giovedì 5 novembre 2026

Dio ride – Giovanni Veronesi

già ne Il nome della rosa Jorge da Burgos aveva avvelenato le pagine del libro di Aristotele, perché ridere fa molto male, sopratutto alla fede.

Leopoldo di Casamacchia è un povero frate che ha il dono di diffondere il vangelo riuscendo a far ridere la gente, e i bambini.

ma ridere ascoltando le storie di Gesù è vietato davvero, e il Sant'Uffizio, da par suo, interviene.

e, come Beniamino Zuncheddu, fra Leopoldo rifiuta di dichiararsi colpevole.

Pierfrancesco Favino è il frate, in modo davvero convincente, e Silvio Orlando (bravo come sempre) è l'inquisitore col tarlo del dubbio, ma non abbastanza.

un film che non delude, non perfetto (ma che importa?), ma è un film che merita.

buona (ridente, ma non troppo) visione - Ismaele



 

…La forza di Dio ride sta nella capacità di tenere insieme commedia e tragedia, leggerezza e pensiero, fede e dubbio. Fa ridere e fa piangere, come le grandi commedie italiane evocate dal regista, senza trasformare il dolore in spettacolo né la spiritualità in retorica. Si esce dalla sala commossi, ma soprattutto con una sensazione di forza: la possibilità di essere liberi, di amare davvero e di non smettere di cercare la propria voce. Il potere teme le persone che ridono insieme perché, in quell’istante, non sono più sole. Ed è forse proprio dietro quel sorriso che l’amore trova il suo nascondiglio più luminoso.

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…La sceneggiatura preferisce continuamente la strada più semplice. Quando si affacciano questioni complesse legate al rapporto tra istituzione religiosa e spiritualità popolare, il film tende ad alleggerirle rapidamente. È una scelta precisa e probabilmente coerente con le intenzioni degli autori, ma finisce anche per ridurre l’impatto complessivo dell’opera. Lo stesso processo inquisitorio che costituisce il cuore della vicenda viene affrontato più come occasione narrativa che come autentico confronto ideologico.

Da questo punto di vista il film sembra raccogliere idealmente una parte del messaggio reso popolare da Papa Francesco, la cui idea di una Chiesa capace di portare gioia, serenità e vicinanza umana attraversa molti passaggi del racconto. È probabilmente uno degli aspetti che potrebbero favorire l’incontro con il grande pubblico. La regia di Veronesi accompagna questa impostazione con eleganza e senza particolari virtuosismi.

Alla fine della visione rimane la sensazione di aver assistito a un’opera onesta, costruita con professionalità. Rimane però anche il dubbio che, con un po’ più di coraggio narrativo e una maggiore profondità nella scrittura, il film avrebbe potuto lasciare un segno più duraturo. Dio Ride non cambierà il panorama del cinema italiano né diventerà un riferimento del genere. È però una commedia storica garbata, positiva. E, in un periodo spesso dominato da opere che cercano continuamente di stupire, la sua semplicità può rappresentare tanto un limite quanto una qualità

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…Alla fine resta la sensazione di aver visto un film davvero bello, ma anche di aver assistito a un’occasione in parte mancata. Giovanni Veronesi dimostra di saper affrontare un territorio nuovo con personalità, costruendo un’opera visivamente splendida e sostenuta da un cast meraviglioso. Tutti gli interpreti offrono prove di grande livello, ma sono soprattutto Pierfrancesco Favino e il solito, straordinario Silvio Orlando a giganteggiare, dando vita a un confronto attoriale che da solo vale la visione. La ricostruzione storica, le location, i costumi, la fotografia e la regia sono elementi di assoluto pregio. È proprio per questo che dispiace vedere una sceneggiatura che non riesce sempre a tenere il passo, lasciando alcune intuizioni per strada e togliendo forza a un racconto che avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare qualcosa di memorabile. E qui sta il nostro rammarico: Dio ride aveva il potenziale per essere un capolavoro. Non gli mancavano le idee, gli interpreti, la bellezza delle immagini o l’ambizione. Gli è mancata soltanto quella compattezza narrativa necessaria per far funzionare tutto alla perfezione. Rimane comunque un ottimo film, una piacevole sorpresa e una prova importante per Veronesi, che dimostra di poter fare cinema anche lontano dai generi che lo hanno accompagnato finora.

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…Casamacchia non esiste, Leopoldo se l’è inventato perché il nome gli piaceva, è un orfano che si è dato un’origine e un cognome da solo, ancora prima di crearsi un Dio. In sostanza, Leopoldo è un resistente, un antagonista della Chiesa cattolica romana del suo tempo, un outsider che non chiede di essere integrato nell’istituzione, ma le si oppone dall’esterno con le sue armi in maniera quasi involontaria. Viene da pensare a frate Ginepro e al Francesco “giullare di Dio” di Rossellini, altro folle santo che sceglieva il riso e la povertà come forma di dissenso più che di dottrina, o, spostandosi sul piano storico, a una figura come Giordano Bruno, bruciato proprio a Roma pochi decenni prima per una cosmologia personale che la Chiesa non poteva assimilare. Leopoldo appartiene a quella stessa genealogia di eretici gentili, di uomini che l’istituzione non riesce a correggere e quindi deve eliminare…

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