remake di Stéphane, una moglie infedele di Chabrol, il film di Andrey Zvyagintsev, girato a Riga, riproduce una storia terribile e infelice.
Galina è una moglie trascurata e insoddisfatta, e il marito non si rassegna.
e quando lei scopre cosa è successo è di nuovo in trappola, e fa cattico viso a criminale gioco.
quello che Zvyagintsev aggiunge è lo sfondo, una guerra in Ucraina onnipresente, ma lui, nel suo piccolo, è uno potente e se ne frega.
l'infelicità e la finzione di Galina sono davvero inquietanti, ma così va il mondo degli assassini.
Andrey Zvyagintsev è sempre bravissimo, anche se la storia di Galina e del suo tradimento è autosufficiente, e forse lo sfondo politico è un po' tirato per i capelli, ma il film, un abisso di infelicità, è un film che merita.
buona (tristissima) visione - Ismaele
…Minotauro del mito greco, chiuso nel labirinto e
nutrito con sacrifici umani estratti a sorte, diventa la metafora perfetta di Gleb e dello Stato russo. Gleb vive nel
labirinto della sua villa e sceglie gli esseri umani per il sacrificio.
Zvyagintsev, coadiuvato dalla fotografia affilata di Mikhail Krichman, rinuncia
in parte al distacco formale dei suoi film precedenti (Leviathan, Loveless) per avvicinarsi al dramma dei personaggi. Con uno straordinario uso del
sonoro: il rumore metallico di una cucitrice da ufficio
che sigilla le liste di leva rimanda al suono di un colpo di pistola, unendo la
violenza formale a quella reale del fronte. Eccellente è la resa dei due
protagonisti. Dmitriy Mazurov riesce a rendere Gleb un mostro terribilmente
possibile. Ugualmente brava, Iris Lebedeva racconta il dramma di una donna
sottomessa: la scena in cui si ubriaca al bar piangendo da
sola è uno dei momenti più potenti e dolorosi del film.
…Minotaur, già dal titolo, ci mette sull'avviso: questa volta al
centro ci sarà un essere che non sarà più solo umano ma scoprirà in sé un
aspetto bestiale. Sempre però partendo da un nucleo familiare, questa volta di
buona borghesia imprenditoriale. Gleb è un uomo di successo a cui la guerra appena
iniziata contro l'Ucraina sta iniziando a creare dei problemi. Ma la difficoltà
più grave nasce all'interno della famiglia. Il rapporto con la moglie è freddo
e si mantiene nei limiti della reciproca buona educazione quotidiana. Il figlio
(soggetto ricorrente nella filmografia del regista) si rifugia nel proprio
mondo di nativo digitale e tutto sembra dover procedere così sino a quando Gleb
fa una scoperta (evitate, se potete, di leggere notizie in merito che facciano
spoiler) che fa emergere il suo lato oscuro.
La camera di Zvyagintsev si trasforma in testimone esplicito di quanto accade
facendo avvertire la propria presenza e mettendo lo spettatore nella condizione
di osservare spazi (che vengono messi a confronto per sottolineare due modi
vita) e azioni delle persone. Il regista ci dichiara così la propria idea di
cinema: un'arte che prende le mosse da microstorie, magari già esplorate
innumerevoli volte, per indagarle con uno sguardo distante che, proprio perché
è tale, si fa estremamente lucido. La Russia contemporanea può essere portata
sullo schermo in vari modi. Il cinema di Zvyaginstev, proprio grazie alle sue
scelte estetiche, riesce ad essere molto più 'politico' di altri.
… ricalca espressamente - talora letteralmente,
alla stregua di un remake scena per scena di - Stéphane,
una moglie infedele, fondamentale opera di rigore ed essenza
espressiva di Claude Chabrol (alla quale, nel 2002,
già si rifece Adrian Lyne per il suo thriller erotico L'amore
infedele - Unfaithful, con Richard Gere e una grandiosa Diane Lane). Dal
maestro francese, il russo mutua altresì alcune intuizioni, non ultima quella
di costruire tutto l’intreccio attorno alle impercettibili sfumature e alle
minime variazioni del volto di un Dmitrij Mazurov perfettamente organico e
pressoché insostituibile, solo in apparenza imperturbabile, opaco,
afasico.
Al solito però il riferimento
al mito (che dà il titolo al film e al quale, con ironia, si fa geograficamente
ritorno nella sua chiusa) e, in questo caso, anche ad un preciso archetipo
cinematografico (quello chabroliano) diventano una mediazione
imprescindibile: un dispositivo di innesto o, meglio, un filtro
attraverso cui l’autore può osservare da una prospettiva inedita la sua e la
nostra realtà. Non per trasfigurarla o deformarla, quanto piuttosto
per raggiungere e riportare in superficie, dalla palude
in cui sembrano impantanate e sprofondare le coscienze, quell’oscurità,
quella mostruosità, quella disumanizzazione che le sono già intrinseche.
E allora siamo tutti, a nostro modo, come Teseo:
prigionieri di un labirinto
(del
potere, come suggerisce il sottotitolo dell’edizione italiana),
intenti a cercare un Minotauro di cui siamo convinti di
dover avere paura, salvo scoprire che la minaccia più insidiosa è forse proprio
lo stesso dedalo…
…ciò che interessa Zvyagintsev non è la tensione poliziesca, quanto,
semmai, l’impotenza dell’indagine, piegata ai meccanismi del potere. Non è
un caso che l’esca lasciata per spettatore e inquirenti, una macchia di sangue
dimenticata su un tavolino, un dettaglio che in Hitchcock sarebbe diventato il
plot point fondamentale dell’intero film, qua venga volutamente proposta come
falsa pista per frustrare ulteriormente.
Siamo nel
2022, è appena iniziata la guerra con l’Ucraina. Il Minotauro del titolo,
titoli sempre brevi, immediati e metaforici quelli di Zvyagintsev, è
l’arbitrio del più forte, di quel potere statale che obbliga
l’amministratore di un’azienda a inserire in una lista quattordici lavoratori
per inviarli al fronte, indipendentemente dalla loro volontà. Quattordici come
quei sette fanciulli maschi e quelle sette fanciulle femmine di
cui vi parlavano alle scuole medie incuranti della reiterazione di genere e che
Minosse pretendeva da Atene come tributo da offrire come fiero pasto al
suo mostruoso ospite e figliastro. Zac, la metafora del labirinto in cui si
realizza l’impossibilità della libera scelta è servita…
…È un film che può spiazzare, Minotaur – Nel labirinto del potere, che per certi versi potrebbe persino apparire squilibrato –
vista l’evidente virata verso il noir puro (in cui l’influenza chabroliana, a
un certo punto, diventa preponderante) che si registra nella seconda metà del
film. Zvjagincev disarticola lentamente la facciata borghese e rispettabile del
suo protagonista (l’ottimo Dmitrij Mazurov) per farlo precipitare, in modo praticamente
casuale, in un vortice quasi dostojevskiano, in cui l’omicidio non è
premeditato, il destino irrompe a distruggere vite ed equilibri già fragili, e
la razionalità forzata, calcolatrice e cinica, è l’unica forza che può prendere
davvero il sopravvento. Allora il cinismo richiesto a Gleb, il disprezzo per la
vita umana che dovrà portarlo a decidere sulla sopravvivenza o sulla morte di
individui sconosciuti, trova la sua via per giungere a destinazione – perché in
fondo il potere, compreso quello di decretare la vita o la morte di qualcun
altro, è qualcosa che dapprima spaventa, poi destabilizza e porta sull’orlo
della follia, ma alla fine finisce per inebriare. Almeno laddove si abbia lo
stomaco di accettarne fino in fondo le conseguenze. Specie se poi si accompagna
all’impunità, alla complicità col potere posto più in alto, quello di una
politica da cui così ci si può illudere (almeno per un po’) di non essere
manovrati come burattini. Inebria talmente tanto, quel potere, che persino
l’anello più debole della catena, ovvero l’annientata Galina (una Iris Lebedeva parimenti intensa) alla fine non può che
accettare quel poco di sicurezza che comunque l’atto di sottomissione le
garantisce. Ma quelle nubi nere sono sempre addensate lì, inesorabilmente, e una
possibile uscita, per ora, non si intravede nemmeno.
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