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sabato 19 maggio 2018

Dogman – Matteo Garrone

film scuro, anche quando è giorno, in un pezzo di terra colonizzato dagli umani, per vincere l'oscar della grande bruttezza.
per fortuna il film è davvero bello.
e per fortuna Garrone evita la violenza senza limiti insita nella storia, violenza che in quel quartiere si vede e si respira, anche senza volerlo, la lascia immaginare, ognuno veda la dose che può sopportare.
Marcello sembra uno uomo buono, senza troppe qualità, in realtà è un prodotto di quel luogo, di quelle situazioni, anche lui è coinvolto.
vuole essere amato, amico di tutti, ma certe volte bisogna scegliere da che parte stare, arriva quel giorno che bisogna fare qualcosa, e non si fa la cosa giusta (e nemmeno la meno sbagliata), e tutto il sorriso e l'ottimismo della volontà di Marcello si incrina, e va in pezzi.
resta poi la vendetta, per chiudere i conti, senza pietà, quando il tappo salta succede tutto, e anche di più.
Marcello è stato sposato, il tempo di avere una bambina, la luce dei suoi occhi, la ama ed è riamato, unici momenti di grande bellezza.
il film è pieno di individui brutti sporchi e cattivi, ci sono dei momenti in cui sembra essere un film di Claudio Caligari (è un complimento, s'intende),
Marcello ama i cani, i migliori amici dell'uomo, il contrario non è sempre vero, nessuna violenza sui cani è presente nel film, si tranquillizzino gli animalisti.
Marcello potrà finalmente farsi un negozio nuovo, dopo la vittoria al festival di Cannes, i cani saranno contenti.
è un gran film da non perdere, adesso al cinema.




qui Marcello Fonte si racconta, prima di vincere la Palma d’oro a Cannes

qui parla con la Palma d’oro in mano


come quasi sempre nel cinema di Garrone, il livello recitativo è straordinario. E pochi come questo regista sanno prendere ragazzi e uomini di strada (penso a Fonte -quasi al debutto- al protagonista di Reality o ai ragazzi di Gomorra) e farli diventare animali da cinema impressionanti.
Sono almeno altri due i punti di forza di questo film.
Il primo è la straordinaria scelta e relativo uso delle location, con questo spettrale "stabilimento" balneare, la piazzetta grigia e informe e la serie di negozi vecchi e laidi.
E' molto particolare la scelta di Garrone di darci questa immagine molto settantina ma ambientare poi il film sicuramente negli anni 2000 (vedi gli euro o internet) anche se espropriati di alcune sue caratteristiche quasi inscindibili come i telefonini.
L'altro punto di forza è in una fotografia magnifica, tutta sulla scala dei grigi e dei colori spenti, una specie di grana post-apocalittica in cui non troviamo mai, in nessun colore, in nessun cielo, in nessun luogo una possibile stilla di vita o vitalità…

Quella di Marcello è un'implosione che non pareggia i conti ma nutre la piramide di soprusi che si erge invisibile all'interno di un quartiere piallato dall'imbarbarimento: perché in questo universo orizzontale ad elevarsi sono solo le palazzine abusive, mai le persone. Il modo in cui i personaggi attraversano questi spazi immondi, come le vele di Scampia in Gomorra o l'ecomostro litoraneo de L'imbalsamatore, è l'essenza del cinema di Garrone, che relaziona l'uomo con un ambiente non più pensato per gli esseri umani, ma diventato labirinto per osservazioni entomologiche. 
Altrettanto importante è l'attenzione allo sguardo, tanto quello mite e dolente di Marcello quanto quello, ottuso e pieno di paura, di Simone. Come irreprensibilmente luminosa è l'interpretazione di Marcello Fonte nei panni del canaro - dimensioni da fantino e leggerezza da acrobata circense - è opaca e devastante quella di un irriconoscibile e gigantesco Edoardo Pesce nei panni di Simone: un pitbull che è l'esatto prodotto del suo addestramento e ha la gravitas dei sogni andati a male. 
Garrone riesce nel miracolo di costruire una narrazione disperante disintossicandola dalla volgarità dei talk show, e restituendo dignità ferita a tutti personaggi

da qui

…Mezz’ora di cinema della crudeltà e della minaccia, cinema etologico più che antropologico, dove a surriscaldare la temperatura emotiva e il grado di abiezione arriva Simoncino detto Simone, corpo e faccia pestata da pugile che non ce l’ha fatta, e adesso svoltato in piccolo criminale di zona, in sistematico sopraffatore dei deboli, in ottusa macchina produttrice seriale di violenze e soprusi. E la sua vittima preferita è il mite ma non innocente dogman Marcello, che gli procura la coca di cui è dipendente senza peraltro essere da lui pagato. Rapporto asimmetrico che è anche confronto-scontro di due virilità opposte, quella fragile di Marcello e quella prevaricatrice di Simoncino. Per una buona mezz’ora il film promette grandi cose, e già si immagina quanto di esplosivo uscirà da quella relazione tra incube e succube, tra carnefice e vittima (non priva di analogie con un’altra coppia maschile garroniana, quella del capolavorissimo L’imbalsamatore)…


lunedì 14 settembre 2015

Non essere cattivo – Claudio Caligari

Claudio Caligari ha fatto tre film nella sua vita, sempre a livelli alti, senza scorciatoie, e l'ultimo, in certo modo, contiene anche i due precedenti.
è vero, come dicono molti, che il cinema di Caligari ricorda molto cinema Usa degli anni settanta, quello con Al Pacino e Robert de Niro, storie di disperati come quelle di Claudio Caligari, e non è un casi che Valerio Mastandrea si sia pubblicamente rivolto a Martino Scorsese per produrre "Non essere cattivo" (qui).
intanto Mastandrea ha spinto e contribuito alla promozione del film, che il regista non ha fatto in tempo a vedere in sala (qui Mastrandrea ricorda l'amico/maestro Claudio)
i ragazzi che sono sopravvissuti ai tempi di "Amore tossico", del 1983, (qui), o erano ancora bambini, sono cresciuti e sempre la droga è lì, un modo per fare soldi o per sballarsi.
rispetto a quel film qui i ragazzi sono più tristi e sopratutto hanno già visto gli effetti della droga e dell'Aids, c'è chi muore e chi sopravvive, come la sorella e la nipotina di Cesare, che ha una mamma distrutta dal dolore (per la morte della figlia e la malattia di Debora) e fortissima, anche per loro.
come nel film precedente, "L'odore della notte", del 1998, (qui), l'unica via d'uscita è mollare tutto per la famiglia, altrimenti la fine violenta è segnata.
Vittorio, l'amico di sempre di Cesare, conosce un altro Cesare, e anche noi ci commuoviamo con lui.
non perdetevelo - Ismaele






E’ una vergogna che il cinema italiano, che ha prodotto qualcosa come duecento film all’anno, in gran parte inutili, non abbia aiutato Caligari a fare i suoi film, tutti concentrati, e documentatissimi, su una sorta di storia di Ostia e quindi di Roma vista attraverso lo sviluppo della droga e della malavita.
E’ vero che questo film, in fondo, è una sorta di sequel di Amore tossico, ma come nessuno trattò come Caligari, nel 1983, lo sviluppo dell’eroina a Ostia, nessuno ha trattato dopo lo sviluppo della cocaina. E non è certo solo un problema di Ostia e di Roma. E nessuno è andato a vedere l’effetto che hanno fatto le pasticche e la cocaina nelle borgate e nelle classi meno ricche.
Il cinema italiano tende a nascondere certi problemi e certe storie, preferisce mettere i soldi sulle storie borghesi con le famiglie in crisi o nelle commedie. Caligari è andato dritto sulla sua strada con una forza di volontà degna dei suoi eroi perdenti…

“La vita è dura e se non sei duro come la vita non vai avanti”, dice Cesare, il più mosso, nevrotico, aggressivo dei due amici. E “andarsene da tutta ’sta merda” è più facile a dirsi che a farsi. “I sòrdi ce vonno”, e di conseguenza lo spaccio, perché “tanta gente ce campa”. I cattivi non sono solo cattivi, e non sempre è colpa loro se lo sono. La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi, anche i più trucidi, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose, quali che siano le loro opzioni ideologiche…

Non essere cattivo è la fotografia della nuova borgata attraverso la storia di due amici Vittorio e Cesare, “fratelli di vita”, vita di eccessi – macchine, alcol, cocaina – finché Vittorio non incontra l’amore, Linda, e decide di cambiare, iniziando a lavorare come manovale, mentre Cesare si perde sempre più. L’aiuto di Vittorio, tornato proprio per Cesare, sembra risolutivo: lavoro, fidanzata, futuro, come lui. Ce la possono fare, esiste un’alternativa anche per loro. Ma tentare di salvare Cesare, per Vittorio significa rischiare il lavoro, persino perdere Linda, mettere in pericolo insomma quel poco che è riuscito a costruire. Di contro Cesare, dopo ripetute lusinghe dal vecchio mondo, cede definitivamente perché ha bisogno di soldi subito, e in borgata c’è solo un modo per fare soldi veloci.
Emanuel, nel ruolo tecnico di Assistente personale del regista, segue Caligari in ogni fase. Dalla documentazione, alla ricerca delle location, fino all’orsacchiotto.
“L’orsacchiotto è fondamentale nel film, vedrai…” Trovare un orsacchiotto sembra semplice. Nel caso di Caligari no. Anche sull’orsacchiotto lui ha un’idea precisa. Con Emanuel fanno il giro di giocattolai, centri commerciali, autogrill, passano giornate su internet, scoprendo che gli orsacchiotti si dividono in due grandi categorie: europeo e americano. Ma niente. “Nessuno era come ce l’aveva in testa Claudio”, sempre Emanuel.
La scenografa stremata, la troupe anche: non si può perdere tanto tempo su un pupazzo. Alla fine viene fatto a mano. “Che c’aveva di speciale? – s’inalbera Emanuel – pelo lungo, chiaro, e lo sguardo. Uno sguardo diverso dagli altri. Era l’orso di quando era ragazzino Claudio, lui rivoleva quello”.
Intanto la sceneggiatura è alla terza stesura.
Sceneggiatura scritta da Caligari con Francesca Serafini e Giordano Meacci. Non due sceneggiatori alla moda. Tutt’altro che glamour: lei cresciuta a Torpignattara, lui a Ciampino. Due outsider di talento. Entrambi allievi di Luca Serianni, lei scrive libri di linguistica e saggi narrativi (questo è il punto – Laterza, Di calcio non si parla – Bompiani), lui lavora in una libreria di Prati, e scrive romanzi, quest’anno, dopo dieci anni dall’esordio Tutto quello che posso (minimum fax), esce il nuovo romanzoIl cinghiale che uccise Liberty Valance. Serafini e Meacci danno struttura drammaturgica all’idea e al materiale, tanto che Caligari, dopo l’ultimo montaggio, confessa: “è più potente di Amore tossico.
Ma questo succede alla fine.
Prima c’è la scelta degli attori. Protagonisti: Luca Marinelli e Alessandro Borghi.
Emanuel fa un piccolo cameo in un’allucinazione di Vittorio.
“Claudio mi diceva: tu sei un diamante, ti devi solo sfinare. – racconta Emanuel – Anche alla mia ragazza: è perfetto, perfetto, ma quant’è rozzo… Per raffinarmi mi manda alla scuola di recitazione… due giorni sono durato. L’ho chiamato: Claudio, io il leone, la candela, la tazzina di caffè, non la faccio”.
E dunque: soggetto, sceneggiatura, location, orsacchiotto, attori.
Ospedale. Che non c’entra niente col film, ma con la storia del film, di come è stato prodotto e girato: intoppi, ostacoli, vittorie, tempo. Trentantadue anni di attesa, sei mesi di azione.
Ricoverato prima delle riprese, Caligari sta male. I medici dicono che non c’è più niente da fare. Gli amici però non si arrendono, non si arrende Emanuel Bevilacqua, non si arrende Valerio Mastandrea.
E Claudio Caligari ce la fa, proprio perché vuole girare il suo film, il suo terzo film. Alla lettera di Mastandrea, Scorsese non ha risposto, ma hanno risposto altri produttori: Kimerafilm, Rai Cinema, Taodue, e Leone Film. GoodFilms per la distribuzione. Budget chiuso. Tutto pronto per partire, e per partire come vuole Claudio: la storia che vuole lui, gli attori che vuole lui. Trentadue anni per arrivare fin qui. Come passano trentadue anni, sarebbe da chiedergli di nuovo. E forse la risposta sarebbe sempre la stessa: “Perdi due, tre anni su un’idea, non ci riesci a farla, prendi un’altra idea, ci stai due, tre anni, non riesci a realizzare nemmeno questa, e così via, ed è così che passano trentadue anni” dove il tempo non è mai perduto, mai fallimento, ma solo tempo che passa, come se il vero privilegio fosse il tempo di per sé. Tempo di conoscere, scoprire, invecchiare.
Pochi giorni prima delle riprese Claudio va al cimitero di Arona – ricorda Francesca Serafini – sulla tomba del padre. Ha nevicato, tutto è ricoperto di bianco, nessuno è ancora passato di lì. Allora lui decide di non entrare. Rimane fuori. Rimane a contemplare la bellezza intatta.
Una bellezza che ha a che fare con la verità, non con l’artificio. Una bellezza che va rispettata. Questo è il cinema di Claudio Caligari. Ecco l’idea precisa che ha in testa, tanto che se mancano le condizioni per rispettarla, lui preferisce rinunciare.
“Muoio come uno stronzo” dice a Mastandrea, un giorno in macchina, semaforo di Viale dell’Oceano Atlantico. “Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film”.
Sbagliato, tre. Perché gira il terzo. Ce la fa. Gira e monta il suo ultimo film: Non essere cattivo.
Claudio Caligari 1956 – 2015.

Il regista non ci risparmia niente, ma nel suo sguardo non c'è mai nè cinica indifferenza nè facile moralismo. Anche nei loro comportamenti più abietti, lo spettatore non riesce a non provare compassione ed empatia per i due giovani sbandati che sono capaci di litigare furiosamente ma anche di abbracciarsi con tenerezza e di improvvisare una partita a calcio sulla spiaggia. Come degli eterni bambini cresciuti nel posto sbagliato. Ma questo, per Caligari, ed è un altro merito del film, non rappresenta un alibi: la redenzione è sempre possibile e la vita è più forte di tutto, come si vede nel finale, amarissimo e al tempo stesso aperto alla speranza.
"Non essere cattivo", infine, è un film attualissimo: i giovani non hanno scoperto le pasticche quest'estate come le cronache ci portavano a pensare. E il municipio di Ostia è stato di recente sciolto per mafia...

… Da mesi Mastandrea aveva impostato la lavorazione  con il ruolo di Vittorio lo scoppiato affidato a Luca Marinelli, già protagonista di La solitudine dei numeri primi,mentre quello di Cesare che tenta di rigare dritto era di Alessandro Borghi, una solida carriera televisiva che non l’ha guastato, poi un giorno Caligari, che non poteva parlare tanto perché era tracheotomizzato (handicap che gli forniva il suo unico cespite, una pensione minima di invalidità) ha fatto un gesto con la mano. «Voleva dire inverti i ruoli. E porca miseria se aveva ragione». Di gesti ce sono stati tanti durante la lavorazione e uno il Buono non lo dimenticherà mai. «Il film era finito, mancava qualche aggiustamento e io stavo partendo per girare Fai bei sogni con Bellocchio. Sono andato a trovarlo, stava nel letto dove è morto, a casa della madre di 95 anni. Mentre mi alzavo per andare, mi ha salutato alzando il pollice come per dire tutto OK. Quando sono arrivato alla porta gli ho detto rifammelo e  me l’ha rifatto».
Il Ruvido che non si fidava tanto di nessuno si è affidato al Buono, che ha dato gli ultimi ritocchi all’eredità. E che mette le mani avanti: «Tutto il buono del film è suo, tutto il cattivo è di noi che siamo rimasti. Frank Capra non si lascerebbe sfuggire un dettaglio: nel dire queste cose, il Buono si commuove.

lunedì 22 giugno 2015

L’odore della notte – Claudio Caligari

ci sono film che assorbono la lezione del miglior cinema fatto in precedenza e che contengono quelli che verranno fatti nei successivi vent'anni.
Claudio Caligari con L'odore della notte riesce a fare questo miracolo, con una grande sceneggiatura, tirando fuori il meglio da attori che diventeranno famosi.
chi negli ultimi anni ha visto qualche film e qualche serie tv, di quelle che vanno tanto di moda, provi a guardare questo film, e vedrà che cosa abbiamo perduto con tutti i film non fatti di Claudio Caligari.
non privatevene - Ismaele





Sono gli anni di piombo, quelli in cui Caligari ambienta il film (traendo spunto da un romanzo di Dido Sacchettoni, Le notti di arancia meccanica), ma il vero nemico non è il brigatismo; è l’Italia del riflusso, in cui si agitano gli spettri del golpe Borghese e si vagheggia il compromesso storico. L’Italia che ha superato/sperperato l’illusorio boom e ricade nel vortice del conflitto sociale.
Non sono molti i film che hanno avuto il coraggio di tracciare un percorso possibile sulla lotta di classe in Italia, e sono ancora meno quelli che hanno scelto di farlo ragionando allo stesso tempo sulla macchina/cinema. L’odore della notteè un oggetto a se stante, fuori dal tempo (e incompreso al momento della sua presentazione ufficiale), che mescola il noir d’oltreoceano con lo scandaglio umano delle periferie che tracima ancora umori pasoliniani e zavattiniani e dà del tu ad altri grandi reietti del cinema italiano (il Nico D’Alessandria de L’imperatore di Roma, l’Alberto Grifi di Michele alla ricerca della felicità); Caligari fonde questi due elementi con una semplicità che ha del miracoloso, sostituendo l’enfasi epica che gronderà umori post-polar nei “romanzi criminali” del terzo millennio con uno straniamento mai anti-popolare. Agit-prop borgataro, L’odore della notte è onesto e preciso come lo sguardo di un regista che ha osato ciò che non poteva essere accettato: nell’Italia del miracolo italiano, nell’Italia post-ideologica in cui la falce e martello andava riposta in un cantuccio, cancellata dai manifesti elettorali, nell’Italia che ritrova il suo posto centrale in Europa, Caligari riporta lo sguardo a un passato recente senza edulcorarlo, né elevarlo a monolite storico inattaccabile…


Caligari ci ha lasciato con “Amore tossico” e poi con “L’Odore della notte” un cinema senza fronzoli, raccontando sempre storie interessanti di casi umani, baraccopoli, e di come si diventi attraverso questo tipo di vite ed esperienze. Nella sua opera non è mai difficile trovare forti critiche per l’atteggiamento italiano generale in quegli anni, per i partiti politici e la polizia inclusi. Non dimentichiamo, che “L’Odore della notte” è ambientato durante gli Anni di Piombo, quando i “criminali normali” furono spesso trascurati dalle forse dell’ordine rispetto all’azione terroristica e ai suoi colpi. Tuttavia, non si può anche fare a meno di pensare che la città di Roma e il suo lato più oscuro giochi sempre uno dei ruoli principali nel cinema di Caligari, e in fattispecie Ostia, così ben presente sia in “Amore tossico” che qui. Per salutare degnamente e come gli sarebbe piaciuto Caligari e il suo cinema, non c’è forse modo migliore di postare in fondo a questo scritto il notevole e al contempo esilarante cameo di Little Tony,costretto a cantare la sua hit “Cuore Matto” sotto la minaccia della 9 mm di Marco Giallini.


"L'odore della notte" - tratto dal libro-inchiesta di Dido Sacchettoni "Le notti di Arancia Meccanica" - racconta le azioni di una banda dell'entroterra criminale romano, guidata da un poliziotto di borgata in forze a Torino. Vite allo sbaraglio segnate non solo da un disperato bisogno, ma dal desiderio di guardare negli occhi e offendere con la rapina coloro che dalla vita hanno avuto il benessere, l'agiatezza, la felicità. La banda di Remo (un colossale Mastandrea) è composto da lupi che si battono la coda sulle costole magre, branco di borgata senza strategia, che nel furto vede un riscatto sociale più che una fonte di ricchezza. Eccellenza masnadiera, ma anche tragico limite di un gruppo di criminali improvvisati in un'Italia che vedeva riempire le pagine della cronaca nazionale da un selvaggio rigurgito di lotta armata.

Colmo di scene degne di culto, come quella che vede il compianto Litle Tony nei panni di se stesso, durante un drammatico colloquio con uno dei rapinatori che lo obbliga a cantare "Cuore matto" portando il tempo con la canna della pistola; oppure quella in cui Mastandrea, novello Travis di "Taxi Driver", abbatte il televisore fracassandolo al suolo.

Da riscoprire e riabilitare, senza indugio.

…“L’odore della notte”  (1998) è stato comunque riconosciuto come un gradito ritorno ad un tipo di cinema, chiamiamolo di genere, che in Italia ormai non si faceva più da tempo. Ecco, ci sono stati dei film a cui si è ispirato?
Di cinema italiano c’è ben poco. C’è dentro soprattutto Bresson. La casa di Remo Guerra (Valerio Mastrandrea) è costruita su quella di Pickpocket (1959) e di Le samouraï (1967) di Melville. Sono case che vedevo al cinema quando avevo vent’anni. Erano costruite in teatri di posa, ma all’epoca non lo capivo. Mentre, ad esempio, la casa che si vede in Taxi driver (1976) di Scorsese è vera. Bene, ho fatto un mix di tutte queste case e perciò automaticamente posso affermare che queste sono state le mie influenze. Per quanto riguarda Remo Guerra devo dire che ha qualcosa soprattutto di personaggi solitari come Alain Delon o Jean-Paul Belmondo.
In questo modo ci allontaniamo dal cinema dagli echi tarantiniani, quelli a cui spesso viene accostato il film……
Il tipo di violenza che si vede nel cinema di Tarantino, soprattutto nel film Le iene (1992), non mi interessa perché è una violenza che fa ridere, ma che fa anche paura. L’avevo pensata anch’io già negli anni Ottanta, ma non erano pronti i produttori. Ecco, Tarantino è stato abile nei tempi, su molti a mio parere. Quando proposi una sceneggiatura simile alle sue, molti non la capivano e io l’ho abbandonata. I film polizieschi italiani degli anni Settanta, invece, non li andavo a vedere perché la critica diceva che facevano schifo e anche a me quei pochi che ho visto mi sembrano scalcinati. Tarantino in realtà ha fatto tanti danni esaltando questi film. Preferisco, invece, il polar francese, soprattutto i film di Melville, o il primo Sautet (Asfalto che scotta). Oppure il cinema americano, Scorsese prima di tutti.
Nel volume “Storia del cinema”, Gianni Rondolino la colloca all’interno di una schiera di registi  da lui denominati “post-televisivi”. Ora, cosa risponderebbe?
Non rispondo mai. Nel libro “Italia odia – Il cinema poliziesco italiano” di Roberto Curti, però, c’è una lettura interessante suL’odore della notte. Intuisce che il film ha disturbato nel dire chi ha i soldi e chi non li ha, perché questo discorso è un tabù nel nostro Paese…



comincia così:

mercoledì 17 giugno 2015

Amore tossico - Claudio Caligari

Claudio Caligari non solo segue, ma fa un film vero con alcuni ragazzi e ragazze tossici (e attori).
ci si diverte anche, però di fondo è un film tragico, in un crescendo drammatico che non lascia scampo, tutto traballa e si sfascia a causa della droga, quei ragazzi così simpatici, sembra di conoscerli, almeno un po', vivono alla ricerca dei soldi e del buco in vena. 
Claudio Caligari racconta come è stato girato il film, le difficoltà con gli attori e quelle legali, e le vicissitudini al festival di Venezia e merita davvero ascoltare le sue parole - Ismaele







a metà strada tra il documentario distaccato, il ritratto fedele di un'epoca e un sottogruppo sociale e il piccolo dramma-denuncia. Il film interessa, avvince, diverte, intristisce e sciocca finché si lasciano i protagonisti liberi di esprimersi con il loro gergo, nel loro ambiente, alla ricerca della dose e senza una finalità precisa. Poi, quando il film prende forzatamente la piega del dramma, allora lo schema della naturalezza e della simpatia (intesa come filo empatico che lega lo spettatore all'opera) salta: quando si schizza il sangue sulla tela per fare un quadro di "vita", quando si muore ai piedi del monumento di Pasolini, quando si viene freddati dalla polizia come in Accattone (1961, sempre di Pasolini), allora alcune delle più note critiche a questo film colgono nel segno.

In quegli anni Ottanta un film come Amore tossico rappresentava una sorta di residuo, di scheggia resistente, in un orizzonte che si faceva ludico e ovattato e in cui il cinema cominciava a tendere verso l’edulcorato e il politicamente corretto. In tal senso il film di Caligari è uno squarcio nella tela, un urlo tra la spazzatura, una squallida morte ad Ostia davanti al monumento a Pasolini.
Raccontando la vita quotidiana di ragazzi ridiventati sottoproletari per potersi fare costantemente e ossessivamente di eroina, Caligari metteva in scena il radicale spostamento di prospettiva che si cominciava a percepire tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta: la droga come utopia annichilente, come l’interezza assoluta cui dedicare ogni momento della propria vita.
Particolarmente significativo è infatti l’inizio in medias res di Amore tossico, in cui il gruppo capitanato da Cesare – il protagonista del film – è impegnato nei pressi del lungomare di Ostia in una spasmodica ricerca prima del denaro necessario per acquistare delle dosi, poi dello spacciatore di turno, quindi degli ingredienti necessari per farsi, in un crescendo emotivo e nichilista che trova il suo compimento nell’atto stesso dell’iniezione. Con solidissima abilità di metteur en scène, Caligari appronta questo incipit lavorando in direzione del climax, così come un regista americano avrebbe fatto con un omicidio o una rapina in un gangster movie. Questo perché, a lato di un realismo e di una crudezza estremi, in Amore tossico non si perde mai di vista la giustezza della messa in scena, la perfetta e naturale costruzione dei movimenti di macchina, in particolare delle panoramiche, attraverso le quali Caligari fa muovere anche con eleganza i suoi personaggi…





mercoledì 27 maggio 2015

(Senza) Parole - Valerio Mastandrea ricorda Claudio Caligari

“Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film.” Se n’è uscito così, ad un semaforo rosso di Viale dell’Oceano Atlantico circa un anno fa. Stavamo andando insieme a parlare con un amico oncologo in ospedale. La risposta ce l’avevo pronta ma l’ho lasciato godere di questa sua epica attitudine alle frasi epiche che accompagneranno per sempre tutti quelli che lo hanno conosciuto. Ho aspettato il verde in un altrettanto epico silenzio (sono molti anni che era stato operato alle corde vocali). Ripartendo ho detto “C’è gente che ne ha fatti trenta ed è molto più stronza di te”. Il suono leggero della sua risata soffocata mi ha suggerito il suo darmi ragione, confermato dall’annuire ripetuto della sua testa grande. Di gente stronza Claudio se ne intendeva, ne ha conosciuta tanta, e tanta ne ha liquidata con quel metro di giudizio. Stronzo è una parola che detta da lui aveva un altro significato. Più potente. Più profondo. Il Nord “di lago” da cui proveniva deve avergli dato una dimensione molto particolare nello scegliere le parole e nella forza con cui scagliarle. E le parole che gli mancavano da parecchio tempo è sempre riuscito a fartele sentire anche se arrivavano scariche di suono. La grandezza di un uomo così viene anche da questo. Dal poter fare a meno delle armi convenzionali che servono per vivere la vita e dal continuare a battagliare con ogni mezzo  mosso solo dalla voglia di esserci e di fare della propria vita una vita. Il suo lavoro ne è l’esempio unico, assoluto. Non ha mai smesso di fare film Claudio. Ne ha girati tre ma ne ha scritti, fatti e visti almeno il triplo. Questo deve accadere ad un regista che vede sfumare i propri progetti per motivi enormi o a causa di persone piccolissime. Pensare, scrivere, vedere, riscrivere, ripensare, vedere ancora fino alla morte del progetto e , nonostante questo, continuare a vederlo finito, il proprio film. Così ha fatto anche lui. Noi che abbiamo avuto il privilegio di lavorarci questo lo sappiamo bene. Ogni film non fatto da Claudio, Claudio lo ha fatto eccome. Come ha fatto il suo terzo e ultimo. Con l’amore e la cattiveria che la malattia gli imponeva. Con la dolcezza di chi riconosce la magia del cinema e delle persone che lo fanno. Con la stronza intelligenza di chi urlava il diritto al cinema da conoscere e da poter fare. Con un winchester immaginario sotto l’impermeabile a ricordare che Ford e Sam Peckinpah erano li con lui anche se stavamo all’idroscalo di Fiumicino anzi, soprattutto per quello. Era pieno di roba e di gente Claudio. Il suo Martino in un angolo della testa. PPP sempre a portata di citazione. I suoi “ultimi” da raccontare, facendoli volare dal basso dei sondaggi sui quotidiani , all’alto del livello drammaturgico in un copione e poi sul set. Il suo cinema è stato e sarà sempre Politico. Non ha mai smesso di esserlo neanche quando non veniva materialmente realizzato. Bastava parlarne. Guardarlo mentre sceglieva il ritmo del respiro giusto per pronunciare la frase epica di turno. Ha sempre conosciuto i film che ha fatto. Li ha mangiati, bevuti, e vomitati prima di farli diventare un film. E’ stato forse l’ultimo intellettuale vecchie maniere. Con la capacità di sporcare la propria anima e la propria intelligenza del nucleo essenziale di quello che si apprestava a raccontare. Per Claudio “Ideologia” non è mai stata una brutta parola. Lo ha spinto a non fare mai un passo indietro e  gli ha permesso di difendere quello che faceva con una forza che non ho mai visto in vita mia. E gli ha consentito anche di lottare con il male  costringendolo ai supplementari più di una volta. Claudio ha perso ai rigori, che si sappia questo. E ai rigori non è mai una sconfitta reale. A tutti noi che lo abbiamo accompagnato nell’ultimo sogno realizzato è bastato questo. Onorarlo nel lavoro che più ha amato, maledicendo la sua ostinazione, ammirandone la tenacia, il coraggio e la passione. Ridendo alle sue battute crudeli. Commossi davanti alla sua commozione dell’aver iniziato e finito il suo nuovo e ultimo film. 
Ministero beni culturali. Interno giorno.
Claudio e Valerio sono seduti su due poltrone. Claudio ha con se la sua immancabile ventiquattrore. Valerio smanetta col telefono. Silenzio
Claudio- “se c’è un aldilà sono fottuto”
Valerio ride.

Buon viaggio amico nostro. Se c’è pellicola non sei fottuto per niente.


sabato 11 ottobre 2014

Caro Martino - Mastandrea scrive a Scorsese, per parlargli di Claudio Caligari

Caro Martino,

Ti scrivo per una ragione semplice. Tu ami profondamente il Cinema. In Italia c'è un Regista che ama il Cinema quanto te. Forse anche più di te. Certo non basta amarlo per farlo bene, il Cinema, ma questo signore prossimo ai 70 ha avuto poche opportunità per dimostrare il suo valore. Quando le ha avute, lo ha fatto. La sua filmografia fai presto a leggerla: Amore tossico, '83, L'odore della notte, ‘98. Ti scrivo perché, dopo tanti anni di “resistenza umana” alla vita, a questo mestiere e alle sue dinamiche, questo signore ha avuto il coraggio di scrivere un nuovo copione, e di provare a girare un nuovo film. Da circa due anni un gruppo di amici di cui faccio parte lo sta supportando muovendosi nei meandri delle istituzioni e delle produzioni grandi e piccole ottenendo piccoli risultati ma importanti. Attorno a questo film si è creata un'atmosfera molto rara. In tanti lo vogliono fare per rispetto di questo signore e del più alto senso del Cinema e di chi vive per il Cinema. Molte delle eccellenze del nostro settore, hanno espresso la volontà di lavorare gratuitamente o di entrare in partecipazione. Ora, se starai ancora leggendo, ti chiederai «allora perché non riuscite a metterlo in piedi?» La risposta a questa legittima domanda ti obbligherebbe a un'altra domanda: «Ma è così difficile fare i film in Italia?»” Questo è un altro discorso. Più lungo e più maledettamente ovvio, almeno per noi.
Caro Martino questa mia lettera è solo un tentativo che va ad aggiungersi alle centinaia che abbiamo fatto in questi due anni. Non riusciamo a raggiungere una cifra tale per mettere questo signore sul set: che è il suo luogo naturale. Ho pensato: questo signore parla e cita Martino come se fosse un suo compagno di scuola. Conosce il Cinema e soprattutto quello di Martino come lo avessero fatto assieme. A noi mancano tanti soldi per fare questo film. È piccolo ma ne mancano ancora tanti, anche per quel piccolo. Allora io chiedo a Martino di leggere il copione e di guardarsi Amore tossico. Spero che Martino lo faccia, si innamori del Cinema di questo signore e venga qui a conoscerlo, pronto a produrre il suo film insieme a noi che siamo la sua piccola banda che il Cinema lo ama e lo detesta forse per quanto lo ama. Spero che Martino non si offenda per come lo chiamo ma è questo signore che lo chiama sempre così. Ecco, questo ho pensato e questo spero. E anche se questa lettera sarà tradotta e con la traduzione forse si perderà la commozione con cui è stata scritta, sarà stato un altro tentativo a cui ne seguiranno altri magari ancora più folli. Perché il Cinema di questo signore, Claudio Caligari, merita più di quanto è stato fino a oggi. E perché lo ripeto, quanto lo ama Claudio, il Cinema, forse neanche tu, Martino. A nome della Crew diNon essere Cattivo ti ringrazio per l'attenzione.
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