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giovedì 28 marzo 2024

May December - Todd Haynes

una gara di bravura dei tre protagonisti, ma è tutto lì.

film freddo, noioso, una storia che non coinvolge, Todd Haynes ha fatto molto di meglio, senza dubbio.

buona (se non avete niente di meglio da fare) visione - Ismaele

 

 

 

…Tra i linguaggi e i toni della soap opera, Todd Haynes rileva abilmente la miccia capace di innescare dinamiche narrative proprie del thriller psicologico, se non addirittura del noir, sfiorando di tanto in tanto il melodramma, allontanandosene immediatamente, poiché maggiormente interessato agli psicologismi dell’inquietudine, dello sguardo e dell’attesa.

May December infatti, ancor prima d’essere un film di conversazioni – l’ottima sceneggiatura di Samy Burch e Alex Mechanik, ha ricevuto la nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, pur senza ottenerla –, è un film d’osservazione. Non è casuale che lo scopo della diva hollywoodiana interpretata dalla Portman, coincida con lo sguardo, o meglio, con l’assistere passivamente alla vita di Gracie Atherton-Yoo, che a sua volta vigila sulla presenza incessante di quest’ultima, dapprima di sottofondo e rilegata agli angoli – là dove i veri autori osservano – e poi sempre più centrale, protagonista e per questo temibile.

Il decimo film di carriera di Todd Haynes è un gioiellino, supportato da ottime prove interpretative curiosamente non considerate dall’Accademy, probabilmente per la dimensione minore di un film certamente singolare, capace di muoversi con maestria, leggerezza e tensione, dal dramma al thriller psicologico, fino al melò ed il true crime.

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Tra le tre performance, forse quella che emerge di più e che sorprende proprio perchè viene da un giovanissimo della recitazione, è quella di Melton. L’attore di Riverdale riesce a catturare in toto le sfaccettature del suo personaggio, conferendogli un’aria da belloccio dei tanto popolari young adult ma affibbiandogli anche un’aria costantemente desolata e malinconica, incerta nel suo trovarsi costantemente in bilico tra l’essere adulto e il tornare bambino. Il suo Joe è contemporaneamente appetibile e tenero, solare e angoscioso. Un personaggio vincente che si è auto-confinato in un terreno di isolamento totale, lontano dal tono camp della pellicola, dai colori vivi della sua fotografia e lussureggianti della natura che lo circonda. Forse è proprio attraverso il personaggio di Joe che Haynes riesce a sbugiardare i suoi personaggi, l’artificiosità dei loro comportamenti e del finto paradiso che si sono creati. Melodramma camp fino al midollo, l’ironia disturbante di Todd Haynes fa luce con May December sulle (s)proporzioni dei ruoli e dei valori famigliari di una realtà pervasa dalla finzione.

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Il cast di May December offre performance ineccepibili e capaci di rimanere impresse a lungo, il ritmo del film si fa via via sempre più incalzante in un crescendo appassionato, e in alcuni punti passionale, di emozioni, dubbi e sospetti senza mai la scure del giudizio. Non sta a noi giudicare, vuole dire Todd Haynes nel proporre senza un briciolo di retorica il ritratto allo specchio di una donna raccontata da un'altra donna, con tutti i trucchi reali e metaforici che entrambe indossano nelle loro vite private e personali. Un film maledettamente interessante, ossessivo, a tratti morboso ma capace di insinuarsi sotto la pelle e serpeggiare a lungo. Anche dopo il finale affidato a un metacinema in cui non è un caso che spunti il serpente della tentazione biblica, peccaminosa eppure irresistibile.

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Non ci sono vincitori in May December, ma solo sconfitti da un mistero senza soluzione, da un caso senza colpevole. La vittima più evidente diventa così proprio Joe, bloccato emotivamente, sentimentalmente e sessualmente in un’adolescenza che gli è impossibile abbandonare, e incapace di conseguenza di amare, desiderare ed essere padre. In una scena di straziante tenerezza, lo vediamo mostrare tutta la sua fragilità e la sua inettitudine con un figlio per il quale assomiglia più a un fratello maggiore, a cui dice con disarmante sincerità «Non riesco a capire se ci stiamo connettendo o se sto creando un brutto ricordo per te in tempo
reale, ma non posso farci niente
».

Todd Haynes si muove con lucidità e impudicizia fra questi diversi abissi umani, districandosi fra suggestioni e false piste e giocando anche con l’aspettativa dello spettatore, martellato da una colonna sonora di chiaro stampo thriller, che lascia presagire una scarica di violenza che non arriva mai. Lo fa plasmando ancora una volta il lato più torbido di Julianne Moore, già alle sue dipendenze in SafeLontano dal paradiso e La stanza delle meraviglie, qui alle prese con un personaggio con più di un punto di contatto con quello da lei interpretato per David Cronenberg in Maps to the Stars. Ma soprattutto lo fa con la sua personalissima cifra stilistica, indagando le torbide contraddizioni della piccola borghesia e tratteggiando le più travolgenti passioni e le più insopprimibili pulsioni all’interno di una cornice solo apparentemente algida…

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lunedì 2 marzo 2020

Cattive acque - Todd Haynes

uno di quei film senza effetti speciali, quasi cronaca, racconta una storia mai finita, di un'impresa assassina e degli sforzi di resisterle, grazie a un avvocato informato dei fatti e incazzato.
è inquietante come gli stati rinunciano ai loro poteri di controllo, le imprese si autovalutano, e quando qualcosa non va basta aumentare le soglie di tolleranza.
che crepi la gente, quello che conta sono i profitti e i dividendi degli azionisti, prima regola del business, il resto non conta o si può comprare.
e che dire dell' equazione, più lavoro, più malattie, un ricatto al quale è difficile resistere, in tutto il mondo.
a un certo punto dice Mark Ruffalo, lo straordinario attore che interpreta l'avvocato, che non ci si può fidare di nessuno, imprese, giustizia, governo, sono loro il nemico dei cittadini.
il film non annoia un secondo, ed è un esempio di cinema civile di ottimo livello.
e se pensi che quella storia non riguarda la tua vita, dai uno sguardo qui.
buona (imperdibile) visione - Ismaele




Mark Ruffalo brilla nel ruolo di protagonista, interpretando non un eroe senza macchia, ma un uomo che decide contro ogni buon senso di perseguire una battaglia agli occhi dei più impossibile, ma necessaria. Vediamo, nel corso dei due decenni che costituiscono il tempo del racconto, la sua discesa nel baratro dell'indifferenza generale rispetto a una causa che invece riguarda tutti (il film ci informa che il 98% degli esseri umani presenta tracce di teflon nel sangue). Vediamo la sua salute fisica e mentale vacillare in contrasto con la sua incrollabile determinazione.
Non è certo un film rassicurante, la tensione che fin dalle prime inquadrature permea il racconto non viene mai allentata e la pellicola, così come la vicenda giudiziaria ancora in corso, non finisce, rimanendo semplicemente in sospeso, in quel limbo di incertezza e pericolo. Il talento davanti e dietro la macchina da presa è innegabile, dando valore aggiunto ad un'opera che in altre mani avrebbe potuto risultare generica e noiosa, ma che invece cattura l'attenzione e trattiene lo spettatore dall'inizio alla fine.

Cosa funziona in Cattive Acque
Cattive Acque è un legal thriller, ma anche un film di denuncia, un’occasione per trasmettere alle persone il peso della minaccia alla salute pubblica, che questa minaccia è reale e come essa sia messa in attoCattive Acque è costruito su una serie di complessità stratificate per cui sembra quasi impossibile che possa sostenere il peso dell’enorme mole di informazioni tecniche, legali, sulla salute ambientale, a descrivere il processo che un caso legale subisce, la sua costruzione, la ricerca, il percorso a livello federale e statale fondendo il tutto con la storia personale di un uomo “normale”, le cui idee vengono completamente ribaltate dalle sue scoperte, e che si trova ad affrontare rischi psichici, emotivi e quasi mortali per portare avanti la sua ricerca per la verità.

Perché non guardare Cattive Acque
E’ una storia altamente intricata e angosciante, raccontata senza troppi fronzoli e giri di parole, che non può essere vista senza una buona dose di concentrazione. Le tematiche trattate sono sconvolgenti perciò chi non è disposto ad ascoltare o ha paura della riflessione derivante da ciò che Cattive Acque denuncia, non ha davanti il film giusto.

Ci vuole coraggio a sfidare il Potere e i Potenti, ma non solo. Non si tratta di andare in contro alla paura, quanto piuttosto di tollerare le conseguenze psicologiche di una tale azione. Bilott lentamente si consuma, perde ogni certezza, si sente solo e viene definito persino pazzo, perde l’affetto delle persone a lui più care. È quindi sufficiente avere solo coraggio? Ci vuole molto di più. C’è bisogno – paradossalmente – di un senso di incoscienza. È la salute mentale, oltre quella fisica, che viene meno.
Cattive Acque smuove le coscienze e invita a riflettere sul fatto che ci sono volte in cui bisogna sapersi difendere da soli, rischiando persino di guardare in faccia la morte. La pellicola è mesta, ma potente ed impegnata. Non basta neanche impegnarsi per diciannove anni per ottenere giustizia: non si smette mai di combattere. Bilott sta ancora lottando. C’è un desiderio irrefrenabile di verità, lo stesso che aveva mosso i cronisti del Washington Post in “Tutti gli uomini del presidente”: abbiamo bisogno che vengano raccontate queste storie, e ne avremo sempre bisogno…

…Ciò che rende questo un film di Haynes, oltre alla fotografia del suo fidato e geniale collaboratore Ed Lachman, è qualcosa di intangibile e misterioso. Ai fan dell’autore verrà di sicuro in mente Safe, il classico indie del 1995 con Julianne Moore nei panni di una moglie e madre convinta di essere contaminata da un’ignota sostanza nell’ambiente. Quella sensazione di terrore pervade anche questo film, e lo rende un’opera spaventosa e senza tempo, lontana dallo stile di un docudrama. Nell’era di Trump, quando gli abusi delle aziende sono stati dimenticati in nome del profitto, siamo tutti allarmati dal prossimo attacco al nostro già fragile clima. Bilott ha agito per fermare tutto: noi che cosa stiamo facendo?

…Probabilmente il nome DuPont vi dirà poco e niente (al massimo vi ricorderà il film Foxcatcher, che però non ha legami con questa storia), non esistono sul mercato globale prodotti che si rifacciano in modo diretto a questa precisa compagnia, eppure una delle loro innovazioni si trova quasi certamente nelle case di ognuno di noi: parliamo del Teflon. È il nome abbreviato per descrivere il politetrafluoroetilene, un polimero miracoloso che repelle l'acqua e non solo, diventato essenziale negli ultimi decenni soprattutto in un determinato settore: quello delle padelle antiaderenti da cucina. Un elemento prodotto per la prima volta dalla DuPont per servire l'esercito americano intento a costruire la bomba atomica, tanto per capire le potenzialità del Teflon.
Peccato che la stessa azienda abbia per anni insabbiato la pericolosità dei materiali di scarto prodotti dal polimero in questione, inquinando corsi d'acqua e terreni, in maniera simile a come la criminalità organizzata ha fatto nel nostro Paese ma in maniera più subdola, senza infrangere leggi o regole precise. A determinare infatti il grado di pericolosità degli elementi rilasciati in natura è stata la stessa DuPont per decenni, tutto questo però lo scoprirete in dettaglio guardando Cattive Acque al cinema, un film girato con stile che vanta un valore aggiunto non da poco: un Mark Ruffalo eccezionale

Cattive acque è un film importante, fortemente attuale e che ci riguarda tutti. Alla fine del film, alcune scritte in sovrimpressione ci ricordano che più del 90% della popolazione mondiale ha nel proprio sangue tracce di PFOA; come qualunque altra questione ambientale, anche l’inquinamento delle industrie chimiche è un problema globale, che tocca ciascuno di noi. Un’ulteriore riflessione, solo apparentemente ovvia, in un film che fa pensare, fa arrabbiare e lascia una sensazione di inquietudine sul finale.
La DuPont ha pagato per i propri errori; ci rendiamo però bene conto che il colosso della chimica ha scontato una pena molto inferiore ai danni inflitti. Considerando le conseguenze del comportamento criminale dell’azienda, durato per decenni, sentiamo che giustizia è stata fatta, ma ad un costo umano altissimo. Cattive acque è, oltre alla ricostruzione fedele di un caso giudiziario, il racconto crudo di come le persone possano soffrire a causa dell’acqua che bevono e dell’aria che respirano. Questi pericoli sono spaventosamente ordinari e il film di Todd Haynes ci ricorda che dobbiamo affrontarli tutti, quotidianamente, inevitabilmente.

…“Sembrava la cosa giusta da fare!”. Sentendo le parole pronunciate con timida umiltà dal vero Billiott durante un’intervista, pare proprio che anche il buon Todd Haynes abbia pensato a qualcosa di tremendamente simile prima di battere il primo ciak di Cattive acque, sentendo tutta l’urgenza di un autore ormai maturo nel dover, in un modo o nell’altro, fare i conti con la dura realtà dei propri tempi, dove non importa a nessuno se qualche molecola di PFAS in più viene allegramente assorbita dal nostro organismo durante un bel bagnetto o una rinfrescante bevuta; l’importante è avere sempre a disposizione le nostre brave pentoline antiaderenti. Magari prodotte da gentaglia che se ne infischia allegramente di gettare i propri rifiuti nello scarico del cesso. Per narrare tutto ciò al meglio delle proprie capacità, il buon Haynes capisce bene di doversi mettere totalmente in disparte, chiedendo al fido Edward Lachman di bagnare la propria calorosa fotografia nel ghiaccio secco, per sputar fuori un dolente dramma giudiziario a fosche tinte, nel quale la consueta gabbia narrativa del genere formata da completi gessati, investigazioni sul filo del rasoio, quintali di ciclostili e battaglie all’ultimo sangue fra i bachi degli imputati si trasforma in un incalzante e disturbatissimo tour de force legale. Una gimkana quasi kafkiana al termine della quale l’amaro rimasto in bocca dalla tremenda consapevolezza acquisita risulta ben più abbondante delle misere soddisfazioni ottenute dalle povere vittime del caso. D’altronde si sa: questa è la vita, e la vita, cari amici, è ben diversa da qualunque film, bello o brutto che sia.

Il recentissimo Cattive acque (2019), ispirandosi all’articolo del New York Times Magazine del 2016 The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare di Nathaniel Rich, racconta la storia vera di Robert Bilott, avvocato societario specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, al quale nel 1998 un agricoltore di Parkersburg, in West Virginia, chiede di indagare sul nesso tra la presenza di un impianto dell’azienda chimica DuPont nei pressi della sua fattoria e i tumori e le malformazioni che affliggono le sue mucche. Bilott scopre che da decenni la DuPont smaltisce indisturbata nei corsi d’acqua della zona grandi quantità di acido perfluoroottanoico, mettendo a rischio la salute e la vita della popolazione locale e, commercializzando altrettanto indisturbata il teflon, anche quella della popolazione globale. Qui si innesca una vera e propria lotta tra Davide, sempre più solo in un mondo che non capisce il senso delle sue azioni, e Golia, il moloch industriale che ha a disposizione conoscenze e ricchezze sufficienti a ostacolare le indagini dell’avvocato per decenni. Rinunciando al glamour e all’estetica del melodramma cui ci ha abituato per vent’anni, ma senza indulgere agli stereotipi del cinema sulle class action stile Erin Brockovich – Forte come la verità (2000) di Steven Soderbergh, Haynes scava senza reticenze nel sogno di giustizia di Bilott. Ce ne mostra le resistenze, poi la caparbietà, poi i rischi. Soprattutto ci mostra le sofferenze cui quel sogno, che pian piano diventa totalizzante ed esclusivo, condanna l’avvocato sul versante familiare e poi più in generale psicologico. Mark Ruffalo dà un’interpretazione magistrale di un everyman che scopre dentro di sé un eroe e paga un pesantissimo scotto per la hybris di dare corso al suo sogno eroico. Anne Hathaway e Tim Robbins sono altrettanto intensi nel dare corpo alla moglie e al titolare dell’avvocato, prima giudicanti, diffidenti e delusi, poi finalmente consapevoli della grandezza e del sacrificio di Bilott. Il risultato è un film livido, a tratti angoscioso, che rievoca le atmosfere del cinema americano della paranoia degli anni Settanta e ci fa presagire l’enormità e la pervasività degli ingranaggi di potere e interesse che sorreggono il mondo in cui viviamo.

Si fa un torto a liquidare Cattive acque come “divulgativo”, come si trattasse una docufction di Real Time. Non è scoprire qualcosa che importa ad Haynes, ma l'imparare a relazionarsi con questo senso del dovere. Come nel The Post di Spielberg, scegliere cosa fare, e se fare, e perché. Ne varrà la pena? Se lo chiede spesso Bilott, un Ruffalo mostruoso, in sottrazione, capelli col riporto e vocetta tremante, imbarcatosi in una battaglia legale che lo porterà sull'orlo del fallimento professionale e privato; nel mentre, attorno a lui, i peccati originali della società dei consumi sfigurano facce, denti e corpi di un Midwest ridotto a scenario da Resident Evil. Il film è un veicolo per lui, e i grandi volti di contorno fanno da spalla (ci sono Tim Robbins, Bill Pullman e Bill Camp con accenti hillbilly, una Anne Hathaway castigata nel ruolo ingrato di moglie-supporto). Lo script li riunisce attorno alla crociata del protagonista, e va come un treno verso il non-climax finale, tra vita vissuta e sana indignazione. Come un piccolo Chernobyl ad ampio raggio (moltissimo in comune), ancora un americanissimo racconto sulle resistenze morali e personali contro un sistema negazionista; stavolta senza premi, ma sempre formalmente ineccepibile.

Nello specifico, Cattive acque ricostruisce come la crociata individuale di un avvocato abbia messo alla luce il fatto che, per decenni, la DuPont ha consciamente avvelenato i cittadini di Parkersburg, in West Virginia. Ad oggi, Bilott sta continuando a rappresentare con successo, una a una, le vittime di quello scempio.
Ma è la stessa storia degli Stackler di Purdue Pharma, che hanno creato milioni di tossicodipendenti mentre si arricchivano con il fentanyl; o di Adam Bowen e James Monsses, gli imprenditori di Juul Labs, inventori delle sigarette elettroniche al mentolo che adesso stanno bandendo ovunque perché dannose come il tabacco.
È LA STORIA di abusi del capitalismo che non sono più «scandali» isolati ma cose di tutti giorni. Il che rende il film di Haynes un horror autentico, allo stesso tempo necessario e disperante.

giovedì 6 aprile 2017

Carol - Todd Haynes

quando inizi a guardarlo non sai ancora quanto ti coinvolgerà la storia di Carol e Therese.
già due anni prima la storia di Adele aveva colpito con una bella storia d'amore, poi Carol e Therese si vogliono bene, negli anni '50, contro tutti.
e però vanno avanti, fino a quando lo saprà solo chi guarda il film.
cercatelo, merita moltissimo.
Todd Haynes fa pochi film, ma non si dimenticano - Ismaele






«La novela es heterosexual, la poesía, por el contrario, es absolutamente homosexual». Posiblemente sea esa cita de Bolaño (y, obviamente, el contexto en el cual fue escrita), lo que nos lleva a pensar en Todd Haynes como si de un poeta visceral-realista se tratase. Sin querer entrar en los gustos y estilismos personales del director, lo que está claro es que su obra sí refleja el descontento y la incomprensión sufrida por los homosexuales, sobre todo en un futuro lacerantemente cercano y un presente “comprensivo” que repite de manera incesante términos como “tolerancia”, “igualdad”, “aceptación”, pero no puede evitar censurar con un aplomo dogmático ciertas muestras de afecto públicas que, lejos de prohibirse, son miradas con reprobación al considerarse inapropiadas en un entorno expuesto a las posibles y fortuitas miradas ingenuas de nuestros impresionables pequeños que, como ya sabemos, tienden a imitar todo lo que ven. Carol lo tiene todo para convertirse en un melodrama romántico indigesto, con una ambientación navideña y la desfasada moraleja efectista extraída de los cuentos sobre “familia rica-familia pobre”; afortunadamente, Haynes saca su lado más poético para destrozar la previsible narración con una dosis de rabia y pasión. Lejos de quedarse en la, ya recurrente, historia lésbica de implicaciones socio-políticas, el autor incurre en la injusticia, la brutalidad y la barbarie propagandística, ya no hacia un colectivo (que también), sino hacia un individuo concreto a consecuencia del odio y la intransigencia machista…

…Tutto si regge su un filo di erotismo sottilissimo, sempre e solo accennato ma gonfio di eleganza e tensione, capace di incastrare lo spettatore in una trappola emozionale senza uscita. Si assiste inermi ad un sogno patinato di inarrivabile bellezza e sofferenza, poiché la strada verso la libertà è piena di arbusti nei quali inciampare, cavilli burocratici dai quali farsi inghiottire. Ma più di tutto è colma di invidia, di odio orribile e gratuito, da parte proprio delle persone che dovrebbero proteggerci. Evidentemente, nel petto di ognuno vi è solo la tenebra.
Carol atterra come un fiocco di neve, soffice, sulla competizione del Festival di Cannes 2015 infiammando più di un cuore. Lo fa parlando un linguaggio altissimo e una messa in scena che andrebbe studiata nelle scuole, così come il suo impatto visivo, il suo montaggio e le sue profonde, straordinarie interpretazioni. La coppia inedita Blanchett-Mara è infatti sconvolgente, pronta a solcare una traccia profonda nella mente di molti. La loro impalpabile bellezza si unisce al talento per restituire sullo schermo una chimica violenta, un contrasto viscerale capace di creare qualcosa di unico al pari di due colori primari che si mescolano. Il completamento di un’opera armonica e magistrale, capace di insegnare più di quanto mostra, più di quanto racconta.

…No hay secuencias que sobren ni diálogos que no aporten al desarrollo de la historia. En una ciudad densa en donde se respira la opulencia de una sociedad intransigente como en la que se desenvuelven los personajes, Cate Blanchett (habitual colaboradora de Haynes) y Rooney Mara nos regalan dos interpretaciones soberbias, llenas de contención, dolor y, por sobre todo, amor. Amor de una por la otra y amor por la encadenada libertad a la que se sienten atadas. Si bien Blanchett está acostumbrada a papeles cargados de emocionalidad, donde acá vuelve a desatar todo su talento como una mujer amarrada a su matrimonio e hijos del que no puede ni tampoco quiere escapar; es Rooney Mara (‘The Girl With the Dragon Tattoo’) la que envuelve en mayor grado al espectador logrando la identificación, probablemente por ser quien más dista inicialmente de una relación lésbica, no por eso no entregada, convirtiéndose en alguna medida en víctima de sus propias sensaciones. El juego de miradas, gestos y roces entre ambas dotan a la cinta de un nivel sensorial capaz de emocionar y sobrecoger.
Una historia de amor en donde la química entre ambos personajes traspasa la pantalla, como un poema que baila entre partituras suaves y a la vez tensas de piano y violín, y entre un conjunto de elementos técnicos que dan clase en su puesta en escena: la fotografía, el montaje y el diverso universo de planos, diálogos y secuencias hacen de ‘Carol’ una adaptación mágica, una suerte de documento didáctico y liberador para cualquier mente prejuiciosa, además de reafirmar la posición de Todd Haynes como un ícono para la comunidad LGBT por su calidad y sentido a la hora de retratar temas como este, que hasta el día de hoy, inexplicablemente, aún resultan para muchos difíciles de digerir.

…Carol non è solo un dramma sentimentale, la storia d’amore tra due donne splendide e coraggiose, ma è un ritratto generazionale e sociale. È la messa in scena dell’implosione che anticipa e prepara l’esplosione degli anni Sessanta, della rivoluzione sessuale: Carol e Therese rompono schemi che Harge, Richard e i mariti yankee non riescono più a tenere in piedi, tradendo le attese della generazione precedente dei padri padroni e delle madri frustrate e bigotte. Il desiderio femminile, etero o omo, è il motore di questo processo, è il rimosso che finalmente prende coscienza di sé. Una liberazione che è ancora un atto dei singoli, di chi può permettersi detour esistenziali, radicali cambi di vita. Il film di Haynes, come il romanzo di Patricia Highsmith, racconta una ribellione ai piani alti. Il popolo dovrà aspettare.
Todd Haynes è un filologo e il cinema è il suo linguaggio. In questo senso andrebbero interpretate le evidenti differenze con la prassi (e le possibilità) del melodramma classico. La delicata ma esplicita scena di sesso di Carol, come il finale, non avrebbe mai visto la luce negli anni Cinquanta e Sessanta, stritolata dall’autocensura ancor prima che dal Codice Hays. Ma Carol non è solo un omaggio, un aggiornamento e un certosino e ammaliante esercizio di stile: Haynes rilancia una delle possibili e ancora fertili direttrici estetiche del cinema hollywoodiano, stratificando di significati ogni singolo fotogramma, cercando di elevare forma, contenuto e narrazione. Rooney Mara à la Hepburn di Colazione da Tiffany, l’ultimo primo piano di Cate Blanchett o gli sguardi filtrati dai vetri delle macchine sono (meta)linguaggio cinematografico puro e vivissimo.

…L’aspetto più affascinante di questo film è il modo in cui racconta l’amore – il nascere e l’approfondirsi del sentimento, la spinta del desiderio, l’attenzione e la tenerezza dell’una per l’altra (idem est dell’uno per l’altra, dell’una per l’altro, dell’uno per l’altro) – e il coraggio in cui lo pone al primo posto nella ricerca della serenità o piuttosto della pienezza del singolo. Con la giusta lentezza, e con un’esemplare sapienza drammaturgica. Ricordiamo ben pochi film così pacatamente convinti e convincenti, e però…
È il suo fascino di “opera chiusa” controllatissima ad attrarre e a piacere, ma nello stesso tempo , in qualche modo, ad allontanare. Si ammira e ci si emoziona, si è catturati e rispettosi, ma tutto è così al giusto posto che si desidererebbe, come si cercava di teorizzare un tempo da più parti, non l’apice dell’opera chiusa né la trasandatezza dell’“opera aperta”, ma un’opera chiusa con qualche apertura sul dietro e l’a tergo, o sull’oltre: una imperfezione rivendicata, forse indispensabile a un dialogo forte con il proprio tempo, per non fermarsi a psicologie e comportamenti, per cercare una rottura e per tentare una verticalità.
È strano che si debba rimproverare a un film la sua perfezione. Non era perfetto, tra parentesi, il romanzo di Patricia Highsmith a cui, con molta libertà, l’ottimo Haynes si è ispirato, chiudendone le aperture.