una gara di bravura dei tre protagonisti, ma è tutto lì.
film freddo, noioso, una storia che non coinvolge, Todd Haynes ha fatto molto di meglio, senza dubbio.
buona (se non avete niente di meglio da fare) visione - Ismaele
…Tra i linguaggi e i toni della soap opera, Todd Haynes
rileva abilmente la miccia capace di innescare dinamiche narrative proprie del
thriller psicologico, se non addirittura del noir, sfiorando di tanto in tanto
il melodramma, allontanandosene immediatamente, poiché maggiormente interessato
agli psicologismi dell’inquietudine, dello sguardo e dell’attesa.
May December infatti,
ancor prima d’essere un film di conversazioni – l’ottima sceneggiatura di Samy Burch e Alex Mechanik, ha ricevuto la nomination
all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, pur senza ottenerla –, è un
film d’osservazione. Non è casuale che lo scopo della diva hollywoodiana
interpretata dalla Portman, coincida con lo sguardo, o meglio, con l’assistere
passivamente alla vita di Gracie Atherton-Yoo, che a sua volta vigila sulla
presenza incessante di quest’ultima, dapprima di sottofondo e rilegata agli
angoli – là dove i veri autori osservano – e poi sempre più centrale,
protagonista e per questo temibile.
Il decimo film di carriera di Todd Haynes è un
gioiellino, supportato da ottime prove interpretative curiosamente non
considerate dall’Accademy, probabilmente per la dimensione minore di un film
certamente singolare, capace di muoversi con maestria, leggerezza e tensione,
dal dramma al thriller psicologico, fino al melò ed il true crime.
…Tra le tre performance, forse quella
che emerge di più e che sorprende proprio perchè viene da un giovanissimo della
recitazione, è quella di Melton.
L’attore di Riverdale riesce a catturare in toto le
sfaccettature del suo personaggio, conferendogli un’aria da belloccio dei tanto
popolari young adult ma affibbiandogli anche un’aria costantemente desolata e
malinconica, incerta nel suo trovarsi costantemente in bilico tra l’essere
adulto e il tornare bambino. Il suo Joe è
contemporaneamente appetibile e tenero, solare e angoscioso. Un personaggio
vincente che si è auto-confinato in un terreno di isolamento totale, lontano
dal tono camp della pellicola, dai colori vivi della sua fotografia e
lussureggianti della natura che lo circonda. Forse è proprio attraverso il
personaggio di Joe che Haynes riesce a sbugiardare i suoi personaggi,
l’artificiosità dei loro comportamenti e del finto paradiso che si sono creati.
Melodramma camp fino al midollo, l’ironia disturbante di Todd Haynes fa luce
con May December sulle (s)proporzioni dei ruoli e
dei valori famigliari di una realtà pervasa dalla finzione.
…Il cast di May
December offre performance ineccepibili e
capaci di rimanere impresse a lungo, il ritmo del film si fa via via sempre più
incalzante in un crescendo appassionato, e in alcuni punti passionale, di
emozioni, dubbi e sospetti senza mai la scure del giudizio. Non
sta a noi giudicare, vuole dire Todd Haynes nel proporre senza
un briciolo di retorica il ritratto allo specchio di una donna
raccontata da un'altra donna, con tutti i trucchi reali e metaforici che
entrambe indossano nelle loro vite private e personali. Un film maledettamente
interessante, ossessivo, a tratti morboso ma capace di insinuarsi sotto la
pelle e serpeggiare a lungo. Anche dopo il finale affidato a un
metacinema in cui non è un caso che spunti il serpente della tentazione
biblica, peccaminosa eppure irresistibile.
… Non ci sono vincitori in May December, ma solo sconfitti da un mistero senza
soluzione, da un caso senza colpevole. La vittima più evidente diventa così
proprio Joe, bloccato emotivamente, sentimentalmente e sessualmente in
un’adolescenza che gli è impossibile abbandonare, e incapace di conseguenza di
amare, desiderare ed essere padre. In una scena di straziante tenerezza, lo
vediamo mostrare tutta la sua fragilità e la sua inettitudine con un figlio per
il quale assomiglia più a un fratello maggiore, a cui dice con disarmante sincerità
«Non riesco a capire se ci stiamo connettendo o se sto creando un
brutto ricordo per te in tempo reale, ma non posso farci niente».
Todd Haynes si muove con lucidità e
impudicizia fra questi diversi abissi umani, districandosi fra suggestioni e false
piste e giocando anche con l’aspettativa dello spettatore, martellato da una
colonna sonora di chiaro stampo thriller, che lascia presagire una scarica di
violenza che non arriva mai. Lo fa plasmando ancora una volta il lato più
torbido di Julianne Moore, già alle sue dipendenze in Safe, Lontano dal paradiso e La stanza delle meraviglie, qui alle prese con un
personaggio con più di un punto di contatto con quello da lei interpretato
per David Cronenberg in Maps to the Stars. Ma soprattutto lo fa con la sua
personalissima cifra stilistica, indagando le torbide contraddizioni della
piccola borghesia e tratteggiando le più travolgenti passioni e le più
insopprimibili pulsioni all’interno di una cornice solo apparentemente algida…
uno di quei film senza effetti speciali, quasi cronaca, racconta una storia mai finita, di un'impresa assassina e degli sforzi di resisterle, grazie a un avvocato informato dei fatti e incazzato. è inquietante come gli stati rinunciano ai loro poteri di controllo, le imprese si autovalutano, e quando qualcosa non va basta aumentare le soglie di tolleranza. che crepi la gente, quello che conta sono i profitti e i dividendi degli azionisti, prima regola del business, il resto non conta o si può comprare. e che dire dell' equazione, più lavoro, più malattie, un ricatto al quale è difficile resistere, in tutto il mondo. a un certo punto dice Mark Ruffalo, lo straordinario attore che interpreta l'avvocato, che non ci si può fidare di nessuno, imprese, giustizia, governo, sono loro il nemico dei cittadini. il film non annoia un secondo, ed è un esempio di cinema civile di ottimo livello. e se pensi che quella storia non riguarda la tua vita, dai uno sguardo qui. buona (imperdibile) visione - Ismaele
…Mark Ruffalo brilla nel ruolo di protagonista,
interpretando non un eroe senza macchia, ma un uomo che decide contro ogni buon
senso di perseguire una battaglia agli occhi dei più impossibile, ma
necessaria. Vediamo, nel corso dei due decenni che costituiscono il tempo del
racconto, la sua discesa nel baratro dell'indifferenza generale rispetto a una
causa che invece riguarda tutti (il film ci informa che il 98% degli esseri
umani presenta tracce di teflon nel sangue). Vediamo la sua salute fisica e
mentale vacillare in contrasto con la sua incrollabile determinazione.
Non è certo un
film rassicurante, la tensione che fin dalle prime inquadrature permea il
racconto non viene mai allentata e la pellicola, così come la vicenda
giudiziaria ancora in corso, non finisce, rimanendo semplicemente in sospeso,
in quel limbo di incertezza e pericolo. Il talento davanti e dietro la macchina
da presa è innegabile, dando valore aggiunto ad un'opera che in altre mani
avrebbe potuto risultare generica e noiosa, ma che invece cattura l'attenzione
e trattiene lo spettatore dall'inizio alla fine.
Cattive Acque è un legal thriller, ma anche un
film di denuncia, un’occasione per trasmettere alle persone il peso della
minaccia alla salute pubblica, che questa minaccia è reale e come essa sia
messa in atto. Cattive Acque è
costruito su una serie di complessità stratificate per cui sembra quasi
impossibile che possa sostenere il peso dell’enorme mole di informazioni
tecniche, legali, sulla salute ambientale, a descrivere il processo che un caso
legale subisce, la sua costruzione, la ricerca, il percorso a livello federale
e statale fondendo il tutto con la storia personale di un uomo “normale”, le
cui idee vengono completamente ribaltate dalle sue scoperte, e che si trova ad
affrontare rischi psichici, emotivi e quasi mortali per portare avanti la sua
ricerca per la verità.
Perché non guardare Cattive Acque
E’ una
storia altamente intricata e angosciante, raccontata senza troppi fronzoli e
giri di parole, che non può essere vista senza una buona dose di
concentrazione. Le tematiche trattate sono sconvolgenti perciò chi non è
disposto ad ascoltare o ha paura della riflessione derivante da ciò che Cattive Acque denuncia, non ha davanti il film
giusto.
…Ci vuole coraggio a sfidare il Potere e i Potenti, ma
non solo. Non si tratta di andare in contro alla paura, quanto piuttosto di
tollerare le conseguenze psicologiche di una tale azione. Bilott lentamente si
consuma, perde ogni certezza, si sente solo e viene definito persino pazzo,
perde l’affetto delle persone a lui più care. È quindi sufficiente avere solo
coraggio? Ci vuole molto di più. C’è bisogno – paradossalmente – di un senso di
incoscienza. È la salute mentale, oltre quella fisica, che viene meno.
Cattive
Acque smuove
le coscienze e invita a riflettere sul fatto che ci sono volte in cui bisogna sapersi
difendere da soli, rischiando persino di guardare in faccia la morte. La
pellicola è mesta, ma potente ed impegnata. Non basta neanche impegnarsi per
diciannove anni per ottenere giustizia: non si smette mai di combattere. Bilott
sta ancora lottando. C’è un desiderio irrefrenabile di verità, lo stesso che
aveva mosso i cronisti del Washington Post in “Tutti gli uomini del
presidente”: abbiamo bisogno che vengano raccontate queste storie, e
ne avremo sempre bisogno…
…Ciò che rende questo un film di Haynes, oltre alla
fotografia del suo fidato e geniale collaboratore Ed Lachman, è qualcosa di
intangibile e misterioso. Ai fan dell’autore verrà di sicuro in mente Safe,
il classico indie del 1995 con Julianne Moore nei panni di una moglie e madre
convinta di essere contaminata da un’ignota sostanza nell’ambiente. Quella
sensazione di terrore pervade anche questo film, e lo rende un’opera spaventosa
e senza tempo, lontana dallo stile di un docudrama. Nell’era di Trump, quando
gli abusi delle aziende sono stati dimenticati in nome del profitto, siamo tutti
allarmati dal prossimo attacco al nostro già fragile clima. Bilott ha agito per
fermare tutto: noi che cosa stiamo facendo?
…Probabilmente il nome DuPont vi dirà poco e niente (al
massimo vi ricorderà il film Foxcatcher, che però
non ha legami con questa storia), non esistono sul mercato globale prodotti che
si rifacciano in modo diretto a questa precisa compagnia, eppure una delle loro
innovazioni si trova quasi certamente nelle case di ognuno di noi: parliamo del Teflon. È il nome
abbreviato per descrivere il politetrafluoroetilene, un polimero miracoloso che
repelle l'acqua e non solo, diventato essenziale negli ultimi decenni
soprattutto in un determinato settore: quello
delle padelle antiaderenti da cucina. Un elemento prodotto per la prima
volta dalla DuPont per servire l'esercito americano intento a costruire la
bomba atomica, tanto per capire le potenzialità del Teflon. Peccato che la stessa azienda abbia per anni
insabbiato la pericolosità dei materiali di scarto prodotti dal polimero in
questione, inquinando corsi d'acqua e terreni, in maniera simile a come la
criminalità organizzata ha fatto nel nostro Paese ma in maniera più
subdola, senza infrangere leggi o regole precise.
A determinare infatti il grado di pericolosità degli elementi rilasciati in
natura è stata la stessa DuPont per decenni, tutto questo però lo scoprirete in
dettaglio guardando Cattive Acque al cinema, un film girato con stile che vanta un valore
aggiunto non da poco: un
Mark Ruffalo eccezionale…
…Cattive acque è
un film importante, fortemente attuale e che ci riguarda tutti. Alla fine del
film, alcune scritte in sovrimpressione ci ricordano che più del 90% della
popolazione mondiale ha nel proprio sangue tracce di PFOA; come qualunque altra questione
ambientale, anche l’inquinamento delle industrie chimiche è un problema
globale, che tocca ciascuno di noi. Un’ulteriore riflessione, solo
apparentemente ovvia, in un film che fa pensare, fa arrabbiare e lascia una
sensazione di inquietudine sul finale.
La DuPont ha
pagato per i propri errori; ci rendiamo però bene conto che il colosso della
chimica ha scontato una pena molto inferiore ai danni inflitti. Considerando le
conseguenze del comportamento criminale dell’azienda, durato per decenni,
sentiamo che giustizia è stata fatta, ma ad un costo umano altissimo. Cattive acque è, oltre alla ricostruzione fedele
di un caso giudiziario, il racconto
crudo di come le persone possano soffrire a causa dell’acqua che bevono e
dell’aria che respirano. Questi pericoli sono spaventosamente ordinari e
il film di Todd Haynes ci ricorda che dobbiamo affrontarli tutti,
quotidianamente, inevitabilmente.
…“Sembrava la cosa giusta da fare!”. Sentendo le parole
pronunciate con timida umiltà dal vero Billiott durante un’intervista, pare
proprio che anche il buon Todd Haynes abbia pensato a qualcosa di tremendamente
simile prima di battere il primo ciak di Cattive acque,
sentendo tutta l’urgenza di un autore ormai maturo nel dover, in un modo o
nell’altro, fare i conti con la dura realtà dei propri tempi, dove non importa
a nessuno se qualche molecola di PFAS in più viene allegramente assorbita dal
nostro organismo durante un bel bagnetto o una rinfrescante bevuta;
l’importante è avere sempre a disposizione le nostre brave pentoline
antiaderenti. Magari prodotte da gentaglia che se ne infischia allegramente di
gettare i propri rifiuti nello scarico del cesso. Per narrare tutto ciò al
meglio delle proprie capacità, il buon Haynes capisce bene di doversi mettere
totalmente in disparte, chiedendo al fido Edward Lachman di bagnare la propria
calorosa fotografia nel ghiaccio secco, per sputar fuori un dolente dramma
giudiziario a fosche tinte, nel quale la consueta gabbia narrativa del genere
formata da completi gessati, investigazioni sul filo del rasoio, quintali di
ciclostili e battaglie all’ultimo sangue fra i bachi degli imputati si
trasforma in un incalzante e disturbatissimo tour de force legale.
Una gimkana quasi kafkiana al termine della quale l’amaro rimasto in bocca
dalla tremenda consapevolezza acquisita risulta ben più abbondante delle misere
soddisfazioni ottenute dalle povere vittime del caso. D’altronde si sa: questa
è la vita, e la vita, cari amici, è ben diversa da qualunque film, bello o
brutto che sia.
…Il recentissimo Cattive acque (2019),
ispirandosi all’articolo del New York Times Magazine del 2016 The
LawyerWho Became DuPont’s Worst Nightmare di Nathaniel
Rich, racconta la storia vera di Robert Bilott, avvocato societario
specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, al quale nel 1998 un
agricoltore di Parkersburg, in West Virginia, chiede di indagare sul nesso tra
la presenza di un impianto dell’azienda chimica DuPont nei pressi della sua
fattoria e i tumori e le malformazioni che affliggono le sue
mucche. Bilott scopre che da decenni la DuPont smaltisce indisturbata nei
corsi d’acqua della zona grandi quantità di acido perfluoroottanoico, mettendo
a rischio la salute e la vita della popolazione locale e, commercializzando
altrettanto indisturbata il teflon, anche quella della popolazione globale. Qui
si innesca una vera e propria lotta tra Davide, sempre più solo in un mondo che
non capisce il senso delle sue azioni, e Golia, il moloch industriale che ha a
disposizione conoscenze e ricchezze sufficienti a ostacolare le indagini
dell’avvocato per decenni. Rinunciando al glamour e all’estetica del melodramma
cui ci ha abituato per vent’anni, ma senza indulgere agli stereotipi del cinema
sulle class action stile Erin Brockovich – Forte come
la verità (2000) di Steven Soderbergh, Haynes scava senza reticenze
nel sogno di giustizia di Bilott. Ce ne mostra le resistenze, poi la
caparbietà, poi i rischi. Soprattutto ci mostra le sofferenze cui quel sogno,
che pian piano diventa totalizzante ed esclusivo, condanna l’avvocato sul
versante familiare e poi più in generale psicologico. Mark Ruffalo dà
un’interpretazione magistrale di un everyman che scopre dentro
di sé un eroe e paga un pesantissimo scotto per la hybris di
dare corso al suo sogno eroico. Anne Hathaway e Tim Robbins sono altrettanto
intensi nel dare corpo alla moglie e al titolare dell’avvocato, prima
giudicanti, diffidenti e delusi, poi finalmente consapevoli della grandezza e
del sacrificio di Bilott. Il risultato è un film livido, a tratti angoscioso,
che rievoca le atmosfere del cinema americano della paranoia degli anni
Settanta e ci fa presagire l’enormità e la pervasività degli ingranaggi di
potere e interesse che sorreggono il mondo in cui viviamo.
…Si
fa un torto a liquidare Cattive
acque come “divulgativo”, come si trattasse una docufction di
Real Time. Non è scoprire qualcosa che importa ad Haynes, ma
l'imparare a relazionarsi con questo senso del dovere. Come nel The Post di Spielberg,
scegliere cosa fare, e se fare, e perché. Ne varrà la pena? Se lo chiede spesso
Bilott, un Ruffalo mostruoso, in sottrazione, capelli col riporto e vocetta
tremante, imbarcatosi in una battaglia legale che lo porterà sull'orlo del
fallimento professionale e privato; nel mentre, attorno a lui, i peccati
originali della società dei consumi sfigurano facce, denti e corpi di un
Midwest ridotto a scenario da Resident Evil. Il film è un veicolo
per lui, e i grandi volti di contorno fanno da spalla (ci sono Tim
Robbins, Bill Pullman e Bill Camp con
accenti hillbilly, una Anne Hathaway castigata
nel ruolo ingrato di moglie-supporto). Lo script li riunisce attorno alla
crociata del protagonista, e va come un treno verso il non-climax finale, tra
vita vissuta e sana indignazione. Come un piccolo Chernobylad
ampio raggio (moltissimo in comune), ancora un americanissimo
racconto sulle resistenze morali e personali contro un sistema negazionista;
stavolta senza premi, ma sempre formalmente ineccepibile.
…Nello specifico, Cattive acque ricostruisce
come la crociata individuale di un avvocato abbia messo alla luce il fatto che,
per decenni, la DuPont ha consciamente avvelenato i cittadini di Parkersburg,
in West Virginia. Ad oggi, Bilott sta continuando a rappresentare con successo,
una a una, le vittime di quello scempio. Ma è la stessa storia degli Stackler di Purdue Pharma, che hanno creato milioni
di tossicodipendenti mentre si arricchivano con il fentanyl; o di Adam Bowen e
James Monsses, gli imprenditori di Juul Labs, inventori delle sigarette
elettroniche al mentolo che adesso stanno bandendo ovunque perché dannose come
il tabacco.
È LA
STORIA di abusi del capitalismo che non sono più «scandali»
isolati ma cose di tutti giorni. Il che rende il film di Haynes un horror
autentico, allo stesso tempo necessario e disperante.
quando inizi a guardarlo non sai ancora quanto ti coinvolgerà la storia di Carol e Therese. già due anni prima la storia di Adele aveva colpito con una bella storia d'amore, poi Carol e Therese si vogliono bene, negli anni '50, contro tutti. e però vanno avanti, fino a quando lo saprà solo chi guarda il film. cercatelo, merita moltissimo. Todd Haynes fa pochi film, ma non si dimenticano - Ismaele
«La novela es heterosexual, la poesía, por el
contrario, es absolutamente homosexual». Posiblemente sea esa cita de Bolaño
(y, obviamente, el contexto en el cual fue escrita), lo que nos lleva a pensar
en Todd Haynes como si de un poeta visceral-realista se tratase. Sin querer
entrar en los gustos y estilismos personales del director, lo que está claro es
que su obra sí refleja el descontento y la incomprensión sufrida por los
homosexuales, sobre todo en un futuro lacerantemente cercano y un presente
“comprensivo” que repite de manera incesante términos como “tolerancia”,
“igualdad”, “aceptación”, pero no puede evitar censurar con un aplomo dogmático
ciertas muestras de afecto públicas que, lejos de prohibirse, son miradas con
reprobación al considerarse inapropiadas en un entorno expuesto a las posibles
y fortuitas miradas ingenuas de nuestros impresionables pequeños que, como ya
sabemos, tienden a imitar todo lo que ven.Carollo tiene todo para convertirse en un
melodrama romántico indigesto, con una ambientación navideña y la desfasada
moraleja efectista extraída de los cuentos sobre “familia rica-familia pobre”;
afortunadamente, Haynes saca su lado más poético para destrozar la previsible
narración con una dosis de rabia y pasión. Lejos de quedarse en la, ya
recurrente, historia lésbica de implicaciones socio-políticas, el autor incurre
en la injusticia, la brutalidad y la barbarie propagandística, ya no hacia un
colectivo (que también), sino hacia un individuo concreto a consecuencia del
odio y la intransigencia machista…
…Tutto si regge su un filo di erotismo sottilissimo,
sempre e solo accennato ma gonfio di eleganza e tensione, capace di incastrare
lo spettatore in una trappola emozionale senza uscita. Si assiste inermi ad un
sogno patinato di inarrivabile bellezza e sofferenza, poiché la strada verso la
libertà è piena di arbusti nei quali inciampare, cavilli burocratici dai quali
farsi inghiottire. Ma più di tutto è colma di invidia, di odio orribile e
gratuito, da parte proprio delle persone che dovrebbero proteggerci.Evidentemente,
nel petto di ognuno vi è solo la tenebra.
Carolatterra come un fiocco di neve, soffice, sulla
competizione del Festival di Cannes 2015 infiammando più di un cuore. Lo fa
parlando un linguaggio altissimo e una messa in scena che andrebbe studiata
nelle scuole, così come il suo impatto visivo, il suo montaggio e le sue
profonde, straordinarie interpretazioni. La coppia inedita Blanchett-Mara è
infatti sconvolgente, pronta a solcare una traccia profonda nella mente di
molti. La loro impalpabile bellezza si unisce al talento per restituire sullo
schermo una chimica violenta, un contrasto viscerale capace di creare qualcosa
di unico al pari di due colori primari che si mescolano. Il completamento di
un’opera armonica e magistrale, capace di insegnare più di quanto mostra, più
di quanto racconta.
…No hay secuencias que sobren ni diálogos que no aporten
al desarrollo de la historia. En una ciudad densa en donde se respira la
opulencia de una sociedad intransigente como en la que se desenvuelven los
personajes,Cate
Blanchett(habitual
colaboradora de Haynes) yRooney
Maranos regalan dos
interpretaciones soberbias, llenas de contención, dolor y, por sobre todo,
amor. Amor de una por la otra y amor por la encadenada libertad a la que se
sienten atadas. Si bienBlanchettestá acostumbrada a papeles cargados
de emocionalidad, donde acá vuelve a desatar todo su talento como una mujer
amarrada a su matrimonio e hijos del que no puede ni tampoco quiere escapar; esRooney Mara(‘The Girl With the Dragon Tattoo’)
la que envuelve en mayor grado al espectador logrando la identificación,
probablemente por ser quien más dista inicialmente de una relación lésbica, no
por eso no entregada, convirtiéndose en alguna medida en víctima de sus propias
sensaciones. El juego de miradas, gestos y roces entre ambas dotan a la cinta
de un nivel sensorial capaz de emocionar y sobrecoger.
Una historia de amor en donde la
química entre ambos personajes traspasa la pantalla, como un poema que baila
entre partituras suaves y a la vez tensas de piano y violín, y entre un
conjunto de elementos técnicos que dan clase en su puesta en escena: la
fotografía, el montaje y el diverso universo de planos, diálogos y secuencias
hacen de‘Carol’una adaptación mágica, una suerte de
documento didáctico y liberador para cualquier mente prejuiciosa, además de
reafirmar la posición deTodd
Haynescomo un ícono
para la comunidad LGBT por su calidad y sentido a la hora de retratar temas
como este, que hasta el día de hoy, inexplicablemente, aún resultan para muchos
difíciles de digerir.
…Carolnon è solo un dramma sentimentale, la
storia d’amore tra due donne splendide e coraggiose, ma è un ritratto
generazionale e sociale. È la messa in scena dell’implosione che anticipa e
prepara l’esplosione degli anni Sessanta, della rivoluzione sessuale: Carol e
Therese rompono schemi che Harge, Richard e i mariti yankee non riescono più a
tenere in piedi, tradendo le attese della generazione precedente dei padri
padroni e delle madri frustrate e bigotte. Il desiderio femminile, etero o omo,
è il motore di questo processo, è il rimosso che finalmente prende coscienza di
sé. Una liberazione che è ancora un atto dei singoli, di chi può permettersi
detour esistenziali, radicali cambi di vita. Il film di Haynes, come il romanzo
di Patricia Highsmith, racconta una ribellione ai piani alti. Il popolo dovrà
aspettare.
Todd Haynes è un filologo e il cinema è il suo linguaggio. In
questo senso andrebbero interpretate le evidenti differenze con la prassi (e le
possibilità) del melodramma classico. La delicata ma esplicita scena di sesso
diCarol, come il finale, non
avrebbe mai visto la luce negli anni Cinquanta e Sessanta, stritolata
dall’autocensura ancor prima che dal Codice Hays. MaCarolnon
è solo un omaggio, un aggiornamento e un certosino e ammaliante esercizio di
stile: Haynes rilancia una delle possibili e ancora fertili direttrici
estetiche del cinema hollywoodiano, stratificando di significati ogni singolo
fotogramma, cercando di elevare forma, contenuto e narrazione. Rooney Mara à la
Hepburn diColazione da Tiffany,
l’ultimo primo piano di Cate Blanchett o gli sguardi filtrati dai vetri delle
macchine sono (meta)linguaggio cinematografico puro e vivissimo.
…L’aspetto più affascinante di questo film
è il modo in cui racconta l’amore – il nascere e l’approfondirsi del
sentimento, la spinta del desiderio, l’attenzione e la tenerezza dell’una per
l’altra (idem estdell’uno per l’altra, dell’una per
l’altro, dell’uno per l’altro) – e il coraggio in cui lo pone al primo posto
nella ricerca della serenità o piuttosto della pienezza del singolo. Con la
giusta lentezza, e con un’esemplare sapienza drammaturgica. Ricordiamo ben
pochi film così pacatamente convinti e convincenti, e però…
È il suo fascino di “opera chiusa”
controllatissima ad attrarre e a piacere, ma nello stesso tempo , in qualche
modo, ad allontanare. Si ammira e ci si emoziona, si è catturati e rispettosi,
ma tutto è così al giusto posto che si desidererebbe, come si cercava di
teorizzare un tempo da più parti, non l’apice dell’opera chiusa né la
trasandatezza dell’“opera aperta”, ma un’opera chiusa con qualche apertura sul
dietro e l’a tergo, o sull’oltre: una imperfezione rivendicata, forse
indispensabile a un dialogo forte con il proprio tempo, per non fermarsi a
psicologie e comportamenti, per cercare una rottura e per tentare una
verticalità.
È strano che si debba rimproverare
a un film la sua perfezione. Non era perfetto, tra parentesi, il romanzo di
Patricia Highsmith a cui, con molta libertà, l’ottimo Haynes si è ispirato,
chiudendone le aperture.