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lunedì 28 febbraio 2022

Belfast – Kenneth Branagh

secondo film ambientato a Belfast in un paio di mesi (il primo è questo).

il film è visto con gli occhi di un bambino, Buddy (attore come pochi), il suo essere innamorato, la scuola, l'amore per il cinema, la perdita dell'innocenza, conosce la violenza e la morte, in una famiglia splendida, amato come un bambino dovrebbe essere amato.

siamo nel 1969, sembra tanto tempo fa, eppure sono solo pochi decenni.

dovremmo essere grati a Kenneth Branagh per averci fatto conoscere Buddy, a cui piacciono i detersivi biologici.

buona (protestante, cattolica, molto meglio agnotica o atea) visione - Ismaele


 

Buddy in Belfast è il filtro della visione. Non potrebbe essere altrimenti, perché è lo sguardo retrospettivo di Branagh sulla sua memoria di oltre cinquant’anni anni fa. Non è una visione soggettiva, ma è la soggettività di una sensazione fissata nell’idealità di un ricordo. Basterebbe citare una sola, breve e divertentissima scena al ralenti nella classe del piccolo Buddy, quando il suo volto, raggiante, pregusta il momento in cui la maestra lo farà sedere accanto alla prima della classe, di cui è innamorato, come merito per i risultati raggiunti nelle recenti verifiche, espressione che si riempirà immediatamente dopo di delusione quando invece scoprirà che l’allieva è stata superata da un altro compagno di classe e che quindi è finita dietro di lui, ancora più difficile da contemplare. Buddy non vede e noi non vediamo mai attraverso lui, perché la sua espressione beata si rivolge a un fuoricampo che per esigenze di gag deve rimanere insaturo fino a rivelarsi solo alla fine in qualità di sorpresa, ma il suo personaggio si fa superficie riflettente di un mood, così come, allo stesso modo, l’intera città e la sua cruda realtà sono restituite da una sola strada, microcosmo sineddochico di relazioni, rapporti, conflitti politici troppo grandi da consentire a un bambino di nove anni di averne una visione globale che vada davvero oltre la sua porta di casa…

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Belfast, infatti, non è assolutamente un manifesto storico ma il racconto intimo di come elementi detonanti e d’impatto universale quali il razzismo e la violenza, possano incidere sugli umori e le sensazioni dei singoli. Per rendere la narrazione realistica e onesta, dunque, Branagh si riappropria del suo sguardo di bambino attraverso il quale interpreta e misura i mutamenti della comunità in cui vive. Ed è cosi che la strada si trasforma in un cosmo dove gli eventi lasciano la cronaca per diventare parte di una nuova e incomprensibile quotidianità. Ogni cosa è filmata e interpretata a misura di bambino e uomo comune perché, nonostante tutto, è qui che le rivoluzioni, come le lotte sociali e politiche, lasciano i segni più indelebili…

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Belfast risente della forte esperienza teatrale di Branagh. Notiamo innanzitutto gli spazi: piccoli e pochi in quantità sono però perfetti per ricordare quel senso di unità familiare di cui trasuda il racconto. L’abitazione dei nonni paterni è un piccolo teatro: talmente piccola da poter sentire, od origliare, le conversazioni; non ci sono finestre e le scene si svolgono esattamente entro il campo visivo della macchina da presa.

In conclusione, Belfast non vuole solamente dare voce a fatti storici che rischiano di cadere nell’oblio, ma vuole rendere omaggio a una città che ha visto i suoi abitanti partire in cerca di una vita migliore, dare la loro vita, restare e resistere. Tutte scelte che necessitano di una grande forza d’animo e un profondo legame d’amore che unirà per sempre i suoi abitanti ad una città così unica.

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…Mentre i militari presidiano Mountcollyer Street, il piccolo Buddy oltrepassa le sbarre per il parco, e appena può fugge nella magia del grande schermo del cinema, il suo unico vero rifugio. I disordini civili rimangono sullo sfondo, Branagh si concentra con inquadrature ad altezza bambino, di mostrarci i giochi dei bambini per strada, la cotta di Buddy per la sua compagna di classe, i goffi tentativi di rubare i dolci nel negozietto di quartiere.

Attraverso un tono a tratti onirico e romantico incorniciato dalle musiche realizzate da Van MorrisonBranagh ci presenta le difficoltà economiche di una famiglia operaia, e la necessità di scappare dalla tensione provocata dagli scontri e di non voler distruggere l’infanzia ai propri figli.

Il bianco e nero é un escamotage stilistico per arruolare lo spettatore e immergerlo tra le pagine dell’infanzia irlandese condita da prove attoriali eccezionali anche degli attori non protagonisti, come i nonni (giustamente riconosciute con le candidature dall’Academy).

Belfast é una dichiarazione d’amore allo spirito irlandese con dialoghi irriverenti e disincantati, un viaggio nella memoria del regista che omaggia le sue origini e quello che la sua famiglia ha passato senza mai sembrare eccessivamente melenso.

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Belfast, la película más personal de Branagh es imperfecta, pero la emoción que genera, es el tipo de ancla que el cine nos proporciona en tiempos de inquietud. Los sentimientos se intensifican en el tramo final, cuando Buddy debe despedirse de su novia de la infancia y de la abuela, a la que tal vez nunca vuelva a ver, marcando su memoria y desgarrando su corazón, perdurando tanto en su memoria como en la de los ojos que reflejan las imágenes.

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La película funciona muy bien por su sencillez, buscando la naturalidad en esa historia de tono tan clásico y muy convencional, en ese día a día de un niño que comparte muchas cosas con el Branagh de esa época cuando tenía 9 años, con sus inquietudes y ganas de pasarlo bien dando patadas al balón, pero también en su primer amor. 

Un acierto la elección de Jude Hill, que es el alma de la película, pero también de casi todo el reparto, y para ello ha acudido a intérpretes que en gran parte viven o han crecido en esa zona, con una Caitríona Balfe, conocida por su trabajo en la serie "Outlander", que está magnífica como la madre del protagonista y que tiene unas cuantas escenas potentes a nivel dramático.

Pero si hay dos personajes entrañables, aparte del de Buddy, son los abuelos del protagonista, que nos regalan las escenas más alegres, y que nos hacen reflexionar con algunas frases históricas en esas conversaciones tan sinceras, en especial las de nietos-abuelos. Los dos intérpretes, Ciarán Hinds y Judy Dench, lo hacen bastante bien, y merecerían la nominación al Óscar, aunque todo parece indicar que la veterana actriz británica se va a quedar fuera del quinteto de nominadas de este año…

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sabato 29 agosto 2020

Tenet - Christopher Nolan


già i primi dieci minuti, come era capitato con Il cavaliere oscuro, valgono da soli il prezzo del biglietto. chi guarderà il film sullo schermo di casa non lo saprà mai, poverino.

e già dalle prime scene si capisce che i produttori non hanno fatto i tirchi sui centesimi di dollaro.

nel film si va avanti e indietro, ogni pochi minuti, non è proprio un film lineare (ma anche Pulp Fiction, montato in modo cronologico, non sarebbe le stessa cosa).

probabilmente andrebbe visto due volte, una per guardare le immagini, l'altra per seguire l'ordine temporale, ma se si guarda una volta sola bisogna farsi prendere dalla storia e entrare nel ritmo, per quanto si può, e stupirsi mille volte, perché il film è complicato, ma non troppo (ma questo non lo sai durante).

gli attori sono all'altezza del compito (e anche gli stuntmen non sono stati da meno).

per essere il primo film della rentrée non poteva andare meglio.

la sala vi aspetta - Ismaele


 

 

 

…In fondo lo sappiamo che in Nolan il dispositivo dell’azione (la dinamica di messa in scena che la rende unica) è tutto ciò che conta, ma stavolta senza il fratello Jonathan alla scrittura lo è anche di più, è l’unica ragion d’essere di un film che non sa che farsene dei rapporti personali e che li racconta con poca voglia e molta rapidità. Questo però non va confuso con l’incapacità, anzi è l’espressione della sua idea di mondo. Nelle sue storie e specie in questa, i sentimenti sono la debolezza degli esseri umani, sono ciò che frega i cattivi, mette nei guai i buoni (Elizabeth Debicki, usata a un terzo del suo potenziale) e rende la strada degli eroi più tortuosa di quel che dovrebbe essere. Non sono anche ciò che li aiuta come altrove ma solo una zavorra che si portano appresso. Tenet invece non vuole proprio portarseli appresso, ci rinuncia, risolve tutto senza spiegare molto e si getta di testa nella sua cattedrale pazzesca di avanti e indietro nel tempo, ripetizioni, scene palindrome e “attacchi a tenaglia temporale”. E per quanto dentro si trovino tante idee già viste nei suoi film, tutto gli si può dire tranne di essersi ripetuto.

Se si accetta tutto ciò (e non è difficile) Tenet è una gioia, una spettacolare messa in scena di qualcosa di davvero originale. Conosciamo il meccanismo del rewind ma Nolan lo porta a livelli tali da sembrare nuovo. Conosciamo i viaggi nel tempo ma Nolan inventa una dinamica che fa sembrare tutto nuovo. È un piacere grande e anche se stavolta dura solo il tempo della visione, senza rimanere impresso come accadeva ai suoi film migliori, lo stesso c’è da levarsi il cappello di fronte alla maestria artigianale di questo regista.

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Tenet ha un suo indubbio e contagioso fascino e una sua innovatività creativa e narrativa genuina che ultimamente è sempre più rara. E' impossibile annoiarsi, anche volendo, è difficile non voler risolvere il rompicapo della trama, anche a costo di avere il mal di capo. Inoltre ci sono numerosissime sequenze d'azione movimentate, frenetiche, chiassose, riuscite e decisamente adrenaliniche, c'è una tensione sempre elevatissima e il gusto di assistere a una vicenda paradossale, incredibile e ispirata, i cui diversi piani temporali sono così intrecciati da renderla imprevedibile e completamente coinvolgente…

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…per avere un’idea di ciò che vi aspetta al cinema dovete immaginare Tenet come un Inception elevato alla decima. A confronto, il film con Leonardo DiCaprio vi potrebbe apparire lineare quanto una puntata di FriendsNolan fa di tutto per dimostrare la sua abilità nella costruzione di prodotti enormi dal fortissimo impatto spettacolare e cinematografico, eppure così inaccessibili al proprio significato o, più semplicemente, al proprio racconto inteso come svolgimento degli eventi. Occorrerebbe prendere appunti durante la proiezione, annotarsi luoghi visitati e personaggi incontrati. Perfino quando questi incontri avvengono, poiché in questo film lo scorrere del tempo è intrecciato, invertito, ciò che stiamo osservando adesso non è necessariamente ciò che sta accadendo mentre lo guardiamo. Potrebbe trattarsi di un evento del passato o del futuro, chi lo sa?

Se questo modo di decostruire la struttura filmica è marchio di fabbrica della ditta Nolan, in questo film – e forse, a parere di chi scrive, da quando il sodalizio di scrittura con il fratello minore Jonathan si è interrotto – si dimostra fastidiosamente contorto. O, più prosaicamente, meno soddisfacente per lo spettatore rispetto ad altri lavori come The Prestige o Memento. In Tenet tutto è portato all’eccesso, all’estremo e sfortunatamente questo nolanissimo sembra ipertrofizzare maggiormente i vizi, piuttosto che i pregi. Aggiungete, inoltre, che le aspettative per questa pellicola sono grandi quanto le ambizioni del proprio regista e avrete il cocktail perfetto per una delusione cocente…

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Tenet mostra e rimostra, spiega e rispiega, ti snocciola sotto il naso le sue prove del nove narrative, e a un certo punto la cosa diventa un attimo asfissiante. Non scassa il piacere di quello che stai vedendo, ma un minimo fa l'effetto dei suggerimenti a video non skippabili nella fase tutorial di un gioco. Solo che qui la fase tutorial torna a farti visita fino alla fine. Non c'è un messaggio profondo, anzi non c'è forse un messaggio e basta, perché non ce n'era bisogno. Le motivazioni di tutte le parti in causa sono semplici-semplici, certo, ma alla fine è pur sempre, dicevamo, una storia di spionaggio "con quel qualcosa in più". Una giostra scatenata, anche se mai fuori controllo. E non si può dire che Nolan non provi a spiegartelo in tutti i modi, praticamente da subito.

Atteso come il Grande Salvatore di Fine Anno per l'industria del cinema tutta, il Ken il Guerriero che affronta il più grande nemico postatomico in cui il cinema si sia imbattuto negli ultimi settant'anni, Tenet è la pellicola di cui tutti - come interessatissimi gufi da sala giochi anni 80 - stanno aspettando i risultati per capire come va e andrà nel breve periodo. Darà l'attesa scossa galvanizzante a un mercato narcotizzato da mesi e mesi di chiusura forzata? La voglia di vedere come se l'è cavata Cristopher questa volta supererà i timori e la deboscia di mesi di film visti solo a casa? Ma soprattutto, Tenet contribuirà a cementare il credito pressoché infinito di cui Nolan gode - a ragione - presso il pubblico? Avrà lo stesso impatto sull'immaginario collettivo, dopo mesi di spot martellanti e criptici, di un Inception, dieci anni dopo? La risposta, ovviamente, la lasciamo alla posterità.

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…I protagonisti dei film sembrano ricalcare perfettamente i classici archetipi descritti da Chris Vogler ne Il viaggio dell’eroe. Il protagonista senza nome compie l’arco di un irreprensibile eroe positivo, mentre l’antagonista mira a distruggere il mondo.

Tra eroe e antagonista, c’è anche una “fanciulla da salvare”, interpretata da Elisabeth Debicki. Il suo personaggio rappresenta la più classica “madre coraggio”, disposta a tutto per salvare il suo bambino.

Ma può un film dall’impianto audiovisivo tanto ambizioso coesistere con uno schema narrativo così tradizionale? Per molti, si tratterà certo di un contrasto stridente, mentre la divisione tra eroe, alleati e nemici risulterà perfino convenzionale.

Le recensioni estere più dure (vedi quella di Indiewire) si scontrano proprio sullo scarso appeal dei personaggi, ridotti a mera funzione narrativa, costretti continuamente a spiegare le proprie azioni e motivazioni, quasi svolgessero il ruolo di un portavoce, che si rivolge essenzialmente al pubblico.

I personaggi, o forse le interpretazioni più brillanti, a fronte di un John David Washington piuttosto statico, sono certo quelle di Kenneth Branagh, cattivo dal volto umano, e dell’alleato Robert Pattinson, che conferma versatilità e fascino (infuocando ancora di più le nostre aspettative per The Batmanqui il trailer).

Tenet sembra comunque tenere insieme molte, diverse anime: passaggi oscuri e verità rivelate, complessità e progressione naturale di una Spy-Story, da Action a War Movie.

Che siate fan o detrattori di Nolan, il punto è che, anche stavolta, siamo di fronte a un film che non lascia indifferenti. Un’opera che per colpire non sceglie la parola, ma le immagini in movimento, domandando agli spettatori di abbandonare completamente il senso, per vivere un’esperienza totalizzante.

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…"Faccio film da molto tempo ormai, e sono ben consapevole del mezzo in cui lavoro", sono state le parole di Nolan.

"È ciò che mi ispira e influenza le mie scelte creative in ogni modo possibile - mentre scrivo la sceneggiatura, mentre penso a cosa sarà, durante le audizioni...

È tutta un’esperienza straordinaria di vita che intendiamo offrire al pubblico.

Ogni decisione viene presa con l'idea di un pubblico che si chiude in un cinema per guardare il nostro lavoro su un grande schermo.

Ciò influisce su ogni scelta e tutto ciò che facciamo".

Scrivere di questo film, evitando qualsiasi tipo di spoiler, è un vero e proprio esercizio di stile.

Districarsi tra paradossi e ossimori è piuttosto complicato, come aveva spiegato tempo fa lo stesso Kenneth Branagh in un'intervista.

Le continue inversioni temporali danno un'inedita dinamicità alla pellicola, ma rischiano anche di ingarbugliare fin troppo la trama, lasciando lo spettatore spaesato.

Di contro Nolan confeziona sequenze realisticamente surreali, come quella del combattimento all'interno di un aeroporto o quella del conflitto finale.

Il regista è palesemente a suo agio, il Tempo è il suo terreno e ne è cosciente.

Credo che se potesse si piazzerebbe fuori da ogni sala cinematografica con il sorriso sulle labbra per fermare gli spettatori che barcollano dopo aver visto il suo film.

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Grazie anche al sublime montaggio di Jennifer Lame, che non è sacrilego definire come uno dei più complessi della storia recente del cinema, si percepisce la bramosia di sovvertire le regole della settima arte, di capovolgere i movimenti e le frasi (quasi come nella Loggia Nera di Twin Peaks), di scardinare generi e di attraversare una storia in ogni direzione possibile, restituendo allo spettatore la magia per troppo tempo proibita della sala, che, qualora ce ne fosse bisogno, si conferma come il luogo più adatto in cui godere di un’opera cinematografica. Tenet come possibile rivoluzione dunque, ma anche come uno degli ultimi baluardi della tradizione della sala, ambivalenza comprovata dalla combinazione fra pellicola 70 millimetri e IMAX scelta da Nolan per il suo lavoro dal più alto budget (oltre 200 milioni di dollari)…

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martedì 25 dicembre 2018

Sleuth (Gli insospettabili) – Kenneth Branagh

solo due (bravissimi) attori, Michael Caine e Jude Law e un testo di Harold Pinter, regia di Kenneth Branagh.
e una terza persona, che non vediamo, la donna di entrambi, che sta arrivando.
lei è l'oggetto del contendere dei due, e alla fine ne farebbero a meno entrambi.
dialoghi straordinari e tante sorprese.
due ore ben spese, promesso -Ismaele






Perché un simile gioco di specchi, temi e allusioni “reggesse” senza risultare prolisso era necessaria una squadra di prim’ordine. Cosa questa che l’opera di Branagh ha decisamente avuto. Basato su una magnifica piéce di Anthony Shaffer divenuta un film diretto da Mankiewicz nel ’72 con Laurence Olivier e Michael Caine (nel ruolo che oggi è di Jude Law), lo script di Sleuth ha subito la riscrittura del Premio Nobel Harold Pinter. Con uno sceneggiatore simile è evidente che parlare di remake diventa riduttivo. Si pensi inoltre all’ottima regia di Kenneth Branagh che ha giocato di semplicità e minimalismo, nonché alle eccelenti interpretazioni dei due attori protagonisti. Se del talento di Michael Caine si è ormai detto tutto ed è conclamato, non si può fare a meno di restare colpiti invece dalla bravura di Jude Law. Con la sua interpretazione di Milo Tindle fatta di fascino sessualmente ambiguo ibridato di fragilità e arrogante opportunismo (del tutto diversa da quella di Caine nel film del ’72), il giovane attore inglese è decisamente arrivato alla sua consacrazione attoriale.

La grossa novità del suo "Sleuth - Gli insospettabili" sta nel testo teatrale riadattato per l'occasione dal Premio Nobel per la Letteratura Harold Pinter. Nell'adattamento troviamo tutto il teatro del drammaturgo inglese, visto che la storia di partenza viene sintetizzata e asciugata in un dialogo a due tutto giocato nell'abitazione di Wyke, un dialogo che è un baratro di parole ed un vortice di retorica distruttiva, di frasi assassine e di intensa e cerebrale manipolazione psicologica, un gioco a due sottile e raffinato.
Se il testo di Pinter è quanto di più teatrale ci abbia regalato il cinema degli ultimi anni, dal canto suo Kenneth Branagh regala respiro cinematografico alla storia, cercando in ogni modo di trovare una regia stimolante che sappia al contempo raccontare e stupire per le sue trovate. Non sempre il gioco di Branagh funziona, ma il suo è un lavoro fatto con grande impegno, e questo si nota: basti guardare le inquadrature dell'incipit oppure tutto il gioco metacinematografico con le telecamere di sicurezza.

Michael Caine regge con grande professionalità i ritmi forsennati della pellicola, ma Jude Law (forse penalizzato da un look decisamente ridicolo) non riesce a tenere il passo con il vecchio leone e, spesso e volentieri, pur regalandoci un'interpretazione intensa e diversa dal solito, non riesce a tenergli testa.

E' un film a due, un palcoscenico per le istrioniche prove di Caine e Law. Sir Michael è come sempre sublime, e gareggia abilmente nel confronto a distanza con Laurence Olivier, decretando un sostanziale pareggio, per quanto lo stile dei due personaggi sia radicalmente cambiato: più sormione e apparentemente divertito l'originale, più silente e macchiavellico quello di Caine. Le smorfie di Andrew, o anche solo i penetranti sguardi nei momenti di silenzio, sono un vero piacere per lo spettatore. La più grande scommessa di tutto il progetto era forse la presenza di Jude Law, attore fino ad oggi interprete di prove incostanti. Pienamente vinta, visto che, pur dimostrandosi a tratti fin troppo eccessivo e sopra le righe, il buon Jude propone una prova potente, donando al suo personaggio i giusti aliti di schizzata follia, dimostrando come fino ad oggi le sue qualità d'attore non siano state pienamente sfruttate. Il tutto si trasforma in una lotta titanica e primordiale tra due uomini per il possesso e l'amore di una donna, ma non basata sulla mera violenza fisica o la classica scazzottata di paese, bensì sul puro intelletto, in un gioco perverso e matematico di cervelli che deve a tutti i costi avere un vincitore. Come dice Milo a un certo punto "Tu hai vinto il primo set 6 a 0, ora tocca a me". Una sfida mortale senza esclusione di colpi, corporei o emotivi. E' un film che manipola lo spettatore, gli fa credere A, quanto la realtà poi si traduce in Z. E le sorprese non mancheranno, poichè si susseguono incalzanti una dietro l'altra senza nemmeno un minimo calare di tensione. Ottanta minuti (a dispetto dei 130 dell'originale, ed è un peccato molte scene cult dell'originale siano state tagliate) da vivere mozzafiato, senza esclusione di colpi. A chi lamenta una certa mancanza d'azione, se non in pochi disparati istanti, va fatto notare che la vera tensione è tutta nei dialoghi e nei volti dei due protagonisti, capaci di inquietare e spaventare più di qualsiasi violenza. Un gioco al massacro perpetrato tutto all'interno (e per breve tempo anche all'esterno) della tecnologica villa di Andrew, che diventa la terza protagonista del film, con i suoi ambienti cupi tendenti al blu, e scarni nel mobilio come si fosse in un deserto di corpi e anime. Per questo grande merito alla fotografia, capace di incutere quel giusto senso di oppressione che una storia del genere meritava. Lo stesso si può dire per la colonna sonora, ottenebrante e mefistofelica, capace di donare una forte inquietudine tra gli accesi scontri verbali dei due uomini. La regia di Branagh, e non è una novità, è sobria ed elegante, con grande attenzione ai dettagli e alle inquadrature, che si ripetono a tratti per far scorgere indizi sulla trama, e di grande impatto scenico, dal sapore tipicamente teatrale ma che ben si adatta al grande schermo. Rispetto alla pellicola di Mankiewicz vi sono molti più silenzi, a discapito di dialoghi sparatissimi al fulmicotone, e il finale con riferimenti a una presunta omosessualità dei due contendenti forse stona un po', ma, pur trovando svariate differenze, il senso dell'originale è rimasto intatto. Non era facile aggiornare e reinterpretare un classico del cinema, e pur non raggiungendone i livelli, questo remake del nuovo millennio ne esce in maniera più che degna, e forse permetterà a nuovi spettatore di riscoprire anche la pellicola del '72. Perchè i remake, se fatti bene, servono anche a questo.

non è il finale che conta, è lo script di Pinter che importa perché è di rara bellezza, di sofisticato acume e velenosa ironia. Il sarcasmo che i due gentiluomini si scaricano addosso con la fredda gentilezza delle persone perbene è di magistrale efficacia drammatica, dialoghi secchi come mazzate, umorismo di grande raffinatezza e sottigliezza. Tenuti a distanza dall’overacting, Caine e Law si rendono quasi consci della macchina da presa di Branagh, traslata dalla realtà alla finzione dalle decine di telecamere che costantemente riprendono la scena, registrandola, diventando così occhio partecipe e fredde testimoni degli eventi che si svolgono nel teatro del massacro della lotta di classe, nel costante vilipendio delle reciproche virilità, esondando nell’omosessualità (ab)usata anch’essa come arma nei confronti del rivale, sfora nell’umiliazione sado-masochistica che prende la mano e muta il tutto in una commedia nera del grottesco, storia frammentata nei suoi stilemi e reimpastata follemente come sono reinventate continuamente le identità dei due prim’attori. 
Una sorpresa, forse il film dell’anno, tecnicamente e formalmente ineccepibile, asciutto e dotato di uno stile di grande impatto, si esce divertiti e sorpresi e di questi tempi non è affatto poco.

La storia: il ricco e maturo scrittore di gialli Andrew Wyke (Michael Caine) chiama nella sua villa settecentesca, ma con interni che sembrano uno showroom di design e arte contemporanea, il giovane attore Milo (Jude Law), l’amante di sua moglie, colui che gliel’ha portata via per sempre. Milo gli chiede di divorziare, Andrew contrattacca con una proposta: ruba i gioielli di mia moglie, io potrò intascare i soldi dell’assicurazione e tu, rivendendoli, potrai ricavare quanto serve a te e a lei per vivere da ricchi. Non è che la prima mossa di una complicata partita a due di inganni e controinganni, con continui rovesciamenti e colpi di scena, con identità che si mascherano e si rivelano a sorpresa. Chiaro che è un gioco al massacro, ma chi lo conduce? E chi è il carnefice e chi la vittima? Il testo, già tesissimo in origine, viene reso ancora più inquietante da Pinter. Michael Caine, che nel film di Mankiewicz era il giovane amante, qui si cala nell’altro ruolo, in un ulteriore ribaltamento e slittamento. Film presentato a Venezia e snobbato dai critici e accolto malamente anche dal pubblico. Peccato. Merita di più, molto di più.

giovedì 31 marzo 2016

Kenneth Branagh è Wallander





avendo letto praticamente tutti i libri di Henning Mankell in italiano ho sempre avuto paura di vedere i film nei quali il commissario Kurt Wallander è Kenneth Branagh.
l'altro giorno ci ho provato, ho guardato L'uomo che sorrideva, era un timore infondato.
buone visioni, se vi capita (senza trascurare i libri) - Ismaele



lunedì 27 maggio 2013

Nel bel mezzo di un gelido inverno - Kenneth Branagh

se ti piace il teatro questo film è per te, se ti piace il cinema, pure.
Kenneth Branagh fa divertire e pensare, merito di Shakespeare, dopo molti secoli.
un film che non delude; alcune battute, da sole, rendono il film buono, tutta la storia ne fa un film da non perdere - Ismaele




"A Midwinter's Tale" is the kind of movie that probably will appeal best to those with a background in the theater and Shakespeare. It asks, but never really answers, the question of why intelligent adults would devote their lives to such an ill-paying, frustrating, disappointing profession. Of course a great many other intelligent adults devote their lives to professions that are equally frustrating and disappointing, and, while they may pay better, are boring, and never have opening nights.

Branagh (che non recita ma mette in scena praticamente un suo alter ego,attore depresso e disoccupato innamorato del teatro ma lacerato dal dubbio di abbandonare tutto per migrare a Hollywood con un contratto milionario per una saga di fantascienza) riflette sulla modernità del testo shakespeariano e del teatro in genere e sull'importanza di mettere sempre qualcosa di proprio in una rappresentazione il cui testo è conosciuto oramai anche dalle pietre. Il testo è immortale, la sua rappresentazione no,dipende sempre dalla capacità di chi si cimenta in essa. E poi quel tormentone, la canzoncina con il ritornello che recita "Why must the show go on?" quasi un appello a non far morire il teatro schiacciato come è oggi da altre arti visive e di intrattenimento che coinvolgono molto più pubblico. Il pubblico è fondamentale e non a caso la "scenografa" di questo Amleto dei poveri, Fadge, prevedendo il vuoto in platea si occupa solo di costruire sagome di cartone da porre sui posti vuoti in modo da creare l'effetto "sold out"…
da qui