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venerdì 12 luglio 2024

5 per la gloria – Roger Corman

un film di guerra come si deve.

i nazisti occupano Dubrovnik, in cinque hanno la missione impossibile di liberarla.

non ti annoi un minuto, attori , e un'attrice, molto bravi (tra loro Raf Vallone), nelle mani di un grande regista.

buona (resistente) visione - Ismaele


 

Irriducibile Corman: bollato come regista di serie B, ha saputo invece amministrare al meglio i miseri budget a disposizione, dimostrando ottima dimestichezza col mezzo tecnico e sapiente conoscenza degli schemi e dei codici cinematografici classici atti a catturare il pubblico che, come consuetudine, gestisce al meglio anche nel suddetto caso. Ritmo sostenuto, frenetiche situazioni in rapida successione, violenza e fisicità ad irrobustire una storia mai doma in grado di riservare, al di là di qualche ingenuità, gustosi colpi di scena ed avvincenti sequenze ricche d'azione (l'inseguimento sui tetti, la fuga nei boschi). Rude, animato, scorbutico e dal cast roccioso. "Quella Sporca Dozzina" gli è superiore - il grande Aldrich sotto questi aspetti non teme il confronto con nessuno - ma è comunque arrivato dopo…

da qui

 

un buon B Movie,
che descrive soprattutto nel memorabile
scontro finale l'inutilità della guerra
e il momento tragico che sta vivendo
il mondo con la 2° guerra mondiale,
ma anche di quanto può costare la libertà
per un uomo in maniera violenta e drammatica,
e Corman riesce nell'impresa e coglie l'obbiettivo,
perché il regista vede lontano per il motivo
che ha creato,forse inconsapevolmente,
una direzione nuova del "War Movie".

da qui

 


domenica 5 giugno 2022

Bersagli (Targets) – Peter Bogdanovich

opera prima di Peter Bogdanovich, in pochi giorni, cinema sul cinema, e Boris Karloff che interpreta se stesso, e il regista che interpreta il regista. 

due film che vanno per conto loro fino a che s'incontrano, un grande attore che si ritira e un giovane senza qualità che perde la bussola, e con un mucchio di morti di un serial killer tutto fatto in casa, un ragazzo che ha fatto la guerra e vive la sua vita svuotato, libero, come tutti, laggiù, di comprare armi, armi e armi, che poi, sorpresa, spareranno.

piccolo grande capolavoro di un futuro grande del cinema.

buona (sempre attuale) visione - Ismaele

 

 

 

 

L’intento dell’“operazione metacinema” – quasi fosse esso stesso il titolo di un film – è appalesato già nei primissimi minuti di Bersagli, o addirittura dal primo fotogramma di girato: un corvo in volo che gracchia disperato, come un esemplare fuggito dagli opening credits di Gli uccelli (Alfred Hitchcock, 1963). Poi, gotiche atmosfere di cartapesta, un castello sul mare, le onde in tempesta che s’infrangono sugli scogli, una losca figura in interno, un giovane Jack Nicholson che salva una ragazza in pericolo, la violenza del mare, mentre contemporaneamente scorrono i nomi delle maestranze che hanno preso parte alle pellicole (che sono due: Bersagli e quella in essa contenuta, La vergine di cera). Un film in un film, uno si conclude e s’innesta sull’iniziare dell’altro in un passaggio che è anche nello spazio: termina il montaggio di prova e ci si ritrova con l’attore protagonista e la produzione dentro una saletta privata…

da qui

 

Bersagli è un film profondamente cinefilo (una marca distintiva della filmografia di Bogdanovich), a cominciare dal personaggio interpretato da Boris Karloff e dall’omaggio che Bogdanovich fa a Roger Corman, un regista con cui il Nostro strinse un sodalizio artistico negli anni Sessanta, e che qua ha il ruolo di produttore esecutivo. Il film si apre e si chiude infatti con immagini di repertorio tratte da La vergine di cera (The Terror), un horror gotico diretto nel 1963 da Corman, dove è protagonista appunto Boris Karloff, un attore di cui il Byron Orlok del film è un alter ego abbastanza palese, a cominciare dal nome (anzi, nell’immaginario della vicenda potrebbe essere addirittura lo stesso Karloff sotto pseudonimo). Corman è un altro esponente del cinema indipendente americano, in grado di realizzare film horror (ma non solo) a basso costo – celebri sono ad esempio le sue raffinate trasposizioni dai racconti di Edgar Allan Poe – ma che, forse proprio per il genere affrontato, non ha avuto importanti riconoscimenti dalla critica come Bogdanovich. Il quale però ne riconosce l’importanza, tanto da costruire buona parte di Bersagli attorno alla figura di Boris Karloff, una leggenda del cinema horror americano e internazionale, che qui – proprio come il Byron Orlok della vicenda – è ormai sul viale del tramonto. La gigantesca presenza di Karloff è un atto d’amore cinefilo e meta-cinematografico (e lo stesso cognome Orlok può essere una citazione dal Nosferatu di Murnau), ma non solo: Bogdanovich cita infatti, per mezzo delle parole del protagonista, mostri sacri del grande schermo quali Greta Garbo e i Fratelli Marx, oppure ci fa vedere una sequenza tratta da Codice penale di Howard Hawks (dove Karloff/Orlok è ancora protagonista), per poi ambientare il lungo finale in un drive-in, la sala cinematografica all’aperto che tanta importanza ha avuto e continua ad avere nella cultura americana. Dunque, anche in Bersagli, come sarà ne L’ultimo spettacolo (dove la sala cinematografica destinata alla chiusura proietta Il fiume rosso di Howard Hawks), il cinema – inteso proprio come luogo fisico – assurge a importanza primaria e nostalgica, con un insistito carattere meta-cinematografico. Le citazioni e gli omaggi non sono fini a loro stessi, ma fungono da espressione di un evidente amore verso la Settima Arte, e la vicenda di Byron Orlok non è per niente banale, perché rivela un’immagine al vetriolo del cinema americano: il quale, se da una parte viene venerato con nostalgia, dall’altra viene però anche ritratto nei suoi aspetti più impietosi e crepuscolari, per esempio nei contrasti fra attori, produttori e registi. Bogdanovich si inserisce un po’ in quel filone ben frequentato da un regista rivoluzionario come Robert Aldrich, che in film quali Il grande coltello e Quando muore una stella mette in scena gli aspetti più meschini del mondo apparentemente dorato di Hollywood, così come fece anche Billy Wilder con Viale del tramonto. Orlok si definisce ormai un “dinosauro”, una creatura in via d’estinzione, un attore che ha avuto anni di gloria e che ora è consapevole del proprio declino, in opposizione ai produttori che vorrebbero continuare a sfruttare all’infinito il suo successo per produrre nuovi film, e che accetta solo per sfinimento di presenziare alla proiezione del suo film al drive-in. Karloff – che conserva il suo grande carisma e in certe scene recita volutamente sé stesso, vedasi l’inquietante racconto sul mercante e la Morte – è protagonista di continui e talvolta ironici battibecchi con i suoi produttori, con la segretaria e con il giovane regista (interpretato dallo stesso Bogdanovich), che lo spinge invano a fargli leggere il suo nuovo copione, in una serie di scene che rivelano la futura attitudine di Bogdanovich per la commedia. È una messa in scena sempre ambivalente, sospesa fra il dichiarato amore per il cinema e la presa di consapevolezza che l’epoca classica si sta ormai concludendo, così come la sala de L’ultimo spettacolo sta per chiudere i battenti: di questo bisogna rendersene conto, per aprire una nuova epoca dove i “dinosauri” come Orlok non trovano purtroppo (ma inevitabilmente) più spazio...

da qui

 

Bogdanovich's method, then, is going to be simple: He wants an ironic contrast between the kind, rather weary horror actor, and the real horror of a kid who becomes a sniper. The problem is that most of Karloff's scenes aren't really necessary; I suspect a movie limited to the sniper's story would have been more direct and effective.

Still, it's fascinating to watch Karloff. Like Spencer Tracy in "Guess Who's Coming to Dinner," he brings an extra dimension to his character: The role bears some resemblance to real life. When he talks about his career, watches a "real" Karloff movie and talks about an old Howard Hawks film on TV, we seem to be eavesdropping.

The parallel story, involving the sniper, is handled with more control. The kid is possibly modeled after Texas sniper Charles Whitman, and seems to come from a similar background. Bogdanovich suggests the details: The youth is married, but has absolutely no communication with his wife. They still live with his parents…

da qui

 

La genesi dell’opera d’esordio di Peter Bogdanovich appare incredibile, come incredibile è il sorprendente risultato finale, lo stesso regista racconta con evidente ironia la nascita di un film che in forma embrionale appariva come una specie di puzzle, dietro al progetto la mente geniale del grande Roger Corman, il regista/produttore/autore e scopritore di talenti (oltre a Bogdanovich, lanciò anche Scorsese, Coppola, Demme e Dante) era capace di costruire un film montando pezzi tagliati da varie pellicole...e in parte fu proprio questo che avvenne con Targets.

 

Boris Karloff mi deve un paio di giorni di lavoro, vorrei che girassi 20 minuti con lui in due giorni, io ho girato interi film in due giorni, poi voglio che prendi altri attori e giri per un paio di settimane per avere un altra ora, poi usi venti minuti di materiale con Karloff tratti da un film intitolato “La vergine di cera”.

Quindi...giri 20 minuti con Karloff, 20 minuti da La vergine di cera, aggiungi altri 40 minuti con attori diversi e ottieni un nuovo film di Karloff da 80 minuti...ci stai?”

(Bogdanovich racconta così la proposta di Roger Corman)

 

Il giovane Bogdanovich non poteva rifiutare, occasioni del genere capitano una sola volta nella vita e quindi accettò quella che sulla carta sembrava un’impresa quasi impossibile, ovvero costruire una storia che avesse un senso logico e magari fosse anche accattivante, utilizzando per pochi giorni il mito di Karloff, spezzoni di un vecchio film, più altro girato da aggiungere a piacimento.

La base del soggetto fu qualcosa di estremamente semplice ma allo stesso tempo illuminante, un racconto meta-cinematografico che sfruttando la caratura di un mito come Karloff lanciava una riflessione profonda sul cinema horror e sulla sua rappresentazione, un impietoso confronto tra i superati orrori vittoriani e la fredda cronaca nera (in questa caso la vicenda del cecchino Charles Whitman, autore della strage di Austin nel ‘66).

Fondamentale fu il contributo nella stesura della sceneggiatura di Samuel Fuller, il regista amico di Bogdanovich riscrisse parte della storia riuscendo ad amalgamare la teoria di Corman in un insieme compatto e clamorosamente brillante….

da qui

 

Feroce satira su di un paese dove la libera circolazione delle armi, produce mostri, lo illustro’in un film simile Larry Peerce, nel meraviglioso Panico allo stadio sullo stesso tema.film scarno, privo di colonna sonora, con una grande fotografia di Laszlo Kovacs, scenografia e costumi di Polly Platt, diretto e montato da Peter Bogdanovich, un thriller veramente notevole, per essere un’opera prima 1 ora e 22 minuti che si seguono tutti di un fiato, tutte le scene sono importanti, nell’economia del film. Film disturbato e disturbante, con le due storie che si incrociano: la follia del cecchino e dall’altra la voglia di ritiro dalle scene del vecchio e stanco divo, che morì l’anno dopo purtroppo, film essenziale di pochi mezzi, che colpisce nel segno, film ancora buono, nonostante gli anni passati, come Duel non invecchia, anzi migliora, distribuiti entrambi da Paramount…

da qui

 

Difficilmente si assiste ad una speculazione metacinematografica condotta con tanta lungimirante maestria. Boris Karloff interpreta esattamente se stesso: un vecchio annoiato e stanco, che non ne può più di vestire i panni di mostri fuori dal tempo, che oramai non fanno più paura a nessuno. Scorrono nelle sequenze iniziali i titoli di coda della sua ultima fatica horror, quasi a evidenziare la fine del genere: l'horror è morto, bisogna inventarsi qualcosa d'altro. Bogdanovich anticipa qui, con visionaria limpidezza, diversi tòpoi dell'horror che verrà: parla di horror senza fare horror. Si svincola dai rapporti di causalità: l'assenza di meccanicismo produce scompiglio, stordimento, confusione. La follia omicida di Bobby non ha motivazioni, è postulata: la sua calma olimpica e la sua metodicità sono raggelanti. L'insensatezza delle sue azioni terrorizza, perché non ne percepiamo il limite, non comprendiamo fin dove si spingerà. La distorsione della routine quotidiana genera una sensazione di prossimità emotiva: è un male che può annidarsi in ciascuno di noi, non è lontano ed immaginario. E' una concezione della paura più adulta, più matura: il gotico ottocentesco e le sue forme mostruose, soprannaturali, spettrali, hanno mostrato la corda, il pubblico ora desidera vedere scorrere il sangue. Nondimeno, il vetusto e obsolescente horror è ancora capace di un sussulto di dignità: Karloff, con portamento severo, guarda in faccia e affronta de visu il nuovo volto che ha assunto la paura e l'ha condannato al pensionamento. Vi vede un miserabile giovincello rannicchiato e tremante: superamento non implica evoluzione, il contegno di Karloff resta inarrivabile ed eterno.

da qui

 

  


mercoledì 1 luglio 2020

À Meia Noite Levarei Sua Alma (A mezzanotte possiederò la tua anima) - José Mojica Marins


José Mojica Marins è un regista che ama l'horror, e si vede, ma mica solo l'horror, direi che ama il Cinema, nelle sue tante declinazioni.
ha visto molto cinema (Roger Corman, per dirne uno) e molti hanno visto il suo cinema.
con gli effetti speciali dei poveri riesce a girare un film che non sfigura davanti ad altri molto più famosi e ricchi, un piccolo capolavoro..
Zé do Caixão, il becchino con l'ossessione di una donna perfetta per lui, non si dimentica facilmente.
buona visione - Ismaele



QUI il film completo con sottotitoli in italiano

QUI il film completo con sottotitoli in inglese


Il cult del regista brasiliano (che arrivò a vendersi la casa pur di avere il budget per girare il film) che inaugura ufficialmente l’horror nel proprio paese. Nella sua modestia di impianto (ma non si tratta di un z-movie come tanti) rimane una perla del genere, molto più sensata, compatta ed accattivante di troppi fiacchi epigoni.

Primo film di José Mojica Marins e primo horror brasiliano di sempre. Marins ci introduce nel mondo del suo alter-ego Zé do Caixão (cilindro, barba lunga, vestito nero con mantello e sguardo da pazzo invasato) narrandone le folli gesta: un becchino che detesta la superstizione del popolo ed è ossessionato dall'idea di non poter avere figli e di non dare quindi proseguimento alla propria stirpe. E’ per questo che uccide la moglie e insidia la bella Teresinha. Per averla non si fa scrupoli, eliminando tutti coloro che si trovano malauguratamente sulla sua strada. La paranoica follia di Zé do Caixão, becchino-filosofo da quattro soldi (fin dall'immancabile introduzione pre-titoli di testa, in cui in due parole illustra teatralmente la sua visione della vita) si estrinseca in un film fuori da ogni canone, inevitabilmente destinato a mandare in delirio i fan del trash che assistono a sadiche efferatezze accompagnate dai cinici sermoni del protagonista. Zé do Caixão grida, minaccia, parla come un profeta impazzito, fa camminare una tarantola sul corpo legato della moglie. Alla fine, dopo tanti delitti, una chiromante gli predice una morte orribile: verrà assalito dai morti sepolti nel vicino cimitero. Rifacendosi a HO CAMMINATO CON UNO ZOMBI ma disponendo di mezzi insufficienti, Marins porta in scena i suoi zombi con una serie di trucchi direttamente su pellicola (strani aloni, trattamenti al negativo...) dall'effetto un po' patetico. Eppure il clima insano in cui è avvolto il film, l’attacco proditorio ai simboli religiosi in un paese profondamente cattolico come il Brasile, sono segnali di un coraggio inedito, subito infatti premiato dal pubblico: Zé do Caixão diventa un'icona. Bianco e nero a tratti molto affascinante.

Quem é Zé do Caixão?, perguntei eu, mas a sua força – como um Cristo em reverso – também está na presença icónica. Por isso, vou já já já responder ao seguinte: como é Zé do Caixão? Cartola e capa pretas, barba densa sobre o rosto pálido, sobrancelhas acentuando a expressividade dramática do rosto, magro, mas, aviso, não o tomem por fraco. Fala alto e fala muito com as mãos, apontando o dedo a quem lhe faz frente – a começar pelo espectador, esse ser estranho, como chega a apelidar num dos seus filmes – e marcando com elas os rostos das suas vítimas – preferencialmente, mulheres, os “seres inferiores” que tanto despreza. Nas mãos, outra imagem de marca: as unhas compridas, que repugnarão os mais sensíveis, mas que lhe emprestam, desde logo, a “distinção” necessária a um homem diferente, isto é, a um ser “superior”. (Nesta matéria – e é de matéria que tratamos – estou certo que Deleuze, outro filósofo de distintas unhas, teria um Zé do Caixão a viver algures no seu subconsciente.)
Feitas as apresentações, parece que pouco mais há a dizer de À Meia-Noite Levarei Sua Alma (1964), o filme que “pare” a lendária figura do horror e que projecta mais alto o nome de José Mojica Marins no Cinema Novo brasileiro. Dito rápido, depressa e – tinha de ser – mal, Mojica está para o Cinema Novo brasileiro, como Georges Franju está para a Nouvelle Vague francesa. Glauber Rocha terá compreendido e penso mesmo que terá sido influenciado pelo seu cinema, mas – como o próprio Mojica se queixa, ainda hoje – muitos foram os que viram no seu cinema apenas um entretenimento camp de mau gosto que tinha pouco ou nada a ver com esse período de afirmação do cinema brasileiro. Felizmente, também houve outros – e Glauber Rocha terá sido um deles – que se souberam espantar com um dos artistas mais singulares do seu país. Para alguns, Mojica terá criado o primeiro Frankenstein/Dracula da modernidade, o que, para além de justíssimo, é uma afirmação que fica pela rama do que realmente se alcança aqui, sobretudo neste seu primeiro filme que dá pele a Zé do Caixão. Na minha opinião, há outra pergunta que falta fazer e que inquieta tanto ou mais que as anteriores: sim, vimos quem é, sim, também vimos como é, mas, digam-me, de onde vem Zé do Caixão?...


mercoledì 3 agosto 2016

Il pozzo e il pendolo - Roger Corman

ispirato alla storia di Edgar Allan Poe (qui), il film è un meccanismo a orologeria perfetto.
le maledizioni e le eredità della famiglia, l'inganno e il terrore, tutto in un film.
per sicurezza dell'attore il pendolo era di legno, con un lama di gomma (qui).
la sceneggiatura è stata scritta da Richard Matheson, che di intrecci se ne intende.
cercatelo, fa bene un po' di sana paura - Ismaele





... Tre i grandi momenti della pellicola: la Steele che insegue Vincent Price, la tortura del pendolo (notare il montaggio nervso), e l'ultima raggelante sequenza del film. Poche altre pellicole di Corman sono riuscite, inanellando scena tetra dietro scena tetra, a generare un'incipiente atmosfera di pazzia ed orrore per giungere ad una chiusa di tale classe. Potrei anche non scriverlo ma Vincent Price, come al solito, è semplicemente perfetto nel ruolo. Splendido l'inizio del film prima dei titoli con la vernice colorata che fa inquietanti arcobaleni. Che il pendolo oscilli sul vostro petto se osate perdervi questo gioiello del cinema gotico.

da qui

...Il tema edipico compare solo sullo sfondo e Corman, con una geniale intuizione, lascia trapelare che lo struggimento di Nicholas sia più legato all’antica punizione inferta un tempo alla madre che all’identica sorte toccata alla sua amata Elizabeth. Medina, non potendo immaginare di essere vittima della macchinazione di Elizabeth, si convince sempre più che le visoni di cui soffre sono il frutto della propria mente malata. Girato dopo il successo inaspettato de I vivi e i morti, il film si avvale della sceneggiatura di Richard Matheson e della splendida fotografia di Floyd Crosby (già operatore di Murnau) che con i suoi filtri cromati immerge ancor più il film in un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Da cineteca l’urlo agghiacciante di Elizabeth con cui si chiude il film. La nebbia sintetica che avvolge il castello come una spessa coltre, serviva a Corman per amplificare l’effetto claustrofobico della vicenda, ma era anche un trucco per mascherare la povertà di mezzi economici che aveva a disposizione...

(da qui)

...Come quasi tutti i titoli presi da Poe, anche Il pozzo e il pendolo rappresenta di fatto una discesa – o meglio, caduta – negli abissi dell’inconscio; al di là del già citato gioco cromatico della prima sequenza, lo dimostra anche la scena immediatamente successiva, con l’arrivo di Francis al castello. Costretto dal cocchiere che l’ha guidato fin lì a proseguire a piedi, Francis cammina lungo la battigia, con il maniero che si staglia minaccioso sullo sfondo; lo stacco di montaggio sulle onde che si infrangono sugli scogli rimarcano ulteriormente la dimensione da deliquio onirico in cui si svolgerà la storia, che per l’intera durata non uscirà mai dalle mura del castello.

Claustrofobico scavo dei desideri repressi e dell’intima indole violenta dell’uomo, Il pozzo e il pendolo non eccede in sadismi gratuiti, preferendo una struttura psicanalitica, magari semplicistica ma ancora oggi carica di un fascino oscuro impossibile (per fortuna) da emendare. Ai colori della realtà si contrappone il bianco e nero sfumato in blu dei flashback, che acuisce una sensazione di malessere diffuso, sghemba e malsana memoria di eventi nefasti. Asciutto e al contempo delirante, Il pozzo e il pendolo è un piccolo capolavoro, saggio sull’inconscio e sul modo in cui influisce sui pensieri più oscuri dell’essere umano. A quasi sessant’anni di distanza, una visione ancora irrinunciabile.
(da qui)

martedì 3 luglio 2012

The Intruder (L'odio esplode a Dallas) - Roger Corman

un film eccezionale, straordinaria preveggenza quando a un certo punto Adam Cramer arringa i razzisti dicendo che un giorno i negri avrebbero preso il potere.
non cade un attimo la tensione, la sceneggiatura è perfetta, gli attori e i personaggi giusti, (sembra) è un dramma epico, un piccolo capolavoro da recuperare - Ismaele
PS: ignoro cosa c'entri Dallas, nel titolo italiano




… Film visionario, al contempo lucido e allucinato, The Intruder è ancora oggi, a ben cinquant’anni dal suo difficile esordio nei cinema americani, un ritratto spietato e verosimile di ciò che fu l’integrazione negli Stati del sud. Non solo, Corman ci regala una spietato ritratto sui generis dei demagoghi che a intervalli regolari sbucano dagli angoli meno nobili dell’umanità, sfruttando i momenti storici difficili, le paure irrazionali (il diverso, lo straniero) per distorcere valori quali l’amore per il territorio e per le tradizioni ancestrali.
Interessante anche l’ampio parco offerto dai personaggi corollari, dai razzisti “redenti” dalla dura realtà dei fatti, ai redneck pieni di pregiudizi, spesso rappresentati con sfumature lombrosiane. Particolare, questo, che causò parecchi problemi di distribuzione del film. Gli abitanti del Texas erano infuriati per come Corman li aveva ritratti in The Intruder. Al regista arrivarono intimidazioni, minacce. Molte riprese furono eseguite clandestinamente  e perfino sulla produzione furono fatte pressioni affinché vendesse poche copie del film…

 

...Mención aparte merece el personaje encarnado por Leo Gordon, un vendedor transumante que desde una primer mirada reconoce el tipo de calaña del protagonista. Una película inusual, no solo para la filmografía de Corman (fue su única película 'con mensaje' y su único fracaso en taquilla), sino para la del cine antirracial, ya que no plantea ningún mensaje a favor de los negros sino que trata de mostrar que el Sur no pierde por el accionar del Norte, ni tampoco por la intromisión del Negro, sino por el propio primitivismo del Sur. En su momento la crítica dijo del director de la película que "tuvo claros sus objetivos y dio a toda la historia un tono documental de crónica periodística, saltando de las situaciones a los personajes, con un diálogo preciso e intencionado," y dando la clave del fracaso comercial diciendo que la película solo podrá atraer a "aquellos que buscan buen cine en general" (Heraldo, Febr. 1964).

da qui

 

Eccellente pellicola diretta da Roger Corman e unico grande flop commerciale della sua lunghissima carriera di regista prima e produttore poi. Film dichiaratamente politico e forse per questo poco amato dal pubblico ai tempi della sua uscita, fu girato in maniera quasi clandestina dalla troupe obbligata a continui spostamenti per il clima poco amichevole che si respirava nel profondo Sud statunitense. Realizzato ben ventisei anni prima di Mississippi Burning si può definire come il precursore della famosa pellicola di Parker. Un'autentica chicca.
da qui

 

A forgotten and completely unexpected minor masterpiece of social realism from the king of teenage exploitation, Roger Corman, who, after almost a decade of directing exploitation and trash decided to make a message film. Taking place in the Deep South, but actually filmed Missouri (which nitpickers refer to as the Mid-South), and starring an at that time young, unknown William Shatner, this Corman film is a far cry from the commercially successful exploitation films he had made up until that point, even if the film’s budget of $100,000.00 placed the film squarely into Corman’s realm of low budget filmmaking.Written by Charles Beaumont, who was not only a regularTwilight Zone contributor and script writer of a variety of Corman’s Poe films, but also played the school’s principal in the film, the story itself had originally been inspired by a 1957 article in Look magazine narrating the actions of one John Casper, who had tried to subvert the integration of schools in Clinton, Tennessee. An angry, unsettling film that leaves a nasty, embarrassed aftertaste in one’s mouth, The Intruder ended up being one of Corman’s first box office failures, despite having both won an award at the Venice Film Festival and receiving positive critical attention…
…All said, The Intruder is a brutal, sickening and powerful film that deserves rediscovery. Watch it, now.
da qui



Straordinario film di Corman che affronta di petto una questione sociale molto delicata, quella dell'integrazione razziale. I pochi mezzi a disposizione non impediscono a Corman di dirigere un film tesissimo che corre sul filo del rasoio, grazie anche ad uno script di ottima fattura di Charles Beaumont (un habituè della Twilight Zone televisiva). Bravissimo Shatner in un personaggio che si insinua come un serpente nella comunità dirigendo gli umori della folla, ma incapace tuttavia di controllarla. Un Corman atipico rispetto altri suoi film, molto più politico e lontano anni luce da Poe e altri horror a basso costo. Un film assolutamente da recuperare.

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My first reaction was that it was not funny. Rather, it was intense and too serious. My second reaction was that this movie was just darn good. Shatner gives a very scary performance (this was pre-"Star Trek"). Corman's direction is gritty and uncompromising. Shatner comes to a small town whose high school has just been integrated by law. He stirs up the townspeople with speeches of hatred and bigotry. Twenty-five years later, the similar Mississippi Burning came out and was timid in comparison…
da qui


Racism is abuse of power. This film crew had little power to abuse, shooting on a mere $80,000 (the director re-mortgaging his home to finance it). But it is powerful stuff. The photography is crisp in black and white, beautifully edited, and the film never for one second looks dated. There's superlative scripting, Shatner is riveting, and pitch-perfect grappling with moral issues makes this one of the best films of the period, as well as one of the best ever made on race relations.
The big downside is this. You may be put off by the names associated with it. Director, Roger Corman: in spite of many good works for people in the industry, he's mostly known for trashy horror (which enjoys a considerable cult following). Likewise, leading man William Shatner, none other than Captain Kirk of TV Star Trek. Don’t let any prejudice put you off, or you will indeed miss out. The film is in a different category – and class - to anything else either of these gentlemen have ever done.
For most civilised countries, things have moved on since the Spanish Inquisition, Hitler’s segregation of Jewish people, or the segregation of black people in South Africa/North America. But the film is a salient warning not simply to adopt more sophisticated methods. “Remember,” says the rabble-rouser after whipping the mob to a murderous fury, “no violence.” That, sadly, is perhaps not as old-fashioned as it should be.
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A forgotten and completely unexpected minor masterpiece of social realism from the king of teenage exploitation, Roger Corman, who, after almost a decade of directing exploitation and trash decided to make a message film. Taking place in the Deep South, but actually filmed Missouri (which nitpickers refer to as the Mid-South), and starring an at that time young, unknown William Shatner, this Corman film is a far cry from the commercially successful exploitation films he had made up until that point, even if the film’s budget of $100,000.00 placed the film squarely into Corman’s realm of low budget filmmaking.Written by Charles Beaumont, who was not only a regularTwilight Zone contributor and script writer of a variety of Corman’s Poe films, but also played the school’s principal in the film, the story itself had originally been inspired by a 1957 article in Look magazine narrating the actions of one John Casper, who had tried to subvert the integration of schools in Clinton, Tennessee. An angry, unsettling film that leaves a nasty, embarrassed aftertaste in one’s mouth, The Intruder ended up being one of Corman’s first box office failures, despite having both won an award at the Venice Film Festival and receiving positive critical attention…
…All said, The Intruder is a brutal, sickening and powerful film that deserves rediscovery. Watch it, now.
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Eccellente pellicola diretta da Roger Corman e unico grande flop commerciale della sua lunghissima carriera di regista prima e produttore poi. Film dichiaratamente politico e forse per questo poco amato dal pubblico ai tempi della sua uscita, fu girato in maniera quasi clandestina dalla troupe obbligata a continui spostamenti per il clima poco amichevole che si respirava nel profondo Sud statunitense. Realizzato ben ventisei anni prima di Mississippi Burning si può definire come il precursore della famosa pellicola di Parker. Un'autentica chicca.
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