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venerdì 19 giugno 2026

Il prigioniero - Alejandro Amenábar

ad Algeri (ma il film è girato in Spagna) gli arabi prendono cristiani come ostaggi, in cambio di un riscatto.

fra i prigionieri c'è Miguel Cervantes, che legge i libri in spagnolo di un prigioniero anziano.

Miguel ha poche virtù, ma una eccezionale, sa raccontare storie, ai suoi compagni di prigionia, in primis, e poi al Bajà (interpretato da Alessandro Borghi) che lo prende in simpatia, in un rapporto quasi come quello di Schéhérazade e il re, nelle Mille e una notte.

a ogni storia il Bajà ricompensa Miguel, con un giorno di libertà, fuori dal forte dove sono tenuti i prigionieri.

sicuramente non è il miglior film di Alejandro Amenábar, è comunque un film che merita, solo in una quarantina di sale, naturalmente.

buona (libera) visione - Ismaele


 

Il prigioniero non è la storia di un coming out, ma quella di un cantastorie che si salva grazie alla fantasia e alla capacità di rendere attraenti le vicende più terribili. In questa chiave anche la sua (ipotetica) omosessualità rientra nella necessità di adattarsi alle circostanze e viverle in segretezza, e in condizioni emergenziali.
Il rapporto fra lui e il Bajà, interpretato con un'alternanza di minaccia e seduzione da un ottimo Alessandro Borghi (la produzione del film è italo-spagnola), cammina sempre sul filo del rasoio, come del resto quello fra lui e i compagni e con Blanco de Paz. Il giovanissimo Julio Pena nel ruolo del protagonista compensa la sua inesperienza recitativa con la naïveté che è propria del suo ruolo in quel momento della vita di Cervantes, e alterna scrupoli a mistificazioni, alleanze e voltafaccia.
Tutta la storia di Il prigioniero è improntata alla delazione e al tradimento, tanto della propria fede, poiché i mori liberano i prigionieri solo a condizione di un'abiura del Cristianesimo (o del pagamento di un congruo riscatto), quanto della propria natura ed etica personale. Il ritratto dei mori, che potrebbe essere manicheo (e dare l'assist a certi sovranismi religiosi), è invece ricco di sfumature: crudeli ed efferati, ma per certi versi più progressisti dei cattolici spagnoli e italiani. E Amenábar è evidentemente orripilato dai fanatismi di entrambe le parti, così come dalla reciproca intolleranza…

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…sebbene non sia un suo best of, Amenábar confeziona un’opera intima e intrigante, escogitando e sottolineando vari aspetti della storia, allo scopo di illuminarne altri che riguardano la società. Antica e moderna. Attraverso la figura di Miguel de Cervantes, veniamo a conoscenza di un mondo distante ma emblematico. La parabola del protagonista tocca temi diversi tra loro, ma tutti altrettanto fondamentali. A partire dal discorso di come e quanto la cultura - in questo caso specifico la narrazione - abbia una rilevanza imprescindibile. A patto però di volergliela riconoscere.Shahrazād e Miguel devono letteralmente la vita al piacere che le parole provocano nei loro aguzzini. Nel secondo caso, però, il bey non viene ingannato, poiché coglie subito il potere di un racconto e del suo autore. Ne carpisce le sfumature e lo spirito più profondo, andando oltre la superficie ed entrando in contatto con l’essere umano che ha di fronte. Per quanto su piani opposti della scala sociale, Miguel e Hasan si trovano, si toccano, si trasfigurano. E viene naturale, a un certo punto, domandarsi chi sia il vero prigioniero. L’uomo che vive in catene ma è libero nel pensiero o quello con tutti gli agi a sua disposizione ma dalle cui decisioni dipende un popolo intero?...

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Pur in un film imperfetto, Alejandro Amenàbar riesce a far luce sulla biografia di Miguel De Cervantes, rappresentando una lotta per la libertà in condizioni difficilissime, con il solo uso della parola e della propria forza interiore.

Tra tutte le scene, forse le più espressive sono proprio quelle in cui Miguel è libero di uscir fuori dal palazzo – anche per poche ore – e visitare con occhi pieni di stupore la città di Algeri. Il regista riesce ben a raffigurare il desiderio semplice di libertà: la catena al piede spezzata, i colloqui con i mercanti, il desiderio di scoprire una cultura diversa, senza, tuttavia, smarrire sé stessi. Per concludere, la storia sentimentale e quella di formazione biografica non sempre si armonizzano, ma il messaggio sulla libertà di coscienza e sull’importanza dell’arte e della parola echeggia attraverso il lungometraggio in maniera chiara e palpabile.

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venerdì 3 ottobre 2025

Testa o croce? - Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis

in Maremma scoppia una rivolta, siamo negli anni successivi all'unità d'Italia, i poveri si ribellano, e finiscono male, come quasi sempre.

Santino (un addestratore di cavalli) e Rosa (una moglie oppressa dal marito-padrone che uccide l'aguzzino) fuggono inseguiti dai cani e dai soldati, oltre che da Buffalo Bill.

i due protagonisti sono bravissimi, e i due registi pure, il film è pieno di citazioni di tanti film importanti (che non danneggiano la linearità della storia).

in fondo il film è un western, il solito vecchio western pieno di una morale d'altri tempi.

un film che non può dispiacere, promesso.

buona (romantica) visione - Ismaele


 


Testa o croce difatti è un gioco truccato o, quantomeno calcolabile da un algoritmo numerico, in cui non c’è quasi mai l’impressione spettatoriale di potersi lasciar guidare dal capriccio fatale di un singolo lancio di moneta: il film sa sempre dove andare e anche le deviazioni di Santino e Rosa sono state previste prima di mettersi in cammino. Interessante, per contrasto, la caccia di Buffalo Bill che si mostra meno gaglioffo di quello che appare all’inizio e ha, lui sì, la straordinaria capacità di farsi guidare nella sua ricerca da un corvo o dai segnali all’apparenza più fortuiti (un rametto spezzato) che il territorio gli manda. In fondo è proprio lui a mantenere, nonostante e in virtù delle proprie contraddizioni, lucidamente magica la sua visione: “Un vero cowboy ha il cuore di un uomo e l'innocenza di un ragazzo”.

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Divertente? Fino a un certo punto. Perché poi il film un po’ sdrirazza, diventa allucinato e onirico, pure parecchio confuso nell’intrecciare cliché western e rivolte anarcoidi, dettagli macabri ed empiti romantici.

«Se dovete sparare, non sbagliate il bersaglio» sentenzia Buffalo Bill, esibendo la sua vecchia Colt Navy tutta istoriata; mentre il bieco capitalista sogghigna: «Non ci hanno fermatogli scioperi, nessuno fermerà la costruzione della ferrovia». Insomma, avete capito.

Naturalmente, in questa chiave cinefila, i riferimenti si sprecano. I primi che mi vengono in testa? Voglio la testa di Garcia di Sam PeckinpahPer qualche dollaro in più e Giù la testa di Sergio LeoneTepepa di Giulio FerroniQuien Sabe?  di Damano DamianiVamos a matar compañeros  di Sergio Corbucci, l’episodio Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini, forse Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman, certe atmosfere sospese care al Monte Hellman di Le colline blu e chissà quanti altri.

Diviso in quattro capitoli, il film è inconsueto nell’attuale panorama italiano, l’ultimo che provò a fare qualcosa del genere fu Giovanni Veronesi con Il mio West; e certo i due registi debbono essersi parecchio divertiti nel mischiare le carte, tra suggestioni antagoniste, riflessioni sul mito e mosche attaccate alle facce…

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Tutto parte da una vicenda reale, la tournée di Buffalo Bill in Italia e a Roma, nel 1890, culminata nella famosa sfida tra i cowboy americani e i butteri maremmani. Una storia che, naturalmente, nella memoria popolare e nel racconto “da osteria” (quello da cui è sempre partita l’ispirazione di Zoppis e de Righi), si è caricata di invenzioni fantastiche, innesti, superfetazioni. E che, perciò, qui si complica in una storia di fughe d’amore, di soprusi di potere, di rapporti di classe, di rivoluzioni tentate. E di donne che cercano di trovare la loro rotta in un mondo di uomini. Cioè un intricato aggrovigliarsi di linee e di suggestioni, dentro cui, più di una volta, il film rischia di smarrirsi. Ma che i due autori riescono a tenere insieme, grazie alla trasversalità e la distanza del loro sguardo ironico. Che non ha paura di mostrare l’assurdo di una testa (di Garcia) parlante. E che è il riflesso della consapevolezza teorica dell’operazione

Certo. Non tutto si integra alla perfezione in Testa o croce? Se è esatta l’intuizione di trapiantare l’universo western nella Tuscia o, meglio, di guardare quei luoghi come lo scenario naturale di un’avventura western, i due mondi sembrano però mantenere una certa distanza. Come se l’immagine di Zoppis e Rigo de Righi, sempre diretta, immediata nel restituire la verità dei volti e l’essenza dei luoghi, non si trovasse poi perfettamente a proprio agio nell’evocazione del genere e nella gestione dei momenti più genuinamente spettacolari. Eppure la lucidità di individuare i nodi problematici rimane innegabile. Così come la capacità di questo cinema di trasformare la sua radice “realistica” in un viaggio di scoperta, un portale per un’altra dimensione. Come nella splendida scena della caccia alle rane.

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Testa o croce? in verità è il perfetto paradigma di un cinema di autori che più parlano del particolare, del locale, e più lavorano sull’universale; e che più lavorano sull’eterogeneità visiva (quasi la metafora in chiave formale del caos in cui viviamo, contraddistinto dalla crisi climatica, dai grandi flussi migratori, dai rifugiati) e più la forma-film (speculare, anzi osmotica, ai contenuti che veicola) si (tras)muta in un nuovo ordine positivo. In un nuovo tessuto possibile, in un nuovo organismo potenziale. Il tutto per creare un corpus visivo realmente rinnovato, da cui partire per i prossimi anni e del quale il cinema sembra avere un gran bisogno.

Poiché è praticamente una questione alchemica quella che si pone un’ampia parte del nuovo cinema italiano, di cui Zoppis e Rigo de Righi fanno pienamente parte: fare della babele di immagini come delle etnie, dell’eterogeneità visiva e culturale, un nuovo tessuto, fare una nuova omogeneità con l’eterogeneità. Sono film leggeri come una nuvola o un sogno, pur essendo stratificati nella memoria, anzi nelle memorie (degli archetipi, della pittura, del cinema, dei materiali di repertorio, ecc.).

Così come un Pietro Marcello che rievoca con Duse un passato vicino e lontano, trasformando in pittura delle immagini che, a loro volta, rimandano alla storia del cinema, insieme a delle immagini di repertorio che si fondono con il tutto. Oppure quando realizza un (molto) libero adattamento di Martin Eden (2019) di Jack London in terra campana, o prima ancora un film alchemico per definizione come Bella e perduta (2015), girato per intero con pellicola scaduta. O un’Alice Rohrwacher, che con La chimera (2023) – film peraltro basato su un’idea di Pietro Marcello – ci racconta di un mondo sommerso, quello dell’antica etruria, facendo denuncia del presente attraverso un inglese come attore protagonista (Josh O’Connor) e, ancora una volta, con una forma-film che si nutre, con un’intensità di rara delicatezza, del passato, e in particolare del mondo arcaico.

O ancora Maura Delpero che con Vermiglio (2024) realizza una sorta di versione teutonica di L’albero degli zoccoli (1978) di Ermanno Olmi, in una forma quasi rovesciata ma senza scivolare mai nella vera freddezza, o tantomeno in qualcosa di inumano, e in cui sono presenti i semi di un’altra memoria stratificata, quella del cinema, così come quella socioantropologica. Oppure come nel cinema documentario di Gianfranco Rosi, con l’ultimo magnifico film su Napoli, si rovesciano tutti i punti di riferimento consolidati e stereotipati sulla città e si rievoca, anche qui, una memoria stratificata andata perduta in un film onirico e di denuncia sul tessuto sociale del presente. E così è per altri registi che qui citiamo velocemente, come Michelangelo Frammartino o Giorgio Diritti…

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lunedì 9 settembre 2024

Campo di battaglia - Gianni Amelio

Stefano e Giulio sono due medici che lavorano in un ospedale militare, durante la prima guerra mondiale.

Stefano rimanda tutti a morire per la patria, se ancora quei soldati respirano, Giulio cerca di fare il possibile per rimandare a casa quei poveri cristi che ancora respirano, mandati a morire per una guerra maledetta, come tutte.

Anna, la loro amica infermiera, prima sposa le tesi di Stefano, poi Giulio la convince.

alla fine Giulio paga per la sua umanità, per il suo elogio della diserzione, quando possibile.

non è un film perfetto, ma il suo compito (quasi un documentario) lo svolge benissimo.

buona (pacifista) visione - Ismaele


 

 

Campo di battaglia riesce a comunicarci visivamente molto altro, un senso continuo di minaccia, di orrore, di collasso di un mondo. Di apocalisse. Con una fotografia livida che, soprattutto negli esterni, ci restituisce la desolazione di edifici massicci e grigi adibiti a ospedali, caserme, luoghi di contenzione e concentramento. Edifici squadrati, arcigni, come protesi verso il nulla (con un che, ma sì, di kafkiano, se volete di buzzatiano, di profondamente mitteleuropeo e poco italo-mediterraneo). E l’insistere della cinepresa sui corpi malati e vulnerati, sul sangue rappreso, sui bendaggi, sulle protesi, sulle stampelle, finiscono col configurare, forse al di là delle intenzioni dello stesso regista, un universo concentrazionario da cinema del mistero e dell’orrore. Di un orrore coporale e ancora di più mentale, psicologico. Che è una cifra assai rara nel nostro cinema e che fa di Campo di battaglia qualcosa di audace e anomalo. Ancora di più si slitta dal cinema bellico al gothic nella seconda parte, quando scende in  campo un altro nemico, l’epidemia che prenderà il nome di spagnola. I due medici amici-nemici, Siefano e Giulio, si troveranno ad affrontare anche questa nuova battaglia, ognuno a modo suo e con ruoli diversi: mentre il tasso visionario si alza e Campo di battaglia si fa sempre più incubo notturno, con quel lazzaretto dove vengono accumulati e isolati i malati per contenere il contagio, fino alla grande sequenza dei cadaveri buttati nella fossa comune e bruciati (ogni riferimento alla recente pandemia da Covid è probabilmente voluto). Si resta alla fine con la sensazione di avere assistito non a un classico film sulla guerra, piuttosto a un cinema di esplorazione del lato oscuro, nostro e della Storia, individuale e collettivo. Gabriel Montesi, attore in ascesa, è perfetto quale medico carogna, Alessandro Borghi forse un filo troppo manierato come Giulio. Federica Rosellini, gran nome del nostro teatro (non solo) di ricerca, è la crocerossina che voleva essere medico.

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…Bei dialoghi che rispettano le etimologie meravigliose dei nostri dialetti unici, così diversi da sembrare lingue differenti, ma non per questo passibili di non fare comprendere i sentimenti di chi li esprime ad altri coscritti, uniti da lingue differenti ma capaci di comprendersi con un semplice sguardo.

Un film scientemente lento e riflessivi, lucido e schietto che non rinuncia a ottime ricostruzioni di campi di battaglia e trincee, ospedali devastato da urla e dolore.

I tre interpreti citati sono davvero bravi, e Gianni Amelio si conferma, c'è ne fosse bisogno, un caposaldo versatile e sensibile del cinema di casa nostra.

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Gianni Amelio è uno dei grandi vecchi del cinema italiano, continua per la sua strada senza tentennamenti, anche se la critica nostrana sembra avergli voltato le spalle già da anni. "Campo di battaglia" è un film certamente dignitoso, magari non una delle sue opere maggiori in assoluto, ma non è un film di cui ci si possa liberare in maniera sbrigativa, come ha fatto una parte della stampa alla mostra di Venezia.

Il film è una requisitoria contro la guerra e un'analisi del conflitto di coscienza da parte di due ufficiali medici che si trovano a curare soldati feriti provenienti dal fronte della prima Guerra mondiale: il dottore interpretato da Gabriel Montesi vuole che i soldati guariscano in fretta per tornare al fronte, quello interpretato da Alessandro Borghi invece è pronto a causare ferite ulteriori per allontanare definitivamente il ritorno alla trincea…

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incredibile a dirsi, ma i presupposti di Campo di battaglia di Gianni Amelio sono tutti giusti. L’obiettivo, è chiaro, è di fare un film sulla prima guerra mondiale (in realtà poi vuole usare quello scenario per parlare d’altro, ma a questo ci arriviamo) e l’osservatorio scelto è perfetto: il Friuli Venezia Giulia nel 1918. Vuole raccontare di come le persone vivessero la guerra e per farlo sceglie anche le figure perfette: due medici che lavorano in un ospedale militare che non fa che ricevere feriti veri e feriti che si sono procurati le ferite (anche gravi) per essere mandati a casa. E poi ancora ha la caratterizzazione giusta: questi due medici sono uno molto patriottico, spietato, che indaga, cerca, scopre le truffe e non fa che rimandare al fronte al minimo dubbio; l’altro molto compassionevole che, di nascosto, opera e peggiora le condizioni di alcuni pazienti (in accordo con loro), così che non possano che essere davvero mandati a casa.

Sono le due anime del paese di fronte alla guerra, ma anche di fronte a qualsiasi cosa: quella rigorosa che crede nelle istituzioni, in quello che dicono e nella necessità di un atteggiamento intransigente; e quella che invece opera al di fuori di tutto, a proprio rischio, anteponendo l’umanità e i propri valori a quelle che sono le decisioni dello Stato, rispondendo a una morale che è sia sua che (nella sua testa) più alta. E nonostante entrambi gli attori, Gabriel Montesi e Alessandro Borghi, siano molto bravi a fare (da romani) due medici veneti, è Montesi a stupire di più, con questo personaggio davvero di altri tempi, una tipologia umana che non c’entra niente con il presente e ha un altro modo di fare, di relazionarsi, di muoversi e di parlare, che sembra venire dal passato. Duro e inflessibile, regio in tante cose, e che con abilità lascia trapelare ogni tanto un’umanità nascosta sotto strati di un senso del dovere come lo si poteva concepire solo a inizio Novecento…

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lunedì 20 marzo 2023

Mondocane - Alessandro Celli

nella Taranto di un futuro non troppo lontano l'acciaieria ha rovinato la vita di quella città, che si è divisa in due parti, le due città, quella "normale", ordinata, colorata, e quella degradata, superinquinata, disperata, in mano alla banda delle Formiche, guidata da Testacalda (un bravissimo Alessandro Borghi).

a quella banda si uniscono Mondocane e Pisciasotto, due bambini amici per sempre (sembra).

il mondo va molto male, e c'è un sopra e un sotto, come spesso succede, la polizia fa di tutto per tenere separate le due città.

il film è denso di citazioni e rimandi a tanto (grande) cinema fantastico-apocalittico (lo scoprirete guardando Mondocane),

buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay


 

…Raccontare infatti di due orfani che crescono tra la zona loro assegnata e tutt’altro che fantasiosa di Tamburi, e quella relativamente migliore e per loro inaccessibile di Taranto Nuova, significa innanzitutto procedere a un discorso di indignazione collettiva. Mondocane è a tutti gli effetti, grazie alla maschera fanta-sociologica e ai richiami più o meno diretti alla tetralogia di Mad Max, o a 1997: Fuga da New York, un film di grave denuncia. La sua forma, che mescola l’azione violenta al romanzo di formazione, è perciò sintomatica del contenuto. E aiuta a comprendere meglio come serie emblematiche quali Gomorra o Suburra interpretino piuttosto l’allucinazione dell’oggi e trasfigurino il realismo in una modalità che rasenta l’apologo capovolto di un “mondo-cane” non invisibile. Anche il protagonista di Dogman, occorre ricordarlo, con la specifica sua professione enunciata nel titolo, dunque molto allusiva, ha ribadito il concetto di fondo che Mondocane dispiega. Dove la scelta di affidare a un attore-personaggio carismatico come Alessandro Borghi il compito di convogliare in veste di cattivo leader dalle maniere suadenti l’immaginario in un alveo che coniuga la suburra romana alla diuturna, fatale e irrisolta tossicità ambientale tarantina, conferma l’idea preliminare. Quella cioè di un gioco di squadra tutto italiano tra generi, titoli, piccolo e grande schermo, dove lo sdegno si fa location e i luoghi comuni a loro volta provocazione a tutto campo.

Vedendo Mondocane, insomma, la memoria, oltre a viaggiare nel tempo cinematografico dei modelli omaggiati, lascia intendere come mai opere diverse ma concomitanti, da La paranza dei bambini a La terra dell’abbastanza, da Gomorra a Suburra, film e serie, quindi da Favolacce a La terra dei figli, lancino un segnale d’allarme differenziato ma coerente, inequivocabile e trasversale. Da non sottovalutare, bensì decifrare e approfondire tra spazio, tempo, miscele di linguaggi parlati locali e nazionali, stili collettivi e modelli produttivi.

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Lo spirito è a suo modo politico. La terra in cui tutti vorrebbero scappare è l’Africa, dunque la provocazione è servita. Roma è l’immagine opaca di una metropoli che ha avuto un’aura magica ormai perduta. E il terreno di battaglia è Taranto, una città da tempo lacerata e terreno di malavita. Mondocane suona come l’ultimo avvertimento. Nel futuro immediato a pagare il prezzo più alto potrebbe essere ogni individuo, senza distinzione tra buoni e cattivi.

Nella sua essenza tribale, anarchica, la vicenda riscopre di tanto in tanto i sentimenti di fratellanza, famiglia, ascesa e caduta, in un luogo in cui non c’è più spazio per il domani, anche se si è giovani. La regia di Celli è solida, la voglia di plasmare immaginari tipici degli schermi d’oltreoceano è dichiarata, rivissuta con sguardo sincero.

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Quello di Mondocane è un universo rassegnato, pessimista come il genere richiede; un'ambientazione che incuriosisce, in cui Roma non è più la capitale, in cui dopo la "grande evacuazione" al massimo si può scappare in Africa, eppure la macchina da presa non si muove dagli scorci stranianti di Taranto vecchia e nuova. La prima senza legge, con le sue tribù di guerrieri e i suoi mezzi d'assalto blindati, la seconda quasi distopica nel voler ricreare una normalità da vignetta che nasconde le storture del sistema.

Al suo meglio il genere post-apocalittico catapulta verso il parossismo le inquietudini del presente, e in questo Mondocane centra l'obiettivo, declinando la storia travagliata della città, l'eredità industriale, la geografia unica e le vicende dell'Ilva in un racconto d'azione che affonda le radici nel reale e fa tappa in luoghi significativi come il rione Tamburi e la Cittadella. In più lo fa abitando il suo mondo distopico con la sicurezza di chi non deve spiegarlo eccessivamente (talvolta al limite dell'incomprensibile per quanto riguarda il funzionamento di questa nuova società).

Fotografia e regia tengono bene il passo di un progetto ambizioso, regalando anche un finale particolarmente intenso. Qualcosa in più andrebbe però chiesto alla sceneggiatura, un po' scarna nella struttura di base, e all'incostante recitazione. Borghi è a suo agio nel ruolo di un cattivo con il fervore didattico del maestro, e Barbara Ronchi gli fa da contraltare sul lato opposto della legge. Sono i giovani però il cuore del film, con i volti d'altri tempi dei protagonisti Dennis Protopapa e Giuliano Soprano a fare il grosso del lavoro, e con il contributo decisivo della piccola star Ludovica Nasti, già famosa per L'amica geniale e qui alla conferma.

Film temerario e a suo modo di rottura, che come Testacalda vuole "fare la guerra", Mondocane mette il cinema nostrano di fronte a domande spesso rimaste inespresse, e ci spinge a chiederci come alzare il livello della narrazione di genere una volta deciso di affrontarla. Le risposte non gli competono, ma il suo spirito baldanzoso è sufficiente a farci riflettere.

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Celli ha il coraggio di osare proponendo una distopia non troppo distante dalla realtà , in cui Taranto è una città devastata, falcidiata dall'attività di un acciaieria che, come un orribile mostro, non solo è responsabile della crisi ambientale evidenziata nel film, ma la domina e ne ridefinisce lo Skyline. In questo contesto di squallore e contaminazione ambientale il regista racconta la storia di due ingenui adolescenti e della loro amicizia, del loro tentativo di scalata del crimine, e lo fa azzeccando atmosfere, personaggi e movimenti di macchina. Alcune istantanee rimangono nella memoria e testimoniano il talento visionario di Celli che ci mostra una Puglia ma così arida, ma al tempo stesso bellissima ( tutte le scene girate fuori dalla zona contaminata). Purtroppo il film risulta poco compatto nella fase centrale e perde un po' il ritmo, tuttavia "Mondocane" è un opera di indubbio valore e tecnicamente di livello che merita senz'altro una visione.

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…Peccato che questa brillantezza di intuizioni, a cui corrisponde un indubbio sforzo in sede di costruzione dei contesti, valorizzati da una fotografia davvero notevoli, vengano sviliti da una storia piena zeppa di luoghi comuni e di banalità, all'interno della quale si muovono personaggi davvero deboli e così sopra le righe, da risultare caricaturali.

Primo fra tutti, spiace ammetterlo ma è plateale, il Testacalda di Alessandro Borghi, personaggio davvero risibile e afflitto da una gestualità e da vezzi insopportabili che lo rendono una macchietta già subito dopo i primi minuti in scena.

Ma anche i due ragazzini, pur bravi e ispirati (il biondo dalla voce cupa interessante Dennis Protopapa e il moro condizionabile Giuliano Soprano), risultano afflitti dal vittimismo e dalla prolissità che imperversa nella costruzione dei rispettivi personaggi e dei contesti attorno ai quali costoro finiscono per interagire.

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martedì 10 gennaio 2023

Le otto montagne - Charlotte Vandermeersch, Felix Von Groeningen

ho letto un paio d'anni fa il libro di Paolo Cognetti (qui), e mi era piaciuto molto, e temevo per il passaggio dal libro al film.

e mentre lo guardavo tutti i dubbi svanivano.

i due protagonisti sono bravissimi (come tutti gli attori, d'altronde), il merito è anche dei due bravi registi belgi, naturalmente.

Bruno (Alessandro Borghi) è davvero eccezionale, sotto quella barba non immagini che ci sia un attore.

è un uomo d'altri tempi, il mercato, i contatti, le banche lo fregano, e lui viene chiuso in un angolo, senza via d'uscita.

Pietro (Luca Marinelli) è uno che non trova la sua strada (e poi la trova in Nepal), ha lasciato con rancore il padre, un bravissimo Filippo Timi, che soffre tantissimo dalla lontananza del figlio.

solo con la madre, l'ottima attrice Elena Lietti, Pietro riesce a tenere i contatti e attraverso di lei Bruno e Pietro riescono a non perdersi.

alla fine esci dal cinema contento, contento di aver (ri)conosciuto Bruno e Pietro.

insomma, un film da non perdere.

buona (selvaggia) visione - Ismaele




Come un libro italiano (di Paolo Cognetti, ed. Einaudi, Premio Strega 2017) sia diventato produttivamente e autorialmente un film belga, perché tali sono i due registi – è una storia interessante e anomala che meriterebbe di essere raccontata a parte (tutt’al più gli stranieri vanno a ricavare un film da un nostro classico o un classico nocentesco, non certo dalla narrativa recente). Intanto si deve constatare come questo spiazzamento, questa dislocazione in sensibilità altre abbia fatto bene a Le otto montagne. Che ha poco o niente del cinema italiano attuale e anche del passato, dei suo antichi vezzi e vizi, dei suoi caratteri più detestabili, riuscendo a evitare ogni slittamento nella commedia e a manenersi su un registro di sobrietà e rigore nordico-fiammingo tra Bresson, il primo Bruno Dumont, magari Delvaux (André, il regista di cinema, non il pittore). Mdp che guarda anzi contempla paesaggi interiori e esteriori (e i secondi come estensione dei primi), quelli ovviamene maestosi dell’alta Val d’Aosta e però zero retorica e niente cartoline tipo Heidi o Belle e Sebastian. Cinema della lentezza, per adeguarsi al ritmo dei suoi due caratteri principali e a quello della natura e una volta tanto non è una postura ideologico-ecologista. Bergfilm, film di montagna come ormi non se ne fanno più (la montagna non è sexy, il mare lo è, quindi il beach movie prevale), ma senza avventure, senza scalate muscolari ad alto tasso di difficoltà che diventano sfide con e contro sé stessi e ordalie. Tutt’al più escursioni su ghiaccio come sommesso rito di iniziazione alla vita. La montagna che si fa coprotanista a influenzare e forgiare vita e destino dei due caratteri principali, Pietro e Bruno, il primo ragazzino di città (Torino), di famiglia borghese in vacanza in un piccolo paese della valle – siamo negli anni Ottanta -, il secondo nato e cresciuto al vilaggio, poco a scuola, molto a lavorare fin da bambino tra stalle, pascoli e alpeggi. L’uno alter ego, uguale e rovesciato, dell’altro. Diventerano amici per la vita, letteralmente. Si perderanno da adolescenti, si ritroveranno da adulti, non si separeranno mai del tutto...

da qui

 

Il romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne gode di uno splendido adattamento grazie ad una co-produzione europea artisticamente notevole ed attenta al materiale originale. Un'elegia alpina lenta e solenne in senso prettamente positivo, impreziosita da un ottimo Alessandro Borghi.

da qui

 

…Paolo Cognetti ha svelato alcuni dettagli sull’impeccabile preparazione di Alessandro Borghi e Luca Marinelli per Le otto montagne: “Non sono un eremita, uno da storie cupe. Spesso vengo descritto in maniera noiosa, triste, ma non sono così io, e non è così la montagna. Lo ha capito benissimo Alessandro Borghi, che è riuscito a cogliere il lato comico del montanaro dopo aver conosciuto un paio di miei amici. Anche Luca Marinelli è stato a lungo con me per entrare nel personaggio“, ha dichiarato lo scrittore.

Lui e Alessandro Borghi sono molto romani, e la loro romanità è una cosa che mettono spesso sul piatto. Ma sono stati straordinari: abbiamo passato tre mesi insieme, fatto tante camminate: alla fine, se ha funzionato, è stato grazie alla montagna“, ha proseguito Cognetti per poi aggiungere “La montagna è un luogo felice, soprattutto quando sei bambino: è un luogo di avventura, ed è così che la vivo. Ed è un luogo che oggi, dopo il Covid, si sta ripopolando: è bello vedere qui persone che prima venivano su soltanto per un paio di settimane all’anno“.

Infine, Paolo Cognetti ha lodato anche il lavoro dei registi: “All’inizio avevo paura che il film venisse fatto altrove, e che la montagna che avevo raccontato venisse tradita. Invece ne è uscito un ritratto fedele, ed è la cosa che mi piace di più riguardandolo. Tutti si sono buttati anima e corpo nel capire: sono venuti qui, hanno ascoltato, vissuto, scoperto. Un giorno ho trovato un fonico arrampicato su una roccia: si era svegliato e aveva deciso di passeggiare, e già che c’era si era messo a registrare un po’ di suoni della natura“.

da qui



domenica 16 settembre 2018

Sulla mia pelle - Alessio Cremonini

Alessandro Borghi è Stefano Cucchi, 
il film segue Stefano, per paura o per orgoglio non dice quello che è successo.
in una settimana lo lasciano morire, sembra che nessuno capisca quello che sta succedendo.
come alla scuola Diaz e a Bolzaneto, ma non solo, fra i tutori dell'ordine, fra chi deve proteggere tutti,  ci sono assassini, sadici, e delinquenti violenti oltre ogni dire.
Alessandro Borghi si spegne come una candela, nell'indifferenza di tutti, non è un film urlato, anzi, spesso è solo sussurrato, le immagini parlano da sole. 
il film non è perfetto, ma è necessario.
nonostante Netflix, buona visione al cinema - Ismaele



ps: nel 2015 Costanza Quatriglio gira un film (che si può vedere QUIsull'omicidio di Francesco Mastrogiovanni (qui e qui, per chi non si ricorda), che viene lasciato morire, come Stefano Cucchi.






E tra i molti carnefici di questa orribile storia italiana uno è sicuro oltre ogni ragionevole dubbio: la burocrazia. Ottusa, feroce, letteralistica, disumana. Burocrazia che impedisce ai familiari di vedere Stefano già quasi agonizzante: i genitori apprenderanno della sua morte solo quando si sentiranno chiedere da un carabiniere l’autorizzazione per l’autopsia. In questo dramma della disumanità, ma più ancora dell’indifferenza e del cinismo, sono stati molti i responsabili, non solo i picchiatori. Il film non è così piattamente veterotelevisivo come qualcuno tra i corridoi e le scale dl festival di Venezia, dov’è stato presentato a Orizzonti, l’ha subito bollato. Alessio Cremonini getta sulla tristissima storia uno sguardo che prima che denunciante è di partecipazione e dolore, e privo di ogni voyeurismo e sospetto di sensazionalismo. Imprimendo al racconto un andamento meditativo, perfino solenne, che fa tornare alla mente il Pasolini di Accattone e ancora di più di Mamma Roma (soprattutto il finale). Ed è il secondo film romano che nel giro di pochi mesi mi fa ricordare quel Pasolini, l’altro era La terra dell’abbastanza dei gemelli D’Innocenzo. Come in La terra dell’abbastanza anche qui c’è come padre disorientato e travolto dagli eventi un misurato e dolente Max Tortora. Jasmine Trinca è la sorella, colei che dopo la morte di Stefano solleverà il caso e lo imporrà all’attenzione dei media. E c’è Alessandro Borghi, impressionante per mimetismo, non tanto e non solo per l’aderenza fisica, ma per come replica il malessere del suo personaggio di tagliato fuori, e ormai morto tra i vivi, con la voce, la postura, il linguaggio del corpo. Un corpo da martire da pittura seicentesca.

Impossibilitato a incontrare i suoi genitori o anche solo a parlare con l’avvocato, Stefano d’altronde trova conforto solo in brevi dialoghi con altri detenuti, comunicando magari anche da una cella all’altra. Ed è a loro che confessa la verità sul pestaggio, è solo con loro che trova un terreno di condivisione e di empatia. E ciò connota ulteriormente Sulla mia pelle come un film umanista, molto riuscito quando si concentra proprio sul dolore di Cucchi, un po’ meno in alcune sequenze in cui mostra i genitori e la sorella, dove la regia appare un po’ troppo scolastica. Ben più espressive sono invece quelle inquadrature che mostrano Cucchi a letto, come dei quadri di morte e disperazione che possono lontanamente ricordare una rappresentazione cristologica tra Pasolini e il Mantegna. E Alessandro Borghi nel ruolo del protagonista si dona totalmente…

…Un film del genere, oggi, non sarebbe stato possibile senza che ci fosse stata prima la cruda e furiosa violenza mostrata in Diaz di Daniele Vicari, come forse sarebbe stato più difficile avere casi come quello di Stefano Cucchi se non ci fossero stati prima i massacri della scuola Diaz e di Bolzaneto, e l’impunità che ne è seguita. Dove la legge e la giustizia non sembrano riuscire a dare una risposta, il cinema ha ancora il coraggio e il dovere di intervenire, per mostrare ciò che vorrebbe essere tenuto nascosto. Se quello di Vicari era quasi un horror, quello di Cremonini è un dramma oscuro e silenzioso, senza grandi pianti o urla, che si consuma in disparte.
Anzi, se c’è una parola d’ordine in Sulla mia pelle, questa è “disinteresse”. Il disinteresse di praticamente tutti i personaggi che Stefano Cucchi incontra nella sua Passione e che sembrano ignorare i segni sul suo volto, o almeno non concepire chi possa averglieli fatti. Dal carabiniere che lo vede tumefatto, capisce, ma preferire stare zitto, ai poliziotti della Penitenziaria, interessati solo a che non passi per colpa loro. Dai medici, che preferiscono lasciar perdere invece di capire la situazione, al giudice, che lo condanna senza nemmeno guardarlo in faccia. Dall’avvocato d’ufficio, che gli sta faccia a faccia senza nemmeno accorgersi degli ematomi, fino al carabiniere che ne notifica la morte alla madre e subito dopo le chiede la firma sui documenti dell’autopsia. Tutti mossi da un unico pensiero: non è un mio problema. Un mondo completamente disumanizzato, stretto nella morsa di una malsana burocrazia – la stessa che impedisce ai genitori di Stefano di andarlo a trovare in carcere – in cui un ingranaggio si è stortato, e una persona a caso ci è rimasta schiacciata dentro.

…Cremonini non fa di Stefano un santo, tantomeno un martire ma, con lucidità e senso della misura, percorre le tappe del suo tormento che, giorno dopo giorno, lacera la pelle di un corpo già fragile e provato. Non vi è, né vi può essere, alcuna lettura “cristologica” in questa tribolazione (alla domanda “Sei credente?”, Stefano risponde con un amaro “So’ sperante”) andata ben oltre il “semplice” fatto di cronaca (anche se, disgraziatamente, non l’unico) per diventare lo scellerato esempio di quelle spaventose crepe che si aprono su un apparato di giustizia che dovrebbe garantire, ad ogni soggetto che le si affida, la tutela scevra dal pregiudizio ma anche quella pietas, non nel senso religioso del termine, intesa come espressione etica dei doveri che gli uomini hanno verso gli uomini.
Se, a causa della condotta di alcuni, si commette l’errore di generalizzare colpevolizzando un’intera categoria è altrettanto dannoso non accorgersi del modo in cui certi individui disonorano la divisa che indossano commettendo azioni che, in rapporto ad essa, hanno lo sfrontato ardire di legittimare. Per questo Sulla mia pelle non giudica, né condanna ma racconta, alla luce plumbea dello svolgimento dei fatti, il decesso in carcere numero 148 dell’anno 2009, una cifra impressionante (che solo due mesi dopo salirà a 176) tanto quanto il “trattamento” al quale Cucchi è stato sottoposto.
Un film duro ma necessario in cui la disperazione è un grido sordo, senza catarsi, né poesia. E le parole non bastano o, forse, non ci sono perché, come scriveva Seneca, “il grande dolore è muto”.

lunedì 14 settembre 2015

Non essere cattivo – Claudio Caligari

Claudio Caligari ha fatto tre film nella sua vita, sempre a livelli alti, senza scorciatoie, e l'ultimo, in certo modo, contiene anche i due precedenti.
è vero, come dicono molti, che il cinema di Caligari ricorda molto cinema Usa degli anni settanta, quello con Al Pacino e Robert de Niro, storie di disperati come quelle di Claudio Caligari, e non è un casi che Valerio Mastandrea si sia pubblicamente rivolto a Martino Scorsese per produrre "Non essere cattivo" (qui).
intanto Mastandrea ha spinto e contribuito alla promozione del film, che il regista non ha fatto in tempo a vedere in sala (qui Mastrandrea ricorda l'amico/maestro Claudio)
i ragazzi che sono sopravvissuti ai tempi di "Amore tossico", del 1983, (qui), o erano ancora bambini, sono cresciuti e sempre la droga è lì, un modo per fare soldi o per sballarsi.
rispetto a quel film qui i ragazzi sono più tristi e sopratutto hanno già visto gli effetti della droga e dell'Aids, c'è chi muore e chi sopravvive, come la sorella e la nipotina di Cesare, che ha una mamma distrutta dal dolore (per la morte della figlia e la malattia di Debora) e fortissima, anche per loro.
come nel film precedente, "L'odore della notte", del 1998, (qui), l'unica via d'uscita è mollare tutto per la famiglia, altrimenti la fine violenta è segnata.
Vittorio, l'amico di sempre di Cesare, conosce un altro Cesare, e anche noi ci commuoviamo con lui.
non perdetevelo - Ismaele






E’ una vergogna che il cinema italiano, che ha prodotto qualcosa come duecento film all’anno, in gran parte inutili, non abbia aiutato Caligari a fare i suoi film, tutti concentrati, e documentatissimi, su una sorta di storia di Ostia e quindi di Roma vista attraverso lo sviluppo della droga e della malavita.
E’ vero che questo film, in fondo, è una sorta di sequel di Amore tossico, ma come nessuno trattò come Caligari, nel 1983, lo sviluppo dell’eroina a Ostia, nessuno ha trattato dopo lo sviluppo della cocaina. E non è certo solo un problema di Ostia e di Roma. E nessuno è andato a vedere l’effetto che hanno fatto le pasticche e la cocaina nelle borgate e nelle classi meno ricche.
Il cinema italiano tende a nascondere certi problemi e certe storie, preferisce mettere i soldi sulle storie borghesi con le famiglie in crisi o nelle commedie. Caligari è andato dritto sulla sua strada con una forza di volontà degna dei suoi eroi perdenti…

“La vita è dura e se non sei duro come la vita non vai avanti”, dice Cesare, il più mosso, nevrotico, aggressivo dei due amici. E “andarsene da tutta ’sta merda” è più facile a dirsi che a farsi. “I sòrdi ce vonno”, e di conseguenza lo spaccio, perché “tanta gente ce campa”. I cattivi non sono solo cattivi, e non sempre è colpa loro se lo sono. La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi, anche i più trucidi, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose, quali che siano le loro opzioni ideologiche…

Non essere cattivo è la fotografia della nuova borgata attraverso la storia di due amici Vittorio e Cesare, “fratelli di vita”, vita di eccessi – macchine, alcol, cocaina – finché Vittorio non incontra l’amore, Linda, e decide di cambiare, iniziando a lavorare come manovale, mentre Cesare si perde sempre più. L’aiuto di Vittorio, tornato proprio per Cesare, sembra risolutivo: lavoro, fidanzata, futuro, come lui. Ce la possono fare, esiste un’alternativa anche per loro. Ma tentare di salvare Cesare, per Vittorio significa rischiare il lavoro, persino perdere Linda, mettere in pericolo insomma quel poco che è riuscito a costruire. Di contro Cesare, dopo ripetute lusinghe dal vecchio mondo, cede definitivamente perché ha bisogno di soldi subito, e in borgata c’è solo un modo per fare soldi veloci.
Emanuel, nel ruolo tecnico di Assistente personale del regista, segue Caligari in ogni fase. Dalla documentazione, alla ricerca delle location, fino all’orsacchiotto.
“L’orsacchiotto è fondamentale nel film, vedrai…” Trovare un orsacchiotto sembra semplice. Nel caso di Caligari no. Anche sull’orsacchiotto lui ha un’idea precisa. Con Emanuel fanno il giro di giocattolai, centri commerciali, autogrill, passano giornate su internet, scoprendo che gli orsacchiotti si dividono in due grandi categorie: europeo e americano. Ma niente. “Nessuno era come ce l’aveva in testa Claudio”, sempre Emanuel.
La scenografa stremata, la troupe anche: non si può perdere tanto tempo su un pupazzo. Alla fine viene fatto a mano. “Che c’aveva di speciale? – s’inalbera Emanuel – pelo lungo, chiaro, e lo sguardo. Uno sguardo diverso dagli altri. Era l’orso di quando era ragazzino Claudio, lui rivoleva quello”.
Intanto la sceneggiatura è alla terza stesura.
Sceneggiatura scritta da Caligari con Francesca Serafini e Giordano Meacci. Non due sceneggiatori alla moda. Tutt’altro che glamour: lei cresciuta a Torpignattara, lui a Ciampino. Due outsider di talento. Entrambi allievi di Luca Serianni, lei scrive libri di linguistica e saggi narrativi (questo è il punto – Laterza, Di calcio non si parla – Bompiani), lui lavora in una libreria di Prati, e scrive romanzi, quest’anno, dopo dieci anni dall’esordio Tutto quello che posso (minimum fax), esce il nuovo romanzoIl cinghiale che uccise Liberty Valance. Serafini e Meacci danno struttura drammaturgica all’idea e al materiale, tanto che Caligari, dopo l’ultimo montaggio, confessa: “è più potente di Amore tossico.
Ma questo succede alla fine.
Prima c’è la scelta degli attori. Protagonisti: Luca Marinelli e Alessandro Borghi.
Emanuel fa un piccolo cameo in un’allucinazione di Vittorio.
“Claudio mi diceva: tu sei un diamante, ti devi solo sfinare. – racconta Emanuel – Anche alla mia ragazza: è perfetto, perfetto, ma quant’è rozzo… Per raffinarmi mi manda alla scuola di recitazione… due giorni sono durato. L’ho chiamato: Claudio, io il leone, la candela, la tazzina di caffè, non la faccio”.
E dunque: soggetto, sceneggiatura, location, orsacchiotto, attori.
Ospedale. Che non c’entra niente col film, ma con la storia del film, di come è stato prodotto e girato: intoppi, ostacoli, vittorie, tempo. Trentantadue anni di attesa, sei mesi di azione.
Ricoverato prima delle riprese, Caligari sta male. I medici dicono che non c’è più niente da fare. Gli amici però non si arrendono, non si arrende Emanuel Bevilacqua, non si arrende Valerio Mastandrea.
E Claudio Caligari ce la fa, proprio perché vuole girare il suo film, il suo terzo film. Alla lettera di Mastandrea, Scorsese non ha risposto, ma hanno risposto altri produttori: Kimerafilm, Rai Cinema, Taodue, e Leone Film. GoodFilms per la distribuzione. Budget chiuso. Tutto pronto per partire, e per partire come vuole Claudio: la storia che vuole lui, gli attori che vuole lui. Trentadue anni per arrivare fin qui. Come passano trentadue anni, sarebbe da chiedergli di nuovo. E forse la risposta sarebbe sempre la stessa: “Perdi due, tre anni su un’idea, non ci riesci a farla, prendi un’altra idea, ci stai due, tre anni, non riesci a realizzare nemmeno questa, e così via, ed è così che passano trentadue anni” dove il tempo non è mai perduto, mai fallimento, ma solo tempo che passa, come se il vero privilegio fosse il tempo di per sé. Tempo di conoscere, scoprire, invecchiare.
Pochi giorni prima delle riprese Claudio va al cimitero di Arona – ricorda Francesca Serafini – sulla tomba del padre. Ha nevicato, tutto è ricoperto di bianco, nessuno è ancora passato di lì. Allora lui decide di non entrare. Rimane fuori. Rimane a contemplare la bellezza intatta.
Una bellezza che ha a che fare con la verità, non con l’artificio. Una bellezza che va rispettata. Questo è il cinema di Claudio Caligari. Ecco l’idea precisa che ha in testa, tanto che se mancano le condizioni per rispettarla, lui preferisce rinunciare.
“Muoio come uno stronzo” dice a Mastandrea, un giorno in macchina, semaforo di Viale dell’Oceano Atlantico. “Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film”.
Sbagliato, tre. Perché gira il terzo. Ce la fa. Gira e monta il suo ultimo film: Non essere cattivo.
Claudio Caligari 1956 – 2015.

Il regista non ci risparmia niente, ma nel suo sguardo non c'è mai nè cinica indifferenza nè facile moralismo. Anche nei loro comportamenti più abietti, lo spettatore non riesce a non provare compassione ed empatia per i due giovani sbandati che sono capaci di litigare furiosamente ma anche di abbracciarsi con tenerezza e di improvvisare una partita a calcio sulla spiaggia. Come degli eterni bambini cresciuti nel posto sbagliato. Ma questo, per Caligari, ed è un altro merito del film, non rappresenta un alibi: la redenzione è sempre possibile e la vita è più forte di tutto, come si vede nel finale, amarissimo e al tempo stesso aperto alla speranza.
"Non essere cattivo", infine, è un film attualissimo: i giovani non hanno scoperto le pasticche quest'estate come le cronache ci portavano a pensare. E il municipio di Ostia è stato di recente sciolto per mafia...

… Da mesi Mastandrea aveva impostato la lavorazione  con il ruolo di Vittorio lo scoppiato affidato a Luca Marinelli, già protagonista di La solitudine dei numeri primi,mentre quello di Cesare che tenta di rigare dritto era di Alessandro Borghi, una solida carriera televisiva che non l’ha guastato, poi un giorno Caligari, che non poteva parlare tanto perché era tracheotomizzato (handicap che gli forniva il suo unico cespite, una pensione minima di invalidità) ha fatto un gesto con la mano. «Voleva dire inverti i ruoli. E porca miseria se aveva ragione». Di gesti ce sono stati tanti durante la lavorazione e uno il Buono non lo dimenticherà mai. «Il film era finito, mancava qualche aggiustamento e io stavo partendo per girare Fai bei sogni con Bellocchio. Sono andato a trovarlo, stava nel letto dove è morto, a casa della madre di 95 anni. Mentre mi alzavo per andare, mi ha salutato alzando il pollice come per dire tutto OK. Quando sono arrivato alla porta gli ho detto rifammelo e  me l’ha rifatto».
Il Ruvido che non si fidava tanto di nessuno si è affidato al Buono, che ha dato gli ultimi ritocchi all’eredità. E che mette le mani avanti: «Tutto il buono del film è suo, tutto il cattivo è di noi che siamo rimasti. Frank Capra non si lascerebbe sfuggire un dettaglio: nel dire queste cose, il Buono si commuove.