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sabato 29 giugno 2024

Hit man - Richard Linklater

il film ha una sceneggiatura che è un crescendo lungo tutto il film, sviluppandosi in direzioni che non sempre ti aspetti (meno male!).

il prof Gary si trasforma in Ron, per arrotondare e per provare a cambiare vita.

il suo compito è quello di evitare omicidi su commissione, arrestando in anticipo il mandante. 

fino a un incontro che cambia la vita (ah l'amour l'amour...), Ron incontra Madison, è intesa a prima vista, in fondo vogliono le stesse cose, anche se non sempre in modo legale.

attori tutti bravissimi, come il regista, d'altronde.

un film che non delude, promesso.

buona (innamorata) visione - Ismaele



 

…Hit Man è un film scritto benissimo, con dialoghi taglienti e cadenzati al secondo, perché basterebbe infilare una battuta al momento sbagliato per far crollare il tutto. E non succede. Ed è un lavoro che riflette sul concetto di identità. Di chi si è veramente, motivo che investe anche le caratteristiche del film stesso, (volutamente) impossibile da inquadrare o classificare. Senza spoilerare nulla, perché sarebbe un delitto in piena regola, visto che questo è proprio il genere di film che non si gusta se si dovesse sapere mezza cosa in anticipo, possiamo limitarci ad arguire insieme che se un individuo, un placido docente universitario, considerato un mezzo sfigato dai suoi stessi studenti, improvvisamente si ritrova per i giochi del caso e della necessità a dover incarnare un killer freddo e spietato con il compito di incastrare i committenti, potrebbe, immagino, subire qualche sconquasso a livello personale, che nella narrazione si traduce nei misunderstanding che da sempre caratterizzano la commedia dai Menecmi di Plauto in avanti (anche se Plauto suppongo non li chiamasse misunderstanding. Forse). Per farvi capire, qua sotto vedete come il professore scende dal furgone che funge da centrale operativa per iniziare la sua carriera di credibile sicario. Ecco, nella distanza che intercorre tra Gary lo sfigato e Ron il superfigo, contemplando nella stessa distanza le conseguenze che si generano, sta tutto il film….

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Commedia degli omicidi, con una sceneggiatura da applausi, il film mette in scena il denominatore comune che esiste tra l'arte dell'esistenza e quella dello spettacolo, per il tramite di un Laurence Olivier del lavoro sotto copertura. Il risultato è un susseguirsi teso e divertente di colpi di scena e di duetti e triangoli eccellenti; una farsa degli equivoci solcata da una vena più scomoda e dark, che scorre ai confini estremi della morale e dell'educazione delle giovani menti.

Un film che appare leggero, ma, di nuovo, è solo un travestimento. Ci vuole un'esecuzione perfetta, infatti, per mascherare con naturalezza un'architettura complessa.

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Tra voice-over d'ordinanza e spezzoni di film cult - viene addirittura citato un cult nipponico per eccellenza come La farfalla sul mirino (1967) - il gioco di Richard Linklater è un divertissement di gran classe, aggiornamento farsesco di una vicenda realmente accaduta, qui traslitterata ad un intrattenimento sì a prova di grande pubblico ma ben più sagace della media. La love-story tra un finto sicario che agisce sotto-copertura per incastrare i mandanti di omicidi che devono ancora avvenire e una donna che intende assassinare il marito non nasce certamente sotto i migliori auspici, ma si evolve su linee inaspettate e sorprendenti, pronta sempre a spiazzare il pubblico. Una commedia romantica venata di action e di tensione, popolata da battute irresistibili e da gag frizzanti, dominata dall'alchimia che lega indissolubilmente i personaggi di Glen Powell e Adria Arjona.

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…Quintessenzialmente indie e gioiosamente inattuale, leggero e mai frivolo, Hit Man scavalca il biopic per svincolare la storia dal dato biografico: come Gary, il film passa dal divertimento della commedia al ritmo dell’action, adotta il côte romantico e attraversa il thriller con il sottofondo noir a ricordarci il contesto, sconfina nell’umorismo meno accomodante e non rinuncia a momenti malinconici. Non si tratta di un gioco intellettuale in cui la struttura rispecchia il personaggio, ma di un film clamoroso, sostenuto da una sceneggiatura magistrale per la perfetta costruzione narrativa e l’irresistibile precisione dei dialoghi (Billy Wilder ne sarebbe stato compiaciuto), scritta da Linklater con Glen Powell.

Attore – anche produttore, uno e trino – già nel giro del regista – sono entrambi texani – dai tempi di un film sottovalutato e magnifico come Tutti vogliono qualcosa!! che qui è francamente memorabile, credibile in ogni travestimento (compreso quello nerd: mica è facile per un sex symbol essere attendibile come sfigatello senza ricorrere a trucchi e magheggi), completamente consapevole del ruolo cucitogli addosso e anche dell’importanza di un film del genere nella sua carriera. È un po’ la prova definitiva del suo star power: cronologicamente è successivo a Top Gun: Maverick, ma per motivi di distribuzione arriva dopo l’imprevisto successo di Tutti tranne te che l’ha reso un reuccio della commedia commerciale capace di rinverdire il parterre hollywoodiano (è un momento decisivo per il settore, vedasi le ascese dei millennials Timothée Chalamet, Zendaya, Jeremy Allen White e Sydney Sweeney). Powell guida un cast intonatissimo, in cui si distinguono l’ammaliante Adria Arjona, la stand-up comedian Retta e Austin Amelio come poliziotto fuori di testa. Nel cinema degli Stati Uniti, Linklater conferma una doppia appartenenza: quella allo stato del Texas e quella allo stato di grazia.

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…Al formidabile duo Linklater-Powell andrebbe aggiunta anche la portoricana Adria Arjona, sensualissima e “pazza” nei panni di Madison. L’intesa tra i due è perfetta, attraversa tutte le sfumature possibili di una relazione a due (l’ironia, il sesso, l’idealizzazione, la bugia, l’omicidio) e raggiunge il culmine nella grandissima scena in cui Gary e Madison sono spiati dalla polizia e devono allestire un dialogo fasullo mentre le informazioni “vere” passano attraverso messaggi scritti sullo smartphone. Hit Man. Killer per caso procede spassoso, seguendo il ritmo e le variazioni di una partitura jazz. Ma in filigrana Linklater riflette sul concetto di identità, immaginazione, desiderio, mandando qua e là stilettate all’endemica violenza della società americana e al fallimento di ogni classificazione sociale e comportamentale. C’è dentro anche una riflessione sull’immaginario pop e cinematografico sulla figura del sicario. “I sicari non esistono, la gente ci crede perché li ha visti nella fiction” racconta il protagonista agli spettatori, dando il via a un continuo rimando di maschere e perversioni tutto consumato in una dimensione di finzione. Ecco. Se c’è un film straordinariamente lucido sulla reinvenzione della morale e sulle trasformazioni emotive, sentimentali e culturali degli esseri umani è questo.

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domenica 23 giugno 2024

El Paraíso - Enrico Maria Artale

in una Roma che non è quella di Sorrentino, in una storia di droga che non è quella di Gomorra, in una Colombia che non è quella di Pablo Escobar, è ambientato il film di Enrico Maria Artale.

è una storia d'amore figlio-madre, dove Julio Cesar (Edoardo Pesce) si fa carico della madre, entrambi sono iperdipendenti, ma non dalla droga.

vivono ancora insieme, di sostengono a vicenda, di mestiere fanno gli spacciatori, il loro rapporto dura oltre la morte (di lei).

Edoardo fa il primo viaggio della sua vita, va in Colombia, per restituire al suo paese le ceneri della madre, che arriva, pare, da un villaggio che si chiama El Paraíso (lo stesso nome della loro barchetta).

e  Julio Cesar parte...

un film con una tristezza di fondo, film d'amore e di disperazione, senza effetti speciali, tranne uno, che scoprirete.

visibile in pochissime sale, una caccia al tesoro, insomma.

buona (paradisiaca) visione - Ismaele


 

 

Julio Cesar (Edoardo Pesce), vive con la madre tossicodipendente (Margarita Rosa de Francisco) nella periferia balneare di Roma. Insieme, i due lavorano per un spacciatore locale, occupandosi di recuperare i muli arrivati dalla Colombia. La relazione tra i due viene travolta dall’arrivo di Ines (Maria del Rosario) che spinge Julio a farsi domande sulla sua relazione con la madre e le sue aspirazioni di vita.

 

El Paraiso ci fa navigare tra le correnti della relazione umana più primitiva, il legame tra mamma e figlio, offrendo una finestra su un mondo dove questo legame diventa tossico: tossico in quanto marcato dall’abuso di sostanze, ma anche tossico nell'incapacità di un figlio a mollare ed emanciparsi dalla madre. 

D’altronde, l’involuzione della relazione con la madre lancia Julio in un percorso di ricerca delle proprie origini, che lo porta a viaggiare e scoprire nuove facette della sua persona, rendendo il personaggio ancora più identificabile per il pubblico.

 

Insomma, un racconto potente di relazioni umani tra madre e figlio, un'intensità leggera che coinvolge ognuno di noi a tratti. Una performance stellare di Edoardo Pesce complimentata da una bella alchimia con Margarita Rosa de Francisco. Il tutto implementato da una cinematografia colorata, visivamente molto piacevole e da una musica trascendente che ci trasporta nell’atmosfera calda dei bar salsa di Cali.

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A conti fatti, per il coraggio e l’intelligenza della proposta, El Paraíso meritava senza dubbio di uscire in sala, certo non a nove (nove) mesi dal passaggio con premi a Venezia 2023. Il premio serve, per la visibilità e per lanciare (o consolidare) una carriera; vanificarne i benefici, non è il massimo. Con il massimo rispetto per le strategie produttive e distributive – perché c’è chi fa il cinema e chi ne scrive e basta e bisogna conoscere la differenza – e con l’augurio che il tour promozionale in sala di regista e cast aiuti il film a trovare il suo pubblico – si dice così – El Paraíso meritava una possibilità diversa. Spetta alle sale smentire la fosca previsione.

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El Paraiso è un film pregno di sentimento sofferto e la musica e il completamento naturale della messa in scena, da potenza e fisicità alle immagini. El Paraiso è il nome di una piccola imbarcazione, che madre e figlio usano per le loro scorribande marine. Un film non solo tragico, ma anche molto intimo e teneramente delicato, un ritmo lento, ma funzionale alla storia. Comincia con un ballo e finisce con un altro ballo in capo al mondo a Cali in Colombia. Questo è un piccolo grande film poetico ed alla fine un caloroso applauso spontaneo della sala sancisce il successo popolare della pellicola, ottimo cinema che magicamente unisce dei perfetti sconosciuti nel giusto tributo al film, ai magnifici interpreti ed alla regia. Interpreti e personaggi Edoardo Pesce: Julio Cesar Margarita Rosa de Francisco: madre di Julio Cesar Maria Del Rosario Barreto Escobar: Ines Gabriel Montesi: Lucio.

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sabato 22 giugno 2024

L’Arte Della Gioia - Valeria Golino

La serie di Valeria Golino, tratta dal libro di Goliarda Sapienza, appare in anteprima, in due parti, al cinema.

Attrici bravissime e convincenti, svetta Tecla Insolia, protagonista della storia, Modesta è sempre al centro delle vicende che la riguardano, amata da tutti.

Pochi siamo andati al cinema, per dirvi di non perdervi la serie, quando apparirà in tv.

Un film (serie tv) che merita moltissimo.

Buona (gioiosa) visione - Ismaele 


ps: Modesta bambina si assomiglia ad Adriana, se vi ricordate L'Arminuta, simpatica e furba.


 

 

l'abilità della regista sta soprattutto nell'indirizzare le performance di un cast di attori eccezionale, potenziando al massimo l'ambiguità di Jasmine Trinca nei panni della badessa Eleonora e la petulanza dittatoriale di una monumentale Valeria Bruni Tedeschi nel personaggio della principessa Brandiforti. Fanno loro corona molti ruoli maschili memorabili (in questa storia che ha le donne al centro), soprattutto il giardiniere del convento (Giovanni Calcagno) e l'irresistibile gabellotto (Guido Caprino). Il migliore è Lollo Franco nel ruolo tragicomico del maggiordomo Antonio. E fra le interpreti femminili sono molto efficaci Alma Noce (Beatrice) e Alessia Debandi (Ilaria). I dialoghi non sono mai frasi ad effetto o gesta eclatanti e la regia non indugia, non sottolinea, sceglie di "buttare via" quelle che in uno sceneggiato tradizionale diventerebbero scene madri.

La Modesta di Golino è una ragazza selvaggia che si muove a quattro zampe e legge Baudelaire, una creatura vorace di conoscenza e di piacere, non vuole Dio ma la vita, ama sapere e sedurre, e fa fiorire chiunque incontra per poi abbandonare ognuno al suo destino, qualora diverga dal proprio. È un personaggio intimamente letterario che rimanda a Jane Eyre come a Barbablù, e che Golino rende accessibile al grande pubblico, senza inutili vezzi intellettuali.

Modesta è un vettore di libertà, Maudit ma mai autodistruttiva, concentrata come una freccia sulla realizzazione di sé a dispetto delle sue circostanze, anzi, facendole fruttare tutte, come in un fuiletton vecchio stile: è Angelica la marchesa degli angeli senza pretese di virtù; è una Giovanna d'Arco che invece di ardere sul rogo brucia tutto quello che si frappone fra lei e il suo futuro luminoso - tanto è il mondo stesso ad essere in fiamme. E sa mantenere anche una misura di carità, in un universo pieno di disabilità fisiche ed emotive che per lei non sono mai una scusa, ma possono essere un'opportunità di emancipazione. Ed è ipermoderna nella concezione dell'amore, quando dice che "si può amare un uomo, una donna, un cavallo".

Se della scrittura di Sapienza non ha l'anarchica sgrammaticatura o l'invenzione linguistica, Golino ne rivendica le ombre che ci vengono dietro e le infinite rifrazioni, scompone e ricompone per immagini ciò che in letteratura resta disarticolato, e si concede piccoli passi nel delirio solo nei riflessi, nelle inquadrature da finestre e finestrini (memorabile quella del giardiniere mentre Modesta si allontana dal convento), dietro a tende avvolgenti.

L'arte della gioia è una fiaba iniziatica dominata da più di una strega, ed è anche il resoconto di un secolo (Modesta nasce il primo giorno del '900) pieno di contraddizioni e di scoperte. Golino, come Modesta, unisce l'utile e il dilettevole, facendo della sua volontà di regista il prodotto del suo desiderio di autrice. E l'ironia della regista-sceneggiatrice, come la risata di Modesta, è il loro gesto di suprema rivendicazione femminile.

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In questo continuo chiaroscuro che determina in maniera lampante anche il percorso del personaggio centrale, ruolo di affascinante ambiguità che Tecla Insolia sa governare con sorprendente equilibrio, si fa preponderante il ricorso ai flashback (alcuni episodi decisivi della sua infanzia, come la violenza subita dal padre, la morte della capra, il primo approccio con l’amichetto Tuzzu, etc., arrivano in altrettanti momenti cruciali della sua seconda vita) e assume sempre più importanza l’insistito ma mai banalizzato riferimento all’ombra che, in più di un’occasione, accompagna l’incedere di Modesta (insieme a quella carrellata evocativa nel campo bordo strada dove, di volta in volta, si aggiungono i morti che la ragazza si lascia dietro di sé), che in quell’incendio iniziale perde la madre e la sorella maggiore, disabile, solamente le prime due di una lunga serie. 

Sicuramente audace nel saper restituire quel tumulto d’emancipazione che animava le pagine del libro, la serie – cosa peraltro mai nascosta dalla Golino anche durante la lavorazione – non vuole farsi trasposizione “fedele” per quello che riguarda l’intera dinamica di fatti e/o situazioni, piuttosto incarnare del romanzo la mutevolezza e lo squilibrio che ne caratterizzava l’indole, così sfumata, irregolare e anche per questo difficilmente collocabile in “un” genere…

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Stupendo: un film dal valore estetico e umano meraviglioso, quella firmato Valeria Golino e Gelormini. Il plauso cresce ancor di più se si pensa che si tratta di un prodotto concepito per la tv-  giustamente, vista l’estensione. Eppure anche al cinema l’impressione è augusta. Ho visto il film al cinema, nelle due puntate lunghe, ma mai noiose, da due ore e mezza l’una.

Come sempre, la Sicilia si conferma regina, italiana e forse mondiale, per l’immaginario estetico che offre: tanto sociale e psicologico, quanto artistico e paesaggistico.

Profondissimo lo scavo psicologico, autentico e sconcertante per quanto la realtà possa essere terribile. Infatti un’opera d’arte non ha bisogno, qui come purtroppo in tanti altri casi, di chissà quale creatività nell’inventare trame, se parla del possibile e reale ruolo del dolore morale.

Il gabelliere amante è il padre che la violentò. Ippolito è la sorella: entrambi, accomunati dalla disabilità, rivelano la splendida sensibilità umana della protagonista Modesta – dimostrata anche dalla rinascita del disabile Ippolito (una volta morta la sua terribile madre) che può vivere normalmente grazie a Modesta, capace di compiere un miracolo umano ed educativo, al netto della terribile e opportunista seduzione operata sul minorato mentale. La nobile è la madre, arrogante. La coazione a ripetere guida la protagonista…

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lunedì 17 giugno 2024

Anna - Marco Amenta

Una storia comune, all'assalto della terra e della vita ci sono i soliti estrattivisti/(nuovi) colonialisti, rubano tutto quello che si può rubare, le leggi spesso le scrivono loro, di sicuro non vengono scritte contro di loro.

Loro sono le mafie e i fondi che investono miliardi di miliardi, con un solo obiettivo, il tasso di profitto, a qualunque costo.

E poi ci sono gli espropriati, soli, abbandonati, che cercano di resistere, a volte finiscono ammazzati, sopratutto a sud degli Usa, da noi ci sono i soldi, e i sicari del Capitale.

Anna è una donna che resiste, con tutte le difficoltà da affrontare, perché donna e perché sola.

La ragnatela che la deve umiliare ed espropriare sta per chiudersi, ma Anna non ci sta, un piccolo avvocato prova ad aiutarla.

il film non è perfetto, come tanti, ma riesce a farsi ricordare e a farci solidarizzare con Anna.

il film è solo in una ventina di sale, se le trovate :(

buona (resistente) visione - Ismaele


ps: 1 - questi mesi in Sardegna c'è l'assalto delle pale eoliche, una storia di rapina e distruzione di suolo e paesaggio. Dietro ci sono le mafie e i fondi che investono miliardi di miliardi, con un solo obiettivo, il tasso di profitto, a qualunque costo.

2 - qualche mese fa As bestas, un grande film spagnolo, raccontava una storia non troppo diversa, sui rapporti in una comunità dopo che intervengono i soliti estrattivisti/(nuovi) colonialisti.


 

 

È un film drammatico dal respiro ampio di utopia, questo Anna, che incanta, conquista e convince, facendosi perdonare picchi di eccessivo pathos (su tutte, la rabbia legittima della protagonista esplode in troppe scene madri, più misura avrebbe giovato). Una storia di resistenza contro il potere, insieme capitalistico e maschilista, che solo una donna è in grado di combattere.

La performance di Rose Aste, scelta dopo numerosi provini, è generosa e la regia è ben attenta a riprenderne ed esaltarne la bellezza della vita che si è scelta, a stretto contatto con la sua terra, il suo mare e i suoi animali. Un contatto simbiotico, ancestrale, che nessuna multinazionale potrebbe mai comprare.

Funziona la scelta di mantenere il dialetto sardo nella prevalenza dei dialoghi, per dare un'ulteriore spessore di autenticità al racconto. Racconto scritto dallo stesso regista, insieme ad Anna Mittone e Niccolò Stazzi, che si fa al contempo denuncia implicita dell'industrializzazione pesante, dell'allodola del turismo di lusso come ricatto occupazionale, del capitalismo spregiudicato che compra l'anima dei luoghi e spesso di chi vi abita da sempre…

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in quella presa di posizione, resa da Amenta nella forme di una battaglia postmoderna degna dei biblici Davide e Golia, intrisa di poesia e dolore nelle sue immagini ruvide, senza filtri, stringenti e camera a mano, non c’è solo il controllo della terra, la dicotomia tradizione-innovazione e la modernità che avanza contro il tempo che si ferma, c’è il difendere i propri ideali, il lottare per ciò per cui si crede al prezzo (caro) di sangue, sudore e urla, lo spingersi fino al limite ultimo umano e possibile e il non lasciare che in nessun modo alcuno, la propria anima possa essere sporcata – corrotta – dall’agire cieco e vile.

Ma soprattutto c’è la storia e con essa il rispetto di vincoli figli di un altro tempo storico, fatti solo di onore, fotografie e strette di mano. Un’opera, Anna, che come solo il grande cinema sa fare, trasla il particolare della propria, piccola, narrazione, all’universalità della vita e del mondo, scaldando il cuore degli spettatori. Una lezione di vita, un monito per tempi altri: un’esperienza cinematografica da non perdere!

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L'intrigue s'inscrit à la croisée des chemins entre une mise en scène néoréaliste à saisir les enjeux sociopolitiques contemporains et la force combative d'une femme seule contre une organisation mondiale néocoloniale délétère, entre le cinéma de Roberto Rossellini et celui de Ken Loach. Si l'intrigue n'a rien de révolutionnaire et l'on devine très vite le dénouement attendu, la singularité du film repose sur la singularité du personnage féminin aussi rude que sauvage pour affirmer une énergie qui repousse l'étiquette de la femme victime. L'actrice Rose Aste dans l'un de ses premiers rôles conséquents dans un film au cinéma est particulièrement convaincante à partager les enjeux de ses luttes sans jamais pour autant tomber dans les facilités psychologiques…

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In Anna, la fascinazione nei confronti della protagonista è totalizzante. Rose Aste è costantemente al centro della scena. L'obiettivo le si incolla addosso e la segue mentre, scatenata e sensuale, balla in discoteca, si apparta con uno sconosciuto o governa le sue capre. Tra grida rabbiose e ostinati silenzi, il ritratto di una donna fuori dai canoni, in lotta per affermare se stessa contro tutto e tutti, ha la meglio sugli altri ingredienti. Di conseguenza, il film è costruito a sua immagine e somiglianza, con una fotografia chiaroscurale e una macchina da presa che si muove costantemente nel tentativo di catturare ogni frammento del suo oggetto del desiderio attraverso lunghi e scarmigliati piani sequenza. L'assenza di colonna sonora extradiegetica ribadisce il tentativo di creare un ritratto in purezza, liberandosi di orpelli e costrutti per arrivare a sbirciare l'anima di Anna. Il tutto anche a costo di sacrificare la sceneggiatura mettendone in luce, a tratti, i limiti.

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lunedì 20 maggio 2024

Niente da perdere - Delphine Deloget

Sylvie, dopo tanto combattere, si trova nella condizione di non avere niente da perdere, così finisce il film, prima Sylvie, e Jean-Jacques, cercano in tutti i modi di riportare a casa Sofiane.

è difficile crescere da sola due figli, solo le madri lo sanno, gli altri possono provare ad intuirlo, ma non è lo stesso.

Virginie Efira è perfetta nella sua parte, e nessuno degli attori sfigura, tutti sono bravi.

un film da non perdere, in poche sale, purtroppo.

buona visione - Ismaele




 

 

Niente da Perdere pone il dilemma di cosa sia più importante tra il benessere del bambino, visto attraverso gli occhi asettici di assistenti sociali che sembrano creature senza cuore e senza scrupoli, e il legame affettivo indissolubile di una madre, a prescindere dalla situazione economica in cui si trova. E alla fine non è difficile empatizzare con la protagonista e tifare per chi, in questi casi, le regole non le vuole seguire.

La Deloget debutta con un bel dramma sociale con buon ritmo e profondità. La dolcezza e la spigolosità della protagonista ci fanno chiedere come ci si debba comportare in una situazione del genere senza impazzire. Insomma, un salto in una realtà decisamente fumosa come, purtroppo, è spesso quella della rigidità delle istituzioni con cui sembra impossibile poter avere la meglio.

Niente a Perdere è l’ennesimo film francese che non delude. Magari un po’ lungo nella descrizione dei dettagli di momenti che un regista più smaliziato avrebbe saltato, e forse un po’ ridondante nella cronologia degli eventi. Ma comunque una bella pellicola che non fa rimpiangere le due ore passate in sala. Da vedere.

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Costretta a dimostrare di non essere la madre assente e incapace di badare ai suoi figli in cui purtroppo viene incasellata, con Niente da perdere la protagonista affronta una discesa dove, alla fine, c’è solo un vicolo cieco. Ma un genitore può scavalcare ogni cosa.

Virginie Efira è meravigliosa in questo. Sa perfettamente come calibrare le emozioni, sa quando mantenere la calma per dimostrarsi integerrima e quando invece si può lasciare ai sentimenti di prendere in mano la situazione – dalla rabbia all’angoscia, dallo sconforto, fin anche all’esasperazione.

È una donna reale la sua Sylvie, non sembra mai di star guardando un personaggio, ma una persona che riesce ad affrontare le problematicità che, pur senza motivo, le si sono innalzate davanti. Perché si è trattato soltanto di un incidente. Un piccolo, per nulla determinate, incidente.

Sapendo mantenere lontano un pietismo che avrebbe rischiato di sovraccaricare la drammaticità, articolato con una penna attenta e una narrativa asciutta (alla sceneggiatura anche Olivier Demangel e Camille Fontaine), Niente da perdere non scade mai nel vittimismo e fa combattere lo spettatore accanto alla protagonista. Mostra come tutti possano avere le proprie buone ragioni, anche quando ci si ritrova su di un binario del tutto sbagliato – persone o istituzioni. E che, spesso, non resta che a noi raddrizzarlo.

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…Delphine Deloget, qui al suo lungometraggio d’esordio alla regia, è molto precisa nel creare il ritratto di una madre felice di quello che ha, dignitosa nonostante le difficoltà della vita, che ottiene i favori del pubblico senza risultare subliminalmente pietosa. Ad indossarne i panni è una strepitosa Virginie Efira, che conferma (qualora ce ne fosse ancora bisogno) di essere una delle più interessanti attrici del panorama francese contemporaneo. Con il procedere del film e quindi della battaglia di Sylvie contro le istituzioni, questa compie dei gesti incauti, considerati inaccettabili dalla società che la osserva. Lo spettatore è chiamato quindi ad interrogarsi sulla natura del personaggio: si tratta di gesti soliti per la protagonista e che quindi in qualche modo giustificano ciò che le sta capitando, oppure sono reazioni indotte dal sistema contro il quale sta lottando? Quanto quindi c’è di naturale nel comportamento di Sylvie, o – ecco il meccanismo kafkiano – è la società ad imporle di accettare una condizione paradossale e ad assegnarle un ruolo a cui non può sottrarsi?...

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Qui mieux que Virginie Efira au jeu mâtiné d’émotion et de burlesque pouvait se glisser dans la peau de cette lionne désemparée et créer une telle connivence ? Pourtant, la palme du personnage le plus surprenant pourrait bien revenir à India Hair. En choisissant une comédienne à la fragilité et à la douceur naturelles, Delphine Deloget, tordant le cou à tout risque de caricature, transforme cette fonctionnaire immédiatement insupportable et sûre de son bon droit en un être humain capable de doute et surtout d’un frémissement de compassion que sa fonction n’aurait pas laissé supposer. Enfin, pour rendre vivante et solidaire cette histoire d’une famille luttant contre l’adversité, il fallait bien quelques comédiens ingénieux. C’est ainsi que l’on retrouve Arieh Worthalter dont a pu récemment apprécier l’immensité du talent grâce au Procès Goldman ou encore Félix Lefebvre (vu dans Eté 85 et Mon crime de François Ozon), parfaitement investi dans son rôle de grand frère, victime collatérale de tout ce grand chambardement, sans oublier l’époustouflant Alexis Tometi dans le rôle de l’enfant sacrifié…

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lunedì 13 maggio 2024

La Passion de Dodin Bouffant (Il gusto delle cose) - Tran Anh Hung

sembra che i personaggi della storia escano dalla poesia I giusti, di Jorge Luis Borges.

Eugénie (Juliette Binoche) e Dodin (Benoît Magimel) passano la vita cucinando pietanze che siano perfette, o quasi.

in un mondo nel quale la rivoluzione industriale non ha toccato la cucina, ed è possibile vivere cucinando per se stessi e per delle persone che sostengono quel tipo di produzione.

un cuoco e la sua assistente, ormai indistinguibili, sono una squadra unica e perfetta, aiutati da due ragazze, Violette e Pauline, che amano il lavoro e sono trattate alla pari.

c'è naturalmente anche una storia d'amore d'altri tempi, e alla fine un piatto che ridà energia vitale a Dodin e Pauline.

all'uscita della sala speri che qualcuno abbia pensato a un piccolo buffet speciale per gli spettatori, ma niente :(

un film non adatto per chi è a dieta.

buona (appetitosa) visione - Ismaele



…Torniamo però alla passione. Quella di Dodin Bouffant (Benoît Magimel) è la stessa di Eugénie (Juliette Binoche). Si chiama, più di tutto, devozione. È il rispetto per la perfezione. La fedeltà a una relazione. Il culto dell’equilibrio. Un rapporto a due, quello tra Dodin e Eugénie, sul finire del XIX secolo, che non c’entra niente con la coppia. Il loro è un vincolo che trova ragione nella dedizione non al cibo, non alla ricetta ideale, e neppure, banalmente, al gusto: entrambi sono cuochi, vivono insieme, sono insieme (ma in camere separate), e ciò che li accomuna, che li lega in modo esclusivo, è la riverenza per la generosità. Un affetto dedicato tutto all’altro, e mai a sé (ovverosia alla gratificazione di e del sé). Tra Dodin e Eugénie esiste una passione che si chiama riguardo. La cucina è uno spazio sentimentale. Il cibo è una grammatica amorosa. Un lemma. Dodin e Eugénie parlano la stessa lingua. Per questo motivo sono uniti. Inseparabili. Nessuna differenza di classe, di sesso: è una considerazione spaziale che li salda. Un rapporto, dunque, basato sul confine inteso quale privato sacrale…

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   La vicenda, di fatto semplice e sviscerata con grande trasporto, è narrata ed esplicitata sullo schermo con la grande eleganza di riprese che spaziano arditamente per l'ambiente della cucina tra le pietanze in preparazione ed introducono lo spettatore lungo un percorso culinario che appare davvero coinvolgente e si amalgama perfettamente alla storia di vita, amore e purtroppo morte che stanno alla base della storia di coppia che coinvolge i due.

Un'altra scelta azzeccatissima risulta quella dei protagonisti, che trovano in un delicatamente ostinato e romantico Benoit Magimel, e nella segretamente sofferente, ma non meno determinata e sicura di sé Juliette Binoche, due eccellenti espressioni di un complesso legame tra arte culinaria e sentimento amoroso in grado di tradursi allo spettatore con tutte le sfaccettature di un sentimento che appare non meno genuino e rigoroso dei piatti che stanno alla base delle creazioni dei due eccellenti cuochi.

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…Ma se qualcuno pensa che siamo di fronte ad una specie di concorso culinario ante litteram del finire dell'ottocento, sbaglia di grosso: qui non c'è gara, non c'è competizione, c'è solo il piacere di condividere la tavola, l'ambizione di saper comunicare con il cibo, la pretesa metafisica di esser a tavola pur non essendoci, come dice Eugenie agli ospiti che lamentano la sua assenza dal desco.

Scene come quella iniziale costituiscono un po' l'impalcatura del film all'interno del quale però cresce questa storia di amore e di rispetto, di stima e di fiducia che è il vero centro pulsante dell'opera di Tran.

E se in qualche momento del film può sembrare che il ritmo cada, che la storia sembri perdere potenza, che liberata dallo sfarzo culinario la storia abbia poco da offrire, nel suo complesso però La Passion de Dodin Bouffant è un'opera di pregio, in cui una regia elegante, quasi sontuosa, sostiene bene una storia che fondamentalmente cerca di trovare quel legame tra cibo ed amore che in tante altre situazioni abbiamo visto sul grande schermo; inoltre il riformarsi della coppia Binoche-Magimel dopo 24 anni dalla loro ultima collaborazione artistica ( e galeotto fu il film...) regala uno sprint indiscutibile al film: Juliette Binoche è semplicemente insuperabile, credibilissima nel suo ruolo e Benoit Magimel ben interpreta la passione del protagonista per il cibo e attraverso esso per la sua amata.

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Penseresti che Dodin Bouffant sia un cuoco e che abbia un ristorante, invece no è solo  decisamente molto ricco e passa la sua vita ad organizzare pranzi e cene con un cenacolo di intenditori come lui. Ogni sorso di un vino pregiato racconta loro una storia meglio di un buon libro, ogni boccone di cibo li rapisce e li porta lontano. Principale artefice di tutto questo ben di Dio è Eugénie, la sempre intensa Juliette Binoche che già si era prestata con delicatezza al più commerciale Chocolat.

Da molti anni è non solo la cuoca ma anche l'amante del padrone di casa e non ha nessuna intenzione di rinunciare alla sua libertà, finché una cena memorabile preparata solo per lei da Dodin Bouffant in persona non la convincerà a sposarlo. Ma Il gusto delle cose è un film di altri tempi, in cui sguardi e non detti sovrastano i pochi dialoghi, facendoci riassaporare un'epoca in cui l'acqua si prendeva alla fonte e non esisteva Instagram...

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...Tran Anh Hung riesce a disegnare un affascinante ritratto d’epoca, lavorando, quasi senza farsene accorgere, tutto un immaginario da fine ‘800, legato alla letteratura, alla pittura, all’innovazione tecnologica (le antenne di zinco che stimolano elettricamente la crescita degli ortaggi…). Con un movimento continuo apre gli spazi della cucina, vero fulcro di tutto il film, e della casa di Dodin, in un passaggio fluido da un piano all’altro. E poi si affaccia all’esterno, alle dolcezze della campagna, colta con una sensibilità alla luce quasi impressionista. Trova un ritmo discreto grazie a Juliette Binoche e un Benoît Magimel di metodo e passione e riesce così ad accarezzare i personaggi, a raccontarne in punta di piedi sentimenti e relazioni. E il dramma, che getta un’ombra profondamente malinconica su questa specie di paradiso gastronomico, non assume mai la dimensione di una tragedia. Fa parte delle cose, come lo scorrere delle stagioni, come il ritmo della terra, la rugiada che si dissolve al calore del sole e le foglie morte. Alla fine, con un movimento circolare, l’armonia è ristabilita. Un film che sarebbe piaciuto a Renoir, probabilmente.

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lunedì 6 maggio 2024

C'era una volta in Bhutan (The Monk and The Gun) - Pawo Choyning Dorji

bisogna andare fino in Bhutan per trovare un film che non ti aspetti, sulle difficoltà dell'imposizione della democrazia in uno dei posti più poveri e pacifici del mondo.

un film comico, e anche molto serio.

uno dei film più pacifisti della storia del cinema, promesso.

si può vedere solo in pochissime sale, ma non ve ne pentirete.

buona (democratica) visione - Ismaele



 

Una poesia in movimento avvolta in immagini filmiche spirituali, simboliche e ricercate, C’era una volta in Bhutan, come nel climax quando Dorji decide di salutare lo spettatore regalandogli un’iconografia di pace di pura e rara bellezza: Tashi inquadrato di spalle, con un prato fiorito ai suoi piedi, un arcobaleno come cornice e un campo lungo di sogni e speranze che si apre dinanzi a lui. Il resto è la magia di un’opera seconda che non dovete perdervi per nessuna ragione al mondo.

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…In piena continuità con Lunana, anche qui Dorji offre un ritratto (sincero, emotivo ed esilarante) della sua popolazione partendo proprio dall’ironia. Tutto in C’era una volta in Bhutan appare infatti deliberatamente esagerato e ridicolo, soprattutto per quel che riguarda i comportamenti dei buthanesi. È in questo modo che anche i filoni narrativi più apparentemente assurdi, come quello del monaco che scende a patti con un mercante d’armi americano per consegnare un paio di AK47 al Lama, si caricano di una valenza fortemente antropologica. Proprio perché rispondono al bisogno di Dorji di sondare con ironia i vissuti, gli schemi mentali e i modi in cui i buthanesi si approcciano alla vita e alla loro cultura, nell’istante stesso in cui la nazione si apre ad un cambio di paradigma epocale, vissuto con un misto di incertezza e speranza.

E se è pur vero che in C’era una volta in Bhutan non vediamo mai il contro campo, cioè la difficoltà dei cittadini di metabolizzare gli effetti di questa transizione, bisogna comunque considerare come il Bhutan, in quanto enclave, operi secondo regole e coordinate diverse da quelle delle altre nazioni democratiche. Ecco allora che la propensione di Dorji per la dissacrazione appare qui necessaria. Perché, agli occhi del regista, è l’unico strumento che consente al racconto di intrecciare l’antropologia con la Storia. Fino a rendere universale ciò che è autoctono, e raccontare le tensioni di una nazione certamente tradizionalista, ma che non ha paura di mettersi in discussione nel passaggio verso la modernità.

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Anselm – Wim Wenders

grazie a Wim Wenders, Anselm Kiefer diventa per noi un artista conosciuto.

in un documentario, nel quale Wim Wenders non appare mai, il protagonista assoluto è Anselm Kiefer (e le sue opere, naturalmente).

un film che lascia a bocca aperta, promesso.

buona (maxi) visione - Ismaele




 

Quelle che mette in scena Wenders sono immagini suggestive, evocative, che ipnotizzano e conquistano per eleganza e sobrietà, ma che non tolgono spazio all'oggetto che si vuole rappresentare: Wim Wenders racconta Anselm Kiefer senza mai prendere il sopravvento su di lui, senza che la sua mano artistica possa oscurare le opere che ci vengono mostrate e il processo creativo che ne è alla base. Il risultato è un documentario originale nell'approccio, efficace nei contenuti per come riesce a dar voce all'artista e la sua opera.

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…C’è la necessità di fotografare quella che Kiefer non esita a definire in uno dei momenti topici di Anselm come la pelle della terra. La superficie, i paesaggi, e con essa i suoi esseri viventi, per stamparli in libri di piombo così da renderli pesanti («L’insostenibile leggerezza dell’essere. La leggerezza è il rimedio degli uomini alla pesantezza, per non avere il coraggio di guardare nell’abisso.») e immortali al tempo stesso. Un’arte espressiva fatta di lanciafiamme e idranti, palettate e colpi violenti, e dipinti dove gli uomini appaiono fagocitati dal vortice buio di paesaggi di male e dolore. In essi Wenders naviga con la sua cinepresa in movimenti silenziosi e sinuosi mostrandoci un Kiefer spettatore della propria vita e creatore del proprio mondo.

Immagini pure di arte e memoria che Wenders inanella in un linguaggio filmico accattivante fatto di dissolvenze ispiratrici che testimoniano e documentano del genio di Kiefer nel raccontare del processo creativo dietro alcune sue opere. Ma anche della sua vita, tra immagini di repertorio e ricostruzioni artistiche in perfetto bilico tra realtà e sogno, rese possibili dal contribuito attoriale di Daniel Kiefer e Anton Wenders. Composizioni ricercate, caotiche, e dalla bellezza a perdita d’occhio che vanno a riflettere lo stile dell’artista, o per usare le sue stesse parole: «Quando il caos viene determinato da un confine rettangolare, allora diventa un dipinto». Anselm, un’opera straordinaria, che ci ricorda il valore e l’importanza dell’arte come espressione, ma soprattutto e dell’arte come godimento e stimolo percettivo, nella vita di ognuno.

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Wim Wenders in Anselmsegue l’artista senza mai dare la sensazione che ci sia altro oltre che Kiefer; l’impressione più profonda di un atto cinematografico come questo è la visione individualistica a cui ci riduce, stancandoci nelle nostre stesse riflessioni che attendono di scrutare l’arte di un dannato dentro il suo stesso inferno.

È così che appare Anselm Kiefer nel mondo delle sue creazioni, un Virgilio che accompagna se stesso dentro vortici di insistenti voci e creature ramificate in un profondo dolore, fino a sentirsi parte di una sua stessa installazione. Anselm Kiefer non è artista è lui stesso la sua arte; è battesimo di crociate infantili estremizzate nelle rocce di una maturità affaticata dal dramma di un’inquietudine permanente…

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Anselm riesce nell'impresa di catturare il tempo nel lavoro di Kiefer e di renderne visibili le tracce. Quello che vediamo scorrere è il "lavoro della memoria", non una vaga ingiunzione morale da applicare a intermittenza. È una pratica, un esercizio muscolare, una disciplina, perché l'artista ne fa un'attività quotidiana di scavo, riesumazione, modellamento, che gli conferisce la statura di 'atleta della memoria' tedesca e occidentale. Se il rischio con la sua opera gigantesca era cadere in un imponente monumento, enfatizzato dal 3D, il documentario resta, al contrario, a misura d'uomo.
Amichevole e intima, fin dal titolo, la relazione che 
Wenders stringe con Kiefer nel suo atelier-fabbrica, percorso in bicicletta, produce una meditazione astratta ed erudita sulla fertile bellezza del gesto che scolpisce e disegna, salda e martella. Mobile contrappunto all'artista, figura romantica e arcaica che parla con gli dei e li rende visibili ai mortali, Wenders passa in rassegna le sue ricerche e le sue ossessioni, orchestra oggetti artistici (dipinti, sculture, fotografie...) e apre percorsi nella sua tenuta, dove cattura le opere nello spessore del tempo, nella luce naturale, nel loro ambiente, così come Kiefer le ha installate, tra i rami, il cielo blu e le erbe selvatiche. In assenza di gravità, Anselm crea immagini oniriche, un mondo apocalittico, una terra di nessuno che rievoca i temi in gioco nell'opera di Kiefer.

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lunedì 29 aprile 2024

Confidenza – Daniele Luchetti

tratto dal romanzo di Domenico Starnone, il protagonista Pietro Vella (Elio Germano, eccezionalmente bravo) ha lo stesso cognome del prete de Il Consiglio d’Egitto, di Leonardo Sciascia (sarà un caso?).

il film segue la vita di Pietro Vella, professore, amante, padre, scrittore, amato dagli studenti e studentesse, e portatore di un segreto che non ci viene sussurrato.

il professore si innamora di una studentessa, Teresa, ed è una felice storia d'amore che col tempo evapora, ognuno va per la sua strada, ma saranno legati per sempre, per via del segreto.

poi sposerà una collega, avrà una figlia e, invecchiando, anche due nipotine.

il professor Vella è innamorato di se stesso, è insicuro, ansioso, ha bisogno di obbedienza e approvazione, è ambizioso, ama essere amato, è falsamente modesto, vuole avere tutto sotto controllo (in pratica una sintesi di cosa è un uomo?), credendo magari di essere  nobile e altruista.

a tratti il film diventa un film dell'orrore, quello quotidiano, senza bisogno di effetti speciali, complice una musica all'altezza (o alla profondità?) degli abissi dell'animo umano.

insomma, un film che non lascia indifferenti.

buona (complicata) visione - Ismaele




Pietro Vella, perciò, non può permettersi di essere se stesso. Non può permettersi di essere una persona semplicemente normale. Non può e, alla fine, neanche lo vuole. Mettersi a nudo, far cadere la maschera, far scivolare i vestiti dell’impeccabilità è oramai impossibile. Ne è succube. Eppure quel segreto confessato potrebbe fare proprio questo. Ecco dunque che il regista, come un Caronte mortale, traghetta lo spettatore nell’abisso che è l’animo umano, in questo caso quello del protagonista, mostrandogli tutte le sue sfaccettature, fatte di angoscia, tormento, cieca paura del giudizio, fino a lasciarlo sulla riva opposta con non pochi cupi pensieri. Luchetti, in questo, fa un lavoro visivamente esemplare: nel raccontare una realtà in fondo comune a molti, crea degli squarci immaginari nella narrazione del reale, quasi delle visioni di Pietro stesso, in cui emergono i suoi turbamenti più profondi e i desideri più peccaminosi. E in cui la sua vera condizione d’animo si palesa, irrompe fulminea e violenta, generando una tensione emotiva di grande impatto, soprattutto perché irrobustita e sottolineata dalle musiche e i brani di Thom Yorke, che ben si amalgamano al tono drammatico della scena.

È chiaro, dunque, che Confidenza sia un cinema di riflessione e strette allo stomaco. Un film che porta a chiedersi perché viviamo nelle aspettative altrui e sociali, ma anche in quelle che ci costruiamo da soli, condannandoci a una sorta di dannazione eterna. Ci lasciamo tutti, chi più e chi meno, paralizzare e intimorire dalla percezione che il prossimo ha di noi, che è sì mutevole e subordinata alle informazioni che riceve, ma non per questo determinante a tal punto da essere il nostro ago della bilancia nella vita. Eppure se ci nascondiamo dietro alla paura, se indossiamo sempre e solo la maschera della perfezione neutralizzando il resto, non possiamo definirci persone né reali né vere. Ma solo burattini condizionati e manovrati da una vita che non ci appartiene.

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È pieno di non detti, Confidenza. Di insinuazioni, bugie, di prime impressioni. E questo contribuisce attivamente alla costruzione di un’atmosfera angosciosa e angosciante. E la cosa incredibile è che per tutto il tempo, tutto, non abbiamo minimamente idea di che cosa abbia fatto di così terribile Pietro. La sceneggiatura di Luchetti e Francesco Piccolo si affida completamente alla partecipazione attiva dello spettatore, che in questo modo non si limita – diciamo così – a subire il racconto, ma lo rielabora continuamente, a seconda del suo punto di vista.

Ci sono delle sequenze in cui la faccia di Germano riempie lo schermo, e noi non vediamo altro che il terrore che gli attraversa gli occhi e il modo meccanico, legnoso quasi, in cui smascella e cerca di trovare una ragione per tutto quello che gli sta succedendo. Molto velocemente siamo portati ad abbandonare qualunque tipo di percezione di buono e cattivo. E speriamo che Pietro possa trovare sollievo nell’essere finalmente smascherato. Perché la sua non è vita: è una prigione. Fatta di menzogne, di piccole cose, di un’intimità trascinata e quasi ossessiva, prima con Teresa e infine con Nadia…

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Thom Yorke malinconicamente ci accompagna in questo cammino, tra paranoia, terrore, ingenuità apparente e suo modo amore, suggerendo ciascuno di questi stati emotivi attraverso una musicalità, che al pari della scrittura, raggiunge vette di panico, crollo e stabilità d’animo – tanto dello spettatore, quanto dei personaggi che il film racconta – difficilmente replicabili. Per questa ragione Confidenza è un film che necessita di essere visto, per questa ragione Confidenza è un film che non può che spaventarci.

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