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sabato 6 giugno 2020

Kevin J. Everson, l’America bianca continuerà a costruire nuovi muri



(Giona A.Nazzaro intervista Kevin Jerome Everson)

Kevin Jerome Everson è senza dubbio una delle voci più originali del cinema statunitense contemporaneo. Nonostante dichiari di non saperne molto di cinema («Sono molto più interessato all’arte»), vanta una filmografia di quasi duecento film di varia lunghezza e formati e numerosi riconoscimenti accademici fra i quali una fellowship della Guggenheim. Scultore, fotografo, pittore oltre che cineasta, l’anno scorso la Heinz Foundation gli ha conferito il suo prestigioso riconoscimento per le scienze umanistiche.Docente presso l’università della Virginia a Charlottesville, Everson e il suo lavoro sono stati oggetto di numerose retrospettive, installazioni, esibizioni – al Centre Pompidou di Parigi, al Museum of Contemporary Arts di Los Angeles, alla Tate Modern di Londra al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.
EVERSON è appena rientrato a Charlottesville da Berlino, dove era ospite dell’accademia Americana per una residenza artistica, e ha quasi completato l’obbligatorio periodo di quarantena di due settimane: «Tutto quello che sta succedendo e che a molti sembra nuovo non è nient’altro che la solita vecchia storia», dichiara immediatamente. «L’America bianca è sempre stata irrispettosa della tradizione orale afroamericana. Ogni volta che una persona afroamericana dichiara qualcosa, l’America bianca non gli crede mai. Deve essere filmata per essere creduta. L’America bianca non sopporta che qualcuno possa essere testimone delle sue atrocità. Loro sono i primi a credere alle proprie menzogne di essere sempre i buoni. Se tenti di contrastare questa visione attraverso una narrazione orale, non ci credono. E quando finalmente lo vedono pensano sempre che si tratti di un fatto isolato. Si rifiutano di accettare che sia sistemico perché gli permette di conservare la loro presunta superiorità morale, di restare aggrappati al potere. Se i bianchi commettono un crimine, si tratta sempre di un ’individuo’. Se un afroamericano commette un crimine, allora è tutta la comunità che lo commette. Un serial killer bianco è sempre un ’lupo solitario’. O un pazzo. Perché i bianchi si ritengono essenzialmente ’buoni’. Per cui se un bianco commette una strage, si tratta di un folle o di malato perché si allontana dalla norma della supremazia bianca. Il sottotesto è: ’noi sempre migliori di chiunque altro e quello è solo il crimine di un singolo individuo’. Il sistema non è mai messo in discussione. Per cui l’Isis, Al Qaeda e tutte queste organizzazioni sono riconducibili a interi gruppi etnici che vengono criminalizzati. Persino Dylann Storm Roof che ha compiuto la strage della Emanuel African Methodist Episcopal Church viene estrapolato dal suo contesto. Il suo giubbotto, però, recava la scritta Rhodesia. Quindi qualcuno lo ha indottrinato. Quello non è solo un ’lupo solitario’».
«PER I BIANCHI il problema non mai dei bianchi in generale. È questo è il problema della supremazia bianca: ’Siamo superiori quindi non possiamo essere malvagi’. Il sistema non è mai ritenuto responsabile perché loro ritengono che il sistema sia infallibile. Sono una persona molto pessimista ma è interessante osservare che molte di queste proteste non si sono verificate in quartieri neri. C’erano tantissimi bianchi per strada Hanno dato alle fiamme macchine della polizia che non stavano nei loro quartieri. Hanno messo a ferro e fuoco Santa Monica! E Santa Monica è più bianca che non si può! Non ci vive nessuno di noi (ride, ndr). Sono arrivati a Rodeo Drive (distretto dello shopping di lusso losangelino, ndr)! Chi l’avrebbe mai detto? Quello sì che è un posto fuori mano (ride, ndr.). Ci credo che hanno chiamato la Guardia Nazionale e volevano l’esercito per strada! Sono entrati nei quartieri dei bianchi ricchi. Per questo motivo stanno andando fuori di testa: mica bruciava South Central! Il fatto che la protesta sia multiculturale la rende molto più minacciosa rispetto a quelle del passato. Se si fosse trattato di soli afroamericani avrebbero usato senz’altro pallottole vere per fermare le rivolte e tutto sarebbe stato molto più violento e la repressione molto più sanguinosa».
Come considerare il fatto che molti bianchi si sono uniti alla protesta? «I giovani oggi crescono in un ambiente multiculturale. Probabilmente non sono così segregati come le generazioni che li hanno preceduti. E sono più istruiti».


PARLANDO con Spike Lee, lui suggeriva che invece di limitarci a puntare il dito sul razzismo degli Stati Uniti dovremmo pensare a come fermare la pandemia del razzismo in casa nostra. «Spike ha ragione. In queste narrazioni si tratta sempre degli ’altri’, mai di . ’noi’. Quando sono stato in Italia nel 2002 c’era questo ritornello ossessivo contro gli albanesi. Ogni cosa che accadeva era colpa degli albanesi! Senza contare poi questa frattura regionalistica dove ognuno pensa di essere più ’italiano’ degli altri. Poi basta guardare a come è stata gestita la crisi dei rifugiati in Italia. Una cosa terribile. D’altronde questa è la stessa cosa che accade negli Stati Uniti. I bianchi guardano sempre da un’altra parte. ’Mio Dio, stanno opprimendo la gente in Tibet! Oddio un’altra strage nel Darfur!’ A me verrebbe da dire: ’Hey! Siete mai stati a St. Louis?’. Troppo facile: così non sei mai tu il responsabile. Quando i bianchi fanno i film sulla schiavitù e lo schiavismo la buttano sempre sul razzismo e mai sull’economia. In questo modo il padrone della piantagione ha sempre la parlata sudista strascicata dall’accento pesantissimo. Ed è sempre rappresentato come un bifolco. In questo modo uno come Tarantino può dire: ’Non sono io, sono loro!’».
«DANNO sempre la colpa a qualcun altro, ma in fondo si tratta ogni volta del medesimo privilegio bianco che ti permette di fare queste distinzioni. Oggi ho come l’impressione che in Italia, per esempio, il discorso sia estremamente frammentato, come se non ci fosse più spazio per l’idea di inclusività. Eppure nel 40 a.c. nel senato romano c’erano senatori africani perché dovevano trattare anche con altri popoli e tutti stavano sempre su delle navi in perenne movimento a commerciare e a viaggiare».
GEORGE FLOYD è stato ucciso pochi giorni dopo Ahmaud Arbery. Gli afroamericani sono più che mai esposti a una violenza impunita e continuata. «È sempre stato così. Ricordo che quando andavo alle medie, negli anni 70, tiravano giù dai bus scolastici ragazzi di appena 14 anni in manette. Avevo 12 anni quando osservai il vicepreside della mia scuola ordinare a tre ragazzi bianchi di mettere in riga tre miei coetanei. Quando trasmettevano Radici la mattina dopo a scuola ti insultavano dandoti del negro e dovevi fare a botte ogni giorno. Si viveva in un clima di violenza costante. Era normale».
Alcune persone in Europa sostengono ora che finalmente gli Stati Uniti hanno gettato la maschera. «Non c’è mai stata nessuna maschera! (ride di gusto, ndr). Quando i miei colleghi – che amo e ammiro – mi invitano a partecipare a seminari sul razzismo, l’integrazione, ecc. io rifiuto sempre. Mi limito a dire: ’Fatelo voi questo lavoro. Non ho nessuna intenzione di partecipare a tavole rotonde sull’inclusione e la diversità. L’America con tutte le sue risorse potrebbe cambiare lo stato delle cose se solo lo volesse e non lo fa perché a loro le cose vanno bene come stanno. Questo complesso di superiorità offre loro infiniti benefici e a loro fa piacere essere dove sono. Non hanno nessuna voglia di cambiare posto. Chris Rock una volta ha detto: ’Nessun bianco vorrebbe stare al mio posto. E io sono uno ricco!’. Le persone che si occupano di immobili dicono sempre: ’Quando nel tuo quartiere ti avvicini alla soglia dell’11% di residenti non bianchi quello è il momento in cui spuntano i cartelli Vendesi’. Temo che i bianchi siano perfettamente capaci di rivotarsi Trump per altri quattro anni anche se lui sta facendo un ottimo lavoro per non farsi rieleggere. Dopo la sua elezione, alcuni colleghi mi chiedevano: ’Ma che fine ha fatto il vostro voto?’. E io rispondevo: ’Che fine fatto ha fatto il vostro voto!’ Tocca ai bianchi fare la parte del sollevamento pesi. Noi siamo solo il 13-14%. E il nostro lavoro lo facciamo tutti i giorni. Facessero pulizia in casa loro e iniziassero a lavorare sul serio. I bianchi costruiranno sempre nuovi muri. Queste cose sono state ripetute all’infinito. La cultura, la musica, l’intrattenimento ha detto tutto quel che c’era da dire eppure i bianchi non vogliono ascoltare (ride ancora, ndr). Pensa a Redd Foxx, Richard Pryor, James Baldwin, Toni Morrison, Maya Angelou: che altro puoi fare? Aveva ragione Dick Gregory quando diceva: ’Siamo nei guai: i bianchi non sono molto svegli’. Gli ripeti le stesse cose mille volte e continuano a non crederti. Se devo essere sincero sino in fondo, stai facendo queste domande alla persona sbagliata. Queste domande dovresti farle a tutti i registi bianchi e vedere cosa ti rispondono».
Killer Mike dei Run the Jewels è stato al centro di forti polemiche per delle affermazioni a favore dell’uso delle armi da fuoco. Qual è la tua posizione? «Davanti alla mia finestra del mio ufficio quando c’è stata la marcia per Unite the Right ho avuto nazisti armati fino ai denti per giorni interi. Una donna aveva un AR-15 a tracolla. Un’altra aveva un lanciagranate».
«PERSONALMENTE ho un porto d’armi. In quei giorni avevo sempre la mia pistola con me. Se invece di bianchi nazisti armati fino ai denti fossero stati egiziani, cinesi, albanesi li avrebbero ammazzati uno per uno senza troppe storie. Essendo bianchi ottengono un trattamento speciale. Ma i nazisti li conosciamo. Sai chi sono e cosa vogliono fare. Il problema è la signora o l’impiegato bianco che magari hanno votato due volte per Obama ma che se incontrano un afroamericano nel loro quartiere chiamano immediatamente la polizia. Per questo motivo ho voluto fare questa serie di film sui Bird Watcher (ornitologi amatoriali). Quale attività più pacifica e tranquilla? Eppure se la gente si ritrova di fronte un Bird Watcher afroamericano si spaventa e chiama la polizia. Se ci pensi è la paura dell’interruzione della loro normalità, il sottotesto base di tutti i film horror. Il mostro della laguna nera interrompe i piani di relax dei bianchi, così come lo squalo interrompe le vacanze della classe media. Ci trattano come alieni. Non a caso faccio vedere a miei studenti E.T. di Spielberg. La cosa straordinaria di quel film non è l’alieno ma l’assenza di tutti gli altri. In quella parte della California è impossibile non incontrare cittadini messicani eppure nel film non ce ne è nemmeno uno. Senza contare gli afroamericani anche se la maggior parte degli avvistamenti di Ufo avviene nei quartieri neri (ride, ndr). È questa esclusione, quest’assenza data per scontata che è problematica».
COSA pensi del cinema di John Ford e in particolare dei suoi film con Stepin Fetchit? «Stepin Fetchit era un grande attore. I ruoli che gli offrivano erano il problema. Sono convinto che Ford fosse una persona di grande talento ma non riesco più a vedere Sentieri selvaggi. Da noi passa in tv in continuazione. Ritengo che Howard Hawks un artista più moderno, dalla tavolozza più ricca. Mi piace il suo senso dell’essenzialità. Billy Wilder è un altro cineasta che mi interessa. Un film come L’appartamento mi sembra davvero modernissimo. Non ho alcuna idea di cosa sia il ’cinema afroamericano’, siamo appena agli inizi, ma ogni volta che mi invitano a discutere Nascita di una nazione mi arrabbio. Dico sempre: ’Se vengo, vi prendo a pedate bifolchi!’ (ride a lungo, ndr). Si continua a sostenere che sia un lavoro geniale perché ha introdotto delle innovazioni formali ma quelle idee erano già nell’aria. All’epoca c’era anche Oscar Micheaux che faceva i suoi film ma lui è quasi dimenticato. Anche in questo caso si tratta di esclusione e di assenza».
da qui

venerdì 28 settembre 2018

BlacKkKlansman - Spike Lee

nel film non si fa fatica a vedere quanto sono deficienti quelli del KKK, forse questo è uno dei motivi per cui si nascondono.
Spike Lee racconta quanto sono razzisti i razzisti del suo paese,
un esempio per tutti gli altri.
protagonisti bravissimi, Adam Driver e John David Washington (figlio di Denzel), e bravi anche quelli del KKK, fanno i deficienti benissimo, e parlano come Trump (o Trump parla come loro?).
e come non ricordare il vecchio Harry Belafonte (che racconta una storia terribile e vera)?
gli anni '70 alla fine diventano questi anni, e non c'è niente da ridere.
non è il miglior film di Spike Lee, ma solo perché i migliori sono davvero grandissimi e inarrivabili.
e quindi buona visione, non vi deluderà - Ismaele 




i discorsi e la retorica dei confratelli dell’Organizzazione, come la definiscono dall’interno, sono spaventosamente attuali, si parla di restituire all’America la sua grandezza, e si declama spesso il celebre slogan “America first”.
In un qualsiasi altro contesto le candide dichiarazioni del Gran Maestro del Ku Klux Klan farebbero inorridire, ma se all’altro capo della cornetta c’è un poliziotto nero che si finge un bianco razzista, allora la risata scappa incontrollabile e l’abilità della regia sta proprio nel calibrare attentamente le tempistiche, dando allo spettatore un momento per ridere e uno per riflettere, per provare il suo stesso turbamento, la sua stessa rabbia, il suo stesso dolore.
Alla fine, l’amarezza, lo sconcerto prevalgono e rimangono, perché non c’è più niente da ridere, il male non viene sconfitto, il razzismo non è debellato e la sua minaccia incombe ancora sulla società odierna, in America come in qualunque altro posto del mondo.


Essendo un ottimo prodotto cinematografico, BlacKkKlansman può offrirsi anche solo come grande intrattenimento per la sala, dato il tono leggero, da commedia, come dicevamo, ma è chiaro che nasconde, neanche troppo velatamente, le intenzioni di un uomo contrariato da ciò che accade nel proprio Paese, adesso come negli anni Settanta.
Con un approccio lucido, innovativo per il suo solito stile, Spike Lee manifesta la sua rabbia verso una situazione sociopolitica rovinosa, quella della sua America. Ma non basta: il film, in chiusura, confermando il suo rivolgersi a tutto il mondo, e non solo alla comunità nera contro quella bianca, afferma con convinzione: “Power to all the people” (potere a tutte le persone). Un invito all’unione radicale, un appello a tutti gli uomini di ragione.

Quel che rende il film memorabile è un insieme di fattori, tra cui la geniale regia di Spike Lee, che ha collegato la storia alle vicende di razzismo attuali, confezionando quindi una pellicola politica e schierata ma allo stesso tempo dinamica e, sì, persino divertente.
L’impegno politico e sociale del regista non è una novità, e infatti in conferenza stampa non ha deluso le attese, criticando in modo colorito i leader mondiali, soprattutto il presidente americano Donald Trump – di cui non ha mai pronunciato il nome, sostituendolo con epiteti che non staremo qui a riportare.
A proposito del linguaggio, Lee ha precisato che voleva che l’odio fosse verbalizzato nel film, per questo ha scelto di far parlare i membri del KKK nel modo in cui parlano davvero, senza addolcire la pillola – ecco il motivo delle tante parolacce e insulti verso neri, ebrei e omosessuali.

L’idea del doppio, uno voce telefonica l’altro in azione, non sarebbe narrativamente male, se solo ci fosse una sceneggiatura in grado di sfruttarla adegutamente. Invece tutt’al più produce momenti farseschi non proprio finissimi, come il poliziotto black che fa battute infami sui neri per compiacere l’interlocutore klanico (risate in platea), o il black che istruisce il suo alter ego bianco su dizione e tono di voce da ghetto (altre risate). Ma la platea esplode in applausi tonanti quando i klanici infami, in una cerimonia di iniziazione più grottesca che spaventevole, urlano uno via l’altro ‘America first!’, e anche qui non c’è bisogno di spiegare il battimani. Non è che poi l’indagine porti a casa chissà quali risultati, anche perché quelli del KKK di Colorado Springs non sembrano proprio delle aquile in grado di organizzare chissà che. Ma vogliamo parlare dell’incredibile storia d’amore tra il poliziotto black fichissimo e la leader del Black Power della città?, storia che incredibilmente continua anche dopo che lui le ha confessato di essere un agente, e sono assurdità e incongruenze che in un film rispettabile non dovrebbero trovare posto. Il tono da commediaccia si alterna incongruamente a inserti di puro militantismo, che se non altro producono l’unico momento alto di tutto il film, con un meraviglioso Harry Belafonte, anni 91, a rievocare l’infame linciaggio di un nero. Ma è, letteralmente, un altro film che non si salda con il resto. E che fa rimpiangere che Spike Lee non sia dedicato a un progetto grande e credibile sul KKK. Adam Driver è l’alter ego bianco infitrato, e non lo si è mai visto tanto spaesato e perplesso.

venerdì 20 maggio 2016

Money Monster - Jodie Foster


si sentono arie di Inside man, di Spike Lee, nel quale recitava proprio Jodie Foster, e de La grande scommessa, del primo la tensione di un imbroglio e di una corsa contro il tempo, del secondo il tradimento del dio denaro, dove è evidente il gioco a somma zero, chi magicamente fa crescere i soldi è l'altra faccia di chi viene rapinato.
rapina tutto legale, naturalmente, fino a prova contraria.
un thriller giornalistico-finanziario (ma, come dice Julia Roberts, non si fa giornalismo finanziario, proprio non si fa giornalismo, è solo intrattenimento, con spruzzate di finta economia, infotainment, lo chiamano), dove la televisione è un contenitore nel quale l'unica cosa importante è fare soldi, tutti, senza fare prigionieri.
Money Monster si regge sopratutto sulla grande interpretazione di George Clooney, vero mattatore del film.
non è certo un capolavoro, ma si fa vedere bene - Ismaele






....Teso, divertente, angosciante, amaro nella verità che ci propina, Money Monster funziona alla perfezione, dal primo minuto in cui ci si mostra (proprio come in The Newsroom) il dietro le quinte di una televisione non certo da premio Pulitzer, fino all'ultimo in cui l'ironia di youtube, e il senso di sconfitta, la fanno da padrone.
Nel mezzo, un racconto a più voci, con la sintonia tra George e Julia che regge a distanza di sicurezza, con auricolare ad unirli, con O'Connell disperato e confuso, con Dominic West sempre con quella faccia da sberle che tanto ci piace e con tanti piccoli comprimari e galoppini che rendono più colorata la messa in scena.
Mescolando i generi, mescolando gli stati d'animo, ne esce un film che sa ballare a ritmo di rap, sa spiegare i meccanismi sinistri dell'economia e del giornalismo, sa tenere con il fiato sospeso, incollati allo schermo.
Proprio come chi, da casa o da lavoro, segue le vicende di Lee e Kyle.
O come chi, -impensabile, eh?- ascolta o legge una lezione di economia.

In Money Monster infatti si gioca, ci si diverte a inscenare il dramma in diretta tv, come se la povertà fosse ormai diventata anch’essa una dei tanti gangli della società dello spettacolo. E, in effetti, non lo si può negare, è proprio così, ma lo è anche per via di un immaginario avvolgente e acritico, cui lo stesso film della Foster finisce per rientrare. Infatti quando si scopre che alcuni momenti della tragedia che è andata in scena sono diventati virali sui social, si capisce che nulla è serio, che tutto si ribalta in entertainment, come il film stesso e come Clooney e Julia Roberts che poi – asciugata qualche lacrima – si interrogano sul palinsesto da organizzare per la settimana successiva. Questa boutade, di un cinismo “leggero” e terrificante, viene sposata appieno dalla Foster, senza alcun distanziamento ironico (se non un minimo movimento di macchina) e senza nessuna forma di auto-accusa. L’indulgenza verso i suoi personaggi diventa allora in Money Monster indulgenza verso un mondo spietato, lo stesso che si vorrebbe (forse) denunciare.
Ma allora, se non è più il tempo del cosiddetto buonismo alla Frank Capra, né della denuncia amara e scottante alla Costa-Gavras, questi che tempi sono? Jodie Foster non ha la risposta e fa troppo poco per cercarla, cullandosi troppo nella sua beata indifferenza.

...Scritto con intelligenza e precisione, Money Monster mette in piedi un affascinante quanto ritmato spettacolo della disperazione, nello stesso identico modo con cui gli antichi romani provavano attrazione per la morte negli anfiteatri: è tutto davanti a noi, estremamente macchinoso, ma è un’esperienza totale, quasi ab-soluta dal resto. L’uomo è un animale perverso che ama assistere alle tragedie del sangue gettato perché più il dramma è amplificato (dalle telecamere, dai microfoni, dalle luci), più siamo in grado di stabilire la giusta distanza emotiva e di non sentirci responsabili. Il film allora assume il punto di vista degli autori dello show che invece di curare, assecondano la tragedia, invece di illuminare i “mostri”, mettono a fuoco le vittime del sistema; insieme alla corrente narrativa e morale, la tensione viene poi incanalata in tre interpretazioni perfette, di George Clooney (il buffone), Jack O’Connell (il martire) e Julia Roberts (la burattinaia, e che personaggio meraviglioso..). In un finale da teatro greco, con tanto di palcoscenico e colonne doriche, gli attori recitano il loro ultimo atto, intrappolati da una riflessione che abbiamo già fatto in passato e che, nonostante il trascorrere del tempo e delle crisi, pare immutata. I mostri non pagheranno mai.

Jodie Foster impone sin dalle prime immagini il grado di acuta comicità e pungente sarcasmo che verrà disposto in modo brillante ed energico nel corso di tutto il film, senza mai perdere quell’appeal di partenza. In uno dei momenti in cui si riflette su possibili soluzioni per evitare che la bomba indossata per forza di causa maggiore da George Clooney esploda, uno dei poliziotti avanza la concreta ipotesi di fare fuoco sul detonatore, in prossimità del rene sinistro del conduttore, soffermandosi sull’alta percentuale di riuscita dell’intervento militare, oltre che sulla concreta possibilità che, seppur ferito quasi mortalmente, anche Lee Gates potrebbe farcela, imponendo una sincera risata, risata che regnerà sovrana in Money Monster anche in scene adibite alla risoluzione del pericoloso problema proposto.
Jodie Foster è in grado, dunque, di mantenere il tono improntato verso una comicità serrata, funzionale ai personaggi e funzionante nonostante il realismo di una situazione di pericolo evidente, con momenti di suspense intrisi di ridicolo per un film che diverte senza perdere di vista la possibilità di riflettere sull’inconsistenza del denaro e sulle drammatiche conseguenze che si riscontrano nel momento in cui ci si accorge di tale inconsistenza.