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domenica 19 novembre 2017

Amer Shomali: “La risata dell’oppresso fa tremare l’oppressore”

Una bella intervista di Chiara Cruciati a Amer Shomali, regista di The Wanted 18



Perché un film sulla Prima intifada?
Sono nato fuori dalla Palestina, sono cresciuto in un campo profughi in Siria. Durante gli anni della Prima Intifada ero ossessionato dai fumetti che venivano pubblicati dall’Olp. Molti artisti arabi e internazionali facevano cartoon, poster, disegni su quello che stava accadendo in Palestina e questo ha modellato in me un’immagine della Palestina molto potente. Un luogo bellissimo e utopico. Ad un certo punto, negli anni Novanta avevo in mano un libro di fumetti su Beit Sahour, di un artista egiziano, che raccontava la disobbedienza civile nel mio villaggio di origine. Ero affascinato: era il mio villaggio e quei personaggi, dei supereroi, potevano essere i miei zii, i miei nonni. Un giorno leggevo Superman e il giorno dopo la lotta a Beit Sahour e la sua gente, i miei parenti.
Più tardi nel 1997 quando arrivai a Beit Sahiur dopo il processo di pace, rimasi scioccato dalla realtà: il mio villaggio era un posto come gli altri, i giovani erano interessati a cose materiali, non c’era senso di comunità, niente di quello di cui sognavo da fuori. Provai a fuggire e a tornare in Siria al campo profughi, ma senza successo: ormai qualcosa era cambiato in me. Poi ho incontrato uno dei personaggi che avrei inserito nel film. Mi disse solo: tutto quello che ti hanno raccontato è vero, ma è passato, sei arrivato tardi, hai perso la Prima Intifada.
Allora ho iniziato a pensare al film: un modo per riappacificarmi con Beit Sahour, raccontarne la storia per farla vivere ancora e per viverla io stesso tramite le voci dei protagonisti. Ho ricreato la mia versione della Palestina, per me e per i giovani. È stato in qualche modo un’operazione egoista. È stata una riconciliazione con la Palestina di oggi. La immaginavo come un’utopia e dovevo comprendere quel passaggio critico, che è stato il processo di pace di Oslo.
È stato un modo anche per svelare gli errori, quello che non è stato fatto e quello che è stato sbagliato. Uno strumento per un possibile futuro?
Alcuni mi chiedono oggi se tramite il film promuovo una terza o una quarta Intifada copiando il modello della Prima. Non esattamente: non intendo riproporre quelle pratiche ma piuttosto sottolineare ed esaltare la creatività, quel tipo di resistenza che le nuove generazioni potrebbe facilmente rimettere in piedi. Possono farlo ma devono crederci, devono credere che possono guidare la comunità.
Con la versione inglese del film, vuoi parlare al mondo fuori. In un periodo in cui mancano i grandi intellettuali di un tempo, da Kanafani a Said a Darwish, possono i nuovi artisti e i loro nuovi linguaggi ridefinire la narrativa palestinese e controbattere a quella israeliana, più facilmente comprensibile all’Occidente?
Il film ha diverse versioni, in arabo, in francese, in inglese e anche in giapponese. Lo abbiamo fatto perché potesse essere trasmesso anche in altri paesi, nei cinema e nelle televisioni. È stato difficile perché dovevo bilanciare il contesto: non ridurlo troppo perché altrimenti il pubblico straniero non avrebbe capito di cosa si stava parlando; e non ampliarlo troppo per non renderlo noioso per l’audience palestinese e quella araba che conoscono la storia dell’Intifada. Alcune scene sono state riviste molte volte, rischiavano di non essere divertenti perché avevano o troppe informazioni o troppo poche.
Veniamo proprio all’ironia, all’umorismo che è il linguaggio principale del film. Un’ironia che va a sgretolare le basi dell’occupazione israeliana, della sua paranoia illogica del controllo. Non è facile narrare un periodo tanto drammatico come la Prima Intifada attraverso la voce di 18 mucche.
La decisione di usare l’umorismo in questo film era un rischio, ma era la cosa giusta da fare. Non avrei saputo farlo altrimenti, sono un fumettista e cerco l’ironia ovunque, in ogni angolo di una storia. Ma era comunque difficile combinare una mucca che diceva qualcosa di divertente vicino ad una madre che raccontava del figlio ucciso. All’inizio non avevo una risposta. Poi uno dei protagonisti del film mi ha raccontato un episodio: una notte, durante la Prima Intifada, stava studiando matematica a casa perché il giorno dopo avrebbe avuto l’esame finale. In piena notte l’esercito israeliano ha fatto irruzione a casa sua, lo ha preso, bendato e ammanettato e lo ha caricato nella jeep. Era disperato, sapeva che avrebbe saltato l’esame e avrebbe perso l’anno. Stava pensando a tutto questo quando la jeep si è fermata di nuovo a Beit Sahour e ha arrestato un’altra persona. I soldati l’hanno fatta salire dietro, con lui. Il ragazzo gli ha dato una gomitata e ha chiesto: “Chi sei?”. L’altro ha risposto: “Il professore di matematica”. Hanno iniziato a ridere come pazzi. I soldati urlavano di smettere di ridere ma non riuscivano a fermarsi. Hanno fermato la jeep e li hanno picchiati ma loro continuavano a ridere.
In quel momento è stato tutto chiaro: i soldati pensano che arrestandoti, bendandoti e ammanettandoti, ti controllano completamente. Ma non è così: tu puoi ancora ridere e loro non possono farci nulla. Tu continui a pensare e loro non possono controllare la tua mente. La risata dell’oppresso può distruggere le fondamenta del sistema di oppressione. È stata la chiave del film: i palestinesi soffrono per la loro situazione ma non sono vittime, sono persone con i loro sentimenti e anche con le loro risate. Così, chi sta fuori non proverà pieta ma empatia.

giovedì 9 marzo 2017

due ottimi film, in Palestina

stasera sono andato al Festival Al Ard e ho visto due film ottimi.

il primo film è:
Nevertheless, Al Quds" - Unai Aranzadi

un documentario distopico, che racconta di oggi, e non di domani.
in quel mondo uno fuori di testa può raccontare, e le leggi se le fa lui, che tutto quello che vede è suo, l'ha letto da qualche parte, e si può andare a casa della gente e prenderne possesso, sbattendo fuori i legittimi proprietari.
Dio me l'ha data e guai a chi la tocca, dicono lì, nel mondo reale gente così sarebbe sotto stretto controllo psichiatrico.
la realtà supera qualsiasi fantasia.

ecco il trailer:






il secondo film è:
The wanted 18 - Paul Cowan, Amer Shomali

non vi dico niente, solo che è un grande film, vedere per credere.
se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà moltissimo.
ecco il film completo:




Un po’ fiction, un po’ documentario, un po’ cartone animato, The Wanted 18, di Amer Shomali e Pal Cowan, è la storia, realmente accaduta, di 18 mucche ricercate dall’esercito israeliano nel paese palestinese di Beit Sahour che, durante la prima Intifada, ha provato a contrastare l’occupazione israeliana con il boicottaggio economico.
Una storia raccontata con ironia, usando la combinazione di animazione, interviste e ricostruzioni, candidata agli Oscar nella categoria delle pellicole in lingua straniera.
È stato “tremendo” usare l’umorismo per parlare della prima Intifada, ha spiegato Shomali, ma la formula a quanto pare ha funzionato e se il film strappa qualche risata, non si riduce di certo a una storiella comica. L’intenzione del fumettista-regista palestinese era di parlare di quei giorni di sollevazione popolare evitando di concentrarsi sui giovani palestinesi che lanciano pietre, l’immagine più associata alla prima Intifada…

Using stop-motion animation, interviews and drawings, The Wanted 18 captures the unbelievable moment in history with humour and depth. The animation provides an interesting touch as directors Amer Shomali and Paul Cowan frequently envision what the cows, four in particular, must have thought of being consider terrorist by their former homeland. While the directors have a lot of fun with the absurdity of the events, especially the 8 day search conducted by a hundred Israeli soldiers for the cows, The Wanted 18 is more than a farcical tale. It is a story about independence and the painful sacrifice that comes with it.
Shomali and Cowan capture the spirits of uprising by showing that the cows’ importance was more than mere milk producers. They were symbols of freedom and growth. They represented those who desired to end their oppression by being self-sufficient. The people of Beit Sahour knew that the conflict between Palestinians and Israelis was a much large and complex battle than simple issues of cattle. However, in their little corner of the resistance, the cows were the beacon of light that they could rally around to usher them out of the seemingly endless dark tunnel of their current existence…

The Wanted 18 is a unique take on the Israeli Palestine conflict. It shows in a light hearted and understated way how outlandish activities and positions can build up on both sides. The interviews are emotional while telling of the events many finding the period a high point in their lives. The directors though the use of the stop animation cows display how ones perspective can and would change based on the message you're being fed from either side of the wall. It is a film that I can definitely recommend.

There simply isn’t anything quite like The Wanted 18. It’s a true original. This ingenious documentary is often riotously entertaining thanks to the plucky humour of the cows, but it’s disarmingly moving, too, in its ability to morph these little mooers into agents of resistance. The talking cows share the same emotional and intellectual capacity that their human contemporaries enjoy—a point the film notes with one helpful interviewee—and The Wanted 18 builds to a climactic push as the cows offer the ultimate symbol for the stillborn future wrought by politics of oppression and violence. The Wanted 18 is one of the most entertaining and enlightening films you’ll see this year.

Rivka la pacifique, Ruth qui n’aime pas les palestiniens, Lola fan de Madonna et Goldie, la plus jeune, commentent les faits, revivent les événements et se font ainsi les portes parole de l’Histoire d’une manière plus récréative, sans pour autant diminuer la portée du propos. Hautement symboliques, ces ruminants pacifiques portent en eux l’esprit de révolte de palestiniens tout aussi pacifiques.
Habile combinaison d’animation image par image, d’illustrations, d’entrevues et de documents d’archive, Les 18 Fugitives est une œuvre dotée d’une appréciable originalité, à la fois dans la forme et dans le fond.
da qui