiesa cattolica romana del suo tempo, un outsider che non chiede di essere integrato
nell’istituzione, ma le si oppone dall’esterno con le sue armi in maniera quasi
involontaria. Viene da pensare a frate Ginepro e al Francesco “giullare di Dio”
di Rossellini, altro folle santo che sceglieva il riso e la povertà come forma
di dissenso più che di dottrina, o, spostandosi sul piano storico, a una figura
come Giordano Bruno, bruciato proprio a Roma pochi decenni prima per una
cosmologia personale che la Chiesa non poteva assimilare. Leopoldo appartiene a
quella stessa genealogia di eretici gentili, di uomini che l’istituzione non
riesce a correggere e quindi deve eliminare…
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