domenica 8 novembre 2026

Minotaur - Andrey Zvyagintsev

remake di Stéphane, una moglie infedele di Chabrol, il film di Andrey Zvyagintsev, girato a Riga, riproduce una storia terribile e infelice.

Galina è una moglie trascurata e insoddisfatta, e il marito non si rassegna.

e quando lei scopre cosa è successo è di nuovo in trappola, e fa cattico viso a criminale gioco.

quello che Zvyagintsev aggiunge è lo sfondo, una guerra in Ucraina onnipresente, ma lui, nel suo piccolo, è uno potente e se ne frega.

l'infelicità e la finzione di Galina sono davvero inquietanti, ma così va il mondo degli assassini.

Andrey Zvyagintsev è sempre bravissimo, anche se la storia di Galina e del suo tradimento è autosufficiente, e forse lo sfondo politico è un po' tirato per i capelli, ma il film, un abisso di infelicità, è un film che merita.

buona (tristissima) visione - Ismaele


 

 

…Minotauro del mito greco, chiuso nel labirinto e nutrito con sacrifici umani estratti a sorte, diventa la metafora perfetta di Gleb e dello Stato russo. Gleb vive nel labirinto della sua villa e sceglie gli esseri umani per il sacrificio. Zvyagintsev, coadiuvato dalla fotografia affilata di Mikhail Krichman, rinuncia in parte al distacco formale dei suoi film precedenti (Leviathan, Loveless) per avvicinarsi al dramma dei personaggi. Con uno straordinario uso del sonoro: il rumore metallico di una cucitrice da ufficio che sigilla le liste di leva rimanda al suono di un colpo di pistola, unendo la violenza formale a quella reale del fronte. Eccellente è la resa dei due protagonisti. Dmitriy Mazurov riesce a rendere Gleb un mostro terribilmente possibile. Ugualmente brava, Iris Lebedeva racconta il dramma di una donna sottomessa: la scena in cui si ubriaca al bar piangendo da sola è uno dei momenti più potenti e dolorosi del film.

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…Minotaur, già dal titolo, ci mette sull'avviso: questa volta al centro ci sarà un essere che non sarà più solo umano ma scoprirà in sé un aspetto bestiale. Sempre però partendo da un nucleo familiare, questa volta di buona borghesia imprenditoriale. Gleb è un uomo di successo a cui la guerra appena iniziata contro l'Ucraina sta iniziando a creare dei problemi. Ma la difficoltà più grave nasce all'interno della famiglia. Il rapporto con la moglie è freddo e si mantiene nei limiti della reciproca buona educazione quotidiana. Il figlio (soggetto ricorrente nella filmografia del regista) si rifugia nel proprio mondo di nativo digitale e tutto sembra dover procedere così sino a quando Gleb fa una scoperta (evitate, se potete, di leggere notizie in merito che facciano spoiler) che fa emergere il suo lato oscuro.
La camera di Zvyagintsev si trasforma in testimone esplicito di quanto accade facendo avvertire la propria presenza e mettendo lo spettatore nella condizione di osservare spazi (che vengono messi a confronto per sottolineare due modi vita) e azioni delle persone. Il regista ci dichiara così la propria idea di cinema: un'arte che prende le mosse da microstorie, magari già esplorate innumerevoli volte, per indagarle con uno sguardo distante che, proprio perché è tale, si fa estremamente lucido. La Russia contemporanea può essere portata sullo schermo in vari modi. Il cinema di Zvyaginstev, proprio grazie alle sue scelte estetiche, riesce ad essere molto più 'politico' di altri.

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… ricalca espressamente - talora letteralmente, alla stregua di un remake scena per scena di - Stéphane, una moglie infedele, fondamentale opera di rigore ed essenza espressiva di Claude Chabrol (alla quale, nel 2002, già si rifece Adrian Lyne per il suo thriller erotico L'amore infedele - Unfaithful, con Richard Gere e una grandiosa Diane Lane). Dal maestro francese, il russo mutua altresì alcune intuizioni, non ultima quella di costruire tutto l’intreccio attorno alle impercettibili sfumature e alle minime variazioni del volto di un Dmitrij Mazurov perfettamente organico e pressoché insostituibile, solo in apparenza imperturbabile, opaco, afasico.

Al solito però il riferimento al mito (che dà il titolo al film e al quale, con ironia, si fa geograficamente ritorno nella sua chiusa) e, in questo caso, anche ad un preciso archetipo cinematografico (quello chabroliano) diventano una mediazione imprescindibile: un dispositivo di innesto o, meglio, un filtro attraverso cui l’autore può osservare da una prospettiva inedita la sua e la nostra realtà. Non per trasfigurarla o deformarla, quanto piuttosto per raggiungere e riportare in superficie, dalla palude in cui sembrano impantanate e sprofondare le coscienze, quell’oscurità, quella mostruosità, quella disumanizzazione che le sono già intrinseche. E allora siamo tutti, a nostro modo, come Teseo: prigionieri di un labirinto (del potere, come suggerisce il sottotitolo dell’edizione italiana), intenti a cercare un Minotauro di cui siamo convinti di dover avere paura, salvo scoprire che la minaccia più insidiosa è forse proprio lo stesso dedalo…

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…ciò che interessa Zvyagintsev non è la tensione poliziesca, quanto, semmai, l’impotenza dell’indagine, piegata ai meccanismi del potere. Non è un caso che l’esca lasciata per spettatore e inquirenti, una macchia di sangue dimenticata su un tavolino, un dettaglio che in Hitchcock sarebbe diventato il plot point fondamentale dell’intero film, qua venga volutamente proposta come falsa pista per frustrare ulteriormente.

Siamo nel 2022, è appena iniziata la guerra con l’Ucraina. Il Minotauro del titolo, titoli sempre brevi, immediati e metaforici quelli di Zvyagintsev, è l’arbitrio del più forte, di quel potere statale che obbliga l’amministratore di un’azienda a inserire in una lista quattordici lavoratori per inviarli al fronte, indipendentemente dalla loro volontà. Quattordici come quei sette fanciulli maschi e quelle sette fanciulle femmine di cui vi parlavano alle scuole medie incuranti della reiterazione di genere e che Minosse pretendeva da Atene come tributo da offrire come fiero pasto al suo mostruoso ospite e figliastro. Zac, la metafora del labirinto in cui si realizza l’impossibilità della libera scelta è servita…

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…È un film che può spiazzare, Minotaur – Nel labirinto del potere, che per certi versi potrebbe persino apparire squilibrato – vista l’evidente virata verso il noir puro (in cui l’influenza chabroliana, a un certo punto, diventa preponderante) che si registra nella seconda metà del film. Zvjagincev disarticola lentamente la facciata borghese e rispettabile del suo protagonista (l’ottimo Dmitrij Mazurov) per farlo precipitare, in modo praticamente casuale, in un vortice quasi dostojevskiano, in cui l’omicidio non è premeditato, il destino irrompe a distruggere vite ed equilibri già fragili, e la razionalità forzata, calcolatrice e cinica, è l’unica forza che può prendere davvero il sopravvento. Allora il cinismo richiesto a Gleb, il disprezzo per la vita umana che dovrà portarlo a decidere sulla sopravvivenza o sulla morte di individui sconosciuti, trova la sua via per giungere a destinazione – perché in fondo il potere, compreso quello di decretare la vita o la morte di qualcun altro, è qualcosa che dapprima spaventa, poi destabilizza e porta sull’orlo della follia, ma alla fine finisce per inebriare. Almeno laddove si abbia lo stomaco di accettarne fino in fondo le conseguenze. Specie se poi si accompagna all’impunità, alla complicità col potere posto più in alto, quello di una politica da cui così ci si può illudere (almeno per un po’) di non essere manovrati come burattini. Inebria talmente tanto, quel potere, che persino l’anello più debole della catena, ovvero l’annientata Galina (una Iris Lebedeva parimenti intensa) alla fine non può che accettare quel poco di sicurezza che comunque l’atto di sottomissione le garantisce. Ma quelle nubi nere sono sempre addensate lì, inesorabilmente, e una possibile uscita, per ora, non si intravede nemmeno.

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