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mercoledì 25 giugno 2025

Tempo di uccidere - Giuliano Montaldo

tratto dal libro di Ennio Flaiano (che tutti o quasi dicono molto migliore del film), Giuliano Montaldo gira una storia con protagonista Nicolas Cage (Nicola Gabbia) nella quale protagonista è la merda del colonialismo italiano in Africa.

il regista è bravo, gli attori anche (strano che un soldato italiano sia interpretato dal nipote di Francis Ford Coppola).

il film non è certo un capolavoro, ma uno sguardo lo merita di sicuro.

buona (coloniale) visione - Ismaele


ps: leggerò il libro a breve




Le sempre ottime musiche di Morricone, a conti fatti, sembrano essere l’unico elemento che Tempo di Uccidere di Montaldo sembra aggiungere all’eccezionale lavoro dello scrittore pescarese, mentre la messinscena equilibrata, pur con qualche buon momento di tensione surreale, risulta assai meno potente e conturbante della controparte.

Ma a oggi, fin troppo stridente è la scena di sesso tra il protagonista e l’indigena che, scivolando ambiguamente dallo stupro all’infatuazione consensuale, rende fastidiosa la visione e quasi depotenzia l’allegoria dell’impresa coloniale come brutale atto contro cui sembra scagliarsi una maledizione mortifera.

Rinnovare il giudizio estetico di un’opera del passato con una nuova sensibilità comporta sempre numerose problematiche e rischi, ma Tempo di uccidere non risulta né una delle migliori opere di Montaldo, né tantomeno sembra avere qualche rilevanza se posto in dialettica con il romanzo di Flaiano. Dunque, lasciarlo dov’è non sarà probabilmente un peccato.

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..,Purtroppo però tutto ciò che di buono ci proponeva il libro qui è assente e un po' come accadde nella trasposizione di "1984" ci troviamo davanti ad un film privo di mordente, privo di consistenza, privo di stile e personalità.
Il film fu girato in Zimbabwe dopo una serie di complicazioni, soprattutto di budget, che scaraventarono letteralmente il cast e la crew dall'Etiopia al Kenya sino ad addentrarsi nell'Africa più nera e povera. Sono proprio le atmosfere di questo paese la cosa migliore dell'opera, accompagnate da una colonna sonora di Ennio Morricone molto sofferta e adeguata.
Poi sinceramente rimane ben poco, a parte un Giannini sempre immenso e un Cage abbastanza in parte grazie alla sua giovanile inesperienza (adeguata per il personaggio).
La cosa che più mi ha stizzito è come si sia trattato il rapporto fra il protagonista e il saggio ma inconsapevole Johannes, una parte troppo importante nel capolavoro di Flaiano da liquidare in pochi minuti.
Montaldo si chiese se all'autore del libro fosse potuto piacere il suo film... credo proprio di no, forse gli avrebbe detto che con personaggi come Sacco e Vanzetti o Giordano Bruno si sarebbe trovato molto più a suo agio, e comunque sarebbe andata a finire con un brindisi.
In conclusione non mi sento di stroncarlo in toto, d'altronde è riuscito a farmi rivivere alcune emozioni che l'opera originale mi aveva dato, e poi spero che questo mio commento sia utile a qualcuno per immergersi in una lettura esotica ed intimistica come raramente si può assaporare.

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Per essere la trasposizione cinematografica dell'eponimo romanzo di Flaiano, con cui il grandissimo scrittore vinse il premio Strega nel 1947, può lasciare un po' a desiderare. Ma è comunque un'opera solida e discretamente definita, con un cast piuttosto eterogeneo (Giannini-Cage-Tognazzi jr.: sembra un azzardo, ma la combinazione funziona) e la mano di Montaldo che garantisce sulla tenuta del lavoro. Silvestri-Cage non è nè un antieroe, nè tantomeno un eroe, ma soltanto un uomo, tormentato dai dubbi e dai sensi di colpa. In questo la forza dell'opera di Flaiano, in questo la dignità di quella di Montaldo. Sorprende infine che il romanzo più celebre di uno scrittore che ha dato tanto al cinema (ricevendo comunque altrettanto) venga portato sullo schermo con quasi mezzo secolo di ritardo.

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venerdì 28 luglio 2023

Circuito chiuso – Giuliano Montaldo

in un cinema romano proiettano E per tetto un cielo di stelle, con Giuliano Gemma, a un certo punto uno spettatore muore.

interviene la polizia, che non fa uscire nessuno, indaga, senza capire nulla, e succede ancora.

solo uno degli spettatori, un sociologo "strano", riesce a capire tutto, citando un racconto di Bradbury e il potere delle immagini.

un gran bel film, un gioiellino solo per la tv, a quei tempi, sottovalutato.

cercatelo e godetene tutti.

buona (misteriosa e imperdibile) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

Sconosciuto ma intrigante fanta-giallo che parla di cinema e si "nutre" di cinema. Lo spunto di partenza è un bel racconto del solito Bradbury che Montaldo rilegge arricchendolo di spunti interessanti e bizzarri quali la spiegazione finale del mistero. Girato bene e pur ambientato in un unico luogo e presentando qualche ripetizione, mantiene bene la tensione e conseguentemente l'interesse dello spettatore. Godibilissimo specie per chi ama il cinema di una volta. Oggi è utile anche per capire come sia cambiata la fruizione dei film in sala nel corso del tempo.

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Suspense magistrale, che monta lentamente ma senza mai annoiare! Colpisce per il rispetto per l'unità di tempo e luogo dell'azione, un perfetto equilibrio tra la riflessione autoriale sul meta-cinema e l'aderenza alle regole narrative di genere e per i riferimenti cinefili molto vari (dalle musiche hitchockiane che fanno il verso a Bernard Hermann alla locandina di I giorni dell'ira su cui scorrono i titoli di testa). Cast corale ed ottimo. Davvero un gioiello nascosto.

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Quello di Circuito chiuso è sicuramente un caso più unico che raro all’interno della nutrita filmografia di Giuliano Montaldo, perché si affranca quasi totalmente dal coté storico-drammatico che solitamente ha abbracciato il regista, ma al tempo stesso riesce a mantenere al suo interno una certa radicalità politica (contro il potere) che ha permeato gran parte della sua produzione.

In origine il progetto (finanziato dalla Rai) era stato pensato come film per la Tv, ma portato al Festival internazionale del cinema di Berlino e avendo riscosso un buon successo di pubblico e critica, la Rai pensò di distribuirlo in sala, anche se alla fine non ci arrivò mai per dei disaccordi di carattere economico tra la produzione e gli interpreti.

Ora il film (che peraltro è stato cruciale per la formazione del cineasta romeno Cristi Puiu) è disponibile sulla piattaforma gratuita di Raiplay e rivedendolo oggi si nota che all’interno della evidente confezione da prodotto televisivo, Montaldo lavora audacemente traendone un oggetto totalmente spiazzante anche a distanza di oltre quarant’anni. L’autore di Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno mantiene saldo lo sguardo sulla temperie sociopolitica dell’epoca, trasformandolo in una vera e propria lente deformante del reale.

Circuito chiuso è girato quasi interamente all’interno di un cinema romano, dove si sta proiettando uno spaghetti western con protagonista Giuliano Gemma e presenta la struttura tipica del whodonit, dato che uno spettatore viene assassinato all’interno della sala proprio nel momento in cui il pistolero sullo schermo (interpretato da Gemma) spara verso il pubblico.

Montaldo però, già in apertura, inserisce degli elementi caricaturali e grotteschi che ci preannunciano che non stiamo assistendo a un classico giallo, ma a un pamphlet politico che ironizza sulla paura dilagante negli anni di piombo e soprattutto sull’indottrinamento violento delle immagini.

La prima sequenza ci mostra un bambino che punta la pistola giocattolo contro il cartellone fuori dal cinema, poi iniziano ad arrivare altri strani avventori in attesa che la sala apra, tra cui uno strambo sociologo interpretato da Flavio Bucci.

Prima della proiezione in sala, sullo schermo si susseguono una serie di finti spot pubblicitari dal gusto fortemente parodico. Una sorta di preludio al discorso finale esposto da Flavio Bucci, il quale svela e riassume al contempo il portato allegorico del film che abbiamo appena visto. Una riflessione teorica sulle immagini che ci stanno sempre più cannibalizzando, ispirata a un racconto fantastico di Ray Bradbury.

Pur non essendo il lavoro più riuscito di Montaldo, Circuito chiuso è sicuramente una delle sue operazioni più bizzarre, curiose e coraggiose. Il portato politico della vicenda si incarna nel più sovversivo dei generi attraversati dal cinema italiano di quegli anni, ovvero lo spaghetti western, che diventa un meccanismo di messa a morte ripetendosi come un rituale ogni volta che sullo schermo si ripresenta il pistolero che spara verso il pubblico. Montaldo traduce in immagini la teoria di André Bazin contenuta nel famoso saggio Morte ogni pomeriggio, trasformando un classico prodotto di genere in un metafilm che coniuga il lato politico con quello più dichiaratamente teorico.

Circuito chiuso se da un lato pare riproporre il gioco deduttivo della ricostruzione di un crimine all’interno di uno spazio chiuso, come avveniva nell’episodio televisivo Il tram di Dario Argento, dall’altro anticipa il capolavoro di Bigas Luna Angustia, in cui la minaccia che serpeggia all’interno di un film fuoriesce dallo schermo.

A tutti gli effetti Circuito chiuso resta un esperimento seminale, che in embrione preannuncia un preciso e radicale discorso sulla violenza delle immagini e sulla loro potenza condizionatrice che andrà ad esplicitarsi nel successivo Il giocattolo.

Giusto un anno dopo, Montaldo rilegge allegoricamente attraverso la figura di Nino Manfredi la violenza degli anni di piombo e torna la riflessione sulla forza sovversiva del cinema di genere. Non a caso il travet interpretato da Manfredi è un appassionato di spaghetti western che un giorno inizia a impugnare la pistola.

Le immagini ci hanno ucciso per farci rinascere assassini, il discorso di Montaldo non fa una grinza.

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"Perché le immagini, di cui si nutrono le nostre fantasie, non dovrebbero, a sua volta, nutrirsi di noi?”

“-A volte le immagini, come l’immaginazione, possono essere più forti della realtà!

-Il suo è solo un gioco di parole!

-Lei crede?”

 

In questo botta e risposta tra un ispettore di polizia incredulo e sfiduciato ed un bizzarro sociologo, si chiude, lasciando completamente aperto ogni dubbio, l’enigma cinefilo che sta al centro di questo curioso piccolo film, non si sa bene per quale motivo destinato alla televisione, girato con pochi mezzi ma tante idee ed estro da Giuliano Montaldo nel 1978.

Come nel successivo horror di Lamberto Bava del 1985, Demoni, Circuito chiuso si svolge tutto all’interno di una sala cinematografica romana, in un pomeriggio come tanti quando ancora le sale erano affollate. Il film in programmazione è uno spaghetti western con Giuliano Gemma (ufficialmente il film dovrebbe essere I giorni dell’ira, di Tonino Valerii, ma in realtà lo spezzone del duello-fulcro del mistero della vicenda è tratto da “..e per tetto un cielo di stelle” di Giulio Petroni.

Succede che, al momento del duello risolutivo, nell’esatto momento in cui Gemma spara per uccidere il suo avversario (William Berger), un proiettile uccide uno spettatore, colpendolo al cuore.

Il locale viene subito preso d’assedio dalle forze dell’ordine, che, nel ricostruire la scena esattamente come si è verificata, vanno incontro ad un secondo omicidio. Interviene il Questore, le indagini si fanno serrate, la stampa esige spiegazioni, ma l’assassino non si trova…. Non si trova perché forse nemmeno esiste, e il potere della suggestione ha finito per essere letale ai danni di due innocenti, rei solamente della circostanza, nel primo episodio del tutto casuale, di trovarsi seduti nella poltrona sbagliata.

La povertà dei mezzi a disposizione, la sciatteria della fotografia senza filtri che rende particolarmente vintage e ben poco fotogenico il piccolo film, non impediscono alla pellicola di manifestare, anche con una certa esuberanza, la sua impellente, galvanizzante natura cinefila, conducendo lo spettatore in un percorso un po’ diabolico, un po’ a ritroso negli anni del boom delle sale cinematografiche, in cui non farsi coinvolgere risulta davvero difficile.

 

FlavioBucci con il suo bel timbro vocale, si guadagna poco per volta il suo spazio tra i molti personaggi coinvolti, interpretando lo strambo ed occhialuto sociologo, scambiato inizialmente per matto, ma successivamente ascoltato con un po’ più di riguardo, ma non senza una forte titubanza di fondo.

E la vicenda procede in modo piuttosto coinvolgente, attraverso un’inchiesta che ricostruisce le dinamiche fisico-pratiche di un avvenimento dai contorni misteriosi, e che, col passare del tempo, si rivela sempre più appannaggio di fenomeni che ben poco hanno a che fare con la materialità della vita di tutti i giorni…

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mercoledì 19 maggio 2021

La brava gente del cinema italiano - Annamaria Rivera

 

Che il tema sia una pagina della storia coloniale italiana o che sia quello dell’immigrazione e del razzismo attuali, non poche produzioni cinematografiche nostrane sono (o piuttosto sono state) accomunate da una cifra comune, che salta agli occhi o almeno a quelli di chi abbia dimestichezza con le rappresentazioni dell’alterità. Intendo riferirmi all’esteriorità dello sguardo rivolto alle persone dette altre, l’irriflessa tendenza a oggettivarle secondo i propri cliché e categorie, in definitiva la difficoltà a immaginarle nonché rappresentarle come complesse e degne di rispetto al pari del Noi.

È doveroso aggiungere, tuttavia, che più recentemente si registra una certa inversione di tendenza, quantitativa ma per certi versi anche qualitativa. Da alcuni anni a questa parte, infatti, intorno al tema dell’immigrazione pure in Italia va delineandosi un genere, costituito tanto da film di finzione quanto da documentari. È soprattutto in questo secondo ambito che si colloca, mi sembra, il maggior numero di prove mature, interessanti, non conformiste. 

Per quel che riguarda il colonialismo, nonostante una tradizione, sia pur tardiva, di studi storici sul dominio coloniale italiano, assai debole e scarsa è stata – per qualche verso è tuttora – l’opera volta a decolonizzare la memoria pubblica, la quale continua a coltivare il cliché di un colonialismo italiano straccione, bonario e di breve durata, nonché il mito auto-assolutorio, a esso correlato, degli “italiani brava gente”

 

Quest’ultima espressione, divenuta assai comune, costituisce il titolo stesso del film del 1965 di Giuseppe De Santis, ove la ritirata dei soldati italiani, fino allora bloccati nelle steppe, è rappresentata come una sorta di via crucis e i soldati stessi come rispettosi, indulgenti, bonari nei confronti dei russi: all’opposto dei loro camerati tedeschi, raffigurati tout court come barbari e sanguinari.

Una tale rimozione o cattiva coscienza si è riflessa a lungo nella cinematografia italiana, in misura minore continua a riflettersi tutt’oggi. Uno dei pochi film ad aver affrontato il tema della memoria coloniale, non già brillantemente, ma almeno con un minimo di onestà, è Tempo di uccidere (1989) di Giuliano Montaldo, tratto dal romanzo omonimo di Ennio Flaiano del 1947. Per quanto non sia affatto un capolavoro, per lo meno cerca di prendere le distanze dalla retorica degli “italiani, brava gente”.

Allorché è stata la cinematografia altrui a narrare i crimini del colonialismo italiano, essa è stata occultata o censurata. Si pensi alla vicenda del Leone del deserto, film del 1981, voluto fermamente da Gheddafi: diretto da Mustafa Akkad, è incentrato su Omar el Muktar, il leader della resistenza libica contro il regio esercito italiano, il quale fu impiccato dopo un processo-farsa.

Come ho scritto altrove, rappresentati come oppressi anche allorché sono oppressori, quei soldati risultano tanto “umani” quanto i libici sono imbalsamati e semplificati nel loro irriducibile esotismo. Sono tanto complessi, tormentati, compassionevoli, perfino spassosi, gli italiani, quanto i tedeschi sono inflessibili, crudeli, duri, disposti a eseguire gli ordini più criminali.

Nonostante il cast eccezionale (da Anthony Quinn a Oliver Reed, da Rod Steiger a Irene Papas, da Gastone Moschin a Raf Vallone), il film fu bandito dalle sale cinematografiche italiane in quanto reputato da Giulio Andreotti come “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Addirittura, nel 1987, la Digos ne bloccò la proiezione che si svolgeva in un cinema di Trento, nell’ambito di un meeting pacifista. Il film sarà trasmesso in televisione ben ventotto anni più tardi, nel 2009, e solo grazie a Sky, non già alla televisione pubblica.

Perfino Mario Monicelli ha concesso qualcosa a convenzionali cliché orientalisti: mi riferisco a Le rose del deserto, film del 2006, l’ultimo del grande e amato maestro.

In continuità con l’iconografia orientalista è Aisha, l’unico personaggio femminile di rilievo: sottomessa e segregata nella prigione del velo e della tribù, misteriosa e seducente, proibita e desiderabile, una volta ripudiata, non può che finire dietro le sbarre di un postribolo… L’estraneità delle persone altre, se non la loro riduzione ad alterità assoluta sono rivelati, fra l’altro, da numerosi dettagli.  E non bastano i felici tocchi da Maestro, quale Monicelli era, i gustosi siparietti comici e i momenti di drammatica intensità, esaltati all’ottima interpretazione di Michele Placido, ad attenuare l’impressione che neppure questo film sappia sottrarsi del tutto alla vetusta retorica di “italiani, brava gente”.

così si rischia – forse involontariamente – di legittimare i vecchi miti del colonialismo italico dal volto umano, immune da razzismo e violenza, e dei poveri italiani trascinati in guerra da quel folle di Hitler. Si aggiunga che la retorica innocentista è aggiornata alla luce di problematiche e luoghi comuni del presente: nel film risuona incongruamente l’eco dei topoi correnti sulle “missioni umanitarie”, sull’islam misogino, sulla democrazia da imporre con la guerra.

Certo, il film di Monicelli s’ispira volutamente al Deserto della Libia di Mario Tobino e a un brano (Il soldato Sanna) de La guerra d’Albania di Giancarlo Fusco. Gli sceneggiatori, tuttavia, avrebbero potuto consultare qualcuna delle corpose e documentate opere storiografiche dedicate al colonialismo italiano in Libia. In tal modo avrebbero potuto almeno alludere, sullo sfondo della vicenda, ai crimini orrendi – le deportazioni, i lager, l’uso di gas letali, i massacri, il genocidio – di cui esso si è macchiato, invece di annacquare le responsabilità del regime mussoliniano attraverso il personaggio farsesco di un generale che ha preso sul serio la propaganda fascista. 

Lo stesso Monicelli, presentando questo suo ultimo film, aveva affermato: “Noi siamo gente generosa, che non si perde mai d’animo (…). Riuniti in esercito gli italiani sono sempre gli stessi: positivi, felici, ottimisti e se devono morire muoiono senza farla tanto lunga. Non vogliono essere né eroi, né missionari”.

In realtà, il solo fatto d’avanzare dubbiosamente un tal genere di critiche o interrogativi ti espone all’accusa di settarismo e pedanteria: nel nostro paese il diritto all’esercizio della critica, soprattutto in campo cinematografico, è, mi sembra, o almeno era, un diritto alquanto limitato. Quando poi si tratta di opere partorite da milieu “progressisti” – come si sarebbe detto un tempo – è ancora più arduo avanzarne: esiste anche, infatti, anche un conformismo di sinistra.

Quanto alla rappresentazione delle persone immigrate o rifugiate, mi sembra che, soprattutto a partire dalla fine degli anni Novanta, una parte del cinema italiano inizi a rivelare maggiore maturità politica: forse più nei documentari che nei film di finzione. In ogni caso, si affaccia una nuova generazione di cineasti impegnati, anche politicamente, a rappresentare immigrazione, asilo e temi connessi in modo realistico, privo di cliché e luoghi comuni. Si pensi, tra gli altri e le altre, ad Andrea Segre e ai suoi non pochi documentari, il primo dei quali è stato Lo sterminio dei popoli zingari, del 1998; ma anche a Mohsen Melliti, autore di un film quale Io, l’altro, del 2007, nonché di un romanzo sulla vicenda della “Pantanella” (Pantanella. Canto lungo la strada, Edizioni Lavoro, 1992).

In entrambi i casi (che non sono gli unici), essi compiono un’opera assai meritoria, tanto più per il fatto che, da qualche anno a questa parte, negli stessi ambienti antirazzisti i cliché e i luoghi comuni vanno moltiplicandosi. Dovrebbero preoccupare, inoltre, la tendenza a ignorare la lunga dimensione diacronica del neo-razzismo italiano; nonché il progressivo impoverimento o decadimento dell’analisi e della riflessione, quindi del linguaggio e del lessico. Ripeto: perfino in ambienti antirazzisti.

Come ho scritto altrove e più volte, per quanto dotto pretenda di essere, uno degli esempi più lampanti è costituito dall’attuale tendenza a usare ossessivamente il lemma odio: ricordo che la formula hate speech si ritrova abitualmente anche in documenti e rapporti ufficiali. Ed è adoperata quale presunto movente degli atti di razzismo, verbali e fattuali, ma anche, in fondo, per nominare il razzismo stesso, che invece – come non mi stanco di ripetere – è un sistema assai complesso: anzitutto, istituzionale, ma anche ideologico, politico, sociale, simbolico, mediatico…

Ma lo stesso si può dire di paura, quale presunto movente del razzismo, a sua volta spesso ricondotto a “guerra tra poveri”; per non dire dello slogan “restiamo umani” e di altri luoghi comuni simili…

A proposito di “guerra tra poveri”: spesso questa locuzione mendace (come se fra “nativi” e migranti vi fosse simmetria di potere) serve a denominare forme di razzismo, anche assai violente, che accadono in quartieri popolari. In realtà a istigarle e a guidare all’assalto il più delle volte sono gli appartenenti a formazioni di estrema destra quali CasaPound, Forza Nuova e altre affini.

Tutto ciò per non dire dell’abuso del lemma “integrazione”, la quale, come dovrebbe essere ben noto, non basta affatto a proteggere dal razzismo.

A tal proposito, un caso esemplare è quello del sedicenne Giacomo Valent. Il 9 luglio 1985, a Udine, egli fu ucciso con sessantatré coltellate da due suoi compagni di un liceo assai elitario. I due, neonazisti, avevano rispettivamente quattordici e sedici anni. Figlio di un italiano, funzionario d’ambasciata, e di una principessa somala, quindi socialmente più che “integrato”, Giacomo era deriso come “sporco negro”, ma anche per le sue idee politiche di sinistra. 

Per parlare dell’oggi, perfettamente integrato è anche Mario Balotelli, un autentico mito calcistico, approdato nella nazionale di calcio. Eppure, e non solo per causa del colore della sua pelle, è stato (ed è tuttora) oggetto di ripetute aggressioni, verbali o peggio.

Rimarco il “non solo” per ricordare che chiunque può essere razzizzato, come ben dimostra il caso dei/delle migranti albanesi, arrivati/e in Italia a partire dai primi anni ’90 del Novecento e presto divenuti/e capro espiatorio ideale e vittime di razzismo, anche estremo.  

Insomma, è come se non avesse lasciato alcuna traccia la gran mole di analisi e studi, alcuni assai pregevoli, prodotta nel corso dei decenni passati, soprattutto in Francia, ma anche in Italia, negli Stati Uniti e altrove. Infatti, perfino su giornali di sinistra può capitare d’imbattersi in articoli infarciti da lemmi quali razza e razziale (mai virgolettati). In uno di questi l’autore si diceva fermamente contrario al fatto che dalla Costituzione francese sia stata cancellata la parola “razza”: cosa per la quale in Italia si battono non pochi gruppi antirazzisti e la stessa Siac, la Società italiana di antropologia culturale, della quale faccio parte.

Infine: ricordo en passant che già verso la fine degli anni Trenta del Novecento, Franz Boas, fondatore dell’antropologia culturale, del quale i nazisti avrebbero messo al rogo i libri (“oltre tutto”, egli era d’origine ebraica), aveva criticato e decostruito lo pseudo-concetto di razza. E nel 1950 l’UNESCO, che si era costituita da poco, elaborò una Dichiarazione sulla razza secondo la quale non esiste alcun determinante biologico fondativo che possa legittimarla.

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domenica 26 aprile 2020

Tiro al piccione - Giuliano Montaldo

nel 1961 il film fu stroncato dai critici di allora.
era una storia difficile, raccontare la guerra degli sconfitti, senza comunque farne l'elogio, anzi.
Marco si arruola nell'esercito dei repubblichini, illuso fino alla fine, ed Elia, il suo migliore amico, non riesce a convincerlo che la loro è una storia sbagliata.
un'opera prima forse immatura, forse didascalica, sicuramente buon cinema da recuperare - Ismaele 

QUI la puntata di Hollywood Party - Il cinema alla radio dedicata al film


dice Giuliano Montaldo:
…Tiro al piccione fu girato tra Vercelli, Varallo Sesia e l’alta Val Sesia. Mi ricordo la bellezza dei luoghi visitati per i sopralluoghi con Carlo Di Palma. Gli anni Sessanta non erano lontani dal periodo del film e quindi le location non risultano ancora troppo ‘datate’. Fu determinante la collaborazione tra me e Moscatelli, il comandante partigiano piemontese che mi aiutò nel lavoro di documentazione. Il film creò delle forti polemiche: era basato sui condizionamenti che la società fascista imponeva ai giovani dell’epoca, sul trauma dei giovani che si accorgevano che i loro sogni di conquista sfumavano e che la Repubblica Sociale era contraria a una vera democrazia. Avevo letto il romanzo di Giose Romanelli, molto autobiografico, e mi aveva sconvolto e appassionato questa storia vista “dall’altra parte”, la storia di un giovane che in quegli anni aveva fatto la scelta sbagliata. Pensai che il film potesse dare vita a un dibattito su chi durante la guerra aveva sbagliato in buona fede, invece si trasformò in un boomerang contro di me, per il carico di polemiche staliniste che seguì l’uscita del film. Io avevo tanto investigato, avendo già fatto film sulla Resistenza, e avevo maturato l’idea che bisognava rivisitare anche “le altre parti” della guerra. Forse ho anticipato troppo… ma il film venne tacciato di ambiguità e se c’è una ferita che brucia ancora è questa, perché non era vero, e più tardi tanti me lo hanno confermato. Mi ricordo che il film fu invece una sorta di atto liberatorio per tutti i giovani che, come il protagonista, erano rimasti invischiati nel regime fascista. Solo oggi Tiro al piccione torna a essere mostrato nelle scuole e può dare il via a dibattiti costruttivi sulla demagogia usata in certe ideologie

Notevole non solo poiché è un'opera prima, ma anche per il grande coraggio di girare un film così, cosa assolutamente non facile per l'epoca. Piace per la sobrietà e la secchezza (forse si poteva tagliare qualcosa della storia d'amore) e per l'assenza di retorica. Ma soprattutto colpisce per la costruzione e la descrizione dei personaggi, che è priva di ovvietà e di manicheisimi, al punto che alla fine si finisce quasi con l'identificarsi o quantomeno per l'empatizzare con alcuni di essi. Efficace e sincera anche la descrizione di mentalità, atteggiamenti, dubbi, pensieri e orrori.

Negli anni della narrazione antifascista (Tutti a casaLa lunga notte del ’43Era notte a RomaUn giorno da leoni per citarne alcuni esempi), Montaldo si dimostra subito cineasta di grande tolleranza e dallo spirito sinceramente democratico: ciò che gli sta più a cuore è capire l’orizzonte umano di un ragazzo, arruolatosi volontario a Salò, che non ha mai conosciuto altro mondo all’infuori di quello fascista. Pur basata sul testo di Rimanelli, è un’operazione complessa, perché il regista si ritrova a dover costruire un personaggio nuovo per un cinema italiano invece molto ferrato sulla mitologica rappresentazione dei partigiani e su quella spregevole dei fascisti. Nello scandagliare il reparto, Montaldo sottolinea l’eterogeneità di una compagine nella quale convivono la violenza squadrista (Gastone Moschin) e la codardia delle élite (il comandante Carlo D’Angelo), l’ottuso militarismo (Sergio Fantoni) e il disincanto di chi ha cambiato idea (Francisco Rabal).
“Elia, ma perché le donne non ci vogliono più bene?” chiede Marco Laudato, il giovane protagonista interpretato da Jacques Charrier, ascoltando per l’ennesima volta quell’inno sempre più simile a un canto funebre. Marco, il cui padre morto in Africa si staglia quale motivo principale della scelta repubblichina, è la vittima più nascosta del Ventennio, anche perché si trova fino alla fine dalla parte sbagliata della Storia: illuso da un mondo apparentemente votato all’ordine e alla disciplina, intransigente per non tradire se stesso e i suoi ideali, costretto a capire di essere una delle tante pedine di una guerra che nessuno vuole guidare, compreso il Duce che da lontano lancia parole sempre più vuote.
E via via chiamato ad accettare una deriva nichilista, con prove estreme sospese tra la vita e la morte, che non risparmia l’amore mal riposto verso una donna misteriosa, incarnata da quella Eleonora Rossi Drago qui enigmatica signora lacustre a cui manca l’effimera speranza di salvarsi ancora da un’altra estate violenta. Rivisto oggi, Tiro al piccione – che si avvale di un cast tecnico prestigioso, da Carlo Di Palma alla fotografia a Nino Baragli al montaggio passando per il compositore Carlo Rustichelli – non emerge solo come uno dei migliori film di Montaldo, ma anche per la sua inquietante dimensione da coming of age disperato e cupo. E in pochi hanno raccontato quel pezzo di storia con tale intelligenza.

…Protagonista dapprima eroico della vicenda, poi disilluso fuggiasco per amore, un intenso Jacques Charrier, attore di gran classe – fu anche marito della Bardot - che ha quantitativamente lavorato poco, abbandonando prematuramente il mestiere, ma sempre con i più grandi nomi della cinematografia europea (Carné, Jacque, Demy, Chabrol, Cayatte, Deville, Varda).
Lo affiancano Eleonora Rossi Drago nella parte di Anna, amante al servizio degli alti ranghi militari, Gastone Moschin e Francisco Rabal, oltre ad una apparizione di un giovanissimo Enzo Cerusico, nel ruolo del pastorello sacrificato dai tragici eventi.

…In un’intervista rilasciata a «Il Secolo XIX», parlando di Tiro al piccione il regista ha detto che nei primi anni Sessanta “ancora non era il momento per trattare certi argomenti”.
Ma oggi, con la presentazione della versione restaurata a Venezia, si può dire che si sia preso la sua rivincita. “Penso che in Italia ci sia da sempre la brutta abitudine di cercare di dimenticare il passato – ha dichiarato Montaldo, – o perlomeno la parte scomoda del passato. A mio parere, invece, i conti con la storia vanno sempre fatti, senza dimenticare quello che è successo”. Poi ha voluto lanciare una provocazione: istituire una mostra dei martiri della qualità, ovvero una selezione di film stroncati da una critica troppo snnob ma acclamati da un pubblico soddisfatto. “Ci sarebbe da imparare molto”, ha ironizzato il maestro. Parole sacrosante, se si pensa a quante volte in Italia si è dovuto attendere le solite riabilitazioni postume (tardive e di comodo) per rimediare agli eclatanti errori della critica militante.

domenica 24 novembre 2019

Il giocattolo – Giuliano Montaldo

un grandissimo Nino Manfredi dà la marcia in più a questo bel film, un gioiellino con un'ottima sceneggiatura.
negli anni '70 il cinema italiano ha prodotto molti film nei quali la violenza e l'insicurezza erano protagoniste, il film di Giuliano Montaldo è uno dei meno conosciuti, immeritatamente.
cercatelo e guardatelo, non sarete delusi - Ismaele




Il Giocattolo è un piccolo grande capolavoro per vari motivi. Il primo, l’ambientazione. A distanza di anni, riesce a trasmettere il grigiore e l’oppressione degli anni ’70. Magistrale la scena iniziale con Manfredi ammanettato a una valigia piena di contanti per una commissione. Nei suoi occhi c’è la paura di chi sa di poter essere rapinato in ogni momento. O quella del supermercato. Con il poliziotto piantato all’entrata e la voce dalle casse che ricorda: “I clienti possono essere perquisiti in qualsiasi momento”. Secondo: la clinica regia di Montaldo. Perfetta nel documentare senza sbilanciarsi la lenta discesa nella disperazione del “piccolo borghese” Vittorio. Tra parentesi: colonna sonora di Ennio Morricone. Ma ciò che rende indimenticabile Il Giocattolo è senza dubbio l’interpretazione di Nino Manfredi. Grande nel far ridere, immenso nel far piangere. Sbalorditivo nell’abbandonare tutti i tratti caratteristici per mostrare le sfaccettature e la complessità del protagonista. La sequenza in cui passa la notte a fumare e preparare pallottole dalla punta cava, ricorda fin troppo bene la medesima scena di De Niro in Taxi Driver.
Doloroso quanto indimenticabile, Il Giocattolo è una pietra miliare del cinema italiano. E un’istantanea imprescindibile della nostra storia. Per quanto “di piombo” questa sia.

Mesta “tragedia di un uomo ridicolo”, Il giocattolo segue la spirale d’umiliazione e risentimento del pavido portaborse Vittorio Barletta, fidato prestanome di un volgare e disonesto industrialotto del Nord. Nel raccontarne l’ossessione feticistica per una pistola (“il giocattolo” del titolo), lo psicodramma di Montaldo confonde la denuncia col grottesco, e pure dove schematico, facilotto o melenso, sa portarsi dietro una febbre che non si dimentica, una vertigine sottile e malsana che è anche la nota più intonata della nostra commedia di quegli anni. Anni di piombo, di terrore diffuso, di appelli al disarmo. La commedia all’italiana si era appena vestita a lutto con il postremo Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, intenzionale pietra tombale del genere: sulla sua scia, e di quella del coevo L’arma di Squitieri, Il giocattolo torna a parlare di “cittadini che si ribellano” con una pistola in mano e di un abisso ormai insanabile frappostosi tra le istituzioni e l’anonimo, sfiduciato Povero Cristo di turno. Il rag. Barletta conserva del resto tutte le stimmate fantozziane del caso, come la disobbedienza quieta del Bartleby di Melville, riferimento a monte dello stesso Villaggio: così il suo timido “Eh no, io esisto” è a un passo dal “Preferirei di no” melvilliano, e per Barletta apre a una rivolta non meno frustrata e suicida della routine fin lì condotta. Al di là di quel che si può trascurare in termini di riflessione sociale, dall’antiborghesismo spicciolo al pietismo strisciante, è vero che il dramma umano di Montaldo racconta, su tutto, la storia di una solitudine spersa tra l’indifferenza dei tanti, e anziché fornire – come si è scritto – un epigono nostrano al nutrito filone dei “giustizieri della notte”, lo problematizza e lo rovescia in farsa tragica (si rifà pure l’auto-motteggio di Taxi Driver, di due anni prima, solo che qui tutto è più ridicolo e fallimentare). Prodotto da Sergio Leone e interpretato da un Nino Manfredi ai suoi picchi d’intensità e disperazione, Il giocattolo funziona, un po’ come il memorabile finale di Il Belpaese di Salce (stessi anni, stesso humour), anche nel farci presente che il vero problema non è la paura dell’inflazione (o di altri moloch), ma l’inflazione della paura. 




giovedì 11 gennaio 2018

Ad ogni costo - Giuliano Montaldo

primo di essere il Giuliano Montaldo di Sacco e Vanzetti qualche anno prima faceva film che erano davvero belli, meno impegnati, ma bellissimi da guardare.
grandi attori e una storia coi tempi perfetti, ti incatenano allo schermo.
e un colpo di scena dopo l'altro ti trovi a fare il tifo per dei ladri, seppur abilissimi.
buon godimento - Ismaele






Un film teso, divertente, coloratissimo, che prende le mosse da un meccanismo a orologeria studiato alla perfezione: un vecchio professore ha passato tutta la propria esistenza pianificando la rapina del secolo, e giunto infine alla pensione decide di assoldare un gruppo di mercenari per portare a termine il progetto. 
Rispetto al Montaldo che conosciamo (Sacco e Vanzetti), questo heist-movie è una specie di vacanza a spasso per il mondo (Londra, New York, Rio De Janeiro), ma il regista dimostra di sapersi misurare anche con il cinema di genere puro, confezionando un prodotto che non ha davvero niente da invidiare a tanti thriller americani o francesi. E lo dico anche perché il cast è di primissimo livello: Klaus Kinski, Janet Leigh, Adolfo Celi e un anziano, gustosissimo Edward G. Robinson. Il tutto condito da una bella ambientazione brasiliana e da un'ottima colonna sonora di Ennio Morricone…

“Giuliano Montaldo ha una grande esperienza e lo dimostra in Ad ogni costo, che è il solito film sulla grande rapina alla banca: una variazione sui noti motivi di Topkapi e di Sette uomini d'oro, uno di quei pretesti che oggi permettono di mescolare, all'ombra protettrice del dollaro, lire, marchi e pesetas […]. Nei limiti imposti dalla necessità di confezione, Montaldo rivela senso dell'umorismo e abilità tecnica. Gli effetti sono calibrati, anche quando appartengono al repertorio, e certi meccanismi scattano persino a sorpresa. Un cast da torre di Babele rivela le sue punte di forza nella partecipazione di specialisti americani come Edward G. Robinson e Janet Leigh; ma anche gli altri fanno buona figura, a cominciare dal nostro Cucciolla: il suo duetto con Georges Rigaud nella camera blindata, tutto fatto di sguardi e di gesti silenziosi, è godibile”
Tullio Kezich
The safe in "Grand Slam" is burglar-proof. The approach to it is crisscrossed with electric eyes. There is an alarm system that raises the roof at any sound over 14 decibels. Guards check the approaches every 30 minutes. But inside that safe are diamonds representing wealth beyond ones wildest dreams 
Ah, yes, we are on familiar ground. The problem is to get past the guards, electric eyes and burglar alarm, break open the safe and get out again. This obviously calls for a mastermind to assemble specialists from all corners of Europe and tell them, "I have a Plan."
There can be complications, of course. The members of the gang can plan to double-cross each other. There can be (and always are) unforeseen things wrong with the Plan. But all of that is window dressing. The heart of a movie like "Grand Slam" is the theft itself: 25 minutes of delicate maneuvering over, around, past and through an electronic safe.
Movies like this are hard to make because you have to be accurate in every detail. Audiences do not forgive a director who says the guards will be back in 30 minutes and then forgets about them. But when the theft is done well the movie is almost certain to be spellbinding. "Grand Slam" is, if you can ignore the potboiler plot before and after its big heist…

lunedì 29 maggio 2017

Tutto quello che vuoi - Francesco Bruni

un film che non ti aspetti, un viaggio nella conoscenza di due persone che sembrano lontanissime, Giorgio, che ha l'Alzheimer, vuole stare con Alessandro, e Alessandro piano piano vuole bene al vecchietto.
nel film c'è spazio anche per un mistero, il poeta l'ha scritto come sa fare lui, i ragazzi si buttano in una caccia al tesoro.
niente sembra fuori posto, ogni follia ha una sua logica, nascosta.
Giuliano Montaldo sembra che abbia fatto sempre l'attore, ha imparato molto dai grandi che ha diretto da regista, riesce a essere un personaggio divertente e triste nello stesso tempo. 
una commedia che fa ridere, emozionare, coinvolgere.
da non perdere - Ismaele


QUI il film completo, su Raiplay


...A una società affetta da un Alzheimer collettivo la cui forma patologica sembra escludere pervicacemente qualsiasi riferimento al passato recente e, ancor più, remoto Bruni ricorda che è grazie alla presa di coscienza della nostra storia, che passa attraverso quella di chi ci ha preceduto, che si può camminare verso il futuro. Lo fa sapendo suscitare quelle forme di sorriso e di riso che nascono da una riflessione profonda e da uno sguardo sensibile ed acuto capace di graffiare il muro di ogni possibile indifferenza.

Quello di Francesco Bruni è un film che ce l'ha fatta. Un po' sentimentale, un po' comico, un po' avventuroso: quando sembra aver detto già tanto (anche troppo, in termini di minutaggio dedicato al dialogo), Tutto quello che vuoi si trasforma in un improbabile road movie e ogni personaggio si trasforma in qualcosa di diverso. Di storie di incontri fra anziani e giovani il cinema è pieno, ma l'alchimia della coppia di protagonisti è travolgente: una nota di merito in questo va - non ce ne vorrà l'immenso Giuliano Montaldo - al più giovane dei due attori, Andrea Carpenzano, che accanto a un mostro del cinema sembra perfettamente a suo agio.
Tutto quello che vuoi si muove certamente lungo una traccia di pericoli e di conoscenza. Sembrerebbe una evoluzione narrativa stimolante, orientata positivamente verso il cambiamento e la crescita. Il ‘sapere’ del vecchio si espande nella poesia e arriva in modo impercettibile al giovane. Bello, encomiabile, auspicabile. Sembra però che la brusca marcia indietro di Alessandro (la ‘pace’ con  il padre) percorra un sentiero alquanto brusco e non del tutto credibile, abitato da improvvisi trasalimenti e pacificazioni. Si, è vero che i giovani non conoscono né storia né geografia, non rispettano età e buone maniere, ma appunto vanno affrontati secondo una certa logica dei caratteri…

…Quanto alla poesia, questa non è certo una cosa facile da raccontare sul grande schermo, per cui nel corso del film fanno capolino sentenze difficili da digerire del calibro di “le poesie si scrivono quando non si sa dove mettere l’amore”, oppure “le cose belle sono inutili, come la poesia”. Per fortuna poi, a fare da contraltare, ci pensa una bella declamazione a voce alta di un articolo del Corriere dello Sport. Interessante è poi l’utilizzo che Bruni fa dei videogame, quali insospettabili strumenti di comunicazione tra giovani e anziani, dal momento che consentono di reinscenare ora una partita del Grande Torino, ora una battaglia della Seconda Guerra Mondiale.
Non tutte le trovate sfoderate da Bruni dunque funzionano, a tratti si ha l’impressione di osservare il nudo meccanismo da manuale di sceneggiatura, uscendo dunque dalla finzione per apprezzare il lavoro che ci sta dietro, tutto volto a rivitalizzare per l’ennesima volta un copione già di suo usurato.
Ma è innegabile che Tutto quello che vuoi con il suo zigzagare nel tempo e nello spazio, un po’ colto e un po’ cialtrone, spesso riesca a cogliere nel segno e a strappare sapide risate, raggiungendo una non trascurabile autenticità soprattutto nella resa dei suoi personaggi, che aprono la strada a un sentimentalismo accorato e schietto, a cui lo spettatore non può fare a meno di aderire. Ed è difficile dargli torto.

La genuinità spigolosa di Andrea Carpenzano (in una prova che ricorda incredibilmente il Mastandrea degli esordi) e l’incredibile umanità di Montaldo (che raggiunge l’autenticità dei non professionisti) si sposano perfette e trascinano il pubblico in una storia che, pur personale (dei personaggi e del suo regista), si conferma, scena dopo scena, universale. L’allegra sofferenza e lo strazio lieve dell’avventura affettuosa di un “nonno” e un “nipote”, di un grande uomo senza memoria e del suo giovane compagno senza prospettive, sono sentimenti immediati, irresistibili. Come il Moretti di Mia Madre o il Virzì de La prima cosa bella, Bruni usa il proprio dolore per realizzare del Cinema che diventa subito Condivisione.  Il crescendo emotivo di Tutto quello che vuoi, arricchito da intuizioni visive fortissime (i ricordi confusi di Giorgio che si materializzano, lo studio con le poesie incise nei muri, come nelle celle del carcere di Via Tasso), non può che concludersi in un piccolo finale ideale, dove ancora una volta parole come Memoria e Poesia (bellissimi i versi scritti per il film da Simone Lenzi dei Virginiana Miller) si confermano temi decisivi, senza mai il bisogno di sottolinearli ossessivamente.

Pur nella semplicità del suo racconto (che comunque è decisamente difficile ottenere in forme così limpide), il film di Francesco Bruni è la dimostrazione che si possono continuare a realizzare delle commedie (all’italiana o meno) ma che al fondo ci deve essere sempre un tentativo di dialogo con il mondo. La sola cosa che può renderle necessarie. 
Tutto quello che vuoi ha il merito di essere una commedia che funziona riattivando un dialogo non derivativo con una stagione mai dimenticata del nostro cinema. 

La sceneggiatura non si fa mancare alcune sonore cadute di stile (come l'innesto di sequenze oniriche fuori contesto con il registro a cui sopra abbiamo fatto riferimento), la regia si mantiene sempre piuttosto scolastica e accademica e si segnala, più che altro, qualche buona soluzione di montaggio; nelle interpretazioni abbiamo invece forse le maggiori soddisfazioni: se Montaldo - regista, prima che attore (suo era il "Sacco e Vanzetti" del 1971, con Gian Maria Volonté e l'indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone) - convince relativamente nella parte dell'anziano malato, Carpenzano (che, siamo pronti a scommetterci, rivedremo ancora) si rivela un'autentica sorpresa nella gestione dello spontaneo e superficiale Alessandro.
"Tutto quello che vuoi" scorre allora velocemente, contraddittorio come la realtà che intende raccontare, tra la brillantezza delle battute e la prevedibilità dell'intreccio, tra la potenza di alcune soluzioni narrative (la stanza come pagina di poesia) e la convenzionalità di altre (la malattia, la letteratura e la seconda guerra mondiale come rimandi al tema della memoria), fino a uno dei finali più genuinamente belli ci sia capitato di vedere al cinema in questi ultimi tempi. Lo stacco che cala il sipario sul filmato e introduce lo schermo nero, prima dei relativi titoli di coda, arriva con una dolcezza disarmante e con un tempismo veramente sorprendente, tanto da far rivalutare quasi per intero i più di cento minuti precedenti. Testimonianza delle indubbie capacità di Bruni e, tuttavia, della difficoltà che ancora manifesta nel realizzare un'opera veramente convincente in tutta la sua durata.

Lo sguardo di Bruni è quello di un regista attento ai giovani e ai loro bisogni e il risultato è un film dalla scrittura puntuale e scorrevole. L’evoluzione di Alessandro è tangibile e costellata da ostacoli (le problematiche con il padre, un nuovo “possibile” amore, lo scontro con un amico di vecchia data), ma gli permette di conoscere un nuovo lato di sé: la preoccupazione per il prossimo.
Tutto quello che vuoi è un prodotto che mette di buonumore, che fa riemergere il ricordo che “graffia” letteralmente i muri di una stanza dopo un avvenimento straziante, che scava nella giovinezza di un amore e nella fugace amicizia durante un periodo doloroso. Inoltre il film di Bruni fa riscoprire il garbo giovanile, che sa affidarsi alla saggezza e al fascino di una mente inceppata (che finisce per ritrovarsi) per poi prendersene cura.
Tutto quello che vuoi coinvolge con la sua leggerezza e con la sua capacità di farsi ascoltare e farsi tramite di un messaggio importante: la memoria è un tesoro che va custodito per non perdersi definitivamente ed essere incapaci di camminare verso il futuro.
da qui

…Francesco, com’è stato scrivere e dirigere un film che prende le mosse da una vicenda che ti tocca da vicino, la malattia di tuo padre, affetto da Alzheimer?
Per certi versi è stato liberatorio. Man mano che procedevo nella scrittura e nella realizzazione del film la vera vicenda si faceva molto drammatica, quindi per me era in qualche modo un alleggerimento della pena che stavamo provando in quei giorni, e che si è conclusa da poco tempo. È stato una maniera, per me, per ricordare mio padre in quei momenti in cui ancora si poteva ridere insieme a lui. È stato delicato, ma liberatorio.

Tutto quello che vuoi è un film che parla della memoria. Vediamo oggetti, e scritti, che custodiscono i ricordi di Giorgio, che rimarrebbero però del tutto inerti se non ci fosse un ragazzo, Alessandro, che a un certo punto decide di decifrarli. È un film che parla della trasmissione del ricordo e del dialogo fra generazioni diverse, un tema che ricorre nella tua filmografia.
Devo dire che è curioso, in effetti c’è come una coazione a ripetere da parte mia. L’unica spiegazione che ti so dare è che il teatro familiare, o comunque le relazioni parentali, sono una fonte inesauribile dal punto di vista drammaturgico, ti danno infinite possibilità.
Sono cose che conosco molto bene, come tutti noi del resto, è un terreno comune, attraverso cui penso di poter coinvolgere il pubblico: chiunque abbia una famiglia o delle relazioni complesse, al di là dell’immagine che se ne vuole dare all’esterno. Forse è questo il motivo per cui mi piace raccontare questo tipo di storie. Per quanto riguarda la memoria, invece, è interessante quello che dici: in questo film l’apprendimento, anche della storia e della letteratura, passa attraverso la motivazione, che è quella che manca a scuola fondamentalmente: una spinta molto forte, altruistica nel caso del protagonista, opportunistica nel caso degli altri ragazzi, che sono capaci di andare a spulciare i libri quando è il caso!...