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lunedì 20 gennaio 2025

Oh, Canada - I tradimenti - Paul Schrader

tratto da un romanzo di Russell Banks (I tradimenti), il film è una confessione di Leonard Fife (Richard Gere), allapresenza della moglie (Uma Thurman), davanti alla macchina da presa, in un documentario di due ex allievi.

Fife, stimato e acclamato regista, sente il bisogno, in punto di morte, di fare i conti con se stesso e di dare l'interpretazione autentica della sua vita, delle sue fughe, della sua vigliaccheria, della sua ansia di lebertà e di sopravvivenza, in Canada, per evitare di farsi distruggere dalla guera del Vietnam.

lo vediamo da giovane (interpretato da Jacob Elordi) indeciso, insicuro, in fuga dalle proprie responsabilità, abbandonare la moglie e il figlio, che trent'anni dopo dirà, con una faccia tosta degna di migliori cause, di non conoscere.

la sua storia va avanti e indietro, e, come nel film di Pedro Almodovar (qui), la Morte è una protagonista, silenziosa e implacabile.

non c'è molto da ridere, nella storia di un moribondo, malato e confuso, che cerca di raccontare, come può, le sue verità.

inquietante, alla fine, la mini telecamera per spioni.

buona (confusa) visione - Ismaele


 

 

 

Schrader fa un’operazione che ha, quasi, il sapore di un saluto con un film dentro il film e tutto ciò che ne deriva. Anche perché tutto inizia proprio con la preparazione della location e della videocamera che andrà a immortalare l’ultima intervista del regista. Tutto in maniera pulita, con ogni gesto accompagnato dalla musica e dai titoli di testa fino al primo potente primo piano del protagonista, come a volerlo incorniciare al centro della scena, a prescindere da tutto e da tutti. È di lui che si parlerà, è lui che parlerà, è lui che sarà il filo conduttore della narrazione, sia essa a colori o in bianco e nero. È lui che dovrà mettersi a nudo davanti allo schermo, raccontando e raccontandosi.

Se anche Leonard, come tanti personaggi del regista sceneggiatore, nasconde malessere e contraddizioni, il suo corrispettivo diventa il film stesso, Oh, Canada, che gli permette di dimostrare, ancora una volta, come il cinema sia in realtà uno strumento ambiguo, soggettivo e spesso privo di una verità assoluta e universale.

da qui

 

…Oh Canada offre una complessa tessitura di elementi narrativi, tra cui la voce narrante di Leonard anziano, il racconto del figlio adulto Cornel, e una vasta gamma di fonti visive, ciascuna presentata con una distintiva esecuzione formale. Schrader compone i ricordi in filmati widescreen in bianco e nero, alcune scene del presente in formato academy e episodi del passato in un formato 2:35:1 a colori.

 

Il modo in cui tali sequenze vengono presentate non segue tuttavia una logica formale rigorosa, a differenza della precedente trilogia composta da First Reformed, Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, creando in tal modo un'accattivante ambiguità nell'uso di flashback oggettivi, narrazioni alterate e impianti estetici.

 

Dove risiede la verità? Ma soprattutto, è possibile trovarla? Esiste davvero? L'impossibilità di giungere a una soluzione emerge come il nodo cruciale del film. Fife, richiamando la psicoanalisi freudiana, suggerisce che la verità si svela attraverso l'interazione con l'altro, piuttosto che tramite una mera affermazione. Il senso stesso della vita è generato dall'ascolto della parola e nello sguardo dell'altro.

 

In questo contesto, l'altro non è soltanto la moglie di Fife, né il personaggio di Malcolm, ma anche il dispositivo di ripresa che filtra la confessione di Fife, costruita su un groviglio di immagini e ricordi che, talvolta, si muovono fluidamente, altre volte, grazie a ingegnosi espedienti di montaggio, generano fratture nel racconto. In entrambi i casi, lo spettatore diviene un testimone di questo profondo scavo interiore, che procede con un ritmo che riflette la mente del protagonista, oscillando tra attimi di apparente lucidità e momenti di intensa confusione, un viaggio nella memoria disturbato dalla malattia, dai farmaci e dai vuoti.

 

Il film si configura, principalmente, come uno dei saggi sul dispositivo cinematografico più belli e commoventi degli ultimi anni: esplora la sua forza affabulatoria e ingannatrice, la sua persuasività e la sua capacità di generare immaginari (la mente di Fife, legandosi alle varie traduzioni visive del dispositivo, ne produce diversi)…

da qui


 

Questa volta però, a differenza di capolavori della prim'ora come Taxi Driver e Toro scatenato (dei quali Schrader ha firmato la sceneggiatura) o della sua seconda primavera, come Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere (di cui ha curato anche la regia), Tradimenti è confuso e poco a fuoco: il che ha anche un senso drammaturgico, considerato che il suo protagonista è imbottito di antidolorifici che ne alterano il discernimento e racconta la sua vita mescolando fatti e invenzioni. Ma per lo spettatore è difficile venire a capo di una storia che sembra raccontata frettolosamente, dimenticando per strada elementi importanti che probabilmente erano più comprensibili nel romanzo di Banks.
Il che avrebbe ancora una volta un senso rispetto alla vita di Schrader, che negli ultimi anni ha sofferto di una grave malattia respiratoria, ha attraversato un episodio pesante di Covid e visto la sua consorte affrontare l'Alzheimer. Si ha dunque la sensazione che lo sceneggiatore-regista abbia confezionato Tradimenti con la paura di non riuscire a completarlo in tempo, e il risultato finale purtroppo ne soffre. Ci sono molte invenzioni narrative, come il passaggio dal bianco e nero al colore (tendenza frequente nel cinema contemporaneo), il cambio di quattro formati diversi e la scelta di far interpretare Leonard a due attori fisicamente molto dissimili come Jacob Elordi e Richard Gere (inserendo anche in alcune scene del passato un Richard Gere in versione 50enne), o di far incarnare due ruoli, che forse sono in realtà uno solo, alla stessa attrice (Uma Thurman): una struttura drammaturgica che ricorda Io non sono qui di Todd Haynes. Ma l'esito è eccessivamente straniante, al di là dell'intenzione di riprodurre nello spettatore lo smarrimento in cui vive il protagonista…

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Oh Canada – I Tradimenti è un grandissimo film, l’ennesimo, firmato da Paul Schrader, tratto dal (quasi) omonimo libro di Russell Banks, a cui viene dedicato. Un film carico di ritorni, dal biopic per il regista (memorabile il suo Mishima) alla direzione di Richard Gere ben oltre quarant’anni dopo American Gigolo. Un film che riflette sulla potenza delle immagini e della loro reale finzione, di come tutto possa essere veicolato e reso immortale, creando un universo dentro un universo. Un gioco di macro e micro cosmi dentro ai quali si generano domande e ricerche.

Intenso e commovente, bellissimo fino all’ultimo secondo, Paul Schrader ci accompagna in un viaggio che sembra quasi coincidere con il più classico dei film testamento, dove si guarda indietro per mettere un punto definitivo sul presente. Il passato diventa quindi strumento per conciliarsi con sé stessi, per levarsi qualche sassolino dalle scarpe e lavarsi quindi la coscienza dai peccati commessi. Un viaggio verso la redenzione prima del trapasso, mostrato dai repentini cambi d’attore nella stessa sequenza, espediente registico tanto perfetto quanto straniante…

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Da calvinista e da regista, Schrader non può credere all’autorità e al potere espiativo del “sacramento” della confessione. Sa che tra le pagine dei racconti e i quaderni dei diari, l’inchiostro scolora e bisogna far i conti con le omissioni e i fraintendimenti. Per questo nella versione di Fife, tra la nebbia dei ricordi, della malattia e dei farmaci, le traiettorie della storia si confondono. Il percorso diventa un labirinto di frammenti esplosi nell’avanti e indietro nel tempo, che faticano a ricomporsi in un’unità coerente. Le cose si ripetono, i volti si duplicano (perché Emma e Gloria hanno lo stesso volto di Uma Thurman? È un cortocircuito della memoria di un vecchio malato o una connessione tracciata nelle interpretazioni dei segni?). I riflessi deformano la realtà, aprono altre dimensioni dello spazio-tempo. Come in quella straordinaria scena in cui, nel bel mezzo di un flashback, il giovane Jacob Elordi cede il posto all’anziano Richard Gere, ma continua ad apparire nello specchio alle spalle del personaggio. L’occhio inganna e quello che sembra un dato acquisito lascia il posto al dubbio. Il viaggio a Cuba, la diserzione… altro momento fondamentale è quello della visita di leva, che sembra omaggiare Un mercoledì da leoni di Milius.

Ma soprattutto Oh, Canada. I tradimenti è un film in cui la teoria alimenta, in ogni istante, la vita della materia. In cui la fede nelle immagini non è qualcosa che ha fare con la loro evidenza, con la loro capacità di restituire corpi, volti, gesti, azioni, dettagli. Né con il funzionamento della macchina. Il dispositivo resta un’illusione e neanche la microcamera nascosta, quella mosca sul muro con cui Malcolm crede di poter catturare l’istante finale, può cogliere il dettaglio essenziale. Quelle labbra che si muovono e che pronunciano le parole segrete. No, la fede nelle immagini è qualcosa che ha a che fare con l’empatia, come Schrader ha tenuto più volte a ricordarci. È questione di umanità, di sensibilità, di intuizione. E, proprio per questo, Oh, Canada. I tradimenti è un film impietoso e tenerissimo sulla vecchiaia, la morte temuta e vista, sullo spettro della malattia. Sui pentimenti e sugli errori fatti, seppur necessari. Sul bisogno d’amore e l’insopprimibile richiamo della libertà.

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…Purtroppo però Oh, Canada zoppica e convince davvero poco, e si rivela ahimè forse il primo film davvero deludente del grande regista e sceneggiatore Schrader.

Non lo aiuta granché né un Richard Gere che, seppur fisicamente coerente col ruolo del dolente e malato protagonista, si contraddistingue per una performance completamente inerte, apatica, risultando la sua prova davvero poco espressiva e convincente. Non molto diversa la resa dello spilungone Jacob Elordi, divetto in crescita che già fisicamente non convince come un giovane Gere, e che continua a non brillare come attore, nonostante il richiamo che lo annovera tra i divi nascenti più promettenti.

da qui  



sabato 15 giugno 2024

Affliction – Paul Schrader

come dice il titolo è film di "afflitti", infelici, addolorati.

Wade (uno straordinario Nick Nolte) è un padre infelice, un figlio infelice, un lavoratore infelice, come tutti in quel posto infelice.

chi si salva è il fratello Rolfe (Willem Dafoe), che è fuggito in un posto meno tossico.

un film che non fa ridere, un capolavoro da non perdere.

buona (afflitta) visione - Ismaele

 


QUI il film completo, in italiano 


 

 

…Paul Schrader è un demiurgo che non nasconde il proprio risentimento per un'umanità sconfitta e senza cuore. Wade è uomo piccino, sacrificabile, che nelle mani del dio vendicatore può fungere da monito e restituirgli  figli dediti all'alcool, alla droga, alle liti e alla sterile e un po' arcaica osservanza dei dogmi di una religione vuota.

Mascherato dal giallo di un'indagine poliziesca a cui Wade partecipa senza diritto ma con gran passione, il colore di "Affliction" è il bianco di una società che non ha nulla del candore dell'Eden, un bianco macchiato dal fumo acre di un falò purificatore, dal sangue degli omicidi e dal colore della pazzia se quest'ultima ne avesse effettivamente uno.

Paul Schrader, cinquantunenne e combattivo, non ha ancora perdonato i suoi simili e non concede loro alternativa alla perdita, alla solitudine, al rimorso. L'umanità in fondo non se lo merita e la vecchiaia, che attenua il dolore e la rabbia, è ancora abbastanza lontana perché il grande autore conceda, finalmente, ai suoi uomini l'assoluzione dalle colpe.

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Affliction è il capolavoro di Paul Schrader. Uno dei film più belli e importanti non solo nella carriera di questo grande autore, ma anche nell’intero ambito cinematografico americano degli anni Novanta. Schrader adatta il romanzo “Tempesta” di Russell Banks, e caratterizza alla perfezione l’ennesimo personaggio maschile della sua filmografia. Wade Whitehouse (Nolte) è lo sceriffo di una piccola comunità, divorziato e con una figlia piccola che non lo ama. Disilluso, stanco e tormentato da un padre (Coburn) violento e alcolizzato che continua a vessarlo come faceva quando era piccolo. Quando un sindacalista rimane accidentalmente ucciso durante una battuta di caccia, Wade, su suggerimento del fratello Rolfe (Dafoe, narratore della storia) comincia a credere che non si tratti di un incidente ma di un omicidio, ma le cose andranno male. Affliction è quasi una tragedia greca con elementi da thriller, un film dove gli eventi si susseguono implacabili verso una spirale di autodistruzione che appare inevitabile. Il bianco candido della neve del New Hampshire, sempre costante, fa da contraltare ad una storia cupa e senza speranza. Tra tutti i personaggi di Schrader, Wade è il più tragico di tutti. Perché a differenza degli altri, per lui non ci sarà redenzione, non ci sarà salvezza. L’interpretazione di Nick Nolte è monumentale, ai limiti del sovrumano, in un ruolo di dolente sofferenza. Gli fa da spalla un altrettanto strepitoso James Coburn (giustamente premiato con l’Oscar) nella parte del vecchio e patriarcale genitore. Grandissimo film, senza se e senza ma.

da qui

 

…En Días de Furia el suceso potencialmente criminal termina en un segundo plano ante el desarrollo de personajes y sobre todo la relación del protagonista con su padre alcohólico y tiránico, Glen (James Coburn), una persona con nula sensibilidad afectiva que golpeaba a sus hijos y su esposa, Sally (Joanna Noyes), a la cual Wade encuentra muerta de hipotermia ya que el marido no hizo reparar la caldera del hogar de este matrimonio de ancianos. Si en pantalla la crueldad se nos aparece como una enfermedad del vínculo cercano pero distante, siempre proclive a sabotear los pocos chispazos de felicidad, la familiaridad bucólica toma la forma de un sinónimo de abusos, arbitrariedades, impunidad, claustrofobia, vigilancia, sadismo, codicia, desconfianza, arcanos, compulsiones y una más que evidente locura que suele barrerse debajo de la alfombra y en otras ocasiones se exhibe a la vista de todos sin que haya mayores consecuencias al respecto, naturalización grotesca mediante. Utilizando el blanco y negro para las especulaciones detectivescas del oficial de policía truncado, el video granulado símil Super-8 para los flashbacks en torno a la niñez pesadillesca de los hermanos Whitehouse y el color tradicional para la pesquisa en el presente y el drama de la convivencia de Wade consigo mismo, por un lado, y con Margie y Glen, por el otro lado, Schrader obtiene actuaciones magníficas de Nolte y Coburn, dos bestias sagradas del cine norteamericano, y juega a sus anchas con dos de sus latiguillos temáticos preferidos, esa automutilación representada en el calvario de la muela, pieza dental que el esbirro de la ley termina sacándose con una pinza, y el deseo irrevocable en pos de reconstruir su identidad mancillada desde la parentela, por ello lucha por obtener la custodia de su hija y le propone casamiento a Fogg en plan de darle una “segunda oportunidad” al amor bajo un régimen de coexistencia. La propuesta, ubicada entre el neo film noir y la tragedia griega, es una de las más amargas del cineasta porque priva de refugio a nuestro adalid de las causas perdidas…

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mercoledì 21 settembre 2016

Il dolce domani – Atom Egoyan

tratto da un gran bel libro di Russell Banks, il film racconta una storia dolorosa, in una comunità piccola, muoiono diversi bambini, in un incidente stradale, il piccolo pullman giallo guidato da Dolores cade nel lago ghiacciato.
tutti hanno il loro dolore da affrontare ed elaborare, quando appare un avvocato che fa capire che sia possibile ricavare dei soldi dalla disgrazia.
e questo scava fossati e facilita alleanze fra chi vive in quel villaggio, e Atom Egoyan, come sa fare lui, ci fa vedere tutto questo, e anche altro.
un piccolo, inquietante, gioiellino da non perdere - Ismaele








Nuovo sorprendente film (eccezionale, direi, per il pacato e interiore sussulto che provoca) di Egoyan, che dopo Exotica regala nuove emozioni soffocate, anche se questa volta il film è decisamente meno spettacolare, più misurato. La vicenda ricavata da un racconto di Russel Banks (è il primo soggetto non originale di Egoyan), narra di una tragedia avvenuta in un piccolo paese, una piccola "comunità" (tema chiave), in cui tutti i bambini perdono la vita in un incidente mentre il bus li sta portando a scuola; a questo punto, giunge in paese un avvocato dal comportamento ambiguo che, non si sa se per puro interesse speculativo o per vera passione persecutoria delle ingiustizie, cerca di convincere i genitori ad avviare una causa per inchiodare alle proprie responsabilità eventuali colpevoli di questo incidente.
Egoyan tratta liberamente l'originale struttura della novella che prevedeva la presenza di quattro voci narranti, corrispondenti ad altrettanti personaggi, e imbastisce un racconto più cinematografico, basato soprattutto sul personaggio dell'avvocato (Ian Holm) e sull'affiorare "deleuziano" di memorie sparse, che piuttosto che a una ricostruzione legale coerente dei fatti, puntano alla ricostituzione di un'identità ai gruppo che la tragedia prima, l'arrivo dell'avvocato poi, contribuiscono a disgregare. Questo spirito comunitario, va sottolineato, non è visto come il migliore dei mondi possibili, anzi riproduce al proprio interno molti dei difetti delle comunità metropolitane più grandi: è, però, un'occasione pressoché unica di osservare etologicamente i processi che si svolgono al suo interno…

Tutti i personaggi di Atom Egoyan sono schiavi dei fantasmi, delle visioni, dell'incapacità di stabilire un rapporto umano diretto nel momento in cui sono sempre alla ricerca di media(zioni) e surrogati. Come risarcire la perdita dei figli? L'avvocato interpretato da Ian Holm offre soldi (ai clienti, alla figlia) e non si rende conto che sta speculando sul dolore altrui, alla vana ricerca di un antidoto per il veleno della vedova nera (la droga) che ha intossicato sua figlia…

 Il dolce domani è una pellicola troppo presto dimenticata, perché parla di tematiche importanti e profonde con le quali il quotidiano di ognuno ha a che fare. E' il confronto-scontro fra la società di oggi, con i suoi disvalori, i suoi miraggi, la sua capacità straordinaria di assuefazione al disumano, e la microcomunità, che si regge su regole semplici, che si autoalimenta con l'isolamento, immunizzandosi dall'esterno. E' anche la rappresentazione dell'individuo ad autodeterminarsi. Da una parte l'avvocato, padre fallito e incapace di relazionarsi con la figlia tossicodipendente. La sua violenza verbale e legale mette di fronte alle proprie convinzioni i potenziali clienti, genitori delle vittime, smaschera le loro debolezze, le inadeguatezze, ne misura il grado di inquinamento morale,e insinua loro nuove paure. Dall'altra parte c'è Nicole, una ragazzina, un' adolescente superstite, che vittima del rapporto condizionante e forse incestuoso col padre, opererà un'azione di ribellione e di dignitosa opposizione al disegno malato del mondo adulto, restituendo così alla piccola comunità il senso della sopravvivenza. Appassionante e coinvolgente, l'intreccio si snoda  fra inquadrature di esterni esteticamente rilevanti, e dialoghi in spazi interni sempre densi e importanti. Il tramite della storia, l'autobus giallo che portava i bambini verso la civiltà, è quasi sempre abilmente staccato dal suo contesto…

This story is not about lawyers or the law, not about small-town insularity, not about revenge (although that motivates an unexpected turning point). It is more about the living dead--about people carrying on their lives after hope and meaning have gone. The film is so sad, so tender toward its characters. The lawyer, an outsider who might at first seem like the source of more trouble, comes across more like a witness, who regards the stricken parents and sees his own approaching loss of a daughter in their eyes…

The Sweet Hereafter is based on the novel by Russell Banks, but Egoyan has infused it with his own inimitable style. One of the film maker's more successful innovations is to make explicit comparisons between the situation in Sam Dent (the loss of the children) and the one in the Robert Browning poem, "The Pied Piper of Hamelin." In the "Pied Piper," the lone crippled boy left behind by the Piper forever regretted his exclusion from a land where "everything was strange and new." It could be argued that, in The Sweet Hereafter, the abandoned one is Nicole. The sweet hereafter is the strange, new land that her schoolmates reach, but which she has not yet attained.
The most intriguing character is Mitchell. The best-developed of all of The Sweet Hereafter's numerous multifaceted individuals, Mitchell proves to be a sympathetic figure even though his influence is negative. The lawyer is not only after a quick buck (he gets 1/3 of the proceeds from any favorable settlement), but he believes that his own tragedy forges an emotional link between him and the residents of Sam Dent. What he can't see, however, is that his private agenda is tearing asunder the fabric of the community. Personal demons and an obsession to assuage his own guilt, not a need to see justice done, drive Mitchell.
As always, Egoyan has assembled a top-notch cast. Ian Holm paints a powerful and stirring portrait of Mitchell as a haunted, hurting figure whose inner torment touches our hearts. Holm acts with his eyes and face, as well as with his voice and actions. The actor's shining moment is when Mitchell relates the story of how, as an infant, his daughter nearly died from a spider bite. It is during this scene, more than any other, that the audience truly connects with a character that, under other circumstances, might be worthy of disdain…