i nazisti occupano Dubrovnik, in cinque hanno la missione impossibile di liberarla.
non ti annoi un minuto, attori , e un'attrice, molto bravi (tra loro Raf Vallone), nelle mani di un grande regista.
buona (resistente) visione - Ismaele
Irriducibile Corman: bollato come regista di serie B, ha
saputo invece amministrare al meglio i miseri budget a disposizione,
dimostrando ottima dimestichezza col mezzo tecnico e sapiente conoscenza degli
schemi e dei codici cinematografici classici atti a catturare il pubblico che,
come consuetudine, gestisce al meglio anche nel suddetto caso. Ritmo sostenuto,
frenetiche situazioni in rapida successione, violenza e fisicità ad irrobustire
una storia mai doma in grado di riservare, al di là di qualche ingenuità,
gustosi colpi di scena ed avvincenti sequenze ricche d'azione (l'inseguimento
sui tetti, la fuga nei boschi). Rude, animato, scorbutico e dal cast roccioso.
"Quella Sporca Dozzina" gli è superiore - il grande Aldrich sotto
questi aspetti non teme il confronto con nessuno - ma è comunque arrivato dopo…
…un buon B Movie, che descrive soprattutto nel memorabile scontro finale l'inutilità della guerra e il momento tragico che sta vivendo il mondo con la 2° guerra mondiale, ma anche di quanto può costare la libertà per un uomo in maniera violenta e drammatica, e Corman riesce nell'impresa e coglie
l'obbiettivo, perché il regista vede lontano per il motivo che ha creato,forse inconsapevolmente, una direzione nuova del "War Movie".
opera prima di Peter Bogdanovich, in pochi giorni, cinema sul cinema, e Boris Karloff che interpreta se stesso, e il regista che interpreta il regista.
due film che vanno per conto loro fino a che s'incontrano, un grande attore che si ritira e un giovane senza qualità che perde la bussola, e con un mucchio di morti di un serial killer tutto fatto in casa, un ragazzo che ha fatto la guerra e vive la sua vita svuotato, libero, come tutti, laggiù, di comprare armi, armi e armi, che poi, sorpresa, spareranno.
piccolo grande capolavoro di un futuro grande del cinema.
buona (sempre attuale) visione - Ismaele
L’intento dell’“operazione metacinema” – quasi
fosse esso stesso il titolo di un film – è appalesato già nei primissimi minuti
di Bersagli, o addirittura dal primo fotogramma di girato:
un corvo in volo che gracchia disperato, come un esemplare fuggito dagli
opening credits di Gli uccelli (Alfred Hitchcock, 1963).
Poi, gotiche atmosfere di cartapesta, un castello sul
mare, le onde in tempesta che s’infrangono sugli scogli, una losca figura in
interno, un giovane Jack Nicholson che salva una ragazza in pericolo, la
violenza del mare, mentre contemporaneamente scorrono i nomi delle maestranze
che hanno preso parte alle pellicole (che sono due: Bersagli e
quella in essa contenuta, La vergine di cera). Un
film in un film, uno si conclude e s’innesta sull’iniziare dell’altro
in un passaggio che è anche nello spazio: termina il montaggio di prova e ci si
ritrova con l’attore protagonista e la produzione dentro una saletta privata…
… Bersagli è un film profondamente cinefilo
(una marca distintiva della filmografia di Bogdanovich), a cominciare dal
personaggio interpretato da Boris Karloff e dall’omaggio che Bogdanovich fa a
Roger Corman, un regista con cui il Nostro strinse un sodalizio artistico negli
anni Sessanta, e che qua ha il ruolo di produttore esecutivo. Il film si apre e
si chiude infatti con immagini di repertorio tratte da La vergine di cera (The Terror), un horror gotico diretto nel 1963 da
Corman, dove è protagonista appunto Boris Karloff, un attore di cui il Byron
Orlok del film è un alter ego abbastanza palese, a cominciare dal nome (anzi,
nell’immaginario della vicenda potrebbe essere addirittura lo stesso Karloff
sotto pseudonimo). Corman è un altro esponente del cinema indipendente
americano, in grado di realizzare film horror (ma non solo) a basso costo –
celebri sono ad esempio le sue raffinate trasposizioni dai racconti di Edgar
Allan Poe – ma che, forse proprio per il genere affrontato, non ha avuto
importanti riconoscimenti dalla critica come Bogdanovich. Il quale però ne
riconosce l’importanza, tanto da costruire buona parte di Bersagli attorno alla
figura di Boris Karloff, una leggenda del cinema horror americano e
internazionale, che qui – proprio come il Byron Orlok della vicenda – è ormai
sul viale del tramonto. La gigantesca presenza di Karloff è un atto d’amore
cinefilo e meta-cinematografico (e lo stesso cognome Orlok può essere una
citazione dal Nosferatu di Murnau), ma non solo: Bogdanovich cita infatti, per
mezzo delle parole del protagonista, mostri sacri del grande schermo quali
Greta Garbo e i Fratelli Marx, oppure ci fa vedere una sequenza tratta da Codice penale di Howard Hawks (dove
Karloff/Orlok è ancora protagonista), per poi ambientare il lungo finale in un
drive-in, la sala cinematografica all’aperto che tanta importanza ha avuto e
continua ad avere nella cultura americana. Dunque, anche in Bersagli, come sarà ne L’ultimo spettacolo (dove la sala
cinematografica destinata alla chiusura proietta Il fiume rosso di Howard
Hawks), il cinema – inteso proprio come luogo fisico – assurge a importanza
primaria e nostalgica, con un insistito carattere meta-cinematografico. Le
citazioni e gli omaggi non sono fini a loro stessi, ma fungono da espressione
di un evidente amore verso la Settima Arte, e la vicenda di Byron Orlok non è
per niente banale, perché rivela un’immagine al vetriolo del cinema americano:
il quale, se da una parte viene venerato con nostalgia, dall’altra viene però
anche ritratto nei suoi aspetti più impietosi e crepuscolari, per esempio nei
contrasti fra attori, produttori e registi. Bogdanovich si inserisce un po’ in
quel filone ben frequentato da un regista rivoluzionario come Robert Aldrich,
che in film quali Il grande coltello e Quando muore una stella mette in scena
gli aspetti più meschini del mondo apparentemente dorato di Hollywood, così
come fece anche Billy Wilder con Viale del tramonto. Orlok si definisce ormai
un “dinosauro”, una creatura in via d’estinzione, un attore che ha avuto anni
di gloria e che ora è consapevole del proprio declino, in opposizione ai
produttori che vorrebbero continuare a sfruttare all’infinito il suo successo
per produrre nuovi film, e che accetta solo per sfinimento di presenziare alla
proiezione del suo film al drive-in. Karloff – che conserva il suo grande
carisma e in certe scene recita volutamente sé stesso, vedasi l’inquietante
racconto sul mercante e la Morte – è protagonista di continui e talvolta
ironici battibecchi con i suoi produttori, con la segretaria e con il giovane
regista (interpretato dallo stesso Bogdanovich), che lo spinge invano a fargli
leggere il suo nuovo copione, in una serie di scene che rivelano la futura
attitudine di Bogdanovich per la commedia. È una messa in scena sempre
ambivalente, sospesa fra il dichiarato amore per il cinema e la presa di
consapevolezza che l’epoca classica si sta ormai concludendo, così come la sala
de L’ultimo spettacolo sta per chiudere i battenti: di questo bisogna
rendersene conto, per aprire una nuova epoca dove i “dinosauri” come Orlok non
trovano purtroppo (ma inevitabilmente) più spazio...
…Bogdanovich's method, then, is going to
be simple: He wants an ironic contrast between the kind, rather weary horror
actor, and the real horror of a kid who becomes a sniper. The problem is that
most of Karloff's scenes aren't really necessary; I suspect a movie limited to
the sniper's story would have been more direct and effective.
Still, it's fascinating to watch Karloff.
Like Spencer Tracy in
"Guess Who's Coming to Dinner," he brings an extra dimension
to his character: The role bears some resemblance to real life. When he talks
about his career, watches a "real" Karloff movie and talks about an
old Howard Hawks film on
TV, we seem to be eavesdropping.
The parallel story, involving the sniper,
is handled with more control. The kid is possibly modeled after Texas sniper
Charles Whitman, and seems to come from a similar background. Bogdanovich
suggests the details: The youth is married, but has absolutely no communication
with his wife. They still live with his parents…
…La
genesi dell’opera d’esordio di Peter Bogdanovich appare incredibile, come
incredibile è il sorprendente risultato finale, lo stesso regista racconta con
evidente ironia la nascita di un film che in forma embrionale appariva come una
specie di puzzle, dietro al progetto la mente geniale del grande Roger Corman,
il regista/produttore/autore e scopritore di talenti (oltre a Bogdanovich,
lanciò anche Scorsese, Coppola, Demme e Dante) era capace di costruire un film
montando pezzi tagliati da varie pellicole...e in parte fu proprio questo che
avvenne con Targets.
“Boris Karloff mi deve un paio
di giorni di lavoro, vorrei che girassi 20 minuti con lui in due giorni, io ho
girato interi film in due giorni, poi voglio che prendi altri attori e giri per
un paio di settimane per avere un altra ora, poi usi venti minuti di materiale
con Karloff tratti da un film intitolato “La vergine di cera”.
Quindi...giri 20 minuti con
Karloff, 20 minuti da La vergine di cera, aggiungi altri 40 minuti con attori
diversi e ottieni un nuovo film di Karloff da 80 minuti...ci stai?”
(Bogdanovich racconta così la proposta di
Roger Corman)
Il giovane Bogdanovich non poteva rifiutare,
occasioni del genere capitano una sola volta nella vita e quindi accettò quella
che sulla carta sembrava un’impresa quasi impossibile, ovvero costruire una
storia che avesse un senso logico e magari fosse anche accattivante, utilizzando
per pochi giorni il mito di Karloff, spezzoni di un vecchio film, più altro
girato da aggiungere a piacimento.
La base del soggetto fu qualcosa di
estremamente semplice ma allo stesso tempo illuminante, un racconto
meta-cinematografico che sfruttando la caratura di un mito come Karloff
lanciava una riflessione profonda sul cinema horror e sulla sua rappresentazione,
un impietoso confronto tra i superati orrori vittoriani e la fredda cronaca
nera (in questa caso la vicenda del cecchino Charles Whitman, autore della
strage di Austin nel ‘66).
Fondamentale fu il contributo nella
stesura della sceneggiatura di Samuel Fuller, il regista amico di Bogdanovich
riscrisse parte della storia riuscendo ad amalgamare la teoria di Corman in un
insieme compatto e clamorosamente brillante….
…Feroce satira su di un paese dove la libera
circolazione delle armi, produce mostri, lo illustro’in un film simile Larry
Peerce, nel meraviglioso Panico allo stadio sullo stesso tema.film scarno,
privo di colonna sonora, con una grande fotografia di Laszlo Kovacs,
scenografia e costumi di Polly Platt, diretto e montato da Peter Bogdanovich,
un thriller veramente notevole, per essere un’opera prima 1 ora e 22 minuti che
si seguono tutti di un fiato, tutte le scene sono importanti, nell’economia del
film. Film disturbato e disturbante, con le due storie che si incrociano: la
follia del cecchino e dall’altra la voglia di ritiro dalle scene del vecchio e
stanco divo, che morì l’anno dopo purtroppo, film essenziale di pochi mezzi,
che colpisce nel segno, film ancora buono, nonostante gli anni passati, come
Duel non invecchia, anzi migliora, distribuiti entrambi da Paramount…
Difficilmente si assiste ad una
speculazione metacinematografica condotta con tanta lungimirante maestria.
Boris Karloff interpreta esattamente se stesso: un vecchio annoiato e stanco,
che non ne può più di vestire i panni di mostri fuori dal tempo, che
oramai non fanno più paura a nessuno. Scorrono nelle sequenze iniziali i titoli
di coda della sua ultima fatica horror, quasi a evidenziare la fine del genere:
l'horror è morto, bisogna inventarsi qualcosa d'altro. Bogdanovich
anticipa qui, con visionaria limpidezza, diversi tòpoi dell'horror che
verrà: parla di horror senza fare horror. Si svincola dai rapporti di
causalità: l'assenza di meccanicismo produce scompiglio, stordimento,
confusione. La follia omicida di Bobby non ha motivazioni, è postulata: la
sua calma olimpica e la sua metodicità sono raggelanti. L'insensatezza
delle sue azioni terrorizza, perché non ne percepiamo il limite, non
comprendiamo fin dove si spingerà. La distorsione della routine quotidiana
genera una sensazione di prossimità emotiva: è un male che può annidarsi in
ciascuno di noi, non è lontano ed immaginario. E' una concezione della paura
più adulta, più matura: il gotico ottocentesco e le sue forme mostruose,
soprannaturali, spettrali, hanno mostrato la corda, il pubblico ora desidera
vedere scorrere il sangue. Nondimeno, il vetusto e obsolescente horror è
ancora capace di un sussulto di dignità: Karloff, con portamento severo, guarda
in faccia e affronta de visu il nuovo volto che ha assunto la paura e l'ha
condannato al pensionamento. Vi vede un miserabile giovincello
rannicchiato e tremante: superamento non implica evoluzione, il contegno di
Karloff resta inarrivabile ed eterno.
Il cult del
regista brasiliano (che arrivò a vendersi la casa pur di avere il budget per
girare il film) che inaugura ufficialmente l’horror nel proprio paese. Nella
sua modestia di impianto (ma non si tratta di un z-movie come tanti) rimane una
perla del genere, molto più sensata, compatta ed accattivante di troppi fiacchi
epigoni.
Primo
film di José Mojica Marins e primo horror brasiliano di sempre. Marins ci introduce
nel mondo del suo alter-ego Zé do Caixão (cilindro, barba lunga, vestito nero
con mantello e sguardo da pazzo invasato) narrandone le folli gesta: un
becchino che detesta la superstizione del popolo ed è ossessionato dall'idea di
non poter avere figli e di non dare quindi proseguimento alla propria stirpe.
E’ per questo che uccide la moglie e insidia la bella Teresinha. Per averla non
si fa scrupoli, eliminando tutti coloro che si trovano malauguratamente sulla
sua strada. La paranoica follia di Zé do Caixão, becchino-filosofo da quattro
soldi (fin dall'immancabile introduzione pre-titoli di testa, in cui in due
parole illustra teatralmente la sua visione della
vita) si estrinseca in un film fuori da ogni canone, inevitabilmente destinato
a mandare in delirio i fan del trash che assistono a sadiche efferatezze
accompagnate dai cinici sermoni del protagonista. Zé do Caixão grida, minaccia,
parla come un profeta impazzito, fa camminare una tarantola sul corpo legato
della moglie. Alla fine, dopo tanti delitti, una chiromante gli predice una
morte orribile: verrà assalito dai morti sepolti nel vicino cimitero.
Rifacendosi a HO CAMMINATO CON
UNO ZOMBI ma disponendo di mezzi
insufficienti, Marins porta in scena i suoi zombi con una serie di trucchi
direttamente su pellicola (strani aloni, trattamenti al negativo...)
dall'effetto un po' patetico. Eppure il clima insano in cui è avvolto il film,
l’attacco proditorio ai simboli religiosi in un paese profondamente cattolico
come il Brasile, sono segnali di un coraggio inedito, subito infatti premiato
dal pubblico: Zé do Caixão diventa un'icona. Bianco e nero a tratti molto
affascinante.
Quem é Zé do
Caixão?, perguntei eu, mas a sua força – como um Cristo em reverso – também
está na presença icónica. Por isso, vou já já já responder ao
seguinte: como é Zé do Caixão? Cartola e capa pretas, barba densa sobre o rosto
pálido, sobrancelhas acentuando a expressividade dramática do rosto, magro,
mas, aviso, não o tomem por fraco. Fala alto e fala muito com as mãos,
apontando o dedo a quem lhe faz frente – a começar pelo espectador, esse ser
estranho, como chega a apelidar num dos seus filmes – e marcando com elas os
rostos das suas vítimas – preferencialmente, mulheres, os “seres inferiores”
que tanto despreza. Nas mãos, outra imagem de marca: as unhas compridas, que
repugnarão os mais sensíveis, mas que lhe emprestam, desde logo, a “distinção”
necessária a um homem diferente, isto é, a um ser “superior”. (Nesta matéria –
e é de matéria que tratamos – estou certo que Deleuze, outro filósofo de
distintas unhas, teria um Zé do Caixão a viver algures no seu subconsciente.)
Feitas as
apresentações, parece que pouco mais há a dizer de À Meia-Noite
Levarei Sua Alma (1964), o filme que “pare” a lendária figura do
horror e que projecta mais alto o nome de José Mojica Marins no Cinema Novo
brasileiro. Dito rápido, depressa e – tinha de ser – mal, Mojica está para o
Cinema Novo brasileiro, como Georges Franju está para a Nouvelle Vague
francesa. Glauber Rocha terá compreendido e penso mesmo que terá sido
influenciado pelo seu cinema, mas – como o próprio Mojica se queixa, ainda hoje
– muitos foram os que viram no seu cinema apenas um entretenimento camp de
mau gosto que tinha pouco ou nada a ver com esse período de afirmação do cinema
brasileiro. Felizmente, também houve outros – e Glauber Rocha terá sido um
deles – que se souberam espantar com um dos artistas mais singulares do seu
país. Para alguns, Mojica terá criado o primeiro Frankenstein/Dracula da
modernidade, o que, para além de justíssimo, é uma afirmação que fica pela rama
do que realmente se alcança aqui, sobretudo neste seu primeiro filme que dá
pele a Zé do Caixão. Na minha opinião, há outra pergunta que falta fazer e que
inquieta tanto ou mais que as anteriores: sim, vimos quem é, sim, também vimos
como é, mas, digam-me, de onde vem Zé do Caixão?...
ispirato alla storia di Edgar Allan Poe (qui), il film è un meccanismo a orologeria perfetto. le maledizioni e le eredità della famiglia, l'inganno e il terrore, tutto in un film. per sicurezza dell'attore il pendolo era di legno, con un lama di gomma (qui). la sceneggiatura è stata scritta daRichard Matheson, che di intrecci se ne intende. cercatelo, fa bene un po' di sana paura - Ismaele ...Tre i grandi momenti della pellicola: la Steele che insegue Vincent Price, la tortura del pendolo (notare il montaggio nervso), e l'ultima raggelante sequenza del film. Poche altre pellicole di Corman sono riuscite, inanellando scena tetra dietro scena tetra, a generare un'incipiente atmosfera di pazzia ed orrore per giungere ad una chiusa di tale classe. Potrei anche non scriverlo ma Vincent Price, come al solito, è semplicemente perfetto nel ruolo. Splendido l'inizio del film prima dei titoli con la vernice colorata che fa inquietanti arcobaleni. Che il pendolo oscilli sul vostro petto se osate perdervi questo gioiello del cinema gotico. da qui ...Il tema edipico compare solo sullo sfondo e Corman, con una geniale intuizione, lascia trapelare che lo struggimento di Nicholas sia più legato all’antica punizione inferta un tempo alla madre che all’identica sorte toccata alla sua amata Elizabeth. Medina, non potendo immaginare di essere vittima della macchinazione di Elizabeth, si convince sempre più che le visoni di cui soffre sono il frutto della propria mente malata. Girato dopo il successo inaspettato de I vivi e i morti, il film si avvale della sceneggiatura di Richard Matheson e della splendida fotografia di Floyd Crosby (già operatore di Murnau) che con i suoi filtri cromati immerge ancor più il film in un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Da cineteca l’urlo agghiacciante di Elizabeth con cui si chiude il film. La nebbia sintetica che avvolge il castello come una spessa coltre, serviva a Corman per amplificare l’effetto claustrofobico della vicenda, ma era anche un trucco per mascherare la povertà di mezzi economici che aveva a disposizione... (da qui) ...Come quasi tutti i titoli presi da Poe, anche Il pozzo e il pendolo rappresenta di fatto una discesa – o meglio, caduta – negli abissi dell’inconscio; al di là del già citato gioco cromatico della prima sequenza, lo dimostra anche la scena immediatamente successiva, con l’arrivo di Francis al castello. Costretto dal cocchiere che l’ha guidato fin lì a proseguire a piedi, Francis cammina lungo la battigia, con il maniero che si staglia minaccioso sullo sfondo; lo stacco di montaggio sulle onde che si infrangono sugli scogli rimarcano ulteriormente la dimensione da deliquio onirico in cui si svolgerà la storia, che per l’intera durata non uscirà mai dalle mura del castello. Claustrofobico scavo dei desideri repressi e dell’intima indole violenta dell’uomo, Il pozzo e il pendolo non eccede in sadismi gratuiti, preferendo una struttura psicanalitica, magari semplicistica ma ancora oggi carica di un fascino oscuro impossibile (per fortuna) da emendare. Ai colori della realtà si contrappone il bianco e nero sfumato in blu dei flashback, che acuisce una sensazione di malessere diffuso, sghemba e malsana memoria di eventi nefasti. Asciutto e al contempo delirante, Il pozzo e il pendolo è un piccolo capolavoro, saggio sull’inconscio e sul modo in cui influisce sui pensieri più oscuri dell’essere umano. A quasi sessant’anni di distanza, una visione ancora irrinunciabile.
un film eccezionale, straordinaria preveggenza quando a un certo punto Adam Cramer arringa i razzisti dicendo che un giorno i negri avrebbero preso il potere. non cade un attimo la tensione, la sceneggiatura è perfetta, gli attori e i personaggi giusti, (sembra) è un dramma epico, un piccolo capolavoro da recuperare - Ismaele PS: ignoro cosa c'entri Dallas, nel titolo italiano
… Film
visionario, al contempo lucido e allucinato,The Intruderè
ancora oggi, a ben cinquant’anni dal suo difficile esordio nei cinema
americani, un ritratto spietato e verosimile di ciò che fu l’integrazione negli
Stati del sud. Non solo, Corman ci regala una spietato ritratto sui generis dei
demagoghi che a intervalli regolari sbucano dagli angoli meno nobili
dell’umanità, sfruttando i momenti storici difficili, le paure irrazionali (il
diverso, lo straniero) per distorcere valori quali l’amore per il territorio e
per le tradizioni ancestrali.
Interessante anche l’ampio parco offerto dai personaggi
corollari, dai razzisti “redenti” dalla dura realtà dei fatti, ai redneck pieni
di pregiudizi, spesso rappresentati con sfumature lombrosiane. Particolare,
questo, che causò parecchi problemi di distribuzione del film. Gli abitanti del
Texas erano infuriati per come Corman li aveva ritratti inThe
Intruder. Al regista arrivarono intimidazioni, minacce. Molte riprese
furono eseguite clandestinamente e perfino sulla produzione furono fatte
pressioni affinché vendesse poche copie del film…
...Mención aparte merece el personaje encarnado por Leo Gordon, un
vendedor transumante que desde una primer mirada reconoce el tipo de calaña del
protagonista. Una película inusual, no solo para la filmografía de Corman (fue
su única película 'con mensaje' y su único fracaso en taquilla), sino para la
del cine antirracial, ya que no plantea ningún mensaje a favor de los negros
sino que trata de mostrar que el Sur no pierde por el accionar del Norte, ni
tampoco por la intromisión del Negro, sino por el propio primitivismo del Sur.
En su momento la crítica dijo del director de la película que "tuvo claros
sus objetivos y dio a toda la historia un tono documental de crónica
periodística, saltando de las situaciones a los personajes, con un diálogo
preciso e intencionado," y dando la clave del fracaso comercial diciendo
que la película solo podrá atraer a "aquellos que buscan buen cine en
general" (Heraldo, Febr. 1964).
Eccellente
pellicola diretta da Roger Corman e unico grande flop commerciale della sua
lunghissima carriera di regista prima e produttore poi. Film dichiaratamente
politico e forse per questo poco amato dal pubblico ai tempi della sua uscita,
fu girato in maniera quasi clandestina dalla troupe obbligata a continui
spostamenti per il clima poco amichevole che si respirava nel profondo Sud
statunitense. Realizzato ben ventisei anni prima diMississippi Burningsi può definire come
il precursore della famosa pellicola di Parker. Un'autentica chicca. da qui
A forgotten and completely unexpected minor
masterpiece of social realism from the king of teenage exploitation, Roger
Corman, who, after almost a decade of directing exploitation and trash decided
to make a message film. Taking place in the Deep South,but actually filmed Missouri (which
nitpickers refer to as the Mid-South), and starring an at that time young,
unknown William Shatner, this Corman film is a far cry from the commercially
successful exploitation films he had made up until that point,even if the film’s budget of
$100,000.00 placed the film squarely into Corman’s realm of low budget
filmmaking.Written by Charles Beaumont, who was not only a regularTwilightZonecontributor and script writer of a
variety of Corman’sPoe films,
but also played the school’s principal in the film,the story itself had originally been
inspired by a 1957 article inLookmagazine narrating the actions
of one John Casper, who had tried to subvert the integration of schools in
Clinton, Tennessee. An angry, unsettling film that leaves a nasty, embarrassed
aftertaste in one’s mouth,The
Intruderended up being one
of Corman’s first box office failures, despite having both won an award at the
Venice Film Festival and receiving positive critical attention… …All said,The
Intruderis a brutal,
sickening and powerful film that deserves rediscovery. Watch it, now. da qui
Straordinario film di Corman che affronta di petto una questione sociale molto delicata, quella dell'integrazione razziale. I pochi mezzi a disposizione non impediscono a Corman di dirigere un film tesissimo che corre sul filo del rasoio, grazie anche ad uno script di ottima fattura di Charles Beaumont (un habituè della Twilight Zone televisiva). Bravissimo Shatner in un personaggio che si insinua come un serpente nella comunità dirigendo gli umori della folla, ma incapace tuttavia di controllarla. Un Corman atipico rispetto altri suoi film, molto più politico e lontano anni luce da Poe e altri horror a basso costo. Un film assolutamente da recuperare.
…My first reaction was that it was not funny.
Rather, it was intense and too serious. My second reaction was that this movie
was just darn good. Shatner gives a very scary performance (this was
pre-"Star Trek"). Corman's direction is gritty and uncompromising.
Shatner comes to a small town whose high school has just been integrated by
law. He stirs up the townspeople with speeches of hatred and bigotry.
Twenty-five years later, the similarMississippi
Burningcame out and was
timid in comparison… da qui
…Racism is abuse of
power. This film crew had little power to abuse, shooting on a mere $80,000
(the director re-mortgaging his home to finance it). But it is powerful stuff.
The photography is crisp in black and white, beautifully edited, and the film
never for one second looks dated. There's superlative scripting, Shatner is
riveting, and pitch-perfect grappling with moral issues makes this one of the
best films of the period, as well as one of the best ever made on race
relations.
The big
downside is this. You may be put off by the names associated with it. Director,
Roger Corman: in spite of many good works for people in the industry, he's
mostly known for trashy horror (which enjoys a considerable cult following).
Likewise, leading man William Shatner, none other than Captain Kirk of TV Star
Trek. Don’t let any prejudice put you off, or you will indeed miss out. The
film is in a different category – and class - to anything else either of these
gentlemen have ever done.
For most civilised
countries, things have moved on since the Spanish Inquisition, Hitler’s
segregation of Jewish people, or the segregation of black people in South
Africa/North America. But the film is a salient warning not simply to adopt
more sophisticated methods. “Remember,” says the rabble-rouser after whipping
the mob to a murderous fury, “no violence.” That, sadly, is perhaps not as
old-fashioned as it should be.
A forgotten and completely unexpected minor
masterpiece of social realism from the king of teenage exploitation, Roger
Corman, who, after almost a decade of directing exploitation and trash decided
to make a message film. Taking place in the Deep South,but actually filmed Missouri (which
nitpickers refer to as the Mid-South), and starring an at that time young,
unknown William Shatner, this Corman film is a far cry from the commercially
successful exploitation films he had made up until that point,even if the film’s budget of
$100,000.00 placed the film squarely into Corman’s realm of low budget
filmmaking.Written by Charles Beaumont, who was not only a regularTwilightZonecontributor and script writer of a
variety of Corman’sPoe films,
but also played the school’s principal in the film,the story itself had originally been
inspired by a 1957 article inLookmagazine narrating the actions
of one John Casper, who had tried to subvert the integration of schools in
Clinton, Tennessee. An angry, unsettling film that leaves a nasty, embarrassed
aftertaste in one’s mouth,The
Intruderended up being one
of Corman’s first box office failures, despite having both won an award at the
Venice Film Festival and receiving positive critical attention… …All said,The
Intruderis a brutal,
sickening and powerful film that deserves rediscovery. Watch it, now. da qui
Eccellente
pellicola diretta da Roger Corman e unico grande flop commerciale della sua
lunghissima carriera di regista prima e produttore poi. Film dichiaratamente
politico e forse per questo poco amato dal pubblico ai tempi della sua uscita,
fu girato in maniera quasi clandestina dalla troupe obbligata a continui
spostamenti per il clima poco amichevole che si respirava nel profondo Sud
statunitense. Realizzato ben ventisei anni prima diMississippi Burningsi può definire come
il precursore della famosa pellicola di Parker. Un'autentica chicca. da qui