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lunedì 14 settembre 2026

The echo chamber – Andrea Pallaoro

l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, diventa il film di Andrea Pallaoro.

tre ottimi protagonisti in un film girato quasi tutto in una casa inglese.

Leo, Ava e Anne convivono con i fantasmi, e il dolore. Leo è un grande produttore musicale, Ava una cantante che riappare sulla scena, Anne è una fisioterapista che cura Leo.

Anne è la causa della tossicodipendenza di Leo, erano amanti, alla prima overdose lei sparisce, sembra, ma quella casa accoglie tutti, compresi i fantasmi.

è un film d'amore, con una fine drammatica, vedere per credere. 

un film che merita, anche se troppi ne hanno parlato male.

buona (claustrofobica) visione - Ismaele


ps: protagonista ulteriore è il fentanyl, l'oppiaceo che uccide per overdose decine o forse centinaia di migliaia di persone nel felice occidente.

il biondone che crede di essere il governatore del mondo dà la colpa a Messico e Cina, i cattivoni che fanno arrivare quell'oppiaceo nehli Usa.

se il biondone avesse il tempo di guardare serie e film targati Usa,  scoprirebbe che i cattivoni sono i (molti) medici che prescrivono gli oppiacei, e le case farmaceutiche Usa (che sicuramente finanziano il biondone, in perfetto stile mafioso), altro che Cina e Messico.

 

 

 

… A rendere credibile l’impianto narrativo concorrono certamente le ottime interpretazioni dei protagonisti, con un Marinelli misurato e naturalmente profondo, una Vikander che risponde con apprezzabile semplicità e compostezza e, con un carico endemico di carisma, Susan Sarandon a sparigliare le carte nel ruolo di una leggenda della musica a lungo lontano dalle scene, rientrata nel giro grazie alla fiducia nel talento di Leo.

Così The Echo Chamber, con la sua raffinatezza formale, sempre sulla soglia del formalismo estetizzante, il formato quadrato dell’inquadratura, le lunghe riflessioni sul fuori campo, riesce nell’intento programmatico di toccare l’impalpabile, manifestare la privazione, descrivere il vuoto, scivolando solo nel finale nell’esplicitare fin troppo didascalicamente il concetto di (inter)dipendenza.

da qui

 

Nella raffinata sceneggiatura di Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di scrittura di Bernardo Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione di provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande cinema che non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può alienare perché procede per scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su tutti una sequenza rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.

La sua Ava è l'unica capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a posteriori. In esso, così come più in generale nella figura di Ava (una grande artista la cui legacy il protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra lunga di Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale nelle componenti quanto pieno di suggestioni e di echi.

Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora da Pallaoro, che si supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una splendida e originale meditazione sulla fragilità e sulla dipendenza nel regno dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia di ciò di cui è fatta una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua fine.

da qui

 

Uno dei temi più interessanti di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi poi ne provochino la dipendenza. 

La pellicola parte proprio da qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è sempre stato molto caro…

da qui

 

…La casa di The echo chamber è abitata due volte, da Leo perché è casa sua e da Anne quando Leo non c’è. Gli spazi sono gli stessi ma sono sempre mancanti di un elemento, dell’altro, desiderato e temuto allo stesso tempo. Nel passaggio ognuno lascia l’eco dell’altro, come ha fatto nel tempo in cui si sono frequentati. L’uomo e la donna si attirano ma sentono di farsi male, sanno di non riuscire a non farlo.

Come è possibile non ferirsi in amore? Come si può amare senza amare se stessi? Come si supera il dolore ancestrale che fa parte di tutti? Sono domande che restano insolute.

The echo chamber è un film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. È un film che non lascia spazio alla speranza, un film sull’essere artisti e su come attingere da una ferita originaria e dargli una nuova forma, è un film formalmente curato, recitato in lingua inglese (perfetto Marinelli), ambientato in una città senza nome, in un tempo imprecisato.

Con una direzione precisa e scrupolosa Andrea Pallaoro compone la scena su inquadrature fisse in cui i luoghi diventano metafora di chi li abita: un unico set, la casa di Leo, le finestre sulla strada, una macchina con la guida a destra che viene parcheggiata sempre sotto casa.

Nel complesso l’aspetto meno riuscito di The echo chamber è una ostinata volontà di dare un senso alla vita che, a tratti, diventa eccessiva: Tutto ciò che ci capita lo scegliamo, scegliamo tutte le nostre disgrazie.

Forse lo spettatore preferirebbe rimanere con dei dubbi all’uscita della sala.

da qui