Visualizzazione post con etichetta al cinema 2024-2025. Mostra tutti i post
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lunedì 28 luglio 2025

Aïcha (Una sconosciuta a Tunisi) - Mehdi Barsaoui

una ragazza vuole fuggire dalla sua vecchia vita e dalla famiglia opprimente.

l'occasione fa la ragazza fuggitiva, ma non va troppo bene, infine, trova due persone che l'aiutano.

cambiare identità va bene, Amira, Aya, e, alla fine, Aïcha, il nome scelto per vivere.

Fatma Sfar è l'attrice protagonista, ed è bravissima.

un film sociologico, critico della sudditanza lavorativa, e sopratutto poliziesco, un ottimo film per finire la stagione cinematografica.

il film è in una cinquantina di sale estive, i filmacci statiunitensi occupano le sale, come al solito, decolonizzatevi dall'impero, andate a vedere questo piccolo e meritevole film.

buona (misteriosa) visione - Ismaele


 

 

 

 

…Una sconosciuta a Tunisi è un film che pulsa, che provoca, che non accetta la comodità. È un racconto di identità rubate e ritrovate, di coraggio e paura, di controllo e insubordinazione. È anche una denuncia politica, ma senza slogan. Tutto è immerso nell’intimità del vissuto. Non ci sono eroi, non ci sono mostri. Solo esseri umani complessi, pieni di contraddizioni, come la società che li ha generati.

Barsaoui firma un’opera matura, visivamente potente, moralmente inquieta. Non giudica i suoi personaggi, non li risolve. Li osserva con empatia e rigore. E ci chiede di fare lo stesso. Perché, alla fine, siamo tutti un po’ Aya. Tutti in cerca di una vita che sia davvero nostra.

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Aïcha è la storia di una presa di coscienza, di un corpo che trova il coraggio di mostrarsi (la bellissima interprete Fatma Sfar nel corso della storia cambia vestiti e acconciature di continuo, liberandosi nel finale di un metaforico velo), di una società che trova la forza di ribellarsi. Lo stile è come da copione piano e classico, la narrazione ampia e meccanica nei suoi colpi di scena, con alcuni personaggi che meritano una punizione e la ottengono (i genitori di Aya), altri che si redimono nel corso del racconto (il poliziotto disilluso che un po' alla volta contribuisce a far emergere la verità) o altri ancora che mostrano da subito una solidarietà naturale (la proprietaria di una panetteria che accoglie Aya come una figlia)...
Tutto, insomma, è evidente, evidenziato, scandito, ma non per questo poco efficace. Semplicemente, senza strafare e senza troppo aspettative (non avrebbe senso tirare in ballo "Il fu Mattia Pascal"...), a volte le storie giuste possono essere raccontate in modi altrettanto giusti, e semplici.

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…Tratto da un fatto di cronaca avvenuto nel 2019, il film parte dal presupposto di mettere in discussione qualcosa che sembrerebbe impossibile ed inattaccabile: l’autorità genitoriale. Come si fa ad infliggere una tale sofferenza ai propri genitori facendosi credere morta? Si deve arrivare ad un punto di disperazione e sofferenza atroci.

Ed è proprio su questo punto che Una sconosciuta a Tunisi riesce a convincere, anche grazie all’interpretazione della protagonista. Anche la Tunisia, tra i paesi del mondo arabo più moderni e liberi, è piena di contraddizioni e paradossi, in cui bisogna fare i conti, quotidianamente con la ricostruzione di se stessa, tra frustrazioni, ingiustizie sociali, pressioni familiari, diktat religiosi e sociali, credenze ancestrali e desideri tarpati. L’altra interessante forza espressa dal regista e la stratificazione in cui si dipana la storia e l’intreccio raccontati: la corruzione e l’oppressione dei poteri forti onnipresenti nella vita del popolo, che condividono lo scenario con il rapporto di sottomissione, la misoginia, il sessismo. Da Aya ad Aïcha, passando per Amira, sono queste le tre identità dell’interprete principale, a dimostrare un passaggio graduale e necessario all’interno del film che ogni volta sembra assumere tinture di genere sempre diverse, ponendo in rilievo maggiormente il presente dei personaggi, al di là di ciò che diventeranno. E il finale effettivamente è l’emblema di questo slancio, di un primo passo verso una profonda e auspicata realizzazione.

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Fin troppe volte Aya è costretta a sparire, a cambiare, a divenire Amira, ad adeguarsi, a ribellarsi e, nel finale, prendere il nome che in originale dà il titolo al film: Aïcha, ossia “vivere”. Perché cambiare, tanto per l’uomo quanto per un intero paese, significa accettare e rassegnarsi al cambiamento, e questo è condivisibile, poetico e sacrosanto, funge da struttura ad un racconto che si lascia guardare e, se non altro, di tanto in tanto colpisce… Ma nulla di più. Una sconosciuta a Tunisi è un’opera di concetto, importante e sentita a tal punto da voler trovare ogni modo possibile per farla intendere a fondo, perché venga introiettato un principio fondamentale in cui il regista crede, su cui ha probabilmente ragione, ma ripetuto fin troppe volte…

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Il male però è insidioso, si nasconde per non farsi beccare, dietro una parola gentile può venire fuori quando meno te lo aspetti. Aya-Amira è sospettosa, sul chi va là eppure ogni volta sembra tutto andare ancora peggio, la situazione aggravarsi, la sua posizione sdrucciolevole: l’intelligenza, la forza di andare avanti, la pervicacia non sembrano portarla da nessuna parte. Sola, fuori legge, dopo ogni sventura rasa a zero come un foglio bianco su cui vergare la prima parola (o un nuovo nome), la protagonista di questa storia cruda e disperante non intende cedere: ha troppa dignità per piegarsi, anche senza armi è forte, una furia di dimensioni ridotte, dai capelli morbidi e sensuali, dal corpo sinuoso fatto per la danza (che attua solo in una scena allucinata in discoteca). Intenso.

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sabato 28 giugno 2025

Milarepa - Louis Nero

"girato in una Sardegna post-apocalittica, cioè realista" (come scrive Roberto Silvestri), il film di Louis Nero rivisita la storia di Milarepa (interpretato/a da Isabelle Allen).

il film sembra una storia di fantascienza, dove il passato e il futuro si confondono, non sai mai se vedi una storia del passato o del futuro.

è una storia eterna, shakesperiana in fondo (diremmo oggi), nella quale la famiglia, i tradimenti, gli interessi, muovono le guerre, e poi Milarepa cerca una via d'uscita interiore, cerca di andare aldilà dell'avida vita, in un rinascimento spirituale, attraverso l'obbedienza e l'umiltà.

il film si può vedere solo in un pugno di sale, non saprei dire se è un film che resterà, di sicuro è un film coraggioso e non minimalista, che merita di essere visto.

buona visione - Ismaele


 

 

Milarepa è un film mistico e meditativo, una volontà di far riflettere, di porsi domande esistenziali che vanno dall’attaccamento a tutto ciò che è proprietà materiale fino alla continua devastazione della natura da parte dell’uomo, proponendo una riconciliazione e un ricongiungimento tra essi. Un messaggio ecologista che passa attraverso un mondo post-apocalittico dove la natura ha superato la tecnologia. Dove gli esseri umani, per vivere, dipendono dalla natura, mostrando come questo abbia un senso e un significato molto più profondo rispetto a quello che è dimostrativo di una certezza ingannevole attuale. Perché nel mondo del progresso e della modernità si vive nella fittizia sicurezza di dipendere ormai dalla tecnologia. Per quanto questa rilettura in chiave più contemporanea della figura di Milarepa, che passa attraverso interpretazioni e punti di vista femminili, il film di Louis Nero è liturgia, devozione e spiritualità. E la parte psicologica viene sempre più lasciata a margine, rendendo quella ricercato finalità e quel richiesto ruolo ascetico ed estatico, il vero messaggio, quello più intrigante e trascinante. Tutto in un’epoca senza tempo, tra passato e futuro, in un luogo di inestimabile fascino, che ben si adatta a terre che possono apparire indefinite, remote, antiche e primitive. Dove appunto è la natura a distruggere o accudire chi ha intenzione di abitarla.

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Se il materiale narrativo è gonfio di rimandi e forme previste, lo stile fa altrettanto, tra primi piani insistiti, dialoghi altisonanti, scenografie zeppe di cianfrusaglie, droni onnipresenti, accompagnamento musicale onnipresente, costumi che mescolano elementi arabeggianti e anticheggianti, fuoco, vento, terra, deserto, fulmini... Per non dire dell'apparato spirituale, che fonde misticismo e spiritualismo buddista secondo un'idea di sincretismo che ormai da tempo mette in guardia sulla decadenza della civiltà occidentale e sulla possibilità di palingenesi attraverso un ritorno al magico.

Il problema, in ogni caso, non è tanto, o solo, la confusione dell'idea di cinema di Louis Nero, o la scelta semplicistica di mettere in scena una favola sul bene e sul male attraverso il percorso di crescita fisica e interiore di una giovane donna. Il problema è proprio l'impossibilità che tutto questo armamentario si faccia cinema, e cioè immaginario autonomo, consapevole, credibile, a partire dal fatto che in quasi due ore di film non c'è un picco drammatico, l'azione scolora in dialoghi verbosi, la ricostruzione fantasiosa di un mondo passato (costruito tra la Sardegna e il Lazio) non si fa mai spazio e tempo cinematografici e, ancora, la dimensione fantastica suona purtroppo posticcia, più declamata che realizzata.

La passione - che non manca, perché per fare un cinema così altisonante bisogna essere coraggiosi e amare il cinema, questo è giusto riconoscerlo - a volte non basta per essere cineasti.

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…Per Louis Nero non era, dunque, semplice riscrivere per la terza volta e in modo originale una storia ambientata in un complesso terrain vague tra fiaba e mito, misticismo e religione, dove poi i confini spesso tendono a sovrapporsi o a confondersi. Il risultato, a larghi tratti, è suggestivo grazie soprattutto alla fotografia di Micaela Cauterucci e ad un’attenta scelta delle location (soprattutto sarde) che vogliono forse alludere, riflettere la condizione ambivalente e cangiante della psiche della protagonista. Mila, infatti, vive un viaggio iniziatico, dove l’inizio e la fine della vicenda, come nel film di Liliana Cavani, coincidono, tornando allo stesso punto della storia. Nel mezzo c’è l’ascesa, la caduta e infine la redenzione di chi, infine, trova la giusta strada maestra tra tanti dolori, errori ed illusioni ma sempre comunque guidata da una profonda forza interiore che la porta alla verità.
In una vasta gamma di sfumature, tra il candido e il demoniaco, Isabelle Allen conferisce, con una certa abilità e in modo sostanzialmente convincente, corpo e anima al suo cangiante personaggio. Autorevole e ieratico come sempre, Harvey Keitel dona alla figura del guru quel giusto tocco di ambiguità per spingere Mila sul cammino della salvezza. Come di frequente nelle opere di Louis Nero, troviamo, in diversi ruoli secondari, altri attori di nome come l’oscar F. Murray Abraham oppure Angela Molina e Franco Nero ad arricchire un cast importante – peccato che il doppiaggio dell’edizione italiana spesso non sia all’altezza, appiattendo un po’ il potente coro attoriale del film, comunque arricchito dalla presenza della musica di Andrea Guerra.

Cosa concludere? Milarepa ci è sembrato un film meditativo molto classico, quasi “antico” nella sua impostazione e nella costruzione del plot, quasi al guado nell’esibire e alternare luci e ombre. Possiede, anche con qualche pausa e lungaggine di troppo, momenti di buon cinema, nel narrarci una parabola insieme etica, mistica e religiosa, a tratti emozionante, altre volte, più statica o scontata. Comunque sia, un’opera non pensata per un pubblico mainstream che cerca solo azione o spettacolarità pura.

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E comunque finora le parole più belle su questo film le ho lette su un post di Instagram. L'ha scritto l'attrice Diana Dell'erba (Damena nel Milarepa di Louis Nero): «Grazie all’incredibile fuoco sacro di Louis Nero, al team sempre più accuratamente folto de L'altrofilm produzioni e ai tanti straordinari sardi che si sono uniti a questa avventura. Grazie a questa troupe, per lo più femminile. Grazie al film MILAREPA, al personaggio di Damena, a tutte le eccezionali donne che hanno contribuito a crearlo, alle ossidiane dei su kokku, alle sincronicità e alla potenza dei ricercatori, desiderosi di vedere oltre. Grazie alla Sardegna, terra senza eguali… che con la sua infinita e ancora protetta magia ci mostra cosa sia davvero Madre Natura… e ci richiama alla Verità, stuzzicandoci e bussando silenziosamente alla parte più intima, vera e profonda del nostro essere. Grazie a chi mi ha detto che sono solo le dinamiche intorno all’essere attore a non piacermi, perché sì, sono da sempre infinitamente innamorata della purezza di quest’arte. Grazie a chi mi ha suggerito come esistano “informazioni”, che in luoghi diversi del mondo possono avere nomi diversi… perché sì, il malocchio che troviamo in Sardegna prende il nome di energia negativa al di là dell’oceano... Grazie al Nuraghe di Santu Antine per avermi accompagnato al mio buco nero, quel luogo in cui respira tutta la sofferenza che ho incontrato in questa vita… e grazie per avermi suggerito con forza come spetti solo a noi… aprirlo o chiuderlo. Grazie agli elementi che, tutti insieme, mi hanno fatto vivere momenti di estasi (o unione) senza uguali».

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lunedì 23 giugno 2025

Tutto l'amore che serve (Mon inséparable) - Anne-Sophie Bailly

ottima opera prima di Anne-Sophie Bailly, che affronta un tema spesso al cinema in modo retorico e strappalacrime.

il film racconta la storia di Mona (Laure Calamy), madre sola di Joel, un ragazzo con un ritardo mentale, che si innamora di Oceanie, che resta incinta.

Mona cerca di vivere una vita "normale", ma il pensiero e la cura di Joel la tengono "imprigionata".

Laure Calamy è davvero bravissima, ma Joel non è da meno, in un film coinvolgente, senza trucchetti strappalacrime.

un film da non perdere, purtroppo in poche sale.

buona (amorosa) visione - Ismaele


 

 

Il film trova la sua forza nella straordinaria Laure Calamy, che sa passare senza sforzo apparente dalla leggerezza della commedia allo strazio del dramma, cambiando espressione ogni secondo e comunicando in modo sincero ed efficace le difficoltà del suo personaggio, su cui Bailly non esercita alcun giudizio e a cui non fa mai la morale, come invece fanno le persone intorno a Mona, quelle che non capiranno mai cosa voglia dire stare di guardia 24 ore su 24.
Mona porta il suo peso quotidiano con una specie di allegria, ma rischia di rimanere schiaccciata dalla pressione che la situazione esercita su di lei senza tregua. Anche Charles Peccia Galletto è efficace nel difficile ruolo di Joel, sempre in equilibrio tra volontà di emancipazione e incapacità di provvedere completamente a se stesso.

Anne Sophie Bailly racconta senza fretta, prendendosi il tempo di far penetrare nelle nostre coscienze la consapevolezza dell'impegno di cura, ma anche la forza dell'amore vitale fra madre e figlio. Di fatto, al di là del prisma della disabilità, Tutto l'amore che serve è anche la storia di ogni rapporto madre-figlio diventato una co-dipendenza, e bisognoso di darsi un confine certo per permettere a entrambi una vita autonoma e indipendente. Nel suo film non c'è spazio per la (auto)commiserazione ma solo per la presa d'atto che non tutto è semplice come in un film hollywoodiano, e che le soluzioni non sono sempre a portata di mano. Un esordio davvero promettente, che fa tesoro dell'esperienza documentaria della sua autrice in termini di attenzione ai dettagli e di fedeltà alla complessità del reale.

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Quel che consente a Tutto l’amore che serve di smarcarsi, almeno per buona parte del racconto, dalle trappole del sensazionalismo o dell’eccesso di autocommiserazione, è proprio la naturalezza con cui Anne-Sophie Bailly lega il processo di rivalutazione del rapporto simbiotico madre-figlio alla soppressione dei desideri/istinti carnali della protagonista. Tanto che l’erotismo, agli occhi della regista francese, diventa il viatico di espressione sì dei disagi e delle crisi vissute nel quotidiano da Mona, ma si dipana anche come lo strumento di rielaborazione del rapporto con il suo primogenito. È nei momenti di maggiore liberazione, quando si abbandona tra le braccia dell’amante Frank, che lei arriva a comprendere nel profondo i desideri di Joël, la necessità del giovane uomo di fregiarsi degli stessi diritti di coloro che non soffrono di disabilità, tra cui quello relativo alla paternità e al bisogno, quindi, di assumere l’immagine di genitore e marito, al di là del suo unico status di “figlio” costretto ad essere tutelato per l’eternità. E anche se, in alcuni momenti, il film tende a declinare il percorso di Mona nel vittimismo – rifiutando in parte la lezione che Lee Chang-dong ci ha insegnato all’inizio del Millennio con Oasis – difficilmente il tema della disabilità viene trattato dal cinema transalpino con questa sincerità.

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domenica 15 giugno 2025

Come gocce d'acqua - Stefano Chiantini

il film si regge sopratutto sulle spalle di Sara Silvestro (Jenny) e Edoardo Pesce (Alvaro), figlia e padre che si ritrovano dopo anni di freddezza, sopratutto da parte della figlia nuotatrice, che tiene a distanza il padre, ancora non sa tutta la storia familiare. 

quando il babbo si ammala e diventa sempre più debole, e con un'autonomia fisica sempre più limitata, Jenny farà la sua parte, come fa una brava figlia.

un altro piccolo film italiano (dopo Nero) che riesce a coinvolgere ed emozionare, non facile da vedere, è solo in una trentina di sale.

buona (filiale) visione - Ismaele


 


 

Ancora una volta, il lavoro sullo spazio e sul tempo è determinante, in quanto sembra che Alvaro e Jenny si muovano tra un alternarsi senza soluzione di continuità di albe e tramonti, quasi a voler contestualizzare il loro trovarsi a metà strada tra la possibilità di un inizio e l’ineluttabilità di una fine. Non c’è nessuna sensazione di preordinato, di fatale o fatalistico, ogni conseguenza è riportata ad una scelta. Alvaro è un gaudente insofferente a qualsiasi indicazione di uno stile di vita sano, Jenny ha una malcelata testardaggine che spesso la rende respingente e solitaria, Margherita, la madre, si mostra a tratti sfuggente e manipolatrice (probabilmente per non affrontare in maniera diretta le responsabilità di un segreto/bugia troppo pesante). Questo intreccio di vissuti e comportamenti è risolto su un piano non di catartica elaborazione attraverso la parola e il dialogo, ma riguarda l’espressione dei sentimenti per mezzo della rappresentazione di un paesaggio sul confine tra l’indefinito orizzonte del mare e l’astrattezza da non luoghi di alcuni paesaggi urbani, in particolare le stazioni di servizio e i ballatoi dei palazzi nei sobborghi delle città.

Come i personaggi, anche le ambientazioni non sono strettamente e riconoscibilmente connotate a livello geografico, ma diventano la trasfigurazione delle prigioni in cui possono trasformarsi alcuni rapporti oppure delle inattese via di fuga e di libertà che possono aprire. Rispetto alla lettura di questo potenziale, la resa effettiva non è sempre all’ altezza e il rischio di un respiro un po’ asfittico del racconto e dello sguardo si manifesta lasciando in alcuni punti l’impressione di un giro vuoto.

Prevale però l’affetto con cui Chiantini si rivolge alle tenui figure di questa umanità in balia delle maree, alle tentano di opporre una forma di resistenza dei sentimenti. E la schiettezza di un cinema italiano che alla ricerca dell’effetto preferisce il pudore della sottrazione.

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Il rapporto frastagliato dei due protagonisti non sfugge mai alla macchina da presa che li pedina costantemente. Anche grazie ad un montaggio serrato, lo spettatore può entrare in simbiosi con i personaggi.  L’occhio attento del regista cattura attentamente gli sguardi dei protagonisti senza emettere giudizi. Grazie a questa prospettiva sempre distante il film non inciampa mai in risvolti narrativi fastidiosamente retorici…

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Come gocce d'acqua è un film volutamente piccolo e intimo che mette in scena una vita di provincia - Roma viene evocata come metropoli in cui realizzarsi sportivamente ma non compare mai -, ripresa nei suoi spazi anonimi e impersonali (il ristretto ambiente domestico, la piscina da competizione e quella per la riabilitazione, il discount dove lavora la madre, lo spicchio di spiaggia poco frequentato). Consapevolmente a metà strada tra il lato drammatico della convivenza con la sopravvenuta disabilità di Alvaro e la vestale espiazione di Jenny che diventa la badante del genitore, Chiantini non stacca mai la sua MdP dai suoi personaggi. E anche se in alcuni passaggi le musiche di Piernicola Di Muro smentiscono con la loro grave retoricità l’andamento altrimenti discreto della scrittura e della regia, il film non giudica mai i suoi protagonisti concedendo loro di riaggiustare una rotta morale ubertosa e umbratile. Così il colpo di scena sulla paternità di Alvaro che in altre mani sarebbe sicuramente risultato un espediente manualistico qui arriva invece con delicatezza ad aggiungere complicazione nell’anima semplice e buona di Jenny. Come gocce d’acqua è un lungometraggio che indaga allora la forza di un legame familiare che proprio nel momento di maggior difficoltà esce in superficie con insospettato vigore, come fa la protagonista ad ogni bracciata sia quando gareggia che quando si tuffa in piscina per schiarirsi i pensieri. Fiero di essere un prodotto medio ma profondamente sincero, l’opera di Chiantini merita sicuramente la visione perché permette allo spettatore medio di tornare ad immedesimarsi in queste esistenze fragili eppure, nonostante le avversità, ancora tenacemente buone. E il finale aperto, con quella passeggiata chiaroscurale dopo il tentativo da parte di Alvaro di lasciarsi inghiottire dalle onde rammenta che in realtà quel movimento delle acque, anche mitologicamente, ha più spesso portato la vita che tolta.

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lunedì 9 giugno 2025

Nero - Giovanni Esposito

arriva al cinema, miracolosamente, in tutti i sensi, un'opera prima di Giovanni Esposito, già attore in molti film.

i protagonisti (bravissimi) sono Nero (Giovanni Esposito) e Imma (Susy Del Giudice), fratello e sorella nel film (marito e moglie nella vita).

vivono in una città sul mare (il film è girato fra Mondragone e Castel Volturno), con più neri che bianchi, e la presenza della camorra non manca.

Nero cerca di andare avanti in una vita al là della legalità, e si cura della vita di Imma, un amore fraterno come pochi, la sorella malata che dipende solo da lui.

Imma ha la passione del disegno, e capisce tutto, anche se non sembra.

il film non sarà perfetto, ma non annoia mai.

a giugno le sale sono vuote, nessuno avrà problemi a trovare un posto, e nessuno si pentirà di aver visto questo film sorprendente.

buona (miracolosa) visione - Ismaele



 

 

Vorrebbe guardare il mondo come la sorella il Nero di Giovanni Esposito che qui si toglie la maschera ridereccia vista nella commedia partenopea – dal bellissimo Polvere di Napoli di Capuano a I fratelli De Filippo di Sergio Rubini – per mettersi le vesti di un (anti)eroe di provincia senza meriti o virtù.

Il risultato è un film di contrasti, fra il protagonista e la disaffezione dei luoghi (merito anche della scarna fotografia di Ciprì), il suo passato e una domanda che rintocca nella coscienza di Nero come un frastuono, un bivio inaspettato che reclama soltanto una scelta: l’ego del sé o il sacrificio per gli altri?

L’esordio di Giovanni Esposito è un film sincero, grezzo e tutt’altro che perfetto – innegabili i problemi di ritmo e una struttura in medias res che troppo presto si cala nel dramma – ma Nero ha il pregio di guardare alle forme di un sottogenere saturo come il crime meridionale e di riscriverne gli esiti verso un tenero mélo.

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Esposito interpreta anche il ruolo del protagonista, lasciando finalmente spazio a quel talentaccio che riusciva a trasparire anche dalle commedie più demenziali cui in passato ha partecipato. Con l'aiuto del direttore della fotografia Daniele Ciprì, Esposito firma un debutto originale ed elegante, benché ambientato fra macerie e vari stadi di abbrutimento.

Il suo Paride è un puro, un uomo fondamentalmente buono abituato a vivere di espedienti, con un attaccamento feroce a quella sorella che gli altri considerano solo una palla al piede, perché ha il "difetto" di essere troppo sensibile: ma il Nero non le impone le mani perché invece, dal suo punto di vista, in lei non c'è niente da curare. "È una malattia la sensibilità?", domanda retoricamente. Pur sapendo che purtroppo in certi quartieri e in certi ambienti degradati la sensibilità è un lusso che non ci si può permettere…

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Trama classica per una fiaba moderna, dove l’eroe è un disgraziato, la fata buona è una malata di mente e i cattivi sono mafiosi.
Paride, detto Nero, e sua sorella Imma hanno vissuto nell’infanzia momenti di una certa agiatezza, ma ora, adulti fatti e rimasti senza genitori, si trovano dalla parte dei perdenti della società. Lui vive commettendo furtarelli, maldestri e poco redditizi; lei è nello stato mentale di una bimba, ama disegnare ma lo fa con inquietanti premonizioni.

Tra i due c’è un legame saldissimo, tanto che Nero non si è fatto una famiglia per potersi dedicare alla sorella. Ma dietro allo stretto legame di amore fraterno si nasconde una remota, oscura e drammatica vicenda che ha portato i due a essere quello che oggi sono.
Durante una delle sue maldestre rapine, Nero per sbaglio uccide un uomo. Disperato, si china sul cadavere e poi scappa. Ma poco dopo apprende dalla TV che l’uomo in realtà è rimasto illeso. Ben presto questo miracolo viene attribuito a Nero, che però si accorge che tali prodigi hanno un prezzo che lui paga con il suo stesso corpo.

Un film bello: intenso, empatico, delicato, sensibile, ma anche capace della genuina ironia napoletana del bravissimo regista, come nella geniale trovata della “Madonna dei detersivi”…

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Un debutto alla regia che non passa inosservato, che affronta una moltitudine di problemi contemporanei senza risultare mai eccessivo. Periferia, santità, malavita, disabilità convivono tra le trame della pellicola in una danza naturale, che lascia sul fondo un intenso profumo di umanità, l’idea indissolubile del bene fraterno: atavico, indiscutibile, sincero. Legato da un filo sottilissimo e taciuto; una matassa finissima di cui alla fine si ritrova il bandolo. Finisce così Nero: due esseri poggiati sul creato, come i primi venuti al mondo (o come gli ultimi sopravvissuti). Soli in uno spazio che ci ha dimostrato di non concepire l’amore incondizionato. Eppure lo gridano. Nero lo grida fino al midollo, ce lo grida sottovoce, come chi non vuole dirci cosa fare, ma come. E ce lo mostra. Nero ci mostra come amare.

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domenica 1 giugno 2025

Scomode verità – Mike Leigh

il film si concentra sulla vita delle famiglie di due sorelle, una, quella di Chantelle, solare, ottimista, due figlie sorridenti, l'altra (quella di Pansy) depressa, il mondo ce l'ha con lei e lei con il mondo, è triste, senza futuro, un marito e un figlio senza sorriso.

un piccolo grande film, piccoli movimenti tellurici nella mente di Pansy, tutto nasce dall'infanzia delle due sorelle, Pansy, la sorella grnde, ha sofferto molto, e non si è mai più ripresa dai problemi della sua gioventù, un buco nero ha occupato il posto del cuore e la sta mangiando col marito Curtley e il figlio Moses.

buona (antirazzista e turbata) visione - Ismaele

 

 

 

 

Forse ci sono altri paradossi da esaminare, per chiudere il cerchio di Scomode Verità. Il primo è che l’autorialità di Mike Leigh è più difficile da tracciare rispetto alla vocazione, più limpida e politicamente accentuata, di un Ken Loach, proprio per la sua natura non convenzionale. Leigh costruisce il suo inconfondibile sguardo sul mondo sulla parola prima che sull’immagine e tramite un lavoro intenso con gli interpreti – dai mesi di prova prima di girare al contributo degli attori nella costruzione dei personaggi – suggerendo un modo di fare cinema d’autore anomalo: collettivo e per nulla individualistico. Poi c’è l’aspetto puramente formale. L’elegante e ricercata fotografia di Dick Pope è limpida, pulita, dalla precisione geometrica, mai ostentata né paga della sua bellezza. Il lavoro sul sonoro, straniante, puntuale ma non ingombrante di Gary Yershon racconta una storia simile. Scomode Verità è uno dei film più riusciti e straordinari dell’anno per la capacità di raccontare la sua verità armonizzando e valorizzando suono, immagine, parola, senso del cinema e sentimento. Perderlo è peccato mortale.

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A scanso di equivoci, Scomode verità di Mike Leigh non è un film di cattiva fattura. È piuttosto una fotografia respingente e irrisolta di un quadro familiare tutt’altro che sano e ordinato, che vorrebbe in quanto tale, condurre alla compassione, o peggio all’empatia, nei confronti di una protagonista tutt’altro che accessibile. L’insofferenza di quest’ultima, che ha inizio nei primissimi minuti del film, non tarda infatti a scemare, crescendo sempre più, fino ad un’escalation di verbosità e sovrascrittura degna del cinema ultimo di Denzel Washington (Barriere), seppur non replicabile.

Se è vero infatti che non sempre è permesso empatizzare con i protagonisti (ne è un esempio concreto La zona d’interesse), è vero anche che la tesi dell’autore, in tal senso, debba necessariamente essere chiara. Leigh sceglie di non esserlo, imprigionando le indubbie potenzialità del racconto, nelle complessità fin da subito insostenibili della sua protagonista, spingendoci senza remora alcuna a comprenderla fino in fondo. La tesi si fa pericolosa, lasciando allo spettatore la possibilità di farsi del male, o altrimenti volersi bene.

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Alla fine Leigh ci spinge, anzi ci costringe, a riconoscere l'umanità nascosta in ognuno di loro, e ad abbracciare la loro esistenza danneggiata, comprendendo fino in fondo il loro male di vivere, o il loro tentativo di non rimanere schiacciati dalle dinamiche famigliari in atto. Qui non ci sono mostri, men che meno l'insopportabile Pansy, ma solo esseri umani che cercano di tirare avanti come possono, davanti alle svolte inaccettabili della loro vita e alla violenza delle altrui reazioni di fronte a tanto sconcerto esistenziale.

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Il cinema di Leigh in questo momento storico denuncia la sua posizione contro la “moda” transumanista. Il suo occhio continua ad essere un registratore scrupoloso di tutte le emozioni e il racconto si snoda con un linguaggio cinematografico classico, quasi un kammerspiel, più che altro per la prevalenza assoluta degli interni, che rifiuta virtuosismi “inutili” attraverso il filo rosso della tensione emotiva che ha diversi picchi e climax.

Insomma, il cinema di nessun eroe, che ogni giorno lotta per la sopravvivenza: c’è una bella scena che fa riferimento perfino ai volontari di varie associazioni, considerati anche loro ladri, in una società dominata dalla ipocrisia e dal marketing che ha preso il peggio pur di ingannare. Così un’altra scena in un negozio di divani ci regala un’altra esplosione di rabbia più che giusta di fronte all’ennesima commessa “sorridente”…  Non è solo il mondo di Pansy, è anche il nostro, chi è che non voleva qualche volta sottrarsi al famigerato sorrisetto dei commessi nei negozi, per dare semplicemente uno sguardo?

La nostra società è diventata una sorta di finta copertina luccicante, con le istruzioni a cui tutti devono rifarsi, dove si nasconde il buio e il grigiore di una vita comunque difficile o anche che non vuole essere avvilita dal conformismo delle regole, della “buona educazione”.

Anche se in fondo Leigh ci offre due possibilità di vedere il mondo: come Pansy o come Chantelle, ma in fondo siamo quasi tutti un po’ l’uno e l’altro per cercare di sopravvivere: una risata, ed un pianto proprio come nella suddetta scena madre del film, un coacervo di emozioni che caratterizza il genere umano “stressato” da una società che chiede sempre il raggiungimento di obiettivi. Cosicché un figlio di 22 anni che vaga in giro senza meta o sta chiuso nella stanza con videogames o libri sul volo, non fa solo tenerezza, ma anche preoccupazione e rabbia per il suo futuro (“come lo vedi il tuo futuro tra 25 anni?”, chiede ansiosa la madre).

Ancora una volta ringraziamo il maestro Leigh per questo viaggio intenso attraverso semplici, “dure” e “vere” emozioni. Per continuare a vivere come uomini e donne… in lotta. Infine, ricordiamo anche il direttore della fotografia collaboratore abituale di Leigh, Dick Pope, scomparso appena lo scorso ottobre.

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…Mike Leigh, in questo film che è tra i suoi capolavori, sembra chiederci di non insistere. E di lasciare che i sentimenti, anche i più sgradevoli, facciano il loro corso. Restando magari inesplorati, indeterminati, innominati. E ciò, Leigh lo sa bene, è ancora più straziante: la scena della Festa della mamma nell’appartamento di Chantelle è a questo proposito quasi insopportabile per imbarazzo e tensione. Significa, quindi, permettere al dubbio non di governare il presente, piuttosto di registrarlo, nel senso di prenderne le misure. Lontano dall’arroganza dell’infallibilità e dalla comodità della convinzione. Un dubbio che fa rima con insicurezza, perplessità, costante indecisione, e il cui nemico numero uno è la necessità, opprimente però inevitabile, di una responsabilità, in quanto persona, parte di una famiglia, di una collettività, di un tutto

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sabato 31 maggio 2025

Balentes - Giovanni Columbu

intanto il titolo, la parola balentes riprende il significato originario di uomini di valore, che affrontano imprese difficili e rischiose, non per un vantaggio personale, ma per una legge superiore, che non è quella dello stato italiano.

Ventura e Michele, due ragazzi sardi, intorno al 1940, vogliono evitare che i cavalli vadano a morire in guerra, seguono la legge morale che hanno dentro, e scusate se è poco.

il cavallo è un simbolo di libertà e di vita, dappertutto, e non può essere mandato a morire, in guerra o al palio di Siena (bestemmia?). 

il film d'animazione, girato come agli albori del cinema, sulla base di 30000 disegni di Giovanni Columbu, disegni che vengono "animati", da qui nasce il cinema di animazione!

il disegno è spesso "suggerito", tocca allo spettatore "partecipare" alla storia, dando la propria lettura e visione.

in certi momenti sembra un western, i due balentes potrebbero essere dei giovani indiani d'America, che liberano i cavalli dei soldati che uccidono gli indigeni.

anche il treno sembra un treno del far west, come in certi casi sono i treni sardi.

che sia un treno sardo si capisce dal fatto che trasporta le casse da morto degli uccisi, nell'incivile America gli indiani morti li avrebbero lasciati in balia di avvoltoi e lupi.

Giovanni Columbu racconta che per questo film (eccezionale, se non si è capito) ci sono voluti sette anni di lavoro, mica è un cinepanettone.

se vi volete bene cercatelo e soffrite insieme a Ventura e Michele, nessuno se ne pentirà, vedrete un film che resterà nella storia del cinema.

buona (unica) visione - Ismaele

 

 

Columbu, che viene da una prolifica carriera tra arte, televisione e cinema stesso, si mette alla prova in un formato nuovo e sforna un'opera di folgorante originalità stilistica.
Sue sono infatti le migliaia di disegni, su acrilico e carta, che vengono poi animate al rotoscopio per dar vita a immagini di grande dinamismo pittoriale in bianco e nero. Una tecnica che suggerisce gli eventi più che catturarli appieno, e che gioca con le sagome e le ombre sui paesaggi a contrasto.
Benché riempiano spesso lo schermo attraverso lo spazio negativo, tali composizioni non sono mai inerti; grande merito è anche del notevole lavoro sul sonoro, attento ad accompagnare i dialoghi con un tangibile spettro uditivo elevato al medesimo livello: il vento, il crepitio del fuoco, i passi sul terreno e tutti gli altri elementi del luogo radicano le animazioni in un reale che si costruisce passo passo nella mente dello spettatore.

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Ventura e il suo amico Michele corrono, in fuga. Perché il furto di cavalli? Tutto è ammantato di leggenda. I due erano benestanti, non rubavano per il denaro. Forse si trattava di liberare gli animali per salvarli da una brutta fine in guerra, come teme il bambino della famiglia di contadini che ha venduto quei cavalli all’esercito, proprio per poterlo mantenere agli studi, o di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Forse proprio per pura “balentia”, la virtù, lo spirito cavalleresco dell’uomo sardo che porta avanti nelle condizioni sociali e ambientali più avverse. Spirito incarnato in questo eroe definito come un “cabaddeddu”, un cavallino, per il suo amore per i cavalli e per il suo portamento. C’è qualcosa di cristologico – ancora per l’autore di Su re – nella morte di Ventura, con le donne velate sarde che lo piangono, intonando gli “attitos”, i pianti funebri. In fondo si tratta ancora di un archetipo declinato nella cultura sarda. La stessa consistenza eterea dei personaggi disegnati prefigura una loro esistenza da fantasmi, o da risorti. I personaggi si muovono in una Sardegna, come il resto dell’Italia, avvolta nelle fosche nubi del fascismo, in una Sardegna interna premoderna attraversata da cavalli e treni a vapore. Per Columbu si tratta anche di un primitivismo dell’immagine in movimento stessa, tra citazioni del Vampyr di Dreyer (la ripresa dal basso del punto di vista di Ventura morto come quella dalla bara di quella pellicola classica, anche riprendendone la musica), tra i cavalli di Muybridge e i treni dei Lumiére, le didascalie, in sardo, da cinema muto, l’iris, le ombre cinesi. Uno scavare fino ad arrivare ai meccanismi primari delle immagini in movimento messi a nudo, righe e cerchi che sono l’intelaiatura grafica dei treni in viaggio. In parallelo con lo scavare nella cultura ancestrale sarda.

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…Basterebbero forse i paesani che, non capendo le intenzioni dei ragazzi, li identificano come «senza testa sulle spalle», pensando al loro atto semplicemente come a una bravata, o al massimo come a un furto per necessità. Eppure, a differenza del loro amico che non parteciperà all’azione, ma che metterà loro la pulce nell’orecchio parlando di come il padre abbia dovuto vendere i propri cavalli all’esercito per pagargli gli studi, i due protagonisti di Balentes non sembrano avere problemi economici di alcun tipo. Il loro atto di coraggio è semplicemente figlio di un eroismo poetico e naïf, utopista, visionario, che il film fa proprio nel narrarli nel suo altrettanto coraggioso, altrettanto lirico e altrettanto visionario mosaico di stili animati, e nel suo prodigioso tappeto di suoni, rumori, voci, passi, crepitii, spari e musiche noise straordinariamente ipnotiche e realistiche, così perfettamente complementari all’impressionismo suggestivo e pittorico delle immagini (im)possibili, dei contrasti, delle trasparenze, della fluidità dei movimenti più e meno dinamici di figure a cui non serve un volto, perché il loro volto siamo tutti noi. E poi delle linee, dei cerchi, delle forme ora stilizzate e ora definite. Dei corpi che emergono dal buio come in un prisma di ricordi e di sogni, o forse semplicemente di storie che, dai loro apparenti margini caliginosi e indistinti, contribuiscono a fare la Storia di una famiglia, di un paese, di un’isola, di un popolo, dell’Italia, dell’Europa, forse dell’intero mondo. Elementi cardine di un film, presentato nella multiforme sezione Harbour dell’International Film Festival Rotterdam dopo il primo passaggio in Alice nella Città all’ultima Festa del Cinema di Roma, che testimonia ancora una volta e pure nell’animazione lo straordinario stato di salute che sta vivendo negli ultimi anni il cinema sardo, con Giovanni Columbu intento a passarsi di volta in volta il testimone con Bonifacio Angius e Salvatore Mereu in una piccola Nouvelle Vague isolana fatta di identità e di inquietudine, di antico e di moderno, di malinconia e di orgogliosa appartenenza a una cultura primigenia e proprio per questo così pura e ancestrale. Un cinema che si identifica nel territorio da cui nasce e che si immerge fino alle sue radici più mistiche e profonde, arroccate, tradizionali, magiche, immutabili come gli spiriti. A salvare dall’oblio una memoria familiare, custode di un’intera civiltà, che sarebbe altrimenti andata perduta, e (letteralmente) con le proprie mani consegnarla all’eterno.

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…Amassing around 30,000 drawings and paintings over the course of production, Columbu invokes the elemental Sardinian landscape as a series of abstract minimalist visas, sometimes using just the sparest of brushstrokes, or even an entirely blank screen. He also incorporates scratches and stains, inky smudges and runic blotches randomly generated during the animation process into the film’s overall aesthetic, creating a looping, flickering, glitchy feel similar to that of degraded vintage celluloid.

The trade-off for all these arty flourishes is that the narrative thread of Balentes sometimes get a little lost in stylistic swerves and loops: dialogue is fragmentary, the timeline diffuse, naturalistic performances reduced to blocky modernist graphics by rotoscoping and other techniques. But Columbu helps ease this problem with sparing use of explanatory inter-titles written in the Sardinian language, a dialect closer to Latin than modern Italian. In another knowing nod to silent-era cinema, the soundtrack also incorporates elements of Wolfgang Zeller’s mournful orchestral score from Carl Theodor Dreyer’s early horror classic Vampyr (1932). The cumulative effect is a melancholy memory palace of a film that feels both antique and modern, strikingly avant-garde yet hauntingly beautiful.

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…La tecnica adottata parte da una ricerca sulle origini dell’animazione, su soluzioni espressive dimenticate o escluse, come i primi esperimenti di fine Ottocento, ma anche dai riferimenti alla pittura iperrealista e all’espressionismo cinematografico. Ogni fotogramma nasce da un’interazione tra gesto impulsivo e forma contenuta, grazie all’uso di mascherature in pellicola plastica che permettono al colore – acrilico – di seguire percorsi imprevisti, restando però nei contorni definiti.

Ne risulta un’animazione rarefatta, dove le figure emergono e scompaiono come fantasmi, attraversando “porte invisibili”, evocando la memoria, la perdita, la persistenza. “L’emozione che si provava allora – racconta Columbu – mi suggeriva che qualcosa non si fosse mai del tutto dissolto”.

Il racconto di Balentes nasce da un ricordo familiare, da un racconto della nonna del regista, che aveva conosciuto uno dei protagonisti: Ventura, detto Cabaddeddu, giovane nuorese dal portamento fiero, appassionato di cavalli. La sua morte, durante la fuga, colpito dai barracelli, è diventata leggenda popolare e oggetto di canti funebri (“attitidos”) che ancora oggi vengono ricordati.

Il film è, al tempo stesso, atto di resistenza artistica e civile: resistenza alla normalizzazione del segno, alla velocità del gesto digitale, ma anche alle narrazioni imposte della Storia. La Sardegna che racconta Columbu è una terra di contrasti – tra tradizione e modernità, natura e meccanizzazione – in cui la memoria non è mai solo evocazione, ma parte viva e politica del presente…

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qui un'interessante intervista a Giovanni Columbu

 

 

domenica 25 maggio 2025

La guerra di Cesare - Sergio Scavio

il film è ispirato a La vita agra, di Luciano Bianciardi, racconto della lotta individuale contro il mostro economico dalle mille teste, inafferrabile e invincibile.

un paesetto dipendente per molti anni dalla miniera si trova in difficoltà esistenziale quando la miniera chiude e lascia tutti in miseria.

i due amici Mauro (interpretato da Alessandro Gazale) e Cesare (Fabrizio Ferracane) vengono tenuti al lavoro come guardiani della miniera morta, e poi c'è Francesco (interpretato da Luciano Curreli), il fratello, un po' ritardato, ma molto amato, di Mauro.

intanto c'è una vertenza sindacale con il padrone, il delegato sindacale (disabile, come lo è il sindacato, incapace) riesce a ottenere come buonuscita solo una miseria, e lo comunica ai lavoratori in un'assemblea degli ex minatori.

solo Mauro non si rassegna, s'incazza di brutto, ma è impotente contro il Padrone...

...il resto lo saprà chi avrà la fortuna di vedere il film.

è l'opera prima del regista, con attori tutti bravi e convincenti, con un cuore che batte anche per gli altri.

non sono più tempi di rivoluzione, la forza collettiva, il partito, non ci sono più, il sindacato è solo un patronato, nulla più.

come dice Warren Buffett, è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classela classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo, parole vere, anche se forse nessuno di quei minatori ha mai sentito parlare di quel riccone. 

curiosa la figura del responsabile per la Sardegna dell'impresa proprietaria della miniera, un po' alcolista, un po' artistoide (un coglioncello della scuola di Elon Musk). 

e come il Tognazzi de La vita agra, nel film diretto da Carlo Lizzani, Cesare e Francesco (con una foto di Cossiga e Pertini) vanno in città per vendicare i morti.

e la città ha il suo fascino e le sue trappole, ma anche questo lo saprà solo chi vedrà il film.

e poi ci sono anche il ballo e gli asini, uniche consolazioni per chi non vedrà nessuna rivoluzione.

ho visto il film in una sala nella quale, alla fine, regista, qualche produttore, qualche attore e attrice, altri elementi della troupe, la responsabile delle luci, mi sembra, e ci hanno raccontato difficoltà, ambizioni, amicizie, collaborazioni, e il film è il risultato di tanti elementi.

un'opera prima convincente, un piccolo film che non delude.

buona (danzante) visione, se ve lo fanno vedere - Ismaele


 

 

Uomini al tramonto, frustrati dal fallimento di una rivoluzione operaia che sembra ormai definitivamente destinata a non realizzarsi, Cesare e Mauro raccontano la fine di un'epoca e dei suoi ideali.
Sebbene il titolo sembri suggerire un unico e solo protagonista della storia narrata, La guerra di Cesare racconta in realtà la ribellione fallita di tre personaggi, con i cui punti di vista il regista decide di giocare fin dalla prima scena. Sergio Scavio sceglie infatti di aprire la sua opera prima con la ripresa di un uomo impacciato intento a guidare un motorino per le vie assolate della Sardegna. Quell'uomo non è Cesare, il citato protagonista del titolo, bensì il fratello del suo migliore amico: si chiama Francesco e presto scopriremo la sua bislacca passione per il suo omonimo e conterraneo Cossiga. Mentre accompagniamo l'incedere incerto di Francesco ci scontriamo con un altro personaggio, che gli si pone improvvisamente davanti: è l'imponente e scorbutico Mauro, guardia giurata nonché fratello di Francesco. Iniziamo così a seguire Mauro nelle sue giornate lavorative; conosciamo la sua storia da ex minatore, le vicende del giacimento in disuso in cui un tempo era impiegato e che ora sta per essere acquisito da una multinazionale cinese, incontriamo il suo collega e migliore amico. Solo a questo punto abbiamo effettivamente raggiunto Cesare, presentato quindi al pubblico, inizialmente, come il collega del fratello dell'uomo in motorino della prima scena…

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Cesare alleggerisce il cuore tramite il ballo, e quando incontra una donna che condivide la sua stessa passione, ecco che scocca la scintilla. L’altro che si riversa in te, ti comprende e ti accoglie con tutte le tue particolarità. È quello che avviene tra Lori e Cesare, una coppia apparentemente improbabile ma che regala a Cesare la gioia dell’innamoramento, e anche la tipica futilità degli amori impossibili. Lori è una donna in frantumi, sensuale ma anche inafferrabile, un oggetto di desiderio vitale, ma che sfugge continuamente perché destinata a perire lontana da occhi indiscreti.

Ma la pellicola è anche un racconto infarcito di situazioni grottesche e surreali di morettiana memoria. Scavio orchestra una serie di personaggi nello stesso tempo comici e tragici, drammatici e teneri. Ma non per questo distanti dalla realtà, anzi, tutt’altro, la realtà sembra addirittura troppo stretta per contenerli. Come la follia timida del fratello di Mauro, Francesco, in stato di venerazione nei confronti di Francesco Cossiga. Le sue fragilità e i suoi discorsi strampalati sono una espressione di sincerità e rarità…

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Crollati i sistemi difensivi e di tutela del lavoro, disintegrata quella che si chiamava “coscienza operaia”, sparita da ogni orizzonte una sia pur minima coscienza di classe anche nella politicamente sensibile Sardegna, trasformati i luoghi della politica in improbabili scuole di ballo, non resta che raccontare la desertificazione di tutta quella che era la ribellione operaia e dei lavoratori delle miniere in una favola sospesa tra un surreale molto somigliante ad una realtà sognante e il senso di frustrazione per ciò che mai sarà realizzato.
Ispirato, per dichiarazione dello stesso regista e co-sceneggiatore, a La vita agra, il ribellistico romanzo di Luciano Bianciardi, antesignano di una stagione di lotte sindacali e previgente racconto sulla disintegrazione di ogni ideologia davanti alle prospettive dorate del capitale, La guerra di Cesare ne ricalca la trama sebbene con una propria autonomia e idea di racconto, a suo modo lontano da un realismo stringente e al tempo stesso con un procedere che sa riversare dentro questo presente la presenza smarrita di un personaggio tradito nelle proprie idee radicate negli anni…

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Mauro Chessa (Gazale) guardia giurata infelice e manesca fa il tiro a segno nel nulla e vorrebbe padroni arabi invece che cinesi. Cesare Manca (Ferracane) guardia giurata un po’ surreale ha una moglie infelice e fa danza nel dopolavoro con l’idea che la musica è finita nel 1983. Stanno per perdere il lavoro in una miniera sarda che sarà ceduta. Il sindacalista che dovrebbe difenderli gira con la bombola d’ossigeno (metafora del sindacalismo sfiatato?). A questo punto temi un documentario deprimente sulle realtà lavorative abbandonate dalle multinazionali, e invece, dopo un’inutile fiammata di protesta in cui Mauro salta in aria, ecco che Cesare molla tutto e come l’eroe del Bianciardi della Vita agra va in guerra contro l’azienda che sta per svendere la miniera ai cinesi: porta con sé candelotti di dinamite e il fratello fragile di Mauro, Francesco  (Curreli), svanito e maniaco dell’eleganza che gira con una foto di Cossiga sottobraccio e ne tesse le lodi con aneddoti gustosi. Un on the road sardo tra il demenziale e il surreale, in certi momenti una variante isolana degli eroi di Kaurismaki: affittacamere paralitici (il regista Grimaldi), travestiti che amano danzare, locali disco pieni di segni religiosi,  riferimenti cinefili  e bombaroli (Il bandito delle 11 di Godard, qui in versione originale, Pierrot le Fou). Film discontinuo, malinconico, a volte esilarante, con una metafora tragica: attenti all’asino cieco.

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La guerra di Cesare – continua il regista – è anche un film sull’amicizia e sull’accudimento che l’amicizia richiede. È importante imparare a volersi bene l’un l’altro. Cesare, che all’inizio è un po’ una materia inerte nel film, attraverso alcune relazioni molto assurde e grottesche, come quelle con Mauro e Francesco, i personaggi principali, riesce a trasformarsi e inizia a militare per loro, a lottare per loro, nonostante siano due personaggi fuori dalle righe, due reietti. La vera forza di Cesare è il coraggio, quello che mostra per gli altri, con i quali riesce a creare una relazione di grande generosità”.

“Cesare è un essere umano con tutte le sue debolezze, i suoi dubbi, il suo non sapere come possano andare le cose – aggiunge l’attore protagonista Fabrizio Ferracane – non è un superuomo, come quelli che di solito siamo abituati a vedere, che non sbagliano o non cadono mai; e forse per questo Cesare è il personaggio che mi somiglia di più tra quelli che ho incontrato nel mio lavoro. Con lui sento di avere in comune uno sguardo sulle cose e sulla vita. Questa interpretazione mi ha dato una maggiore consapevolezza sul fatto che le mie tante domande, le mie increspature, le non certezze e i miei errori, in fondo vanno bene così ed è la cosa che mi ha fatto innamorare di Cesare perché è un uomo con dei dubbi e forse i dubbi se li pongono proprio le persone più sensibili e intelligenti”…