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domenica 22 febbraio 2026

Quando l’orrore diventa struttura: rileggere nel 2026 la nouvelle trouille francese - Ramona Ponzini

Rivedere oggi i film simbolo di quella che è stata definita la nouvelle trouille francese – Martyrs (2008) di Pascal Laugier, Frontière(s) (2007) di Xavier Gens e À l’intérieur (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury – significa confrontarsi con un cinema che aveva già intuito, con estrema lucidità, una frattura profonda nel corpo sociale europeo. A distanza di quasi vent’anni, ciò che colpisce è, ancora e certamente, la violenza estrema che li ha resi celebri, ma anche e soprattutto la precisione con cui quei film mettevano in scena un mondo che stava perdendo i propri dispositivi di mediazione: politici, simbolici, etici. È un cinema che intercetta la paura come struttura diffusa, come atmosfera. In questo senso, le tre pellicole non parlano semplicemente di violenza, ma di soglie infrante, di spazi che smettono di proteggere, di corpi che non possono più essere garantiti da nessuna istituzione. In Martyrs l’orrore si configura come processo. Il film si apre come un thriller, con una ragazzina che fugge da un luogo di segregazione e violenza, le cui ferite psicologiche segnano la crescita sotto forma di allucinazione e paranoia. L’ingresso nello spazio borghese della famiglia apparentemente normale sembra promettere un racconto di vendetta, una traiettoria riconoscibile in cui il dolore trova un bersaglio. In apertura una immagine di Martyrs di Pascal Laugier.

È una promessa che il film formula per poi lasciarla collassare sotto il peso di ciò che seguirà. Dopo queste prime fasi, Martyrs entra, infatti, in un territorio che sfugge a ogni genere stabile: la violenza si organizza, assume una forma sistemica, diventa metodo. Il corpo della protagonista viene progressivamente privato di funzione narrativa, ridotto a superficie, a materia sottoposta a una procedura ripetitiva e clinica. È qui che il film sposta definitivamente il proprio asse: la violenza diventa esperienza estrema in quanto fatto ideologico. L’organizzazione che orchestra il supplizio è un’élite razionale, convinta che il sacrificio (altrui) consenta l’accesso a un sapere capace di giustificare ogni atrocità. Rivedere oggi Martyrs significa confrontarsi con un’opera che ha intercettato una deriva profondamente contemporanea: la legittimazione istituzionalizzata della violenza.

In Frontière(s) l’orrore si inscrive fin dall’inizio in una geografia precisa. Il film si apre su una Parigi attraversata da rivolte che fanno da sfondo a una fuga precipitosa. Un gruppo di giovani tenta di allontanarsi dalla città, di attraversare un confine, di guadagnare un fuori. Questo movimento iniziale è carico di ambiguità: il margine appare come spazio residuale in cui sottrarsi al caos del centro. La frontiera evocata dal titolo è una soglia simbolica e politica. Il luogo in cui i protagonisti si rifugiano è abitato da una famiglia che incarna la genealogia stessa della violenza. L’orrore è incorporato negli spazi, nelle pratiche quotidiane, nella trasmissione dei ruoli; la casa diventa un archivio vivente, un deposito di ideologia. Il riferimento a Non aprite quella porta (1974) emerge nella centralità della famiglia come luogo di trasmissione della disfunzionalità, ma in Frontière(s) questa dinamica si innesta in un contesto europeo riconoscibile, trasformando il rural horror in una riflessione sulla persistenza di un pensiero identitario che si trasmette per via domestica. L’estrema destra che il film mette in scena è incarnata, quotidiana, organizzata attorno a una gestione dei corpi come risorsa da selezionare, eliminare e preservare. Nel finale questa logica si espande: la fuga della sopravvissuta dal microcosmo familiare si riversa immediatamente in un ordine più ampio. L’orrore rientra nel corpo sociale attraverso figure che incarnano continuità e legittimazione, mostrando come la violenza ideologica possa adattarsi e riprodursi (e arrivare fino a noi – oggi).

In À l’intérieur l’orrore si condensa in uno spazio unico e in un tempo quasi continuo. La vicenda si svolge interamente all’interno di una casa (civico 666), durante una notte, attorno a un corpo femminile in stato di vulnerabilità estrema: una donna incinta, sola, isolata. Lo spazio domestico viene progressivamente svuotato della sua funzione simbolica. Porte, finestre, stanze non offrono riparo né controllo; la casa si trasforma in un campo di assedio. Il corpo femminile diventa territorio conteso, superficie su cui si esercita una forma di appropriazione ossessiva. La messa in scena rifiuta qualsiasi alleggerimento, insistendo su una violenza ravvicinata e insostenibile. La visione di À l’intérieur intercetta una paura ancora (e sempre più) attiva: quella legata al controllo dei corpi e alla fragilità delle strutture che dovrebbero garantire rispetto e protezione. In un contesto come quello contemporaneo segnato dall’erosione progressiva dei diritti, dalla riemersione e consolidamento di forme di autoritarismo e dalla normalizzazione di pratiche violente nel discorso pubblico, questi film mostrano come l’orrore non abbia bisogno di irrompere dall’esterno, ma trovi terreno fertile nelle strutture stesse che organizzano la vita sociale. La famiglia, la casa, l’istituzione, il sapere: ciò che dovrebbe garantire tutela diventa dispositivo di esclusione e controllo. MartyrsFrontière(s) e À l’intérieur sono pellicole che continuano a parlarci perché mettono in forma una condizione in cui la violenza smette di apparire come eccezione e si stabilizza come possibilità permanente, amministrata e legittimata. Un cinema che non consola e non offre soluzioni, ma restituisce, con acutezza disturbante, la sensazione di vivere dentro un ordine fragile, trasformatosi in un sistema di sopraffazione.

da qui

martedì 19 marzo 2019

Martyrs – Pascal Laugier

il film inizia con una bambina, Lucie, che fugge dall'orrore come un'altra bambina, quella volta vietnamita.


il film è doloroso e inquietante, pieno di colpi di scena che danno benzina alla storia, quando sembra ormai arrivata a una fine, ecco che riparte, lasciando senza parole.
mi ha ricordato un film, del tutto diverso, con un'ambientazione, un'aria, una tensione, quel film era, ed è, 13 Tzameti (di Gela Babluani) e magari poterbbe anche essere, mutatis mutandis, Kill List, di Ben Weathley, c'è sempre qualcuno che organizza tutta la storia, è uno è un oggetto del teatrino di qualcun altro.
Martyrs è film impossibile da raccontare, qualsiasi racconto sarà molto meno forte e avvincente della visione del film.
il film forse non è per tutti, naturalmente, trasuda violenza in ogni scena, violenza mai inutile, e sempre funzionale a una sceneggiatura straordinaria.
non perdetevi questo film, soffrirete come raramente vi succede, al cinema, ma non ve ne pentirete.
buona visione - Ismaele
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La particolarità del film di Laugier (anche autore della sceneggiatura) risiede nel riuscire a svoltare velocemente ogni volta che ci si ritrova dinanzi ad un vicolo cieco. La sua versatilità nel mutare l'atmosfera orrorifica è tanto eccessiva quanto originale. Se la prima parte sembra essere una sanguinaria spedizione punitiva (sulla falsariga di Old Boy), la seconda parte capovolge completamente le regole del gioco, avvolgendo di luce nera una simbolica tematica sul "mostro (dis)umano". Ci si ritrova in un abisso di dolore ancestrale che parte in schiaffi e termina in scuoiamenti completi. Flashback improvvisi e dissolvenze in nero sostengono la struttura incalzante della storia mentre gli scatti fulminei della mdp sono abilissimi a tenere sempre sott'occhio i primissimi piani delle due brave protagoniste.
Insomma, "Martyrs" è un film che raggiunge a pieno il suo obiettivo: quello di far paura. Paura che filtra tra famiglie apparentemente tranquille e tra sette di sperimentatori mistici. Paura che filtra sempre e comunque dall'uomo.

Il film di Pascal Laugier richiede uno spettatore preparato: avvicinarsi a Martyrs con gli stessi occhi che potrebbero sollazzarsi di fronte alla mostra delle atrocità dei già citati film di Eli Roth o dei vari prodotti dozzinali che invadono il mercato estivo nel nostro paese, equivarrebbe a compiere un errore strategico tutt’altro che trascurabile. Laddove molto del panorama orrorifico contemporaneo, soprattutto di marca statunitense, sembra soffrire spesso del perseguimento di un codice di autocensura perfino castrante nella sua standardizzazione – e non si parla solo di un’edulcorazione di ciò che viene mostrato, ma più che altro del modo in cui si decide di mostrarlo – la pellicola di Laugier azzanna al collo lo spettatore, senza concedergli un attimo di tregua. Un gioco al massacro che diventa, nel crescendo etico ed estetico del film, una sfida aperta alle convenzioni del genere, in una spinta verso l’alto che non ha paura di mostrare le sue derive più materialmente basse. Un pugno allo stomaco duro e senza compromessi che sconvolgeva sul grande schermo e mantiene intatta tutta la sua lucida eversione filosofica anche nel supporto video…

Perchè il finale di “Martyrs” è così perfetto?
1) Se analizziamo la scena, possiamo osservare numerosi dettagli “minori” che aiutano a rendere il significato finale più aperto e misterioso possibile (spiegheremo poi perchè): la società che si occupa delle martirizzazioni è principalmente composta da anziani, dunque persone vicine alla morte e, in questo caso, ossessionate dallo scoprire cosa li attende “dopo”, nell’Altro Mondo. La stessa leader Mademoiselle, quando nella stanza si toglie trucco e parrucco, sembra dimostrare i sintomi fisici di una qualche malattia terminale (dunque l’atto del suicidio assume una notevole ambiguità). Quando Anna sussurra a Mademoiselle le inaudibili parole su cosa ci sia nell’altro mondo, il viso dell’anziana non sembra terrorizzato o felice, piuttosto sorpreso (ma non felice né deluso, quasi indifferente). Altro carattere ambiguo. La stessa estasi di Anna suggerisce che ci sia effettivamente qualcosa, ma non si capisce bene cosa (la luce in fondo al tunnel? Dio? il dolore l’ha resa silenziosamente folle e in preda ad allucinazioni?). Tutta la scena nella stanza di Mademoiselle avviene nella più completa freddezza possibile: la donna non lascia trasparire quasi nessun sentimento. E il livello di voluta ambiguità sale ancora. L’idea della sceneggiatore è geniale, poichè insegue la scelta di rinunciare ad inutili spiegoni filosofico-religiosi (sarebbero stati fuori luogo e pretenziosi, visto il clima dell’intero film) a favore in una costruzione ambigua che si, suggerisce una risposta all’eterno quesito “Cosa ci aspetta dopo la Morte?”, una risposta “precisa, che non lascia spazio ad interpretazione” (citando Mademoiselle), ma evita di caricarsi sulle spalle l’arduo compito di spiegarla. Lascia che sia il pubblico a fare congetture, come è giusto che sia visto che ognuno ha il suo credo e la sua fede (che sia in Dio o nel Nulla). Espediente eccellente per un raro caso di film che necessita assolutamente di rimanere “aperto”.
2) Il suicidio di Mademoiselle è un’altra scelta perfetta. Lei è stata la sola ad ascoltare la testimonianza di Anna. Lei è l’unica a sapere cosa c’è dopo la Morte. Che ci sia qualcosa (bello o brutto che sia) o nulla, i suoi “adepti” non lo scopriranno mai. Anni e anni di dolore e torture sprecate, mentre i “poveri” anziani si troveranno al punto di partenza, attendendo la Falce con ossessione e ansia. E’ la miglior vendetta che lo sceneggiatore potesse escogitare.
3) L’ultima frase è di una potenza unica. Mademoiselle esorta Etienne a “rimanere nel dubbio”. Cosa vuol dire? Probabilmente si rifersice alla cessazione degli atti di martirizzazione (come a dire “smettila di cercare una risposta torturando giovani donne, è inutile”) e anche se fosse solo questo avrebbe senso e neanche tanto banale. Ma Mademoiselle sottolinea il carattere dell’immaginare cosa ci sia dopo la Morte piuttosto che di cercarlo fisicamente. Su questo piano, il “rimanere nel dubbio” si configura come un’esortazione a vivere, poichè l’atto della Vita esclude necessariamente quello della Morte. E’ meglio non sapere cosa ci sia nell’Altro Mondo non perchè sia qualcosa di orribile, o gioioso, o inesistente, ma perchè non è pregorativa dell’uomo il “sapere con certezza”. L’uomo è destinato al dubbio finchè il suo cuore continuerà a battere.
Termina così questa dialettica Vita-Morte che per Laugier trova maggior fondamento nel dolore e nella sofferenza. Un film che disturba come pochi prima (e dopo) di lui, perchè ci spinge a riflettere e a cercare, in mezzo a tutto quel dolore, una spiegazione, un senso profondo.
Laugier consegna le chiavi per aprire l’Ultima Porta, ma ci esorta a tenerla chiusa.

Esistono dei film estremi, il cui assunto è più maledettamente tagliente di qualsiasi arma possa essere inclusa al suo interno. Film che colpiscono due volte, a fondo e in contemporanea: l’occhio, più superficialmente, con l’assolutezza della violenza in esse rappresentata; e la mente, più a fondo, attraverso la supposta ideologia che genera questa ferocia.
Martyrs di Pascal Laugier è uno di questi: non un semplice torture porn, anche se allo scatenarsi di questo sub-Genere è contemporaneo, e per certi versi affine, e allo stesso tempo, il più riuscito tra questi.
Pellicola del 2008 che, per assonanza di nazionalità e materia trattata, è stato accomunato a Frontier(s) [Xavier Gens, 2007] e À l’intérieur [Alexandre Bustillo e Julien Maury, 2007], è riuscito a scuotere in maniera più decisa le fondamenta dell’horror francese, e a ridargli linfa vitale.
Proprio a causa dei suoi contenuti eccessivi [non solo visivamente] Martyrs fu vietato, in patria, ai minori di diciotto anni, salvo poi venire “graziato” con un vietato ai minori di sedici, dopo le numerose proteste e i ricorsi dei produttori e del cast [da noi rimane VM18].
Martyrs è qualcosa di difficilmente collocabile, insindacabilmente riuscito nella sua spietatezza: iper-realistico ritratto del lato più oscuro della società contemporanea, è un film che non lascia spazio a possibili compromessi…