Si chiama Rambo, sette anni prima
di Stallone,
ed è un Tomas Milian quasi Giraldi,
anche se della Polizia non vuol sentir parlare, neanche di quella privata.
"Per me esiste una sola legge, la mia", dice prima di montare in
motocicletta e compiere una strage. Un personaggio da fumetto, eroe solitario
che per salvare un bambino affronta ben due cosche mafiose, lasciando per
ultimo, ovviamente, quello soprannominato il padrino.
Divertimento assicurato, gran ritmo, Lenzi non sbaglia un'inquadratura.
Come appaiono
lontani quei tempi: per me che non li ho vissuti sembra quasi un'altra Italia.
Un po' come diceva Pasolini quindic'anni dopo aver girato Accattone, certe
realtà sociali durano il tempo di qualche stagione, possono essere immortalate
da chi ha l'occhio giusto per guardare, ma a distanza di tempo sorge il dubbio
che il cambiamento non sia stato in meglio ma in peggio, forse perché da quella
realtà ci si è sempre più distaccati per qualcosa di più effimero, intangibile.
E' lontana quella realtà dove ogni muro era ricoperto di simboli politici, è
lontana quella realtà del cinema popolare come ingenuo svago o dei bar come
luogo altrettanto spensierato per parlarsi. Certo, la maggior parte dei
poliziotteschi non sono film memorabili, ma hanno tutti quell'essenza
artigianale e spontanea che oggi sarebbe irriproducibile, anche i film che
cercano di calcare certe orme risultano al confronto forzati. Forse solo
Tarantino, con le sue cineprese e le sue pellicole, era riuscito a riprodurre
qualcosa di affine, seppur spingendo il lato autoriale al limite, conferendo a
questo genere di film un sottotesto noir/hard boiled quasi inedito. Venendo a
questo film di Umberto Lenzi, devo dire che l'ho trovato una piacevole
variazione rispetto ai canonici "X a mano armata"…
Lenzi gira
dominando la mdp, Milian cavalca una moto e conclude la sua epopea personale
(cominciata malvolentieri) senza un graffio, come un immortale. Conclusa la
visione è immediato pensare a un western urbano; c'è molta azione e non mancano
le scene memorabili (concentrate sulle uccisioni cruente), le facce da galera,
le battute scurrili, il cinismo irriducibile. Nell'insieme è un buon prodotto
nero, non eccezionale ma che gli appassionati del genere (e di Lenzi e Milian)
non possono perdere.
un film sorprendente, sembra un film a episodi, in realtà è una storia unica, con i quattro disperati e un'ultima parte sorprendente e commovente.
appare anche Tomas Milian, nel ruolo di un cattivissimo.
non perdetevi questo film, sceneggiato anche da Ennio De Concini, se mai capitasse, per sbaglio. in qualche canale tv.
buona (maschile) visione - Ismaele
…Fulci
segue le orme di Sam Peckinpah e dei suoi western rivoluzionari ed anarchici:
addio antiche faide tipicamente a stelle e strisce tra indiani e cowboy; basta
duelli frontali a mezzogiorno in punto, baciati dal sole a picco e coperti
dalla polvere e dal sudore; basta lotte di liberazione in favore del popolo
messicano e alla loro causa rivoluzionaria; addio trielli e piani messicani
tesi, adesso si dà voce agli emarginati, alle figure che da sempre popolano il
sottobosco western ma che non hanno mai avuto ruoli alla ribalta. Il protagonista,
Stubby, è l’antieroe guascone e romantico, che da perfetto baro bugiardo
compie, attraverso l’arco narrativo del film, il suo viaggio interiore fino a
trasformarsi in un eroe atipico, un “cavaliere pallido”, un giustiziere
solitario dalla morale ambigua che prende il sopravvento sull’antagonista
effettivo della pellicola, Chaco, caratterizzato da Milian come una sorta di
rockstar maledetta dotata di un fascino perverso e magnetico tanto da rubare la
scena al personaggio di Stubby/ Testi, almeno finché i due compaiono insieme.
La sceneggiatura fu scritta da Ennio De Concini, che si
ispirò ad una serie di racconti del 1868 pubblicati da Francis Brett Harte con
il titolo di The luck of roaring camp.
…La scena per me più bella non è però legata a torture, spari
o morte, ma al loro opposto. La nascita di Lucky, che la prostituta Bunny porta
in grembo, è un momento emozionante, il momento che rende il film morte e vita
insieme. Il villaggio di montagna, abitato solo da uomini in cerca d'oro con
più di un problema con la giustizia alle spalle, si stringe attorno al parto, i
freddi e disillusi minatori ritrovano la loro umanità e un sincero affetto
verso il neonato che li porterà ad adottarlo. Un western che fonde così bene tanti aspetti,
sfumature e contorni non può passare inosservato, né essere bollato come
prodotto di scarso valore. Anzi, è un film da scoprire e custodire. Non a caso
inserito nella retrospettiva sul western all'italiana tenutasi a Venezia.
Imperfetto, erratico, indeciso; eppure il film possiede una sua
indubbia malia. A causa, forse, di quelle languide melodie folk? Per la simpatia
che ispirano i personaggi, tutti emarginati o diseredati o freak? Oppure per i
temi del viaggio e della perdita che soffondono la storia d'una tenera
malinconia? Fulci non risparmia scene forti, ma tutto è ammorbidito, come se lo
si osservasse dalla lontananza del ricordo. Adeguati tutti gli attori; un
plauso alle presunte seconde linee dei Lastretti e Corazzari, volti degni del
western maggiore.
Un giocatore d'azzardo, una prostituta, un alcolista, un nero
medium sono in prigione e sfuggono allo sterminio dell'intera cittadina. Inizia
poi il viaggio dei quattro, lungo il quale incontrano Chaco (Milian), un
messicano apparentemente amico. Il film è uno spaghetti western brutale e
psichedelico (musiche simil-primi Pink Floyd) e deve molto al carismatico
Milian (non doppiato), che interpreta un messicano sadico fatto di pejote.
Nella versione censurata sono tagliati lo stupro e lo sceriffo scuoiato vivo.
Un piccolo diamante grezzo.
…Il West di Lucio Fulci
è un west malinconico ma sognante, delirante quanto dolce. Allo stesso tempo sa
essere incantevole come un sogno, come un altrove che tutti vorremmo, ma sa
anche essere spietato e triste come un’inferno dal quale scappare. Anche la colonna
sonora e le sue canzoni anacronistiche, incidono sul film come in poche altre
occasioni, e sanno creargli quel lirismo difficile da raggiungere, senza però
scadere nella retorica di una grammatica ricattatrice. Come in “Pat Garret and
Billy the Kid” del Maestro Peckinpah, omaggiato da Fulci nella iperrealistica
sparatoria iniziale a Salt Flat, anche ne “I Quattro dell’Apocalisse” ci
troviamo in un west malinconico, e come in tutte le malinconie c’è un qualcosa
di sensuale che richiama l’abbandono dei sensi, i piaceri dell’alcova più
intima e segreta. Quei sogni ad occhi aperti, dell’adolescenza più sognatrice,
dove le passioni e le pulsioni sessuali sono irrefrenabili e ci si sente sempre
come ubriachi buttati sotto il sole di luglio. C’è un piacere, un orgasmo
silenzioso e lento, che pervade tutte le scene, tutte le inquadrature, grazie
alla sapiente fotografia e alle intuizioni registiche di Fulci stesso. “I Quattro dell’Apocalisse” è un sogno che vira
nell’incubo più volte, ma preserva sempre lo status di altrove onirico in cui
tutto e possibile, e in cui ogni sensazione è provabile.
Molto buono: Lucio Fulci realizza un western in cui il Mito dell'West
(classico o post-leoniano che sia) viene smitizzato, a partire dai personaggi.
I/la quattro dell'Apocalisse indicati/a dal titolo, infatti, non
possono essere considerati eroi/na, e l'omissione del termine
"cavalieri" sembra quasi evidenziare tale aspetto: infatti i/la
protagonisti/a di questa opera sono un ubriacone, un nero mezzo pazzo, una
prostituta incinta e un baro appena scarcerati/a.
A loro si oppone, per carisma e ferocia, il personaggio di Chaco, un
personaggio tanto carismatico quanto sadico: in alcuni momenti sembra quasi una
sorta di figura messianica (la scena in cui droga i/la protagonisti/a ricorda,
almeno al sottoscritto, una sorta di "eucarestia" blasfema,
accentuata dai movimenti 'manuali' della macchina), in altri rivela una
spietatezza quasi inumana (la scena in cui si mostra il risultato della strage
della carovana cristiana incontrata precedentemente dal quartetto è spiazzante,
specialmente per la presenza di vittime infantili), ma alla fine, di fronte
all'approssimarsi della Morte, è la codardia e la bassezza che prendono il
sopravvento, ridimensionando notevolmente quello che può essere considerato
l'unico personaggio davvero "mitico" (in quanto è l'unico che segue
davvero i codici dettati dal Genere) del film.
Tomas Milian,
irriconoscibile, a metà fra Charlot e Totò, è un cacciatore di taglie, incassa
e poi, con lo stesso bandito si va a incassare in un altro stato.
corse e
trucchi sono la specialità del protagonista, niente di memorabile, ma di sicuro
divertente.
buona (folle)
visione - Ismaele
Personaggi costruiti
prendendo un po' di qua e un po' di là. Non importa dire da dove, è talmente
evidente... È altrettanto evidente che senza Tomas Milian (sorprendente
praticante di yoga) nel personaggio di Provvidenza, il film varrebbe ben meno
del suo valore. È infatti il bravo Milian a "nobilitare" una commedia
altrimenti senza nessuno spunto di interesse o di comicità (suo scopo
principale). La discreta regia e riprese anche curate non bastano a risollevare
un film nato evidentemente al seguito di un filone di successo.
Uno stravagante
bounty killer si guadagna da vivere consegnando alla giustizia sempre lo stesso
fuorilegge ( per poi farlo evadere ) , finchè non succede che qualcuno
non lo paga con dollari falsi ... Dopo il successo mondiale di Trinità ,
lo Spaghetti Western lascia il posto al Fagioli Western , ma quasi tutti gli
emulatori del duo Spencer / Hill non saranno all' altezza degli originali . Qui
si cerca di riciclare nel nuovo genere due nomi di spicco del western italiano
, il bravo regista Giulio Petroni ed il poliedrico attore cubano - romano Tomas
Milian. Per formare l'accoppiata di prammatica , gli viene affiancato il
corpulento e barbuto caratterista americano Gregg Palmer . La sceneggiatura ,
scritta a più mani , vede tra gli autori persino Castellano e Pipolo ( sovente
garanzia di schifezze ) , ed è in buona sostanza un' accozzaglia di gags che
non fanno ridere , tenute insieme da un esile filo , zeppa di scazzottate ,
rutti e sequenze in slapstick .
chissà se lo hanno proiettato in parrocchia o in seminario, un prete non pedofilo ma assassino è troppo.
naturalmente il film ha avuto qualche problema con la censura, sopratutto per la scena dove Barbara Bouchet nuda attira la curiosità di un bambino, che non è un bambino.
Florinda Bolkan, Tomas Milian e Irene Papas sono gli altri attori famosi, come sempre bravissimi.
il ruolo più difficile è quello di Florinda Bolkan, non sex symbol, come Barbara Bouchet, ma strega e maga del paese lucano dove è ambientato il film, nell'Italia del miracolo economico, dei costumi che cambiano, dell'arretratezza che arriva dal passato e non passa ancora, della ricchezza (per i ricchi, naturalmente) e della miseria (per i poveri).
…Nel paesino disperso nel nulla di Accendura si celebra lo
scontro fra pregiudizio e razionalità, fra fede e sessualità e fra morte e
nascita, sullo sfondo di una modernità che attraverso la nascita di
un’autostrada cerca timidamente di fare breccia nell’arretratezza tecnologica,
culturale e morale di una nazione. Uno sconvolgente quanto inevitabile finale
cala il sipario su una delle pagine più memorabili e atipiche del
giallo all’italiana, capace di intrattenere, avvincere e inquietare,
ma anche di fare riflettere su chi siamo e sui rischi connessi a una cieca e
inflessibile applicazione dei nostri preconcetti.
… La morbosità e la
cupezza delle quali la pellicola fu accusata al tempo della sua uscita sono
elementi innegabili ed imprescindibili, che concorrono tuttavia proprio ad
elevare il valore intrinseco della pellicola stessa, e non di sminuirlo. Non si sevizia un paperino è uno dei thriller
dell’epoca in cui la violenza è meno gratuita, ma è anzi da considerare come
filtrata non solo attraverso la mente malata del killer ma soprattutto
attraverso una mentalità retrograda, sottosviluppata ed immobile nella sua cieca
superstizione. Così i paesani del villaggio sono portati a credere che
l’assassino possa essere innanzitutto un povero demente che – secondo le parole
del commissario – “non ha mai fatto del male ad una mosca”, poi una “maciara”,
ovvero una fattucchiera locale, anche lei non del tutto a posto a causa della
morte prematura del figlio, e quindi una prostituta, per di più originaria da
Milano e quindi considerata come un elemento di disturbo e dannazione per la
quiete del paesino…
è considerato ormai
il capolavoro assoluto di quel maestro dell’horror malato e perturbante.
Rimosso, censurato, tagliato, massacrato: tanto che non si sa più esattamente
quale sia la versione originale di Non si sevizia un paperino.
Ma ci pensate? Nel 1972 Fulci si inventa questo strepitoso, morboso film che,
ambientato in una arcaica Lucania (che ricorda quella del bellissimo Il demonio di Brunello Rondi), mette in scena
stregonerie mediterranee, preti non così innocente, bambini seviziati, passioni
inconfessabili, perdofilie comprese. Da brivido. Cast immenso: Irene Papas,
Tomas Milian, Florinda Bolkan, Georges Wilson, Barbara Bouchet, Marc Porel.
§Il titolo di lavorazione era Non si sevizia paperino.
Questo doveva essere il titolo definitivo del film, ma la Disney si oppose a
questo titolo e impose l’articolo. I produttori del film aggirarono questo
ostacolo inserendo sui manifesti pubblicitari del film l’articolo “un” con un
carattere scuro o velato, che si confonde con lo sfondo nero.
§Durante la sequenza della lotta tra Tomas Milian e Marc Porel, i
due attori si azzuffarono realmente, finendo sulle pagine dei quotidiani del
tempo.
§Il film fu vietato ai minori di 18 anni (Visto censura n. 61046
del 22 settembre 1972), a causa delle scene di violenza e la sessualità morbosa
mostrata nel film. Patrizia si mostra nuda a Michele, nella sequenza che costò
una denuncia a Lucio Fulci. I problemi maggiori con la censura riguardarono la
sequenza in cui Barbara Bouchet si mostra nuda davanti a un bambino.[1] Per
questa sequenza vi furono molte denunce, poiché la legge proibiva l’impiego di
minorenni in sequenze scabrose. Nel gennaio del 1973, Lucio Fulci, Edmondo
Amati e la Bouchet, dopo una lettera anonima, furono chiamati in tribunale. Lì,
Fulci spiegò come era stata girata la sequenza: alla presenza di un notaio, che
mise il tutto a verbale, la Bouchet era distesa nuda su un divano, mentre il
bambino era ripreso sempre senza l’attrice. I controcampi di spalle del bambino
furono invece girati da Domenico Semeraro, un nano amico dei produttori. Mentre
Fulci usciva dal tribunale, il giudice domandò al regista cosa avesse visto, in
fase di doppiaggio, l’attore (ovviamente un bambino) che doppiava il bambino.
Fulci rispose che aveva visto delle code nere, al posto della Bouchet. Dopo
aver detto questo, il verbalizzante della polizia disse a Fulci: «L’ha fregato,
dottò…». Fulci dichiarò inoltre che la sequenza era una delle più morbose da
lui realizzate.
§Il titolo del film sarà omaggiato da Fulci, nel suo Lo
squartatore di New York, diretto nel 1982, dove è presente un serial killer che
parla con la voce di Paperino.
§La sequenza finale del film, in cui don Alberto cade nel vuoto e
si sfracella il volto, sarà ripresa da Lucio Fulci nell’incipit di Sette note
in nero, diretto nel 1977, in cui una bambina assiste al suicidio della madre
che si getta nel vuoto.
§Alcuni particolari della sequenza del linciaggio della maciara
(i primi piani dei tagli inflitti alle braccia e al volto dalle catene) saranno
ripresi da Fulci nell’incipit di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, diretto
nel 1981.
§In una sequenza, la maciara doveva essere assalita da un gruppo
di pipistrelli. La sequenza fu girata, ma non montata, poiché data la serietà
del film Fulci non ritenne opportuno inserirla.
§Il nome del paese in cui si svolge la vicenda, Accendura, fu
adattato da Accettura, paese in provincia di Matera.
§Per il personaggio della maciara, la Bolkan richiese
esplicitamente un trucco che non ne facesse una “poveraccia”, bensì una donna
povera ma con un suo fascino. Inoltre la Bolkan girò l’intero film senza mai
vedere gli altri attori. Le sue scene furono infatti girate con la presenza
della sola attrice.
Il film più stracult della serata mi
sembra il fondamentale thriller di Lucio Fulci, ispirato a una storia vera
accaduta poco prima nel Salento, “Non si sevizia così un paperino” con
Florinda Bolkan come una conturbante majara, Barbara Bouchet peccatrice nordica
che adescca i ragazzini, Tomas Milian giornalista, Irene Papas, Marc Porel
prete con non poche turbe. Ancora oggi bellissimo.
Celebre la scena del bambino che vede
Barbara Bouchet nuda, che non era poi un bambino, ma il celebre “nano di
Termini” Domenico Semeraro che fece una brutta fine nella vita, ucciso
dall’amante, e la sua storia venne poi immortalata da Matteo Garrone in
“L’imbalsamatore”. Ma celebre anche la morte atroce di un bambino girato con un
pupazzo di Carlo Rambaldi.
una missione poco marziale, gli italiani brava gente sapevano come trattare le donne, sopratutto se puttane.
i soldati sono merda (tranne qualche eccezione, tutte le regole ce l'hanno), le prostitute sono sante, al confronto.
il film, come tutti quelli di Valerio Zurlini, è impedibili, attrici e attori sono davvero bravi.
cercatelo e guardatelo tutti, non ve ne pentirete - Ismaele
Il pregio principale di questo film è l'originalità del tema
(tratto da un romanzo di Ugo Pirro) il viaggio di dodici prostitute lungo una
"via crucis", le cui tappe sono in realtà le caserme dove dovranno
lavorare. Il punto di vista è quello del giovane tenente che ha la missione di
accompagnarle. E' vero che il coraggio di raccontare i fascisti come fossero i
nazisti è di per sé pregevole, ma (per motivi di distribuzione?) l'esercito
viene sempre mostrato come separato ideologicamente ed eticamente dalle camicie
nere (cosa storicamente non proprio verissima). Ciò che convince meno,
probabilmente, è un punto strutturale. Dodici prostitute che come evidenzia il
long-take iniziale sono in funzione corale, il coro tipico della tragedia
attica che in origine aveva funzioni di commento e di rappresentare lo sguardo
del pubblico. Ma le prostitute, a parte la Karina e ad altre due, non sono
quasi mai punto di partenza dello sguardo, ma soltanto punto d'arrivo. E così
viene a mancarci la forza ed il dramma della loro condizione. Scritto da un
maschio e diretto da un maschio, era impossibile d'altronde pensare di avere
uno sguardo femminile sul film, ma la distanza è davvero esagerata. Resta comunque pregevole.
Film molto suggestivo ed intenso nel quale emerge la
dicotomia insita nella natura umana: da una parte il cinismo e lo squallore di
un mondo in cui non c'è posto per il sentimento ma solo per l'aberrazione e
l'istinto; dall'altra il rapporto che si instaura con le prostitute e l'amore
che sboccia tra Eftichia e Martino, il cui epilogo è un dialogo di una bellezza
struggente che racchiude in sè tutto il senso di una vita che non potrà essere
vissuta attraverso l'impietosa immagine di un figlio che non sarà*. Ciò che
colpisce è anche la splendida fotografia che cattura perfettamente la
profonda espressività delle bellissime attrici, conferendo alle
inquadrature un quid di fascino e suggestione raramente
visibile. La guerra finisce per vincere su tutto e tutti ma perde la
battaglia più grande, quella con l'animo umano.
*"Ci hanno umiliato, parliamo come
due persone già vecchie e, tra poche ore, dovremo dirci addio. Quando tutto
sarà finito, chi ci renderà questi attimi? E finirà tutto questo? Si potrà
dimenticare? E tutte quelle cose che ci hanno insegnato da piccoli: la
gentilezza, la dignità, il rispetto verso quelli che sono più deboli, la bontà
dei nostri simili. No, io non lo accetterò mai.
Ti amo e tu hai già capito in
che modo ma a dirtelo oggi, in queste condizioni, mi sembra di recitare una
preghiera per un bambino che ci è morto".
Intenso ritratto di un poco onorevole pezzo di storia
italo-greca, dove l'interesse del regista va all'analisi caratteriale dei
personaggi e alle enormi sofferenze che la guerra provoca alle persone. Anzi,
il tono non è quello storico-politico, ma piuttosto lirico, interiorizzato.
Benché il film mostri le aberrazioni del fascismo (quantunque gli stessi
fascisti siano esseri umani che vengono falciati dalla guerra), non è un film
anti-fascista in senso stretto: la guerra è un orrendo mostro, voluto dagli
uomini e dalle loro folli ideologie, che semina morte e distruzione, odio e crudeltà.
Il regista, insomma, sta dalla parte dell'uomo sofferente, e qui in
particolare, della donna sofferente. Il ritratto della prostituzione
pianificata dai vertici militari per far sfogare i più bassi istinti dei
soldati è infatti decisamente crudo e realistico, e l'orrore e la disumanità di
quella pratica non viene messa sotto la foglia di fico; ci colpisce infatti più
volte con fendenti allo stomaco. Il cinismo degli uomini che cercano carne da
piacere (meglio se di vergine), il qualunquismo delle donne che vi si
assoggettano per liberarsi dalla fame, il dramma dell'innocenza perduta da
adolescenti, emergono in tutto il loro orrore. Il protagonista è uno con ancora
un cuore che batte sotto la divisa, e tutto ciò lo ripugna e cerca di porvi
argine in qualche modo, ma è quasi l'unico. Scene forti: l'incidente col
camion, e la fucilazione dei partigiani greci. Il grande Zurlini ha girato un
film duro e poetico allo stesso tempo, triste perché rappresenta tristi
avvenimenti, dalla parte dell'essere umano, con un bellissimo commento musicale
che esalta il lirismo di molte immagini.
Antigone nel 1969, a Milano. tempi tragici, con i morti che insanguinavano le strade, nel film le autorità non permettono la rimozione dei morti, devono servire da monito per tutti. qualcuno si ribella alla non umanità del potere, storia antica, e sempre attuale, i giovani sopratutto sono i più disponibili a rischiare, hanno meno paura, meno da perdere. ed è straordinaria l'attualità dell'Antigone di Sofocle, questa volta in un futuro che è oggi, un futuro possibile, dietro l'angolo. bravissimi gli attori, tra gli altri Pierre Clémenti, Britt Ekland e Tomas Milian. in certi momenti sembra di stare in un film di Elio Petri. buona visione, non ve ne pentirete - Ismaele QUI il film completo
Il tocco provocatorio di Liliana Cavani
racconta "L'Antigone" attraverso la macchina da presa. In pieno clima
di contestazione la tragedia di Sofocle prende vita nelle strade di Milano del
1969. La regista riscopre l'antica Grecia e la capacità dei suoi autori di
raccontare storie universali e attuali. Il film inizia con una sequenza tanto
agghiacciante quanto violenta: quattro bambini vengono fucilati senza alcun
motivo davanti allo sguardo impressionato di Tiresia. Il giovane straniero si
avvia verso le strade della città osservando i corpi privi di vita di ragazze e
ragazzi, repressi durante le sommosse e lasciati marcire per terra, per ordine
dello Stato. "Morte a chi seppellisce i corpi dei ribelli", si legge
ad ogni angolo. Tiresia è affranto. In un bar incontra Antigone, ragazza
dell'alta borghesia, pronta ad infrangere la legge pur di seppellire il corpo
del fratello. Perfino la famiglia è contraria alla sua idea. Ma Tiresia è
pronto ad aiutarla. Emone, fidanzato di Antigone e figlio del primo Ministro
non è d'accordo con la decisione della ragazza. Poi, anche lui si converte alla
causa, e accusa per primo il padre, tanto attaccato alle "sue" leggi
da non rischiare di sovvertire l'ordine prestabilito. Milian, interprete di
Emone, è perfetto nella parte di colui che, ormai conscio dell'empietà del
governo, vuole regredire allo stato di animale…
I
Cannibali è
un film di Liliana Cavani del 1970 che racconta di una vicenda ambientata in un
imprecisato futuro.
Come molti film e romanzi ambientati nel futuro, anche questo film si riferisce
a un futuro distopico, in cui solitamente lo stato prende il potere ma la sua
dittatura dilagante sfocia in episodi di violenza e repressione mentale.
I romanzi che trattano di distopia esistono fin dalla fine dell’Ottocento,
con I cinquecento milioni della Bégum di Jules Verne per
esempio, ma si sviluppano in modo dilagante a partire dagli anni ’30 con Aldous
Huxley con il suo Brave new world e raggiungono l’apice con
George Orwell e Ray Bradbury (il famoso Fahrenheit 451), non a caso
nel Primo Dopoguerra e durante la Seconda guerra mondiale.
Uno fra tutti, George Orwell sviluppa la tematica della distopia nel romanzo 1984,
in cui la volontà da parte del governo di tenere sotto controllo il popolo
sfugge di mano e diventa una repressione culturale e fisica del vivere
dell’individuo. Questo concetto si collega anche ad un altro suo romanzo, Animal
Factory, in cui Orwell sviluppa la condizione in chiave politica, mostrando
attraverso una metafora gli effetti distruttivi di una dittatura.
Nello stesso film della Cavani si può trovare un riferimento libero ad Animal
Factory: gli animali affissano al muro delle regole e delle frasi a cui
tutto il “popolo” della fattoria deve sottostare, e allo stesso modo in una
scena del film vediamo le scritte “Ribelli=Spazzatura” e “I ribelli fanno
vomitare” su una parete della città…
Rilettura avanguardista dell' 'Antigone', è un'operetta
fantapolitica dalla straordinaria potenza iconografica, ma penalizzata da un
certo didascalismo programmatico di fondo, e da una struttura narrativa a
tratti inesistente, a tratti addirittura tipografica per quanto
ripetitiva. I neanche troppo velati richiami ad una sorta
di 'cristologia laica' rischiano di stonare rispetto al complessivo
afflato 'militante' ed orwelliano dell'opera, ma certo le strade (ballardiane,
verrebbe da dire) disseminate di cadaveri 'intoccabili' e senza volto nè nome,
nel centro d'una Milano-Nowhere apocalittica e tragicamente 'quotidiana', sono
difficili da dimenticare. Come nel miglior Petri l'ottusa autoreferenzialità
- cannibalica, appunto - d'una casta dominante totalitaria e 'rispettabile', è
resa attraverso il registro, sferzante, del grottesco. E i
goffi sforzi 'esegetico-pedagogici' che l'inteligentia di Regime compie
per tentare di comprendere le idealità dei 'ribelli', appaiono icona
tragicomica dell'incomunicabilità tra Classi, allora e sempre. Una simile, derisoria, ferocia si vedrà, di lì a
poco, in capi d'opera della fantapolitica 'proletaria' come
il 'Fantozzi' di Salce e 'Todo Modo' di Petri. Un archetipo imperfetto ma necessario.
un film sorprendente, sembra un western come tanti, e invece è eccezionale. la sceneggiatura è di Ennio De Concini. ci sono tante scene memorabili che basterebbero per diversi film. è un film violento, divertente, terribile, commovente, con un Tomas Milian che diceva di essersi ispirato a Charles Manson, banditi, bari, alcolizzati, cercatori d'oro. la parte finale, poi, è davvero indimenticabile. non perdetevi questo piccolo grande film, un gioiellino sottovalutato - Ismaele
Meraviglioso,
lirico, fisico, tecnicamente eccelso, I quattro dell'Apocalisse è uno dei grandi titoli
crepuscolari del western italiano, genere che nel giro di pochi subisce una
netta metamorfisi e sconta la perdita d'interesse da parte del pubblico, come
quello americano. Un genere che dalla cenere nasce, che di morte si nutre già
dal suo primo passo (il leoniano Per
un pugno di dollari), si spegne nostalgicamente, perde i suoi eroi
(che senza macchia non sono, pur rimanendo eroi) e si ritrova colmo di violenza
insensata, di personaggi mansoniani (il Chaco, impersonato da Milian), di atmosfera
infantile/fiabesca (pur se perversa/polverosa). Fulci, di suo, ci mette dei passaggi di pura poesia (il villaggio
di soli uomini che adotta il bambino, il nero che parla coi morti e si aggira
tra le tombe, sotto la pioggia), luci remingtoniane, tecniche di
ripresa sopraffine.
Fulci sembra essere andato fuori tempo massimo
per girare un film western. Il genere aveva passato abbondamente l'età dell'oro
ed erano abbastanza rari vederli sullo schermo. In effetti è più un road movie
di ambientazione western che un film di genere vero e proprio. I quattro
protagonisti sono già di per sè perfetti prototipi dei reietti: Un nero folle,
un alcolizzato e due rappresentanti delle professioni più antiche del mondo,
una prostituta e un baro di professioni. Tra i paesaggi naturali e le musiche
della colonna sonora si consuma la fine di una certa controcultura tipica di
quegli anni, nel quale Chaco dello straordinario Milian ne rappresenta tutte le
aberrazioni possibili immaginabili. Un film particolare a cui Fulci riesce a
dare un buon equilibrio tra l'atmosfera crepuscolare, situazioni bizzarre ed
esplosioni di violenza inaudita. Certamente non è il solito western.
I QUATTRO DELL’APOCALISSE è uno dei migliori
western degli anni settanta. Più tradizionale e meno crepuscolare dello
stilizzato e nervoso KEOMA. Benché superiore, a mio avviso, l’opera di
Castellari – il film di Lucio Fulci naviga nel mare sicuro del genere canonico,
con alcune infiltrazioni. Per esempio nella figura di Chaco si toccano picchi
di violenza non indifferenti, ma lo script di Ennio De Concini offre una
garanzia. Una sceneggiatura di ferro (scritta da un maestro dei generi) con
alto tasso di arte artigianale italiana: un baro, una prostituta, un matto e un
ubriacone sopravvissuti ad una strage in quel di Salt Flat intraprendono un
viaggio di vita e morte. Stubby è il capo spedizione, rassicurante e cultore
della pulizia; Bunny è in attesa di un bambino, quando incontrano una carovana
di cristiani metodisti si spacciano per marito e moglie…
I
quattro dell’apocalisse è un film del 1975, diretto da Lucio Fulci, con Fabio
Testi. Esistono diverse versioni del film. A causa della crudezza di alcune
scene all’uscita nelle sale la versione originale del film ricevette il divieto
per i minori di 18 anni. Per ottenere un abbassamento del divieto a 14 anni, il
produttore fece tagliare molte delle scene più crude, realizzando così la
seconda versione, ma il divieto venne lasciato comunque ai minori di 18 anni…
…Lucio Fulci è un genio. Da ragazzo ha parato un rigore a Mazzola
(Valentino) ed è universalmente riconosciuto come uno dei maestri dell'horror e dello
splatter. Nel 1975, anno in cui esce nelle sale
"I quattro dell'Apocalisse", ha smesso di fare commedie e
musicarelli. "I quattro dell'Apocalisse" è uno spaghetti western (Lucio
Fulci ha già diretto nel 1968 il cruento "Le colt cantarono la morte e
fu... tempo di massacro" con Franco Nero che, per l'occasione, indossa
le "vestigia" del "biondo" Clint
Eastwood). La sceneggiatura è di Ennio De Concini e si basa su quattro racconti
di Francis
Brett Harte. Pistole, deserti, villaggi di minatori e villaggi
fantasma. Puttane, ubriaconi. Reverendi che giocano a poker e i soliti,
immancabili, mormoni (o meglio "la chiesa felice del Cristo
vivente") svizzeri. Ma nel 1975 il genere stava morendo e Lucio
Fulci, che si considerava un "terrorista dei generi",
decide di arricchire la trama con il suo personalissimo stile. "Uno degli unici tre western prodotti sino ad oggi nel mondo che sia
vietato ai minori di 18 anni per la sua drammatica, feroce, violenza." Così
recitava la frase di lancio. Il limite fu poi abbassato ai 14 anni. Ma alcune
scene vennero tagliate. Marco Giusti, autore televisivo e critico cinematografico
che nel 2007 ha curato la retrospettiva dedicata al western all'italiana per la
Mostra del cinema di Venezia, lo ha definito un "western
sadico". E' un western sadico e un road movie allucinato e psichedelico. I
protagonisti sono quattro perdenti. Un baro, una puttana, un ubriacone e un
matto che viaggiano attraverso il deserto. Come il capitano Willard che risale
il fiume Nung fino in Cambogia. Come Capitan America e Billy che viaggiano
attraverso gli Stati Uniti a bordo delle loro motociclette. Chaco è vestito
come un hippy di Woodstock. E le bellissime musiche - da segnalare, alle
percussioni, la presenza di Tony Esposito - di Bixio, Frizzi (Fabio) e Vince
Tempera giocano un ruolo fondamentale nelle dinamiche della storia. Tomas
Millian, in quello che è e resterà il suo ultimo western, è perfetto nel ruolo
di Chaco e dichiarerà poi di essersi ispirato, nella caratterizzazione del suo
crudele personaggio, al serial killer statunitense Charles Manson. Fabio Testi
è ancora un attore.
"I
quattro dell'Apocalisse" è un film violento. Ci sono
vendicatori con il volto coperto che compiono massacri. Sceriffi corrotti e
sceriffi scuoiati vivi. Stupri e banditi che si fanno di peyote. Cannibalismo.
E vendette al sapore di schiuma da barba.
Grande
western sadico di Fulci, che non lo considerava completamente riuscito perché
non aveva un gran rapporto con De Concini, lo sceneggiatore imposto dalla
produzione. "De Concini fece una brutta sceneggiatura. Io tentai di
rifarla, ma era difficilissimo, perché De Concini ci credeva e non voleva
variazioni di sorta" (Segno Cinema). Detto questo Fulci si scatena citando
i quadri di Frederic Remington, fa omaggio a Leone, gira un grande finale
("credo che la cosa migliore siano gli ultimi 800 metri") e,
soprattutto, costruisce dei grandi personaggi con attori che lui stesso impone
al produttore. [...] Malgrado tutta l'energia spesa da Fulci il film non andò
bene. "Quando uscì, non gliene fregò un c*zz* a nessuno, fece un
insuccesso totale [...], Frizzi, il produttore, mi disse: 'Be', allora ho perso
un po' di tempo...', infatti fu una brutta botta perché il film costò 500
milioni!" (Segno Cinema). Grande colonna sonora di Frizzi-Bixio-Tempera.
Il gruppo Cook & Benjamin Franklin, che nasconde ovviamente i tre musicisti
più Toni Esposito, Franco Di Lello e Massimo Luca, esegue "Movin'
On", "Bonnie (Let's Stay Together)", "Was It All in
Vain", "Let Us Pray", "Stubby (You're Down and Out)".
Per la versione televisiva vennero tagliate le scene più sadiche, lo
scuoiamento e lo stupro. Frase di lancio: "Uno degli unici tre western
prodotti sino ad oggi nel mondo che sia vietato ai minori di 18 anni per la sua
drammatica, feroce violenza".
già soltanto i titoli di testa sono un capolavoro, con la musica di Ennio Morricone e Bruno Nicolai, i disegni, il canto di Tomas Milian. il film è il terzo (qui e qui gli altri due) della trilogia western di Sergio Sollima, nel 1968, quando i western italiani erano i più belli del mondo. l'aria di rivoluzione si respira nel film, Cuchillo è bravissimo e simpatico, onesto a suo modo. non perdetevelo, non ve ne pentirete - Ismaele
Il ritorno di Cuchillo coincide con il terzo western in
pochissimo tempo della coppia Milian/Sollima.Se il primo film di questa ideale
trilogia era quasi un pamphlet politico per quanto era rivolto alla situazione
politica dell'attualità,qui siamo più dalle parti del western picaresco.Non
mancano comunque i riferimenti alle lotte rivoluzionarie che sono insiti nel
personaggio di Cuchillo.Pur essendo inserito nel calderone dello spaghetti
western si distingue per una certa cura realizzativa che non era così comune
quando il genere era all'apice della popolarità e per una sceneggiatura un pò
più profonda di quanto imponga il genere.Sollima era poi regista sicuramente
con una marcia in più rispetto a tanti anonimi mestieranti del genere pur non
raggiungendo le vette dei western di Leone…
Un ladruncolo di buon cuore si lascia possedere dallo spirito
della rivoluzione messicana. Inizia così una gara in astuzia e in velocità che
giunge sino alla terra dei gringos dove è nascosto un cospicuo tesoro. La fuga
con i suoi contrappunti, i sorpassi, le pause, i raddoppi è diretta con grande
perizia da Sollima che ha saputo imprimere un ritmo spumeggiante a una
partitura inventiva e spiritosa…
…sigla
iniziale, con dei disegni notevolissimi che sembrano (purtroppo, e non sono
esagerati) tanti "Guernica" dedicati alla rivoluzione citata oltre ad
alcune immagini virate in diversi colori di grande fascino. Parte alla grande
insomma, e poi prosegue ancora meglio, azione a grandi livelli, scene in campo
aperto quasi da colossal per numero di personaggi. Bellissima poi la coralità,
sono tanti i personaggi che appaiono a più riprese e ognuno fortemente
caratterizzato…
il film è
del 1967, appare il branco selvaggio, che poi Sam Peckinpah riprende nel
titolo di "The wild bunch", nel 1969.
in quegli
anni in Italia si giravano capolavori, questo è uno di quelli; Sergio
Sollima, Sergio Leone e Sergio Corbucci (che coincidenza, tutti e tre Sergio)
hanno firmato capolavori straordinari, film perfetti.
Gian
Maria Volonté e Tomas Milian
sono eccezionali, è cinema politico e western, si sentiva aria di rivoluzione,
la musica di Ennio Morricone.
Faccia
a faccia è Cinema, vogliatevi bene,
(ri)guardatelo, è tempo guadagnato - Ismaele
Chissà che Sollima figlio non abbia pensato alla
trilogia western del padre leggendo, e poi mettendo in scena, Suburra. C’è
una linea inquietante, fatta di sangue e violenza, che lega periodi storici e
luoghi profondamente diversi tra loro, come a sigillare una certa ridondanza di
errori nei comportamenti umani. Quando la civiltà si trasforma in una
giungla, i professori si tramutano in bruti; come il Sebastiano di Suburra, così il Brett Fletcher di Faccia a faccia. Pur con percorsi e approdi differenti
(e anche interpretazioni, oserei dire), entrambi i personaggi si
confondono in un mondo a loro estraneo che li risucchia nel vortice di violenza
e li intrappola. Brett osserva le leggi del selvaggio, rimane affascinato dalla
sensazione di potere che può dare un’arma tra le mani, impara ad amare la morte
e ad odiare il senso di colpa. Ma la giungla ha anch’essa una morale
che non è così facile da apprendere come il premere un grilletto o il mirare al
cuore di un nemico; e a differenza di Sebastiano, che sporcandosi le
mani acquisisce il pass per le porte dell’inferno, Brett ha un pegno da
pagare e un destino da affrontare, perché l’inferno non è ancora giunto nel suo
mondo. In fin dei conti, Brett Fletcher ha solamente sbagliato epoca.
…vediamo un discorso politico - forse una riflessione
sulle ingiustizie sociali e sul ruolo della sinistra - ma è condotto con
intelligenza e non è la solita tiritera con morale manichea e scontata. L'elemento più interessante è il personaggio di
Gian Maria Volontè, che interpreta un professore tutto dedito alla cultura e
completamente avulso dal mondo che ha attorno a sé. L'imbattersi nel ricercato
in fuga (Milian) lo porta abbastanza velocemente a cambiare il suo
atteggiamento verso la realtà, sia nel modo di vederla che nel concepire il
proprio ruolo verso di essa. Di colpo si sente investito della missione di
combattere per i perseguitati e di sradicare l'ingiustizia. Però - attenzione -
si ritrova ben presto a giustificare, e persino a lodare, l'uso della violenza
a questo scopo. Dice infatti che l'uccidere i prepotenti, anche su larga scala,
non è un crimine, ma missione che fa la storia. La sua figura, se per un certo
tempo prende gli accenti positivi di chi decide di impegnarsi per il bene, dopo
non molto li perde, e assume dei connotati abbastanza opachi o persino
inquietanti. La storia è piena, infatti, di torbidi personaggi che hanno
compiuto massacri in nome della giustizia e della libertà, non ottenendo nulla
di quanto si proponevano e solo facendo scorrere fiumi di sangue. Se il film
fosse degli anni '70 sarebbe stata una riflessione quasi scontata, visto
appunto il diffondersi del terrorismo dopo il '68. Il fatto però che la
pellicola sia del 1967 le dà in questo senso degli accenti quasi profetici, o
come minimo rivela lo sguardo acuto e problematico del regista, coautore della
sceneggiatura e, si dice, autore del soggetto. Egli colse, credo, ciò che
allora stava solo covando nelle menti di certi intellettuali e professori
universitari, e che si sarebbe manifestato di lì a poco. Per il resto, è un film girato bene e agilmente,
con padronanza della tecnica e con inventiva…
La nemesi
di un quieto professore tisico che, alla ricerca di un clima più asciutto,
s'incrocia col mucchio selvaggio di Beauregard Bennet. L'attrazione è
reciproca. La superiorità intellettuale di Fletcher si contrappone
all'istintività di Boreguard, in un crescendo progressivo che porta alla
regressione del primo (la razionalità al servizio del male) e alla crescita del
secondo (bandito sì, ma di cuore). È un western atipico e splendido, con un
soggetto geniale su personaggi ispirati alla realtà. Il "mucchio" poi
è di primissima qualità.
…Faccia a Faccia, per merito soprattutto
dell'interpretazione dei due grandissimi protagonisti Gian Maria
Volonté e Tomas Milian, è uno di quei film che sotto una
"facciata" di semplicità, di azione e revolverate fa pensare e pone
quesiti semplici quanto efficaci. La pellicola di Sollima va ben
oltre il genere, sembra infatti che il western sia solo un pretesto per
chiedersi (e chiederci) se effettivamente l'ambiente circostante può
influenzare l'uomo che lo abita e se un uomo, con un retaggio particolare (da
bandidos o dotto che sia), possa cambiare radicalmente fin'anche ad
estremizzarsi. La figura di Fletcher, ex professore malaticcio,
timido e impacciato nel selvaggio west è quella più inquietante e più
interessante tra quelle rappresentate nel film. Il suo cambiamento è drastico e
totale, così imponente da andare oltre a quello dello zotico maestro...
probabilmente criminale non per scelta ma per sopravvivenza. E sono proprio la
scelta, elemento cardine della storia, e il favore delle circostanze che
trasformano il mite professore in spietato bandito, il quale libero dalle
restrizioni del mondo puritano e civilizzato può dar libero sfogo alle più
recondite intenzioni. Dal'altra parte il bandidos Beauregard Bennet fa
da controparte in questo gioco, elevandosi e scegliendo liberamente di
abbandonare quei panni, che probabilmente era costretto ad indossare, di
spietato pistolero…
Una
pellicola ottima, con un cast bene assortito e due protagonisti strepitosi. La
regia è attenta e mai banale, spesso Sollima suggerisce piuttosto che mostrare.
Se la trama ricorda per tratti tante analoghe situazioni da "spaghetti
western", il percorso che porta i protagonisti (Milian e Volonté) ad un
radicale mutamento della propria visione della vita aggiunge al film una
dimensione morale raramente riscontrabile in prodotti simili. Uno dei migliori
western degli Anni Sessanta.
Grandissimo film. La trama bellissima e originale, due
protagonisti eccellenti quanto diversi fra loro. Milian serio, i lunghi e
nerissimi capelli al vento, gli occhi scurissimi e guardinghi della belva.
Volontè mattatore dei dialoghi (in realtà irresistibili monologhi),
intellettuale timido, frustrato, violento, folle. Una regia perfetta racconta una bella vicenda
umana senza dimenticare lo spettacolo western, dosando sapientemente le
sparatorie. Tutte le sequenze di azione sono girate con maestria, come la
rapina al treno, raccontata con poche efficaci inquadrature. La chitarra di Morricone incalza le scene di
tensione, ma ci sono anche sequenze maestose dove la lirica del Maestro vola
davvero alto. Bellissima la prefazione, la sigla, la scena
finale. Bellissimo tutto.
…Là, in quel West più immaginario che fedele alla
Storia, Cinecittà realizza film che, nascosti sotto i modi del genere, vanno
spesso a intercettare e esprimere gli umori rivoluzionari e le istanze
neomarxiste dei tardi anni Sessanta. In questo di Sergio Sollima un
professore tisico e di modi e valori assai borghesi incrocia per caso un
fuorilegge che si fa chiamare Beauregard. Succederà che il professore resterà
ammaliato dalla carica furente e selvaggia del bandito, lo seguirà, diventerà
lui stesso un professionista della violenza. Fino a credersi oltre ogni legge e
regola. Borghese e sottoproletario finiscono col cambiare, e con lo scambiarsi
i ruoli, in quella che è, in forma di western, una riflessione amarissima sulla
violenza rivioluzionaria e sulle manipolazioni da parte delle classi dominanti.
Gian Maria Volontè è il gringo convertito alla pistola, Tomas Milian il
fuorilegge. Basterebbe la loro presenza a giustificare la visione di Faccia a faccia…
…The right mix of style and substance, Face To Face is
as much about the relationship that develops between its too leads as it is
about shoot outs and horse based chase scenes and for that reason, it's
obviously important that the two leads be up to snuff. Thankfully, when you've
got actors like Milian and Volonte cast, it's pretty much a given that they
will be… and they are. Milian is admirably restrained in spots and wildly manic
in others and it's a blast to watch his character's mood shift as the storyline
calls for it. Milian has long excelled playing eccentric types and can
sometimes overdo it but here, it works. He's perfect in the role and the back
and forth between he and the older, wiser and more subdued Volonte provides
foundation for Solima to build his story upon. Supporting work from William Berger
as a Pinkteron and Nello Pazzafini as one of Bennett's thugs are solid as well,
but it's Milian and Volonte that do the bulk of the heavy lifting here, it
really is their show the vast majority of the time.
The movie is beautifully shot with stunning cinematography
on hand that rivals what you'd see in the lauded Morricone Spaghetti Westerns
made around the same time. Long, sweeping shots of the desert landscape are
plentiful with close up shots used to highlight action, tension and facial
expressions. Given how dusty and earthy the locations used for the shoot really
are, there's good use of color here too. Sometimes it's a splash of blood, the
aftermath of conflict, but other times it's costume and wardrobe or room décor
but Solima and company ensure that there's always something interesting to look
at, to keep your eyes busy. But it never distracts from the way that the story
is unfolding, the way that the characters are developing or the way that the
actors are delivering their very fine performances.
Wrap all of this up in a gorgeous score from Ennio
Morricone and it's clear that Face To Face comes out a winner,
an underappreciated gem of a western that fires on all cylinders from its crazy
and colorful opening credits to its thrilling conclusion.