Charlie
Chaplin odiava il potere, la macchina del capitale, l’ordine dello stato con i
suoi poliziotti, i suoi giudici e le sue galere, l’ordine morale della società,
l’ordine del profitto commerciale, bancario, industriale, l’ordine religioso
con le sue ipocrisie, i suoi dogmi e le sue false speranze.
Charles
Spencer Chaplin, più conosciuto come Charlie Chaplin, nasce il 16 aprile 1889
in un sobborgo di Londra e nel 1895 comincia a frequentare una serie di scuole
diverse senza rimanere a lungo in nessuna di esse. La povertà e la malattia
della madre lo costringeranno a soggiornare ogni tanto in ospizi per indigenti,
cosa che andrà avanti per tutto l’arco della sua infanzia: “Dovevo andarmene in
giro per le strade con mia madre, che era malata di mente, e talmente debole
che barcollava da una parte all’altra come se fosse ubriaca”.
Prende la
via del palcoscenico a soli otto anni – “Ci sono praticamente nato sul
palcoscenico” – e, a iniziare dall’anno dopo, già si guadagnerà da vivere per
sé e riuscirà a contribuire al mantenimento della madre vedova. La scuola la
frequenterà sporadicamente sino al 1900.
Sta
ricoprendo il ruolo di un ubriaco in un numero di varietà, quando riceve
un’offerta dai tipi della Keystone Pictures Studio, una casa di produzione
cinematografica statunitense attiva dal 1912 sino ai primi anni Trenta, nel
periodo del cinema muto. Chaplin è conscio dello svantaggio di non avere “una
faccia da commedia”, ma sa di avere i piedi giusti e pure l’andatura. Quella
strana camminata se l’era portata dietro dall’Inghilterra. Un suo vecchio zio
gestiva un pub, e spesso c’era un ubriacone che se ne stava appoggiato al muro
per ore e ore in attesa di un’occasione per elemosinare o guadagnarsi qualche
spicciolo. Quando una vettura si fermava davanti alla porta del locale, lui si
precipitava arrancando a tenere fermi i cavalli, e si affannava talmente con i
suoi poveri piedi doloranti nelle scarpe vecchie e sfondate, che era costretto
a muoversi con quel particolare incedere che poi Chaplin imiterà nei suoi film.
Dopo aver
studiato a lungo cosa poteva farsene della sua faccia, il problema del viso lo
risolverà applicandosi un paio di baffi finti: “Truccarmi e basta non sarebbe
servito a niente”. Si rende subito conto che, utilizzando dei baffoni, avrebbe
nascosto certe pieghe del viso su cui basava buona parte della sua
espressività, specie quelle pieghe che dalle narici gli arrivavano agli angoli
della bocca. Per questo li spunterà più volte finché si ridurranno a quegli
affarini buffi che lo renderanno immediatamente riconoscibile in tutto il
mondo.
All’inizio,
il personaggio di Charlot simboleggiava un gagà londinese finito sul lastrico
poi, piano piano, subisce dei cambiamenti. Da principio, Chaplin lo considera
soltanto una figura satirica – i suoi indescrivibili pantaloni rappresentavano
una rivolta contro le convenzioni, i suoi baffi la vanità dell’uomo, il
cappello e il bastone erano tentativi di dignità – ma, col tempo, lo farà avvicinare
al cuore delle cose, gli farà mettere da parte l’atteggiamento dell’eterno
ottimista per fargliene assumere uno da intellettuale, cinico e pure un po’
furfante.
Chaplin è un
tipo allegro, di quelli che non permettono mai a nulla di buttarti giù di morale,
di quelli per cui più ci sono cose che vanno a male più ridicolo sembra il
mondo.
Narratore di
storie raccontate con pietà e comprensione dalla parte dei perdenti, non
inserisce mai nei suoi lavori nulla che non sia una caricatura di un aspetto
della vita vera: per quanto una scena possa apparire assurda sullo schermo,
studiandola con attenzione è sempre riconducibile al nostro quotidiano.
Quando
recita in un film, di rado prova la sua parte prima di andare in scena,
preferisce agire d’impulso, ottenendo il tal modo quell’effetto da “chissà cosa
succede adesso” capace di tenere incollato lo spettatore alla sua recitazione.
Non progetta mai su carta nessuna delle sue strambe acrobazie, né tanto meno
sceneggia l’intreccio delle sue comiche, lui prende un’idea, un tema, e lo
elabora per conto proprio man mano che va avanti.
Fuori dallo
schermo, Chaplin è un giovanotto affascinante, il suo sorriso è la
caratteristica che attira di più l’attenzione, e i suoi occhi sorridono quanto
la bocca. Spesso si dirà che si vede il sorriso, prima di vedere Chaplin. Nel
1919, scriverà Ray W. Frohman sul The Evening Herald dopo un’intervista
a Chaplin pubblicata sull’interessantissimo libro edito da minimum fax, Opinioni
di un vagabondo. Mezzo secolo di interviste: “Quando mostra i denti
perfetti in un sorriso – un sorriso estatico, affascinato, ipnotizzato – […] è
capace di eclissare il gatto di Alice nel paese delle meraviglie”.
Più di
vent’anni dopo, nel 1940, forse qualcosa è cambiato. Scriverà il giornalista Robert
Van Gelder: “Quando è rivolto a te, quel sorriso non sembra automatico. Sembra
amichevole, molto modesto e profondamente confidenziale. Quando gli siedi
accanto e lo vedi rivolto a qualcun altro, le labbra appaiono increspate
meccanicamente e gli occhi sembrano assenti, quasi privi di sguardo. Quel
sorriso è un capolavoro fatto per una sola persona alla volta”.
Il suo volto
si manterrà liscio e avrà il sano rossore di uno scolaretto, anche quando i
capelli inizieranno a striarsi di grigio – la brizzolatura comincerà a
insinuarsi nella sua chioma scura già all’età di trentadue anni.
Lontano dai
riflettori, Chaplin è molto umano, naturale, privo di atteggiamenti affettati.
Dotato di grande umiltà quando si parla di lui e dei risultati che ha ottenuto,
alterna spiritosaggini a momento di malinconia. Con chi riesce a conquistarsi
la sua fiducia parla a cuore aperto con la sincerità di un bambino, ma la
timidezza prevale di gran lunga e per lui, che non ha nessuna difficoltà ad
affrontare l’obiettivo di una macchina da presa, far fronte a un intervistatore
armato di domande è tutta un’altra cosa.
È un uomo
che prende sul serio la vita e sé stesso, e desidera che anche gli altri
facciano altrettanto, è accorto, parsimonioso, frugale: “È così che sono stato
allevato, perché eravamo in tre e dovevamo vivere con sette scellini e sei
pence alla settimana. […] il successo era un modo per sfuggire alla prigione
della miseria. […] È l’umiliazione della povertà che è tanto penosa”.
Nel suo
tempo libero, i suoi svaghi consistono più che altro nel passeggiare per le
strade e osservare i bambini, evitando in genere di farsi riconoscere. Il suo
massimo passatempo è passeggiare per strada la sera con qualche amico,
discutendo per ore di arte, religione, libri e teorie sulla bellezza.
Gli piace
passeggiare in genere, anche in mezzo alla folla delle città, intanto che
costruisce mentalmente la trama dei suoi film: “La gente è così triste e buffa,
così patetica e assurda. Mi piace frequentare i parchi pubblici e le tavole
calde, e gli altri posti dove va la gente”.
Immagina il
genere umano come la malavita degli dèi: “Quando gli dèi vogliono farsi un giro
nei bassifondi, vengono a visitare la terra. […] non nutro esattamente il
massimo rispetto per il genere umano”. Confessa che ci sono giorni in cui il
contatto con qualsiasi essere umano lo fa star male fisicamente, che in quei
momenti, in quei periodi, oppresso da ciò che i romantici definivano
“stanchezza del mondo”, si sente un completo estraneo nei confronti della vita,
come avesse sbagliato pianeta.
Per
dimenticare il mondo e i suoi problemi, a volte fugge sull’isola di Santa
Catalina, in California, dove si dedica alla pesca. Nel suo studio esporrà una
sua foto con accanto un pesce enorme, di sessantatré chili: “Tirarlo su è stata
un’impresa! Dopo aver acchiappato un bestione come quello, quando ributti l’amo
speri davvero di non ripetere l’impresa!”.
Mentre in
gioventù gli piace ricoprire il ruolo del conversatore sofisticato negli angoli
dei salotti, qualche anno dopo ammetterà di stare bene insieme a persone con le
quali non deve quasi aprire bocca, e non perché ritenga la gente parli troppo,
ma perché è molto raro riuscire a cogliere la vera personalità
dell’interlocutore durante una conversazione: “Noi ci nascondiamo sotto le
parole”.
Pur essendo
stato per un certo periodo un maratoneta accanito e ami giocare a bowling,
Chaplin non è uno sportivo, anzi, è piuttosto pigro, e quando è in casa da solo
suona il violino per svago.
Mordaunt
Hall, critico cinematografico del New York Times, scrisse che nulla poteva
costringere Chaplin a fare una cosa se non ne aveva voglia, nemmeno lavorare a
un film. Raccontò che, nel pieno delle riprese de La febbre dell’oro,
Chaplin era stato preso da una tale passione per il violino che trascurò la sua
creazione artistica a favore dello strumento.
Chaplin
reputa il cinematografo un mezzo espressivo che assomiglia alla musica più di
qualunque altro: “Come la musica, tutto parte sempre – almeno per me – non da
un’idea, ma da un’emozione, e da quell’emozione nasce l’idea. […] un momento
non c’è nulla, solo una specie di moto che non si può vedere ma si sente, e poi
all’improvviso… Oppure può capitarmi di sentire una musica e subito vedo
qualcosa di più che una serie di gesti: sagome, figure… qualcosa che si
sviluppa… chissà, magari l’embrione di un intero film”.
Sul fatto
che il regista inglese non sceneggi mai l’intreccio delle sue comiche, val la
pena ricordare una curiosità circa la lavorazione del film La febbre
dell’oro, uscito nell’agosto del ’25. A un certo punto, Chaplin non trova
le giuste motivazioni per portare avanti la storia. Gli è ovviamente chiaro che
l’oro va cercato, trovato, ma non ha idea di cos’altro succederà. Si rende
conto che non è per nulla facile trasformare in commedia storie cupe come
quelle del grande Nord e dell’Alaska, ma una lettura gli viene in aiuto: “Ho
pensato alla neve. Ho pensato alle gelate e [al protagonista] che si toglie i
calzini e quelli restano in piedi da soli, i pantaloni restano in piedi da
soli, cose di questo genere. […] Mi sono concentrato su una situazione
specifica: la fame. Mi è venuta in mente leggendo un libro sulla spedizione
Donner, una carovana di pionieri che si erano smarriti tra le montagne ed erano
tutti morti di fame, con episodi di cannibalismo, si erano mangiati perfino i
lacci delle scarpe e tutto il resto”. È grazie a questo episodio che Chaplin
scopre esserci qualcosa di buffo anche in tragedie del genere: nasce da quanto
sopra la famosa scena in cui, la Vigilia di Natale, Charlot fa bollire una sua
scarpa e se la mangia insieme a Giacomone – personaggio interpretato da Mack
Swain –, un corpulento cercatore d’oro che condivide con lui una baracca nel
Klondike.
Nei suoi
lavori, Chaplin preferisce “vedere un uomo che mescola il tè con un cucchiaino
piuttosto che un vulcano in eruzione” o “l’ombra di un treno che passa su un
viso piuttosto che un’intera stazione ferroviaria” – parole sue.
Benché
desideri sempre infondere nelle sue opere una buona dose d’umanità, prova
antipatia per il sentimentalismo, per cui fa molta attenzione a evitarlo.
Un po’ come
i giapponesi e gli indiani d’America, prova una specie di ripugnanza per
l’emotività sfrenata, tali manifestazioni le reputa indecenti.
Nella
prefazione di Opinioni di un vagabondo, Dario Fo scrive di Chaplin che
odiava il mondo che aveva intorno, il potere, la macchina del capitale,
l’ordine dello stato con i suoi poliziotti, i suoi giudici e le sue galere,
l’ordine morale della società, l’ordine del profitto commerciale, bancario,
industriale, l’ordine religioso con le sue ipocrisie, i suoi dogmi e le sue
false speranze – il regista inglese riterrà che molte religioni nella storia
mondiale siano state poco più che “repressione e propaganda” – e, per finire,
che odiava l’ordine culturale della borghesia e del capitale, e l’ordine dei
suoi miti falsi e spesso infami: “L’America convenzionale, arroccata intorno al
business, non lo amava, non gli perdonava le sue simpatie comuniste, i suoi
presunti legami con la Russia, la sua presunta mancanza di patriottismo dovuta
al fatto di non aver mai voluto prendere la cittadinanza americana”.
Nel 1921,
quando gli verrà chiesto se un suo accenno a un possibile viaggio in Russia era
stato fatto seriamente, risponderà che gli sarebbe piaciuto moltissimo andarci
perché interessato a vedere come erano state messe in pratica le nuove idee, ma
che lui è un artista, non un politico. Poi, ridendo, aggiungerà che di sicuro
non ci sarebbe stato un film intitolato Charlot bolscevico. A proposito,
nel 1925 risultava che i lavori di Chaplin andassero meglio in Unione Sovietica
che in qualsiasi altro paese al mondo, ma non perché la gente di lì lo
ritenesse divertente, tutt’altro, più d’uno usciva dalla sala in lacrime:
“Laggiù mi ritengono un interprete della vita” – in Unione Sovietica arrivarono
a mettere statue di Chaplin nelle nicchie che prima ospitavano quelle di santi
o zar.
Chaplin
crede nella sospensione del giudizio, nelle sue opere cerca di trasmettere il
dubbio filosofico che prova nei confronti delle cose e delle persone. Se nella
sua storia c’è un cattivo, cerca di fargli compiere una buona azione in modo
tale che nella mente degli spettatori s’insinui il dubbio. Lo stesso vale per
la virtù: “La mia filosofia di vita, se così la si può definire, mi impone di
non essere troppo severo con gli sciagurati che sconcertano questo vecchio
pianeta scontroso con le loro pagliacciate. Un po’ di delicato scetticismo
contribuisce alla tolleranza e alla gentilezza. È facile giudicare. Non è
altrettanto facile capire. E ritengo che l’arte esista, fra le altre cose, per
migliorare la comprensione”.
Chaplin
ritiene che ogni volta che uno comprende qualcosa, moltiplica sé stesso, e che
per far questo siano utilissimi i film, quei “buchi di serratura” da cui si può
osservare come vive l’altra metà del mondo: gente mai vista, consuetudini,
convenzioni, perdite e salvataggi, grazie e disgrazie.
La figura
del protagonista di Monsieur Verdoux – A Comedy of Murders è ispirata a
quella del pluriomicida francese Henri-Désiré Landru, condannato a morte per
aver ucciso dieci donne dopo averle sposate, mentre l’idea per il film gliela
dà la commedia Arsenico e vecchi merletti.
Monsieur
Verdoux, pellicola
del ’47, è il primo film in cui Chaplin mette completamente da parte lo Charlot
dai pantaloni abbondanti, il bastoncino dondolante, i baffetti a spazzola e il
sorriso nostalgico. Il sottotitolo, “Una commedia di omicidi”, è una delle
caratteristiche del film giudicate inaccettabili dall’MPPDA (Motion
Picture Producers and Distributors of America), l’associazione che esercita
funzioni censorie su tutte le pellicole prodotte a Hollywood. Chaplin
acconsente ad apportare alcune modifiche minori – un paio di revisioni dei
dialoghi –, ma non cede riguardo il sottotitolo. Alla fine, il film verrà
classificato con la lettera B che, secondo il Codice Morale di Produzione
vigente all’epoca, definirà l’opera come «parzialmente reprensibile dal punto
di vista morale – per tutti», cioè appena un grado al disotto dell’approvazione
piena.
Con Monsieur
Verdoux Chaplin prova ad allertarci su una sua convinzione, il pericolo che
la nostra civiltà contemporanea ci stia rendendo tutti assassini di massa: “[…]
penso che queste armi di distruzione – e non credo di essere il solo a dire
cose del genere, ormai è diventato un cliché – che la bomba atomica sia
l’invenzione più orribile dell’umanità, e penso che ne abbiamo conferma ogni
minuto che passa. Penso che creando tutto questo orrore e questa paura finiremo
per diventare un branco di nevrotici. […] Credo che la nostra sia un’epoca
amara. Vedo tanto odio nel mondo e mi pare che sia un periodo molto difficile.
[…] Quest’epoca di pregiudizi, di grossi pregiudizi, è limitatissima e… piena
di contrapposizioni aspre, cosa che trovo piuttosto triste […]”.
Il 12 aprile
1947, il giorno dopo la prima mondiale di Monsieur Verdoux, Chaplin
tiene una conferenza stampa in un salone da ballo di New York gremito di
giornalisti che, sin dalle battute iniziali, assomiglia più che altro a un
interrogatorio. Pur aspettandosi di dover discutere del suo film, Chaplin è un
po’ sorpreso dai toni agguerriti e dai contenuti polemici delle domande. Questo
perché alla maggior parte dei giornalisti non importa niente di Monsieur
Verdoux, interessa molto di più attaccare il regista per le sue idee
politiche. Dalla fine della guerra Chaplin ha difeso le cause della sinistra,
pur condannando qualsiasi centralizzazione del potere che usurperebbe i diritti
dell’individuo, e ha rilasciato diversi commenti pieni di buone intenzioni
anche se piuttosto ingenui dal punto di vista politico, che alcuni interpretano
come antiamericani altri, addirittura, come apertamente comunisti. Come tanti
loro connazionali, molti giornalisti presenti in sala sono risentiti per il
fatto che Chaplin ha vissuto, lavorato e fatto fortuna negli Stati Uniti per
più di trent’anni, ma in tutto quest’arco di tempo non ha mai chiesto la
cittadinanza. Nel corso della conferenza stampa Chaplin si definisce un
internazionalista, un individuo che non vede perché la gente di tutto il mondo
non possa vivere in pace – ecco qui l’ingenuità di cui sopra. Esprimendo la sua
simpatia per tutti gli uomini, comunisti compresi, non tiene conto di certe
correnti politiche che influenzano gli Stati Uniti tra la fine degli anni
Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta che faranno sì che, nel ’52, verrà
negato a lui e alla sua famiglia il permesso di rientrare sul continente dopo
esser stato in Europa.
Andrà a
vivere sulle colline sopra Vevey, in Svizzera – in una grande villa oggi
diventata Chaplin’s World, un museo a lui dedicato –, e lì vivrà sino
alla fine dei suoi giorni, il 25 dicembre del 1977. Mai più rientrerà negli
U.S.A.
Eppure, sino
a una decina d’anni prima il sentimento generale era tutt’altra cosa: quando
nel 1941 la Germania nazista invade l’Unione Sovietica, molti americani
chiedono agli alleati di aprire un secondo fronte in occidente contro le
potenze dell’Asse, e Chaplin è uno di questi. Già famoso per capolavori come Il
monello e Luci della città, s’impegna attivamente tenendo numerosi
discorsi e realizzando una satira sul nazismo, Il grande dittatore. Ma
alla fine del conflitto le cose cambieranno, agli occhi degli Stati Uniti
l’Unione Sovietica prenderà il posto dei nazisti nel ruolo di avversario
principale e il regista inglese diventerà bersaglio di un’inchiesta dell’FBI
sulla sicurezza interna. Fra le altre cose, lo si accuserà d’aver detto durante
un incontro culturale avvenuto al Carnegie Hall di New York il 16 ottobre 1942,
che i documenti di cittadinanza non significano nulla e di essere un patriota
dell’umanità – affermazioni che, davanti agli agenti, Chaplin non negherà
d’aver pronunciato. Sempre durante l’incontro culturale tenuto a New York,
Chaplin dirà che i comunisti sono gente normale, “come noi”, che è una
stupidaggine sostenere che “i russi” sono senza Dio perché un popolo che
combatte e che muore come ha fatto il popolo russo si avvicina a Dio. Durante
l’interrogatorio al quale fu sottoposto nel 1948, di cui un estratto è
riportato su Charlot sotto inchiesta. Un interrogatorio dell’FBI a Charlie
Chaplin, puntualizzerà di non sentirsi legato ad alcun paese in
particolare: “Mi sento cittadino del mondo. Sento che quando verrà il giorno e
noi avremo abbattuto le barriere eccetera eccetera, allora la gente potrà
andare e venire per tutto il mondo ed essere parte di tutti i paesi, e questo è
quanto ho sempre pensato sulla cittadinanza”.
Racconterà a
Bosley Crowther, giornalista e critico cinematografico statunitense che lo andò
a trovare in Svizzera nel 1960: “Quando l’FBI mi chiese se seguivo «la linea
del partito», io gli dissi che non lo sapevo perché non sapevo cosa fosse
questa «linea». Gli chiesi se lo sapevano loro. Non lo sapevano. Così non
approdammo a nulla”. Durante questo incontro dichiarò anche di essere “un internazionalista,
un fanatico della pace”.
È difficile
non restare impressionati dall’attualità di un confronto come quello tra gli
agenti dell’FBI e Chaplin, da questa caccia alle streghe praticata nel
dopoguerra statunitense poi culminata col maccartismo, troppo simile a quella
che oggi si pratica contro chi non predica ciò che il mainstream pretende.
Già nel ’36,
quando a New York esce Tempi moderni che prende in giro l’era delle
macchine, c’è chi insinua che Chaplin sia comunista o, se non rosso, “almeno rosa”.
Nel 1957
esce a Londra il suo primo film realizzato in Europa, Un re a New York,
in cui traspare tutto il suo risentimento verso il paese che gli ha revocato il
permesso di rientro, dove mette alla berlina con severità e senza troppo
umorismo la televisione, la pubblicità americana e le indagini del Congresso
degli Stati Uniti sulle attività antiamericane. A proposito di TV, dieci anni
dopo Chaplin ammetterà col giornalista inglese Francis Wyndham d’aver
apprezzato un dramma televisivo “molto misterioso e interessante” intitolato Il
guardiano; sarà la stessa occasione in cui gli confiderà d’essersi
“divertito un mondo” con Agente 007 – Missione Goldfinger di Guy
Hamilton, d’aver trovato “molto banale” Il dottor Živago di David Lean e
“lentissimo e noioso” Blow-up di Michelangelo Antonioni. Sempre nel ’67,
riguardo il suo lavoro da regista, dirà di aver sempre fatto film così come li
sentiva perché “regole non ce ne sono”.
Tornando al
‘57, Ella Winter – giornalista, attivista e sostenitrice dei lavoratori
agricoli migranti – riporta queste parole di Chaplin: “Per quanto riguarda la
politica, sono anarchico. Detesto i governi e le norme e le… pastoie… Non
sopporto di vedere gli animali in gabbia… Gli individui devono essere liberi”.
Ancora una
cosa. Nel 1940, al giornalista Robert Van Gelder, Chaplin dice che leader con
cervelli di decimo ordine si sono impadroniti dei nuovi strumenti di propaganda
e che li stanno usando per distruggere la buona condotta del mondo, quella
civile, generosa: “Io sono il clown, che cosa posso fare di più efficace che
sbeffeggiare questi individui che stanno costringendo l’umanità a marciare al
passo dell’oca, che […] stanno prendendo a calci l’umanità? I pessimisti dicono
che potrei fallire: che i dittatori non fanno più ridere, che il male è troppo
serio. Questo è sbagliato. Se c’è una cosa che so è che il potere può sempre
essere messo in ridicolo. Più un individuo arriva in alto, più forte lo colpirà
la mia risata”.
Sono io
distratto o anche voi non vedete alcun “clown” sbeffeggiare gli attuali leader
con cervelli di decimo ordine che stanno costringendo l’umanità a marciare al
passo dell’oca? Sarà mica che gli strumenti di propaganda del giorno d’oggi
hanno definitivamente distrutto “la buona condotta del mondo, quella civile,
generosa”?
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