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venerdì 4 aprile 2025

I fantasmi d’Ismael - Arnaud Desplechin

un film con un altro film all'interno, quello che ha scritto Ismael, su un atipico diplomatico francese e la sua fidanzata.

Ismael è un vedovo da anni e trova la sua anima gemella, ma riappare al sua ex moglie e le cose si complicano.

attori bravissimi, un film da non perdere, promesso.

buona (fantasmatica) visione - Ismaele

 

 

 

 

(Im)perfetto. È proprio così I fantasmi d’Ismael (Les fantômes d’Ismaël). Un film (im)perfetto.
Desplechin continua a mescolare le stesse carte, a ruotare attorno a ricorrenti centri gravitazionali: il cinema, la scrittura, l’arte, la vita, l’amore, la famiglia. La rappresentazione di quello che siamo. Un eterno ritorno, un insieme di rimandi interni alla sua filmografia. Ovvero, a se stesso, a questo cinema così personale. Vitale. Universale.
Il cinema di Desplechin cerca di catturare l’energia che ci tiene in vita, cerca di darle una forma sul grande schermo. Un senso, un barlume di ragione. Una sfida impossibile: I fantasmi d’Ismael è squilibrato, vive di sussulti, di vitalissimi strappi, di emozioni intense e di cadute e ricadute. Cinema di fantasmi e di incubi, di passioni e amori caotici. Un film di scrittura, disordinata e creativa. Ordinata e distruttiva.

È una spy story I fantasmi d’Ismael. Almeno nei primissimi minuti. Ritroviamo un (misterioso) Dédalus, in un racconto che è sfacciatamente fiction. E poi le scartoffie che vorrebbero sostituirsi alla vita e alla morte, come era già successo al Dédalus di Trois souvenirs de ma jeunesse. Ma la vita e la morte non si lasciano cristallizzare dalle parole, da un racconto, nemmeno da una sceneggiatura. Forse si possono solo evocare, come i fantasmi, come gli amori passati, come le vite che abbiamo vissuto, pensato, immaginato. I fantasmi d’Ismael non è una spy story, nonostante il Quai d’Orsay, le cimici, il Tajikistan e l’amico russo. È un film di fantasmi, di rimpianti, di incubi.

Desplechin si specchia, non teme le sabbie mobili dell’autoreferenzialità, ragiona sulla sua vita, sulla sua arte. Come i noir degli anni Quaranta/Cinquanta, I fantasmi d’Ismael è una seduta psicanalitica, è la messa in scena di processi labirintici, di meccanismi che non possono essere completamente decriptati. Desplechin scrive e prova a dare forma alla battaglia della ragione e dei sensi. È Ismaël alla prese coi fili e le prospettive, con quadri che dovrebbero restituire il tutto, il senso della vita e del cinema.
I fantasmi d’Ismael è intricato e leggiadro.
È passionale e disperato.
È spassoso e dispersivo.
Alti e bassi, con improvvise fiammate. Cinema vivissimo, che nutre e si nutre del talento e dei corpi di Mathieu Amalric, Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg.
Cinema che si nutre della stessa vita che insegue.

I fantasmi d’Ismael è un piccolo paradosso cinematografico. Come Ismaël, Desplechin è intrappolato, si è perso tra i mille fili che ha cercato di riordinare. I fantasmi d’Ismael è un film su questa impasse, ma è proprio la (caotica) messa in scena dell’impasse ad alimentare la vivida fiamma della vita. Quella stessa vita che ha guidato i vari personaggi, come la donna che visse due volte Carlotta, come l’uomo che sapeva troppo Ivan.
Ancora, ancora, ancora. Lo dice Ismaël, lo dice Amalric, lo dice Desplechin. Ancora è la chiave di lettura de I fantasmi d’Ismael, di questo cinema che non smette di cercare, di indagare, di insinuarsi attraverso la finzione o il documentario nelle pieghe della vita, e quindi del cinema stesso. Imperfetto, senza dubbio. Ma vivo e pulsante come gli occhi di Ismaël/Amalric, di un personaggio e del suo interprete. Finzione e realtà. Ancora fantasmi, ricordi, amori che tornano e che se ne vanno. Ancora.

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…Ismael se encuentra realizando un filme sobre un personaje llamado Ivan Dedalus, que es, quizás, un espía insomne. El propio Ismael, a su vez, no puede dormir en las noches y es la hora en la cual tiene sus momentos de mayor creatividad, solo que en el momento en que nos lo encontramos, está en crisis de imaginación. Su esposa lo abandonó hace veinte años y ha mantenido una relación paterno-filial con su suegro, otro director de cine llamado Henri Bloom, quien ha sido, además, su mentor artístico. Bloom no se ha podido recuperar de la pérdida de la hija, a la cual Ismael ha tenido recientemente que declarar oficialmente muerta. Ismael comienza una relación con Sylvia, una astrofísica que conoce en una fiesta y se la lleva a su casa frente al mar para ver si esto le devuelve la creatividad. En medio de ello, reaparece Carlota, su esposa desaparecida, creando un frágil triángulo de una manera tan natural como incoherente. Ismael comienza a rozar los límites de la locura, se ahoga en alcohol y confunde cada vez más su vida con la de sus personajes.

Dedalus, Bloom, los nombres invocan a Joyce y las pesadillas parece que nos van a llevar a una epifanía, que para el escritor irlandés era el propósito de la obra de arte, pero desgraciadamente, Desplechin deja correr lo que se convierte en un monólogo joyceano que resulta todo un despropósito...

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Arnaud Desplechin sait sublimer l’esthétique de certains de ses plans. Il s’amuse pour ce faire à utiliser les codes artistiques d’un vieux polar, comme dans la scène où il filme Mathieu Amalric  dans un vieux train en proie à ses cauchemars. Le film a également quelques moments insolites, surtout vers la fin lorsque le réalisateur se déride un peu de son savoir-faire classique et qu’il fait rire le spectateur…

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Procede per accumulo, Les Fantômes d’Ismaël. Somma, taglia, ricuce, svolta, ritorna. Come gli anni che passano, come una gravidanza inizialmente scambiata per menopausa, come un film da finire, come un eccesso di entusiasmo quando hai in mano una pistola. Ancora, come le donne che Pollock non ha mai avuto ritratte tutte insieme nei suoi nudi femminili, ancora, come il corpo nudo di Marion Cotillard quando lentamente scende la vestaglia, ancora, come l’amore di Charlotte Gainsbourg negli incroci di lacrimati sguardi e nella passione, nella sua voglia di capire le stelle. Les Fantômes d’Ismaël è un film di scrittura e di messa in scena, fatto di lente aperture a iride quando partono i flashback narrati da Sylvia, fatto di scavalcamenti di campo che genialmente si rivelano uno specchio, fatto di musiche incalzanti, di slabbrature, di ellissi, di finestrini dei treni che si rivelano altri schermi, materia, riflessi, proiezioni. Sono confessioni alla macchina da presa, (psic)analisi, bidimensionalità e fisicità del set, delle diapositive, dei quadri, delle inquadrature, delle tecniche cinematografiche, dei sentimenti. Fino alla fuga dall’industria, dal set, dalla vita, quando le ragioni del cuore (straziato) superano quelle della mente. Il nuovo lavoro di Desplechin è un film in cui non è necessario che torni tutto – anche se, su questo punto, pesa il dubbio sulla doppia versione del lungometraggio, presentato a Cannes in una durata di 114′ mentre si vocifera che in sala uscirà direttamente il Director’s cut da circa due ore e un quarto –, quello che conta è interrogarsi sulle mille tematiche affrontate, è perdersi nei suoi cambi di registro e di stile, è tastare le emozioni di chi ha perso una moglie, di chi ha perso una figlia, di chi ha perso la ragione, nei rapporti di coppia, nei doppi, nel cinema. E poco importa, nella meta-messinscena, che nella Praga sovietica una tangente venga pagata in Euro, poco importa che non tutte le fila narrative e concettuali trovino assoluta compiutezza, poco importa se non tutto ciò che il film semina viene raccolto: non è più la compattezza di Trois souvenirs de ma jeunesse il punto, quello che conta qui è la suggestione, il mistero, l’emozione, perché la vita non è perfetta e l’atto stesso del cinema non può che compiersi nell’imperfezione. E diventa quindi necessario l’overacting del produttore, perché non conta la credibilità assoluta, e forse neanche le dinamiche personali: quello che conta è la vitalità di una realtà/cinema che inesorabilmente fa il suo corso, fra i dialoghi in comune nelle varie storie parallele e le variazioni sui temi autobiografici. Les Fantômes d’Ismaël è un film inclassificabile, sfilacciato, complesso: un frullato di generi e abbracci dal quale traspare una fisica umana incontenibile. Come la danza di Marion Cotillard sul Bob Dylan di It ain’t me Babe, come le destinazioni esotiche di Dedalus e le microspie, come il ritrovarsi, il perdersi ancora, come morire con la propria figlia a fianco. Come un’ecografia e un’attesa spasmodica. Come fare cinema, o fare l’amore. Ancora, ancora, ancora.

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La macchina fluida e pudica – c’è sempre una distanza di rispetto con i personaggi – manovrata da Desplechin coglie ogni sfumatura, tutto è credibile, dubbi, angosce, tormenti tremiti e fremiti, e grazie a Dio dialoghi belli e di massima naturalezza anche in una materia perigliosa e a rischio costante di kitsch come questa. Con un continuo retrogusto pirandelliano su chi sia davvero la Donna Riapparsa (siamo un po’ dalle parti dell’Ignota di Come tu mi vuoi, e questi pirandellismi Desplechin li sa maneggiare assai meglio del Derek Cianfrance di La luce sugli oceani). Hitchock abbonda in un nugolo di citazioni, e se le paure di Sylvie di fronte a Colei-che-è-tornata sono puro Rebecca la prima moglie, la doppia vita di Carlotta non può che ricordarci Vertigo. Si gioca ancora tra realtà e rappresentazione nella storia di Ivan che si fa film, confondendo volutamente, soprattutto all’inizio, vita e set. Con un Desplechin che si avventura, nel raccontare le giravolte esistenzial-professionali di Ivan, in una spy story che però resta aperta, e non saldata al resto del film, che non trova una conclusione e non dà risposte, frustrando lo spettatore. Ma in questo strambo, sghembo film c’è troppo di bello perché lo si liquidi – con la solita supponenza da festival – come una bufala. Film complicato perché volutamente, e voluttuosamente, anarchico e irregolare. Mathieu Amalric è da tempo l’attore feticcio di Desplechin, e non poteva che essere lui Ismaël, quasi un alter ego del regista. Il suo, se certi paragoni son leciti, Antoine Doisnel. Riferimenti alle appartenenze religiose dei personaggi, come spesso in Desplechin, attento a tracciare le sue geografie umane tenendone conto, ed è tra i pochissini con una tale sensibilità. E se Sylvie, il personaggio di Charlotte Gainsbourg, si dichiara protestante, Carlotta si dice ebrea ‘rinnegata’ (e portava al collo una stella di Davide la Emmanuelle Devos di Racconto di Natale).

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lunedì 17 marzo 2025

Il caso Belle Steiner - Benoît Jacquot

ispirato da un romanzo di Georges Simenon, Benoît Jacquot dirige una storia di colpa e complicità. Pierre (interpretato da Guillaume Canet) è l'unico indiziato per l'omicidio di Belle, ma la polizia e la giudice, senza prove, devono lasciarlo in pace.

la moglie Cléa (interpretata da Charlotte Gainsbourg) lo difende senza nessun dubbio.

i dubbi, su Pierre e Cléa, li abbiamo noi spettatori, anche se non tutti. 

i protagonisti sono ambigui, e non poco, quindi sono bravissimi.

un'ora e mezza ben spese, promesso.

buona (ambigua) visione - Ismaele


ps1: la scuola nella quale insegna Pierre è intitolata a Simenon (una banalità o un omaggio?)

ps 2: dal libro di Simenon, nel 1961, aveva girato un film Édouard Molinaro


 

 

Il personaggio viene affidato alle sapienti cure interpretative di Guillaume Canet il quale sa offrirgli la giusta dose di ambiguità costringendo lo spettatore a chiedersi, sulla base degli elementi che gli vengono messi a disposizione, da che parte stare. Credere all'autoproclamata innocenza di un uomo che viene comunque presentato come complesso oppure propendere, come fanno alcune persone che pure stanno dalla sua parte, per ritenere la sua posizione come insostenibile?

Il gioco è cinematograficamente riuscito e la scelta di Charlotte Gainsbourg nel ruolo di Cléa è funzionale alla creazione di un clima in cui fiducia e dubbio possono ambiguamente convivere. La stessa scelta di una donna (a differenza di quanto accadeva nel romanzo) nel ruolo del magistrato che interroga Pierre favorisce una lettura legata al potere di seduzione del protagonista che verrà utilizzata in favore di un'ulteriore complessità del plot. Viene così da pensare che a Simenon, nonostante le variazioni, questo film sarebbe piaciuto.

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Il Pierre interpretato con aderenza da un intontito ma all’occorrenza fascinoso Guillaume Canet sembra difatti la vittima perfetta di una società che giudica e manda al macero sia lui, uomo asociale e restio a farsi coinvolgere dalla grancassa della morbosità pubblica, che perfino la ragazza uccisa, Belle, la cui condotta libertina, una volta scoperta, viene evidenziata con malfidato cinismo dai giornalisti e dai vicini. Il bersaglio di Jacquot non è quindi il suo atarassico protagonista – l’imbrattamento della casa e l’allontanamento dalla scuola gli causano giusto un paio di soprassalti notturni che non danno modo di capire il suo effettivo coinvolgimento – ma gli spettatori del 2025: il regista francese si diverte infatti sadicamente ad accumulare indizi sempre più frustanti (il voyeurismo sulla procace vicina spiegato come un gioco sessuale a due) che però, improvvisamente, prendono un’unica accelerata di senso che increspa la visione e le certezze accumulate fino ad allora. Il caso Belle Steiner diventa allora una vertigine cinematografica che il mirabile giallo di stampa tipicamente simenoniano – ovvero con una labile detection ma robusta introspezione psicologica – rende un buon studio su anime che, ben prima di venire coinvolte in un delitto, sono effettivamente già morte. O incarcerate in una grigia routine matrimoniale che nemmeno il delitto è in grado di ravvivare.

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Raccontato secondo i canoni del thriller – musica di tensione, stacchi su notti di pioggia, su dettagli rilevanti, soggettive dalla macchina di percorsi a ritroso dal bar alla casa – il film lascia aperte le domande, non propende per una tesi, sospende il giudizio come vorrebbe che lo si sospendesse sul protagonista: rompe dunque il patto con lo spettatore al quale non concede un finale concluso, esaustivo.

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Un grande merito va a Guillaume Canet, protagonista del film che, grazie alle sue doti attoriali, riesce a realizzare un personaggio enigmatico e ambiguo, dagli occhi vuoti e sognanti e il sorriso tirato di chi si sente fuoriluogo ovunque fuori dal suo studio, e, nonostante ciò, simpatico al pubblico, che parteggia per lui...

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domenica 21 luglio 2024

Dark Crimes - Alexandros Avranas

un film girato in Polonia, da un regista greco, con attori importanti, una storia contorta, e complicata.

ottimo Jim Carrey, ma in altri film è meglio, come pure Charlotte Gainsbourg.

un caso da riaprire, e può farlo solo Jim Carrey, poliziotto integerrimo, che però viene ingannato.

il film arranca, poteva dare di più.

buona (cupa) visione - Ismaele  


 

 

 

 

 

Il film concede a Jim Carrey un solo momento per dimostrare la sua caratura di attore drammatico con un collasso emotivo nel terzo atto. E comunque arriva alla scoperta della morte di qualcuno che è apparso solo in una scena singolarmente breve, lasciando il pubblico incapace di provare una qualche reazione empatica.

In definitiva, Dark Crimes illustra quello che accade quando una star sa di aver scelto un progetto scadente, ma è contrattualmente obbligata a spendere comunque il minimo sforzo, proprio come fa il resto della pellicola. Costellato di dialoghi prosaici utili solo a mandare avanti le lancette, questo progetto che ha coinvolto malauguratamente Jim Carrey chiede in silenzio di porre fine alle sue sofferenze a ogni battuta. Un sentimento quasi certamente condiviso da chiunque sia stato così avventato da arrivare fino alla ridicola conclusione.

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Di questo "Dark Crimes", infatti, ogni svolta è programmatica, ogni smorfia già consumata, ogni epifania annunciata, ogni dialogo corroso dall'eco di mille simili. Quasi catalogo di spunti da corso di scrittura creativa, il film di Avranas denuncia sornione la propria giocosa prevedibilità già nello scherzo della vittima - un depravato battezzato Sadowski, come si fosse in "Invito a cena con delitto" - e ammette il ricorso a un armamentario dozzinale di invenzioni per marcare ancor più, con un ghigno e un ammicco, la sua natura di oggetto-parodia di certo cinema e certo immaginario. Ed ecco, allora, una Polonia ovviamente sordida e incolore, un intreccio che lega un erotismo corrotto - e come potrebbe essere, altrimenti? - a imbarazzi famigliari, uno scrittore arguto e debosciato, dalla penna felice e la mente turbata, un agente segnato da un passato torbido, che potrebbe attendere quietamente il congedo e, invece, si getta in una rete che lo invischia.

Jim Carrey, occhio inquieto e pelo ispido, tradisce una certa inquietudine morale nei gesti; Charlotte Gainsbourg si produce nei consueti tic di nervoso erotismo. In definitiva, nessuno dei due pare aderire più di tanto al personaggio, ma val la pena domandarsi come altrimenti avrebbe potuto essere, date le premesse.

La regia di Avranas, dal canto suo, fa collidere questa parodia del thriller/noir cinico e dissoluto - che ha spesso abitato, con le sue maschere grezze e incarognite, gli schermi delle occasioni festivaliere - con una messa in scena, al solito, raggelata, di quadri fissi e geometrie spigolose. Se, però, con "Miss Violence", il gioco poteva ancora dirsi efficace per l'attitudine del greco alla produzione di immagini sì shockanti, ma tali da fare attrito con le consuete forme di rappresentazione e, dunque, capaci di denunciarne l'irriducibile mediocrità, in "Dark Crimes" esso non viene ad alcuna epifania, al punto che il marchiano epilogo ci appare come la definitiva beffa di un cinema condotto sotto il segno del dispetto.

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mercoledì 3 maggio 2023

La piccola ladra – Claude Miller

un film scritto da Truffaut, con una straordinaria giovane Charlotte Gainsbourg.

Janine è una piccola ladra che sa come farsi strada nella vita, si innamora, va in riformatorio, ma riesce a fuggire.

è lei l'eroina del film, la simpatica canaglia alla quale non puoi non affezionarti.

buona (ladresca) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, online

 

 

Janine, ragazza di 16 anni, vive di piccoli furti. Abbandonata dalla madre sta con due zii quando viene scoperta va via di casa. Conosce prima Michel, 40enne erudito che le fa conoscere la letteratura e la musica, poi Raoul, adolescente e ribelle come lei. Assieme iniziano a compiere furti, sembrano felici ma la polizia indaga... Commedia ben diretta, ambientata negli anni 60 e ben recitata da tutti gli interpreti. Menzione speciale per la sempre brava Charlotte Gainsbourg e per Simon de la Brosse.

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Abbandonata dalla madre nubile Janine (Charlotte Gainsbourg ) va a vivere con gli zii con un rapporto conflittuale che la portano a incrociare precocemente il mondo degli adulti per cercare un affetto lacunoso, quindi si butta via compiendo furti in ogni occasione. Il regista Claude Miller dirige da una sceneggiatura di Truffaut questa storia anni sessanta. La Gainsbourg e' semplicemente perfetta a impersonare i panni di una ragazzina sola e piena di vita in perenne contrasto con persone piu' anziane di lei che le provocano continui disagi ,con storie di letto e denunce che la portano alla fine in istituti riformatori. A chi e' piaciuto i 400 COLPI del maestro Truffaut puo' andare a colpo sicuro,basta sostituire Antoine Doinel con la Gainsbourg e il gioco e' fatto...cambia sesso ...ma viaggiano sullo stesso parallelo. Inutile dire che per me e' consigliatissimo....poi mi fate sapere. Se il buongiorno si vede dal mattino la Gainsbourg prometteva gia' bene....e poi si e' visto !!

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lunedì 1 maggio 2023

Passeggeri della notte - Mikhaël Hers

questi francesi non smettono di stupire, un piccolo film, una piccola storia fatta di tante storie, da quella di Elisabeth a quella di Tululah.

non succede niente, sembra, solo la vita, di una famiglia poco fortunata, ma resistente.

Elisabeth è l'anima del film, ha la forza di tenere insieme tutto, miracolosamente.

come spesso succede, Passeggeri della notte arriva a un anno dall'uscita, in poche sale.

non perdetevi questo piccolo gioiellino, cercatelo e godetene tutti.

buona (notturna) visione - Ismaele

 

 

 

…Nel film, presentato a Berlino nel 2022, si respira una certa air du temps, evocata dalla musica d’allora e dal cinema rohmeriano, anche attraverso la citazione esplicita di Le notti della luna piena, oltre che dalla voglia generale, fra i giovani, della trasgressione: i piercing, le minigonne ridottissime e la violazione dei tabù e delle regole sociali.

 

Il racconto, sempre molto intimo, sgorga dalla solidarietà che si stabilisce fra i personaggi, dalla necessità profonda di aiutarsi nel dolore, nella malattia, nel pericolo che può cambiare le attese…

La compassione, dunque, è il senso della vita, secondo questo autore minimalista e pudico, che affascina e coinvolge gli spettatori, almeno quelli che apprezzano il racconto disteso e non urlato, in questi tempi in cui la pornografia del dolore e lo stridore dissonante dei rumori sembrano travolgere le verità profonde del cuore.

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Siguiendo el magnífico guion, sus intérpretes se sumergen en la intimidad de una familia normal, ordinaria, pero al mismo tiempo universal. Les passagers de la nuit, sin dramatizar una situación complicada, apuesta por la sensibilidad de sus personajes. El amor y la comprensión son la manera idónea de afrontar los problemas cotidianos, dejando un grato sabor de boca, de esperanza, al salir de la sala de cine.

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il tema principale rimane comunque il tempo, il tempo che inesorabile passa e passa soprattutto sulle persone con il dono (o la maledizione) della sensibilità, che ne sentono tutto il peso sulle spalle. È il tempo che passa sulle vite ordinarie, non succede niente di che in fondo, ma niente è più tragico del vedere lo scorrere della vita e non poter fermare gli attimi.

Attimi che scorrono proprio nel quindicesimo arrondissement di Parigi, la città eterna, qui riprodotta attraverso immagini di repertorio (compare anche un documentario di Claire Denis che riprende Jacques Rivette) e le mura della caotica, calda e altissima casa di Elisabeth, che non è sola a vivere un percorso di formazione e crescita, perché anche il figlio più piccolo, sta iniziando a scoprire che la vita tanto più è bella, quanto più è amara.

Lo stile di regia è asciutto, con movimenti di macchina delicati e con dei bellissimi inserti di filmini di famiglia in pellicola super 8 che ricordano la bellezza di un periodo dove si poteva sognare e sperare in un mondo migliore.

Insomma, un piccolo gioiello da non perdere, una delicata poesia che un po’ straccia e un po’ scalda il cuore.

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Mikhäel Hers ha conseguido, así, una película sobresaliente, en la que el talento de su elenco, especialmente Charlotte Gainsbourg, se nutre de un guion excelente y una fotografía —de Sébastien Buchmann— sobria pero ingeniosa. Passengers of the night es una aproximación sincera y emotiva a una época histórica concreta, en cierta medida, pero, sobre todo, a una época emocional, y sus mecanismos operan, como decíamos más arriba, de modo parecido al de una sucesión de cariñosas evocaciones, recuerdos de un pasado imperfecto, con ese dispositivo inexplicable por el que se conservan en la memoria algunos detalles con mayor claridad y otros no, y que, sin embargo, atesoran en su interior una poderosa e insospechada intensidad.

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La collocazione temporale permette all'autore di disseminare lungo Passeggeri della Notte numerosi omaggi, schegge di memoria personale più o meno evidenti. 

Il primo e più evidente tributo lo possiamo scorgere immediatamente: la trasmissione condotta da Vanda ricorda incredibilmente un format radiofonico di durata ultraventennale condotto tra gli anni '70 e '90 da Jean-Charles Ashero; l'assonanza tra “Les choses de la nuit” (Le cose della notte) e Passeggeri della Notte è lì, in bella mostra.

L'autore inoltre interseca due prime volte: durante il suo primo incontro romantico il giovane Matthias è combattuto tra la decisione di scambiarsi i primi baci con una sua compagna di classe e la possibilità di seguire la finale dell'Europeo di Calcio del 1984, il primo poi vinto dalla Francia che ne era anche il Paese organizzatore.

Il più commovente omaggio cinefilo è però chiaramente quello riservato a Pascale Ogier, fenomenale attrice scomparsa alla vigilia del suo 26° compleanno nel 1984: Talulah e Matthias vanno a vedere i suoi film, Le pont du Nord di Jacques Rivette e Le notti della luna piena di Éric Rohmer, opera che le valse l'immortalità e il Prix d'interprétation féminine al Festival del Cinema di Cannes.

I due se ne innamorano perdutamente, malgrado la loro prima scelta fosse un altro film di grande richiamo di quell'annata. Birdy - Le ali della libertà, di Alan Parker.

A ben vedere, Talulah è integralmente configurabile come un grande inno a Pascale Ogier: condivide lo spirito vagabondo dei suoi personaggi, la sua acconciatura e persino l'iconico chiodo da lei sfoggiato in Le pont du Nord.

Il suo personaggio apre Passeggeri della Notte e si presta a essere il più vicino alla prospettiva dello spettatore.

Lasciando convergere una pluralità di elementi con naturalezza, il regista Mikhaël Hers riesce a rendere gli spettatori stessi passeggeri della notte all'interno di un viaggio che, di fatto, è terreno comune. 

Man mano che la navigazione prosegue, le strette delle difficoltà di ciascun personaggio lasciano il passo al caldo abbraccio di un film che ci porta a osservare la placida, ma inesorabile, bellezza del cambiamento.

Dopo essere stato in concorso al Festival del Cinema di Berlino 2022 e aver fatto poco dopo una fugace apparizione sugli schermi italiani al Rendez-Vous, festival dedicato al Cinema francese, Passeggeri della Notte arriva nelle nostre sale grazie alla distribuzione di Wanted Cinema con il suo carico di emozioni tenui, ma universali.

L'ennesimo, fulgido esempio della vitalità e del pluralismo di voci del Cinema francese contemporaneo. 

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...Con una regia sofisticata, una fotografia che esalta i toni della notte e un comparto di brani musicali che ci cullano attraverso le emozioni dei personaggi di una sceneggiatura ben costruita, Hers confeziona un piccolo gioiello, un film da guardare una volta e su cui riflettere appena usciti dal ventre della sala.

Da vedere, soprattutto se amate i film in pieno stile estetico francese e le storie d’amore dalle mille sfumature.

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venerdì 31 marzo 2023

Lemming (Due volte lei) – Dominik Moll

un lemming casualmente è testimone di una grande crisi familiare, e non solo.

due ottime attrici si trovano a guidare il gioco con i rispettivi mariti, e non solo. 

un giallo senza pietà per nessuno, nessuno sembra innocente, le cose non sono quelle che sembrano, o forse sì.

buona (lemming-) visione - Ismaele

 

 

 

Ho avvicinato questo film con grande curiosita'visto che avevo parecchio apprezzato il precedente film di Moll, Harry un amico vero. Qui il linguaggio è assai diverso,criptico involuto, di difficile interpretazione e non nascondo le mie perplessita'alla fine della visione. E'un film sull'ossessione ,la pazzia come il precedente o Moll ci ha voluto dire qualcosa d'altroe non sono riuscito a coglierlo pienamente? E il lemming che cosa c'entra? E' il granello che blocca irrimediabilmente la perfezione dell'ingranaggio (il perfetto menage familiare della coppia giovane)? O visto che i lemming hanno l'usanza di andarsi ad affogare in mare volontariamente è un anticipo della volonta'di suicidio della donna del direttore? E questo suicidio è accaduto veramente o è lui che si è sognato tutto? Boh,a dir la verita'non ci ho capito molto ma la messa in scena raggelante ricorda abbastanza da vicino il miglior Haneke,gli attori sono bravi a far trasparire l'inquietudine (anche se la Rampling è molto sopra le righe) e il finale ricorda molto quei film di in cui appena usciti dal cinema ti stavi ad interrogare e confrontare con i compagni di visione su quello che avevi appena visto. Per riassumere sono rimasto interdetto,non pienamente convinto,col pensiero fisso che stavolta Moll abbia voluto un po'giocare con lo spettatore....

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…El elenco principal hace un trabajo memorable, en la encarnación de dos aspectos de la institución matrimonial: una plena de esperanza y la otra siniestra, consumida por odios. Además, es claro desde un principio que, casi en su totalidad, la cinta pertenece a sus protagonistas femeninas, que se adentran en este laberinto tenebroso con paso seguro, distinción y valentía; así vemos, como es su estilo habitual, a la legendaria Charlotte Rampling hacer alarde elegante de su encanto amenazador y gracia salvaje (algo que ha cultivado desde Portero de noche, pasando por la excepcional Bajo la arena), donde la casi virginal Charlotte Gainsbourg lleva a su personaje por un viaje extraño e irreversible hasta una conclusión espeluznante: al final, ninguno de los personajes será como al principio y esto, en manos de un director talentoso como Moll, es un auténtico logro… aún si Lemming no es una película fácil de comprender, o de explicar, si bien una vez vista, es un recuerdo inquietante e imborrable.

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Il regista stesso afferma che ha voluto raccontare la storia di un uomo che cerca di mantenere sempre il controllo su tutto perché è convinto che questo garantisca la felicità, ma poi è smentito dalle vicissitudini della vita. Moll ha centrato il suo obiettivo? Nella seconda parte del film, in cui si vorrebbe aumentare il mistero e virare quasi verso il racconto di fantasmi, ci sono dei salti nella sceneggiatura: l'irrazionale guida i personaggi in strade alquanto tortuose, fino ad una risoluzione conclusiva, che se non si vuole definire proprio scontata, è sicuramente prevedibile. Le scelte registiche rispettano un assunto di iperrealismo ma non supportano sufficientemente questi "salti" della sceneggiatura.
Probabilmente se il film avesse avuto meno velleità intellettuali e psicologistiche il risultato sarebbe stato di gran lunga migliore, perché il cast ha recitato brillantemente e l'idea di fondo prometteva bene. Ci troviamo di fronte ad una pellicola che vorrebbe essere d'autore, e che porta ad interrogarsi su quali siano le caratteristiche per definire tale un film.
Di sicuro c'è che "Due volte lei" non è destinato a chi vede il cinema come pura evasione.

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