ad Algeri (ma il film è girato in Spagna) gli arabi prendono cristiani come ostaggi, in cambio di un riscatto.
fra i prigionieri c'è Miguel Cervantes, che legge i libri in spagnolo di un prigioniero anziano.
Miguel ha poche virtù, ma una eccezionale, sa raccontare storie, ai suoi compagni di prigionia, in primis, e poi al Bajà (interpretato da Alessandro Borghi) che lo prende in simpatia, in un rapporto quasi come quello di Schéhérazade e il re, nelle Mille e una notte.
a ogni storia il Bajà ricompensa Miguel, con un giorno di libertà, fuori dal forte dove sono tenuti i prigionieri.
sicuramente non è il miglior film di Alejandro Amenábar, è comunque un film che merita, solo in una quarantina di sale, naturalmente.
buona (libera) visione - Ismaele
…Il prigioniero non è la storia di un coming out, ma quella di un
cantastorie che si salva grazie alla fantasia e alla capacità di rendere
attraenti le vicende più terribili. In questa chiave anche la sua (ipotetica)
omosessualità rientra nella necessità di adattarsi alle circostanze e viverle
in segretezza, e in condizioni emergenziali. Il rapporto fra lui e il Bajà, interpretato con un'alternanza
di minaccia e seduzione da un ottimo Alessandro Borghi (la produzione del film
è italo-spagnola), cammina sempre sul filo del rasoio, come del resto quello
fra lui e i compagni e con Blanco de Paz. Il giovanissimo Julio Pena nel ruolo
del protagonista compensa la sua inesperienza recitativa con la naïveté che è
propria del suo ruolo in quel momento della vita di Cervantes, e alterna
scrupoli a mistificazioni, alleanze e voltafaccia. Tutta la storia di Il prigioniero è improntata alla delazione e al tradimento, tanto
della propria fede, poiché i mori liberano i prigionieri solo a condizione di
un'abiura del Cristianesimo (o del pagamento di un congruo riscatto), quanto
della propria natura ed etica personale. Il ritratto dei mori, che potrebbe
essere manicheo (e dare l'assist a certi sovranismi religiosi), è invece ricco
di sfumature: crudeli ed efferati, ma per certi versi più progressisti dei
cattolici spagnoli e italiani. E Amenábar è evidentemente orripilato dai
fanatismi di entrambe le parti, così come dalla reciproca intolleranza…
…sebbene non sia un
suo best of, Amenábar
confeziona un’opera intima e intrigante, escogitando e sottolineando
vari aspetti della storia, allo scopo di illuminarne altri che riguardano la
società. Antica e moderna. Attraverso la figura di Miguel de Cervantes, veniamo
a conoscenza di un mondo distante ma emblematico. La parabola del protagonista
tocca temi diversi tra loro, ma tutti altrettanto fondamentali. A partire dal
discorso di come e quanto la cultura - in questo caso specifico la narrazione -
abbia una rilevanza imprescindibile. A patto però di volergliela riconoscere.Shahrazād
e Miguel devono letteralmente la vita al piacere che le parole provocano nei
loro aguzzini. Nel secondo caso, però, il bey non viene ingannato,
poiché coglie subito il potere di un racconto e del suo autore. Ne carpisce le
sfumature e lo spirito più profondo, andando oltre la superficie ed entrando in
contatto con l’essere umano che ha di fronte. Per quanto su piani opposti della
scala sociale, Miguel e Hasan si trovano, si toccano, si trasfigurano. E viene
naturale, a un
certo punto, domandarsi chi sia il vero prigioniero. L’uomo che vive
in catene ma è libero nel pensiero o quello con tutti gli agi a sua
disposizione ma dalle cui decisioni dipende un popolo intero?...
… Pur in un film imperfetto, Alejandro Amenàbar riesce a
far luce sulla biografia di Miguel De Cervantes, rappresentando una lotta per
la libertà in condizioni difficilissime, con il solo uso della parola e della
propria forza interiore.
Tra tutte le scene, forse le più espressive sono proprio quelle in cui
Miguel è libero di uscir fuori dal palazzo – anche per poche ore – e visitare
con occhi pieni di stupore la città di Algeri. Il regista riesce ben a
raffigurare il desiderio semplice di libertà: la catena al piede spezzata, i
colloqui con i mercanti, il desiderio di scoprire una cultura diversa, senza,
tuttavia, smarrire sé stessi. Per concludere, la storia sentimentale e quella
di formazione biografica non sempre si armonizzano, ma il messaggio sulla libertà
di coscienza e sull’importanza dell’arte e della parola echeggia
attraverso il lungometraggio in maniera chiara e palpabile.
in Maremma scoppia una rivolta, siamo negli anni successivi all'unità d'Italia, i poveri si ribellano, e finiscono male, come quasi sempre.
Santino (un addestratore di cavalli) e Rosa (una moglie oppressa dal marito-padrone che uccide l'aguzzino) fuggono inseguiti dai cani e dai soldati, oltre che da Buffalo Bill.
i due protagonisti sono bravissimi, e i due registi pure, il film è pieno di citazioni di tanti film importanti (che non danneggiano la linearità della storia).
in fondo il film è un western, il solito vecchio western pieno di una morale d'altri tempi.
un film che non può dispiacere, promesso.
buona (romantica) visione - Ismaele
…Testa o croce difatti è un gioco truccato o, quantomeno calcolabile da un
algoritmo numerico, in cui non c’è quasi mai l’impressione spettatoriale di
potersi lasciar guidare dal capriccio fatale di un singolo lancio di moneta: il
film sa sempre dove andare e anche le deviazioni di Santino e Rosa sono state
previste prima di mettersi in cammino. Interessante, per contrasto, la caccia
di Buffalo Bill che si mostra meno gaglioffo di quello che appare all’inizio e
ha, lui sì, la straordinaria capacità di farsi guidare nella sua ricerca da un
corvo o dai segnali all’apparenza più fortuiti (un rametto spezzato) che il
territorio gli manda. In fondo è proprio lui a mantenere, nonostante e in virtù
delle proprie contraddizioni, lucidamente magica la sua visione: “Un vero
cowboy ha il cuore di un uomo e l'innocenza di un ragazzo”.
…Divertente?
Fino a un certo punto. Perché poi il film un po’ sdrirazza, diventa allucinato
e onirico, pure parecchio confuso nell’intrecciare cliché western e rivolte
anarcoidi, dettagli macabri ed empiti romantici.
«Se dovete sparare, non sbagliate il bersaglio» sentenzia Buffalo Bill,
esibendo la sua vecchia Colt Navy tutta istoriata; mentre il bieco capitalista
sogghigna: «Non ci hanno fermatogli scioperi, nessuno fermerà la costruzione
della ferrovia». Insomma, avete capito.
Naturalmente, in questa chiave cinefila, i riferimenti si sprecano. I
primi che mi vengono in testa? Voglio
la testa di Garcia di Sam
Peckinpah, Per qualche
dollaro in più e Giù
la testa di Sergio
Leone, Tepepa di Giulio Ferroni, Quien Sabe? di Damano Damiani, Vamos a matar compañeros di Sergio Corbucci, l’episodio Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini, forse Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman, certe atmosfere sospese
care al Monte Hellman di Le colline blu e chissà quanti
altri.
Diviso in quattro capitoli, il film è inconsueto nell’attuale panorama
italiano, l’ultimo che provò a fare qualcosa del genere fu Giovanni Veronesi con Il mio West; e certo i due
registi debbono essersi parecchio divertiti nel mischiare le carte, tra
suggestioni antagoniste, riflessioni sul mito e mosche attaccate alle facce…
…Tutto parte da una vicenda reale, la tournée di Buffalo
Bill in Italia e a Roma, nel 1890, culminata nella famosa sfida tra i cowboy
americani e i butteri maremmani. Una storia che, naturalmente, nella memoria
popolare e nel racconto “da osteria” (quello da cui è sempre partita
l’ispirazione di Zoppis e de Righi), si è caricata di invenzioni fantastiche,
innesti, superfetazioni. E che, perciò, qui si complica in una storia di fughe
d’amore, di soprusi di potere, di rapporti di classe, di rivoluzioni tentate. E
di donne che cercano di trovare la loro rotta in un mondo di uomini. Cioè un
intricato aggrovigliarsi di linee e di suggestioni, dentro cui, più di una
volta, il film rischia di smarrirsi. Ma che i due autori riescono a tenere
insieme, grazie alla trasversalità e la distanza del loro sguardo ironico. Che
non ha paura di mostrare l’assurdo di una testa (di Garcia) parlante. E che è
il riflesso della consapevolezza teorica dell’operazione
Certo. Non tutto si
integra alla perfezione in Testa o croce? Se
è esatta l’intuizione di trapiantare l’universo western nella Tuscia o, meglio,
di guardare quei luoghi come lo scenario naturale di un’avventura western, i
due mondi sembrano però mantenere una certa distanza. Come se l’immagine di Zoppis
e Rigo de Righi, sempre diretta, immediata nel restituire la verità dei volti e
l’essenza dei luoghi, non si trovasse poi perfettamente a proprio agio
nell’evocazione del genere e nella gestione dei momenti più genuinamente
spettacolari. Eppure la lucidità di individuare i nodi problematici rimane
innegabile. Così come la capacità di questo cinema di trasformare la sua radice
“realistica” in un viaggio di scoperta, un portale per un’altra dimensione.
Come nella splendida scena della caccia alle rane.
…Testa o croce? in verità è il perfetto paradigma di un cinema di
autori che più parlano del particolare, del locale, e più lavorano
sull’universale; e che più lavorano sull’eterogeneità visiva (quasi la metafora
in chiave formale del caos in cui viviamo, contraddistinto dalla crisi
climatica, dai grandi flussi migratori, dai rifugiati) e più la forma-film
(speculare, anzi osmotica, ai contenuti che veicola) si (tras)muta in un nuovo
ordine positivo. In un nuovo tessuto possibile, in un nuovo organismo
potenziale. Il tutto per creare un corpus visivo realmente rinnovato, da cui
partire per i prossimi anni e del quale il cinema sembra avere un gran bisogno.
Poiché è praticamente una questione
alchemica quella che si pone un’ampia parte del nuovo cinema italiano, di cui
Zoppis e Rigo de Righi fanno pienamente parte: fare della babele di immagini
come delle etnie, dell’eterogeneità visiva e culturale, un nuovo tessuto, fare
una nuova omogeneità con l’eterogeneità. Sono film leggeri come una nuvola o un
sogno, pur essendo stratificati nella memoria, anzi nelle memorie (degli
archetipi, della pittura, del cinema, dei materiali di repertorio, ecc.).
Così come un Pietro Marcello che
rievoca con Duse un
passato vicino e lontano, trasformando in pittura delle immagini che, a loro
volta, rimandano alla storia del cinema, insieme a delle immagini di repertorio
che si fondono con il tutto. Oppure quando realizza un (molto) libero
adattamento di Martin Eden (2019)
di Jack London in terra campana, o prima ancora un film alchemico per
definizione come Bella e perduta (2015),
girato per intero con pellicola scaduta. O un’Alice Rohrwacher, che con La chimera (2023)
– film peraltro basato su un’idea di Pietro Marcello – ci racconta di un mondo
sommerso, quello dell’antica etruria, facendo denuncia del presente attraverso
un inglese come attore protagonista (Josh O’Connor) e, ancora una volta, con
una forma-film che si nutre, con un’intensità di rara delicatezza, del passato,
e in particolare del mondo arcaico.
O ancora Maura Delpero che con Vermiglio (2024)
realizza una sorta di versione teutonica di L’albero degli zoccoli (1978) di Ermanno Olmi, in
una forma quasi rovesciata ma senza scivolare mai nella vera freddezza, o
tantomeno in qualcosa di inumano, e in cui sono presenti i semi di un’altra
memoria stratificata, quella del cinema, così come quella socioantropologica.
Oppure come nel cinema documentario di Gianfranco Rosi, con l’ultimo magnifico film su Napoli,
si rovesciano tutti i punti di riferimento consolidati e stereotipati sulla
città e si rievoca, anche qui, una memoria stratificata andata perduta in un
film onirico e di denuncia sul tessuto sociale del presente. E così è per altri
registi che qui citiamo velocemente, come Michelangelo Frammartino o Giorgio
Diritti…
Stefano e Giulio sono due medici che lavorano in un ospedale militare, durante la prima guerra mondiale.
Stefano rimanda tutti a morire per la patria, se ancora quei soldati respirano, Giulio cerca di fare il possibile per rimandare a casa quei poveri cristi che ancora respirano, mandati a morire per una guerra maledetta, come tutte.
Anna, la loro amica infermiera, prima sposa le tesi di Stefano, poi Giulio la convince.
alla fine Giulio paga per la sua umanità, per il suo elogio della diserzione, quando possibile.
non è un film perfetto, ma il suo compito (quasi un documentario) lo svolge benissimo.
buona (pacifista) visione - Ismaele
…Campo di battaglia riesce a comunicarci visivamente molto altro, un
senso continuo di minaccia, di orrore, di collasso di un mondo. Di apocalisse.
Con una fotografia livida che, soprattutto negli esterni, ci restituisce la
desolazione di edifici massicci e grigi adibiti a ospedali, caserme, luoghi di
contenzione e concentramento. Edifici squadrati, arcigni, come protesi verso il
nulla (con un che, ma sì, di kafkiano, se volete di buzzatiano, di
profondamente mitteleuropeo e poco italo-mediterraneo). E l’insistere della cinepresa
sui corpi malati e vulnerati, sul sangue rappreso, sui bendaggi, sulle protesi,
sulle stampelle, finiscono col configurare, forse al di là delle intenzioni
dello stesso regista, un universo concentrazionario da cinema del mistero e
dell’orrore. Di un orrore coporale e ancora di più mentale, psicologico. Che è
una cifra assai rara nel nostro cinema e che fa di Campo di battaglia qualcosa di audace e anomalo.
Ancora di più si slitta dal cinema bellico al gothic nella
seconda parte, quando scende in campo un altro nemico, l’epidemia che
prenderà il nome di spagnola. I due medici amici-nemici, Siefano e Giulio, si
troveranno ad affrontare anche questa nuova battaglia, ognuno a modo suo e con
ruoli diversi: mentre il tasso visionario si alza e Campo di battaglia si fa sempre più incubo
notturno, con quel lazzaretto dove vengono accumulati e isolati i malati per
contenere il contagio, fino alla grande sequenza dei cadaveri buttati nella
fossa comune e bruciati (ogni riferimento alla recente pandemia da Covid è
probabilmente voluto). Si resta alla fine con la sensazione di avere assistito
non a un classico film sulla guerra, piuttosto a un cinema di esplorazione del
lato oscuro, nostro e della Storia, individuale e collettivo. Gabriel Montesi,
attore in ascesa, è perfetto quale medico carogna, Alessandro Borghi forse un
filo troppo manierato come Giulio. Federica Rosellini, gran nome del nostro
teatro (non solo) di ricerca, è la crocerossina che voleva essere medico.
…Bei
dialoghi che rispettano le etimologie meravigliose dei nostri dialetti unici,
così diversi da sembrare lingue differenti, ma non per questo passibili di non
fare comprendere i sentimenti di chi li esprime ad altri coscritti, uniti da
lingue differenti ma capaci di comprendersi con un semplice sguardo.
Un film
scientemente lento e riflessivi, lucido e schietto che non rinuncia a ottime
ricostruzioni di campi di battaglia e trincee, ospedali devastato da urla e
dolore.
I tre
interpreti citati sono davvero bravi, e Gianni Amelio si
conferma, c'è ne fosse bisogno, un caposaldo versatile e sensibile del cinema
di casa nostra.
Gianni Amelio è uno dei grandi vecchi del cinema italiano, continua
per la sua strada senza tentennamenti, anche se la critica nostrana sembra
avergli voltato le spalle già da anni. "Campo di battaglia" è un film
certamente dignitoso, magari non una delle sue opere maggiori in assoluto, ma
non è un film di cui ci si possa liberare in maniera sbrigativa, come ha fatto
una parte della stampa alla mostra di Venezia.
Il film è una requisitoria contro la guerra e un'analisi del
conflitto di coscienza da parte di due ufficiali medici che si trovano a curare
soldati feriti provenienti dal fronte della prima Guerra mondiale: il dottore
interpretato da Gabriel Montesi vuole che i soldati guariscano in fretta per
tornare al fronte, quello interpretato da Alessandro Borghi invece è pronto a
causare ferite ulteriori per allontanare definitivamente il ritorno alla
trincea…
incredibile a dirsi, ma i presupposti di Campo di
battaglia di Gianni Amelio sono tutti giusti. L’obiettivo, è chiaro,
è di fare un film sulla prima guerra mondiale (in
realtà poi vuole usare quello scenario per parlare d’altro, ma a questo ci
arriviamo) e l’osservatorio scelto è perfetto: il Friuli Venezia Giulia nel
1918. Vuole raccontare di come le persone vivessero la guerra e per farlo
sceglie anche le figure perfette: due medici che lavorano in un ospedale
militare che non fa che ricevere feriti veri e
feriti che si sono procurati le ferite (anche gravi) per essere mandati a casa.
E poi ancora ha la caratterizzazione giusta: questi due medici sono uno
molto patriottico, spietato, che indaga, cerca, scopre le
truffe e non fa che rimandare al fronte al minimo dubbio; l’altro molto compassionevole che,
di nascosto, opera e peggiora le condizioni di alcuni pazienti (in accordo con
loro), così che non possano che essere davvero mandati a casa.
Sono le due anime del paese di
fronte alla guerra, ma anche di fronte a qualsiasi cosa: quella rigorosa che
crede nelle istituzioni, in quello che dicono e nella necessità di un
atteggiamento intransigente; e quella che invece opera al di fuori di tutto, a
proprio rischio, anteponendo l’umanità e i propri valori
a quelle che sono le decisioni dello Stato, rispondendo a una morale che è sia
sua che (nella sua testa) più alta. E nonostante entrambi gli attori, Gabriel
Montesi e Alessandro Borghi,
siano molto bravi a fare (da romani) due medici veneti, è Montesi a stupire di
più, con questo personaggio davvero di altri tempi, una tipologia umana che non
c’entra niente con il presente e ha un altro modo di fare, di relazionarsi, di
muoversi e di parlare, che sembra venire dal passato. Duro e inflessibile,
regio in tante cose, e che con abilità lascia trapelare ogni tanto un’umanità
nascosta sotto strati di un senso del dovere come lo si poteva
concepire solo a inizio Novecento…
nella Taranto di un futuro non troppo lontano l'acciaieria ha rovinato la vita di quella città, che si è divisa in due parti, le due città, quella "normale", ordinata, colorata, e quella degradata, superinquinata, disperata, in mano alla banda delle Formiche, guidata da Testacalda (un bravissimo Alessandro Borghi).
a quella banda si uniscono Mondocane e Pisciasotto, due bambini amici per sempre (sembra).
il mondo va molto male, e c'è un sopra e un sotto, come spesso succede, la polizia fa di tutto per tenere separate le due città.
il film è denso di citazioni e rimandi a tanto (grande) cinema fantastico-apocalittico (lo scoprirete guardando Mondocane),
…Raccontare infatti di due orfani che
crescono tra la zona loro assegnata e tutt’altro che fantasiosa di Tamburi, e
quella relativamente migliore e per loro inaccessibile di Taranto Nuova,
significa innanzitutto procedere a un discorso di indignazione
collettiva. Mondocaneè a tutti gli
effetti, grazie alla maschera fanta-sociologica e ai richiami più o meno
diretti alla tetralogia di Mad Max, o a 1997:
Fuga da New York, un film di grave denuncia. La sua forma, che mescola
l’azione violenta al romanzo di formazione, è perciò sintomatica del contenuto.
E aiuta a comprendere meglio come serie emblematiche quali Gomorra o Suburra interpretino
piuttosto l’allucinazione dell’oggi e trasfigurino il realismo in
una modalità che rasenta l’apologo capovolto di un “mondo-cane” non invisibile.
Anche il protagonista di Dogman, occorre ricordarlo, con
la specifica sua professione enunciata nel titolo, dunque molto allusiva, ha
ribadito il concetto di fondo che Mondocane dispiega.
Dove la scelta di affidare a un attore-personaggio carismatico come Alessandro
Borghi il compito di convogliare in veste di cattivo leader dalle
maniere suadenti l’immaginario in un alveo che coniuga la suburra romana alla
diuturna, fatale e irrisolta tossicità ambientale tarantina, conferma l’idea
preliminare. Quella cioè di un gioco di squadra tutto italiano tra generi,
titoli, piccolo e grande schermo, dove lo sdegno si fa location e i luoghi
comuni a loro volta provocazione a tutto campo.
Vedendo Mondocane,
insomma, la memoria, oltre a viaggiare nel tempo cinematografico dei modelli
omaggiati, lascia intendere come mai opere diverse ma concomitanti, da La
paranza dei bambini a La terra dell’abbastanza,
da Gomorra a Suburra, film e
serie, quindi da Favolacce a La terra dei
figli, lancino un segnale d’allarme differenziato ma coerente,
inequivocabile e trasversale. Da non sottovalutare, bensì decifrare e
approfondire tra spazio, tempo, miscele di linguaggi parlati locali e
nazionali, stili collettivi e modelli produttivi.
…Lo spirito è a suo modo politico. La terra in cui tutti
vorrebbero scappare è l’Africa, dunque la provocazione è servita. Roma è
l’immagine opaca di una metropoli che ha avuto un’aura magica ormai perduta. E
il terreno di battaglia è Taranto, una città da tempo lacerata e terreno di
malavita. Mondocane suona come l’ultimo avvertimento. Nel
futuro immediato a pagare il prezzo più alto potrebbe essere ogni individuo,
senza distinzione tra buoni e cattivi.
Nella sua essenza tribale, anarchica, la vicenda riscopre
di tanto in tanto i sentimenti di fratellanza, famiglia, ascesa e caduta, in un
luogo in cui non c’è più spazio per il domani, anche se si è giovani. La regia
di Celli è solida, la voglia di plasmare immaginari tipici degli schermi
d’oltreoceano è dichiarata, rivissuta con sguardo sincero.
…Quello di Mondocane è
un universo rassegnato, pessimista come il genere richiede; un'ambientazione
che incuriosisce, in cui Roma non è più la capitale, in cui dopo la
"grande evacuazione" al massimo si può scappare in Africa, eppure la
macchina da presa non si muove dagli scorci stranianti di Taranto vecchia e
nuova. La prima senza legge, con le sue tribù di guerrieri e i suoi mezzi
d'assalto blindati, la seconda quasi distopica nel voler ricreare una normalità
da vignetta che nasconde le storture del sistema.
Al suo meglio il genere post-apocalittico catapulta verso il parossismo le
inquietudini del presente, e in questo Mondocane centra
l'obiettivo, declinando la storia travagliata della città, l'eredità
industriale, la geografia unica e le vicende dell'Ilva in un racconto d'azione
che affonda le radici nel reale e fa tappa in luoghi significativi come il
rione Tamburi e la Cittadella. In più lo fa abitando il suo mondo distopico con
la sicurezza di chi non deve spiegarlo eccessivamente (talvolta al limite
dell'incomprensibile per quanto riguarda il funzionamento di questa nuova
società).
Fotografia e regia tengono bene il passo di un
progetto ambizioso, regalando anche un finale particolarmente intenso. Qualcosa
in più andrebbe però chiesto alla sceneggiatura, un po' scarna nella struttura
di base, e all'incostante recitazione. Borghi è a suo agio nel ruolo di un
cattivo con il fervore didattico del maestro, e Barbara Ronchi gli fa da
contraltare sul lato opposto della legge. Sono i giovani però il cuore del
film, con i volti d'altri tempi dei protagonisti Dennis Protopapa e Giuliano
Soprano a fare il grosso del lavoro, e con il contributo decisivo della piccola
star Ludovica Nasti, già famosa per L'amica geniale e qui alla conferma.
Film temerario e a suo modo di rottura, che come Testacalda vuole "fare la
guerra", Mondocane mette il cinema nostrano di fronte a
domande spesso rimaste inespresse, e ci spinge a chiederci come alzare il
livello della narrazione di genere una volta deciso di affrontarla. Le risposte
non gli competono, ma il suo spirito baldanzoso è sufficiente a farci
riflettere.
Celli ha il coraggio di osare proponendo una distopia non troppo
distante dalla realtà , in cui Taranto è una città devastata, falcidiata
dall'attività di un acciaieria che, come un orribile mostro, non solo è
responsabile della crisi ambientale evidenziata nel film, ma la domina e ne
ridefinisce lo Skyline. In questo contesto di squallore e contaminazione
ambientale il regista racconta la storia di due ingenui adolescenti e della
loro amicizia, del loro tentativo di scalata del crimine, e lo fa azzeccando atmosfere,
personaggi e movimenti di macchina. Alcune istantanee rimangono nella memoria e
testimoniano il talento visionario di Celli che ci mostra una Puglia ma così
arida, ma al tempo stesso bellissima ( tutte le scene girate fuori dalla zona
contaminata). Purtroppo il film risulta poco compatto nella fase centrale e
perde un po' il ritmo, tuttavia "Mondocane" è un opera di indubbio
valore e tecnicamente di livello che merita senz'altro una visione.
…Peccato che questa brillantezza di intuizioni, a cui corrisponde un
indubbio sforzo in sede di costruzione dei contesti, valorizzati da una
fotografia davvero notevoli, vengano sviliti da una storia piena zeppa di
luoghi comuni e di banalità, all'interno della quale si muovono personaggi
davvero deboli e così sopra le righe, da risultare caricaturali.
Primo fra tutti, spiace ammetterlo ma è plateale, il Testacalda
di Alessandro Borghi, personaggio davvero risibile e
afflitto da una gestualità e da vezzi insopportabili che lo rendono una
macchietta già subito dopo i primi minuti in scena.
Ma anche i due ragazzini, pur bravi e ispirati (il biondo dalla voce
cupa interessante Dennis Protopapa e
il moro condizionabile Giuliano Soprano),
risultano afflitti dal vittimismo e dalla prolissità che imperversa nella
costruzione dei rispettivi personaggi e dei contesti attorno ai quali costoro finiscono
per interagire.
ho letto un paio d'anni fa il libro di Paolo Cognetti (qui),e mi era piaciuto molto, e temevo per il passaggio dal libro al film.
e mentre lo guardavo tutti i dubbi svanivano.
i due protagonisti sono bravissimi (come tutti gli attori, d'altronde), il merito è anche dei due bravi registi belgi, naturalmente.
Bruno (Alessandro Borghi) è davvero eccezionale, sotto quella barba non immagini che ci sia un attore.
è un uomo d'altri tempi, il mercato, i contatti, le banche lo fregano, e lui viene chiuso in un angolo, senza via d'uscita.
Pietro (Luca Marinelli) è uno che non trova la sua strada (e poi la trova in Nepal), ha lasciato con rancore il padre, un bravissimo Filippo Timi, che soffre tantissimo dalla lontananza del figlio.
solo con la madre, l'ottima attrice Elena Lietti, Pietro riesce a tenere i contatti e attraverso di lei Bruno e Pietro riescono a non perdersi.
alla fine esci dal cinema contento, contento di aver (ri)conosciuto Bruno e Pietro.
insomma, un film da non perdere.
buona (selvaggia) visione - Ismaele
Come un libro italiano (di Paolo Cognetti, ed.
Einaudi, Premio Strega 2017) sia diventato produttivamente e autorialmente un
film belga, perché tali sono i due registi – è una storia interessante e
anomala che meriterebbe di essere raccontata a parte (tutt’al più gli stranieri
vanno a ricavare un film da un nostro classico o un classico nocentesco, non
certo dalla narrativa recente). Intanto si deve constatare come questo
spiazzamento, questa dislocazione in sensibilità altre abbia fatto bene a Le otto montagne. Che ha poco o niente del cinema
italiano attuale e anche del passato, dei suo antichi vezzi e vizi, dei suoi
caratteri più detestabili, riuscendo a evitare ogni slittamento nella commedia
e a manenersi su un registro di sobrietà e rigore nordico-fiammingo tra
Bresson, il primo Bruno Dumont, magari Delvaux (André, il regista di cinema,
non il pittore). Mdp che guarda anzi contempla paesaggi interiori e esteriori
(e i secondi come estensione dei primi), quelli ovviamene maestosi dell’alta
Val d’Aosta e però zero retorica e niente cartoline tipo Heidi o Belle e Sebastian.
Cinema della lentezza, per adeguarsi al ritmo dei suoi due caratteri principali
e a quello della natura e una volta tanto non è una postura
ideologico-ecologista. Bergfilm, film di montagna come ormi non se ne fanno più
(la montagna non è sexy, il mare lo è, quindi il beach movie prevale), ma senza
avventure, senza scalate muscolari ad alto tasso di difficoltà che diventano
sfide con e contro sé stessi e ordalie. Tutt’al più escursioni su ghiaccio come
sommesso rito di iniziazione alla vita. La montagna che si fa coprotanista a
influenzare e forgiare vita e destino dei due caratteri principali, Pietro e
Bruno, il primo ragazzino di città (Torino), di famiglia borghese in vacanza in
un piccolo paese della valle – siamo negli anni Ottanta -, il secondo nato e
cresciuto al vilaggio, poco a scuola, molto a lavorare fin da bambino tra
stalle, pascoli e alpeggi. L’uno alter ego, uguale e rovesciato, dell’altro.
Diventerano amici per la vita, letteralmente. Si perderanno da adolescenti, si
ritroveranno da adulti, non si separeranno mai del tutto...
… Il romanzo di Paolo Cognetti Le otto
montagne gode di uno splendido adattamento grazie ad una co-produzione europea
artisticamente notevole ed attenta al materiale originale. Un'elegia alpina
lenta e solenne in senso prettamente positivo, impreziosita da un ottimo
Alessandro Borghi.
…Paolo Cognetti ha svelato alcuni dettagli
sull’impeccabile preparazione di Alessandro Borghi e Luca Marinelli per Le otto montagne: “Non sono un eremita, uno da
storie cupe. Spesso vengo descritto in maniera noiosa, triste, ma non sono così
io, e non è così la montagna. Lo ha capito benissimo Alessandro Borghi, che è
riuscito a cogliere il lato comico del montanaro dopo aver conosciuto un paio
di miei amici. Anche Luca Marinelli è stato a lungo con me per entrare nel
personaggio“, ha dichiarato lo scrittore.
“Lui e Alessandro Borghi sono
molto romani, e la loro romanità è una cosa che mettono spesso sul piatto. Ma
sono stati straordinari: abbiamo passato tre mesi insieme, fatto tante
camminate: alla fine, se ha funzionato, è stato grazie alla montagna“,
ha proseguito Cognetti per poi aggiungere “La montagna è un luogo felice,
soprattutto quando sei bambino: è un luogo di avventura, ed è così che la vivo.
Ed è un luogo che oggi, dopo il Covid, si sta ripopolando: è bello vedere qui
persone che prima venivano su soltanto per un paio di settimane all’anno“.
Infine, Paolo Cognetti ha lodato anche il
lavoro dei registi: “All’inizio avevo paura che il film venisse
fatto altrove, e che la montagna che avevo raccontato venisse tradita. Invece
ne è uscito un ritratto fedele, ed è la cosa che mi piace di più riguardandolo.
Tutti si sono buttati anima e corpo nel capire: sono venuti qui, hanno
ascoltato, vissuto, scoperto. Un giorno ho trovato un fonico arrampicato su una
roccia: si era svegliato e aveva deciso di passeggiare, e già che c’era si era
messo a registrare un po’ di suoni della natura“.
Alessandro Borghi è Stefano Cucchi, il film segue Stefano, per paura o per orgoglio non dice quello che è successo. in una settimana lo lasciano morire, sembra che nessuno capisca quello che sta succedendo. come alla scuola Diaz e a Bolzaneto, ma non solo, fra i tutori dell'ordine, fra chi deve proteggere tutti, ci sono assassini, sadici, e delinquenti violenti oltre ogni dire. Alessandro Borghi si spegne come una candela, nell'indifferenza di tutti, non è un film urlato, anzi, spesso è solo sussurrato, le immagini parlano da sole. il film non è perfetto, ma è necessario. nonostante Netflix, buona visione al cinema - Ismaele
ps:
nel 2015 Costanza Quatriglio gira un film (che si può vedere QUI) sull'omicidio di Francesco Mastrogiovanni (qui e qui, per chi non si ricorda), che viene lasciato morire, come Stefano Cucchi.
…E tra i molti carnefici di questa orribile storia
italiana uno è sicuro oltre ogni ragionevole dubbio: la burocrazia. Ottusa,
feroce, letteralistica, disumana. Burocrazia che impedisce ai familiari di
vedere Stefano già quasi agonizzante: i genitori apprenderanno della sua morte
solo quando si sentiranno chiedere da un carabiniere l’autorizzazione per
l’autopsia. In questo dramma della disumanità, ma più ancora dell’indifferenza
e del cinismo, sono stati molti i responsabili, non solo i picchiatori. Il film
non è così piattamente veterotelevisivo come qualcuno tra i corridoi e le scale
dl festival di Venezia, dov’è stato presentato a Orizzonti, l’ha subito
bollato. Alessio Cremonini getta sulla tristissima storia uno sguardo che prima
che denunciante è di partecipazione e dolore, e privo di ogni voyeurismo e
sospetto di sensazionalismo. Imprimendo al racconto un andamento meditativo,
perfino solenne, che fa tornare alla mente il Pasolini di Accattone e ancora di più di Mamma Roma (soprattutto il finale). Ed è il
secondo film romano che nel giro di pochi mesi mi fa ricordare quel Pasolini,
l’altro era La terra dell’abbastanza dei
gemelli D’Innocenzo. Come in La terra dell’abbastanza anche
qui c’è come padre disorientato e travolto dagli eventi un misurato e dolente
Max Tortora. Jasmine Trinca è la sorella, colei che dopo la morte di Stefano
solleverà il caso e lo imporrà all’attenzione dei media. E c’è Alessandro
Borghi, impressionante per mimetismo, non tanto e non solo per l’aderenza
fisica, ma per come replica il malessere del suo personaggio di tagliato fuori,
e ormai morto tra i vivi, con la voce, la postura, il linguaggio del corpo. Un
corpo da martire da pittura seicentesca.
…Impossibilitato a incontrare i suoi genitori o anche
solo a parlare con l’avvocato, Stefano d’altronde trova conforto solo in brevi
dialoghi con altri detenuti, comunicando magari anche da una cella all’altra.
Ed è a loro che confessa la verità sul pestaggio, è solo con loro che trova un
terreno di condivisione e di empatia. E ciò connota ulteriormente Sulla mia pelle come un film umanista, molto
riuscito quando si concentra proprio sul dolore di Cucchi, un po’ meno in
alcune sequenze in cui mostra i genitori e la sorella, dove la regia appare un
po’ troppo scolastica. Ben più espressive sono invece quelle inquadrature che
mostrano Cucchi a letto, come dei quadri di morte e disperazione che possono
lontanamente ricordare una rappresentazione cristologica tra Pasolini e il
Mantegna. E Alessandro Borghi nel ruolo del protagonista si dona totalmente…
…Un
film del genere, oggi, non sarebbe stato possibile senza che ci fosse stata
prima la cruda e furiosa violenza mostrata in Diaz di
Daniele Vicari, come forse sarebbe stato più difficile avere casi come quello
di Stefano Cucchi se non ci fossero stati prima i massacri della scuola Diaz e
di Bolzaneto, e l’impunità che ne è seguita. Dove la legge e la giustizia non
sembrano riuscire a dare una risposta, il cinema ha ancora il coraggio e il
dovere di intervenire, per mostrare ciò che vorrebbe essere tenuto nascosto. Se
quello di Vicari era quasi un horror, quello di Cremonini è un dramma oscuro e
silenzioso, senza grandi pianti o urla, che si consuma in disparte.
Anzi,
se c’è una parola d’ordine in Sulla mia pelle, questa è
“disinteresse”. Il disinteresse di praticamente tutti i personaggi che Stefano
Cucchi incontra nella sua Passione e che sembrano ignorare i segni sul suo
volto, o almeno non concepire chi possa averglieli fatti. Dal carabiniere che
lo vede tumefatto, capisce, ma preferire stare zitto, ai poliziotti della
Penitenziaria, interessati solo a che non passi per colpa loro. Dai medici, che
preferiscono lasciar perdere invece di capire la situazione, al giudice, che lo
condanna senza nemmeno guardarlo in faccia. Dall’avvocato d’ufficio, che gli
sta faccia a faccia senza nemmeno accorgersi degli ematomi, fino al carabiniere
che ne notifica la morte alla madre e subito dopo le chiede la firma sui
documenti dell’autopsia. Tutti mossi da un unico pensiero: non è un mio
problema. Un mondo completamente disumanizzato, stretto nella morsa di una
malsana burocrazia – la stessa che impedisce ai genitori di Stefano di andarlo
a trovare in carcere – in cui un ingranaggio si è stortato, e una persona a
caso ci è rimasta schiacciata dentro.
…Cremonini
non fa di Stefano un santo, tantomeno un martire ma, con lucidità e senso della
misura, percorre le tappe del suo tormento che, giorno dopo giorno, lacera la
pelle di un corpo già fragile e provato. Non vi è, né vi può essere, alcuna lettura
“cristologica” in questa tribolazione (alla domanda “Sei credente?”, Stefano
risponde con un amaro “So’ sperante”) andata ben oltre il “semplice” fatto di
cronaca (anche se, disgraziatamente, non l’unico) per diventare lo scellerato
esempio di quelle spaventose crepe che si aprono su un apparato di giustizia
che dovrebbe garantire, ad ogni soggetto che le si affida, la tutela scevra dal
pregiudizio ma anche quella pietas, non nel senso religioso del
termine, intesa come espressione etica dei doveri che gli uomini hanno verso
gli uomini.
Se,
a causa della condotta di alcuni, si commette l’errore di generalizzare
colpevolizzando un’intera categoria è altrettanto dannoso non accorgersi del
modo in cui certi individui disonorano la divisa che indossano commettendo
azioni che, in rapporto ad essa, hanno lo sfrontato ardire di legittimare. Per
questo Sulla mia pelle non giudica, né condanna ma racconta,
alla luce plumbea dello svolgimento dei fatti, il decesso in carcere numero 148
dell’anno 2009, una cifra impressionante (che solo due mesi dopo salirà a 176)
tanto quanto il “trattamento” al quale Cucchi è stato sottoposto.
Un
film duro ma necessario in cui la disperazione è un grido sordo, senza catarsi,
né poesia. E le parole non bastano o, forse, non ci sono perché, come scriveva
Seneca, “il grande dolore è muto”.
Claudio Caligari ha fatto tre film nella sua vita, sempre a livelli alti, senza scorciatoie, e l'ultimo, in certo modo, contiene anche i due precedenti. è vero, come dicono molti, che il cinema di Caligari ricorda molto cinema Usa degli anni settanta, quello con Al Pacino e Robert de Niro, storie di disperati come quelle di Claudio Caligari, e non è un casi che Valerio Mastandrea si sia pubblicamente rivolto a Martino Scorsese per produrre "Non essere cattivo" (qui). intanto Mastandrea ha spinto e contribuito alla promozione del film, che il regista non ha fatto in tempo a vedere in sala (qui Mastrandrea ricorda l'amico/maestro Claudio) i ragazzi che sono sopravvissuti ai tempi di "Amore tossico", del 1983, (qui), o erano ancora bambini, sono cresciuti e sempre la droga è lì, un modo per fare soldi o per sballarsi. rispetto a quel film qui i ragazzi sono più tristi e sopratutto hanno già visto gli effetti della droga e dell'Aids, c'è chi muore e chi sopravvive, come la sorella e la nipotina di Cesare, che ha una mamma distrutta dal dolore (per la morte della figlia e la malattia di Debora) e fortissima, anche per loro. come nel film precedente, "L'odore della notte", del 1998, (qui), l'unica via d'uscita è mollare tutto per la famiglia, altrimenti la fine violenta è segnata. Vittorio, l'amico di sempre di Cesare, conosce un altro Cesare, e anche noi ci commuoviamo con lui. non perdetevelo - Ismaele
…E’ una vergogna che il cinema italiano,
che ha prodotto qualcosa come duecento film all’anno, in gran parte inutili,
non abbia aiutato Caligari a fare i suoi film, tutti concentrati, e
documentatissimi, su una sorta di storia di Ostia e quindi di Roma vista
attraverso lo sviluppo della droga e della malavita.
E’ vero che questo film, in fondo, è una sorta di
sequel diAmore tossico,
ma come nessuno trattò come Caligari, nel 1983, lo sviluppo dell’eroina a
Ostia, nessuno ha trattato dopo lo sviluppo della cocaina. E non è certo solo
un problema di Ostia e di Roma. E nessuno è andato a vedere l’effetto che hanno
fatto le pasticche e la cocaina nelle borgate e nelle classi meno ricche.
Il cinema italiano tende a nascondere certi
problemi e certe storie, preferisce mettere i soldi sulle storie borghesi con
le famiglie in crisi o nelle commedie. Caligari è andato dritto sulla sua
strada con una forza di volontà degna dei suoi eroi perdenti…
… “La vita è dura e se non sei duro come la
vita non vai avanti”, dice Cesare, il più mosso, nevrotico, aggressivo dei due
amici. E “andarsene da tutta ’sta merda” è più facile a dirsi che a farsi. “I
sòrdi ce vonno”, e di conseguenza lo spaccio, perché “tanta gente ce campa”. I
cattivi non sono solo cattivi, e non sempre è colpa loro se lo sono. La
differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo
purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi,
anche i più trucidi, perché sa vedere oltre e dentro. Perchésa, mentre quasi
sempre gli scrittori e i registi non sanno, cioè vedono con gli occhi di chi
sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi, di
quella condanna. Non capiscono e non possono capire, ma sono loro a costituire
le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine
delle cose, quali che siano le loro opzioni ideologiche…
…Non essere cattivoè la fotografia della nuova borgata attraverso la storia
di due amici Vittorio e Cesare, “fratelli di vita”, vita di eccessi – macchine,
alcol, cocaina – finché Vittorio non incontra l’amore, Linda, e decide di
cambiare, iniziando a lavorare come manovale, mentre Cesare si perde sempre più.
L’aiuto di Vittorio, tornato proprio per Cesare, sembra risolutivo: lavoro,
fidanzata, futuro, come lui. Ce la possono fare, esiste un’alternativa anche
per loro. Ma tentare di salvare Cesare, per Vittorio significa rischiare il
lavoro, persino perdere Linda, mettere in pericolo insomma quel poco che è
riuscito a costruire. Di contro Cesare, dopo ripetute lusinghe dal vecchio
mondo, cede definitivamente perché ha bisogno di soldi subito, e in borgata c’è
solo un modo per fare soldi veloci.
Emanuel, nel ruolo tecnico di Assistente personale del
regista, segue Caligari in ogni fase. Dalla documentazione, alla ricerca delle
location, fino all’orsacchiotto.
“L’orsacchiotto è fondamentale nel film, vedrai…” Trovare
un orsacchiotto sembra semplice. Nel caso di Caligari no. Anche
sull’orsacchiotto lui ha un’idea precisa. Con Emanuel fanno il giro di
giocattolai, centri commerciali, autogrill, passano giornate su internet,
scoprendo che gli orsacchiotti si dividono in due grandi categorie: europeo e
americano. Ma niente. “Nessuno era come ce l’aveva in testa Claudio”, sempre
Emanuel.
La scenografa stremata, la troupe anche: non si può
perdere tanto tempo su un pupazzo. Alla fine viene fatto a mano. “Che c’aveva
di speciale? – s’inalbera Emanuel – pelo lungo, chiaro, e lo sguardo. Uno
sguardo diverso dagli altri. Era l’orso di quando era ragazzino Claudio, lui
rivoleva quello”.
Intanto la sceneggiatura è alla terza stesura.
Sceneggiatura scritta da Caligari con Francesca Serafini
e Giordano Meacci. Non due sceneggiatori alla moda. Tutt’altro che glamour: lei
cresciuta a Torpignattara, lui a Ciampino. Due outsider di talento. Entrambi
allievi di Luca Serianni, lei scrive libri di linguistica e saggi narrativi(questo è il punto– Laterza, Di calcio non si parla– Bompiani), lui lavora in una
libreria di Prati, e scrive romanzi, quest’anno, dopo dieci anni dall’esordioTutto quello che posso(minimum fax), esce il nuovo
romanzoIl cinghiale che uccise Liberty Valance. Serafini e Meacci
danno struttura drammaturgica all’idea e al materiale, tanto che Caligari, dopo
l’ultimo montaggio, confessa: “è più potente diAmore tossico.”
Ma questo succede alla fine.
Prima c’è la scelta degli attori. Protagonisti: Luca
Marinelli e Alessandro Borghi.
Emanuel fa un piccolo cameo in un’allucinazione di
Vittorio.
“Claudio mi diceva: tu sei un diamante, ti devi solo
sfinare. – racconta Emanuel – Anche alla mia ragazza: è perfetto, perfetto, ma
quant’è rozzo… Per raffinarmi mi manda alla scuola di recitazione… due giorni
sono durato. L’ho chiamato: Claudio, io il leone, la candela, la tazzina di
caffè, non la faccio”.
E dunque: soggetto, sceneggiatura, location,
orsacchiotto, attori.
Ospedale. Che non c’entra niente col film, ma con la
storia del film, di come è stato prodotto e girato: intoppi, ostacoli,
vittorie, tempo. Trentantadue anni di attesa, sei mesi di azione.
Ricoverato prima delle riprese, Caligari sta male. I
medici dicono che non c’è più niente da fare. Gli amici però non si arrendono,
non si arrende Emanuel Bevilacqua, non si arrende Valerio Mastandrea.
E Claudio Caligari ce la fa, proprio perché vuole girare
il suo film, il suo terzo film. Alla lettera di Mastandrea, Scorsese non ha
risposto, ma hanno risposto altri produttori: Kimerafilm, Rai Cinema, Taodue, e
Leone Film. GoodFilms per la distribuzione. Budget chiuso. Tutto pronto per
partire, e per partire come vuole Claudio: la storia che vuole lui, gli attori
che vuole lui. Trentadue anni per arrivare fin qui. Come passano trentadue
anni, sarebbe da chiedergli di nuovo. E forse la risposta sarebbe sempre la
stessa: “Perdi due, tre anni su un’idea, non ci riesci a farla, prendi un’altra
idea, ci stai due, tre anni, non riesci a realizzare nemmeno questa, e così
via, ed è così che passano trentadue anni” dove il tempo non è mai perduto, mai
fallimento, ma solo tempo che passa, come se il vero privilegio fosse il tempo
di per sé. Tempo di conoscere, scoprire, invecchiare.
Pochi giorni prima delle riprese Claudio va al cimitero
di Arona – ricorda Francesca Serafini – sulla tomba del padre. Ha nevicato,
tutto è ricoperto di bianco, nessuno è ancora passato di lì. Allora lui decide
di non entrare. Rimane fuori. Rimane a contemplare la bellezza intatta.
Una bellezza che ha a che fare con la verità, non con
l’artificio. Una bellezza che va rispettata. Questo è il cinema di Claudio
Caligari. Eccol’idea precisache ha in testa, tanto che se
mancano le condizioni per rispettarla, lui preferisce rinunciare.
“Muoio come uno stronzo” dice a Mastandrea, un giorno in
macchina, semaforo di Viale dell’Oceano Atlantico. “Muoio come uno stronzo. E
ho fatto solo due film”.
Sbagliato, tre. Perché gira il terzo. Ce la fa. Gira e
monta il suo ultimo film:Non
essere cattivo.
… Il regista non ci risparmia niente, ma
nel suo sguardo non c'è mai nè cinica indifferenza nè facile moralismo. Anche
nei loro comportamenti più abietti, lo spettatore non riesce a non provare
compassione ed empatia per i due giovani sbandati che sono capaci di litigare
furiosamente ma anche di abbracciarsi con tenerezza e di improvvisare una
partita a calcio sulla spiaggia. Come degli eterni bambini cresciuti nel posto
sbagliato. Ma questo, per Caligari, ed è un altro merito del film, non
rappresenta un alibi:la redenzione è sempre possibile e la vita è più forte di tutto, come
si vede nel finale, amarissimo e al tempo stesso aperto alla
speranza. "Non essere cattivo", infine, è un
film attualissimo: i giovani non hanno scoperto le pasticche quest'estate come
le cronache ci portavano a pensare. E il municipio di Ostia è stato di recente
sciolto per mafia...
… Da mesi Mastandrea aveva impostato la lavorazionecon il ruolo di Vittorio lo
scoppiato affidato a Luca Marinelli, già protagonista diLa solitudine dei numeri primi,mentre
quello di Cesare che tenta di rigare dritto era di Alessandro Borghi, una
solida carriera televisiva che non l’ha guastato, poi un giorno Caligari, che
non poteva parlare tanto perché era tracheotomizzato (handicap che gli forniva
il suo unico cespite, una pensione minima di invalidità) ha fatto un gesto con
la mano. «Voleva direinverti
i ruoli. E porca miseria se aveva ragione». Di gesti ce sono stati tanti
durante la lavorazione e uno il Buono non lo dimenticherà mai. «Il film era
finito, mancava qualche aggiustamento e io stavo partendo per girareFai bei sogniconBellocchio.Sono andato a trovarlo, stava
nel letto dove è morto, a casa della madre di 95 anni. Mentre mi alzavo per
andare, mi ha salutato alzando il pollice come per dire tutto OK. Quando sono
arrivato alla porta gli ho dettorifammeloeme l’ha rifatto».
Il Ruvido che non si fidava tanto di nessuno si è
affidato al Buono, che ha dato gli ultimi ritocchi all’eredità. E che mette le
mani avanti: «Tutto il buono del film è suo, tutto il cattivo è di noi che
siamo rimasti. Frank Capra non si lascerebbe sfuggire un dettaglio: nel dire
queste cose, il Buono si commuove.