l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, diventa il film di Andrea Pallaoro.
tre ottimi protagonisti in un film girato quasi tutto in una casa inglese.
Leo, Ava e Anne convivono con i fantasmi, e il dolore. Leo è un grande produttore musicale, Ava una cantante che riappare sulla scena, Anne è una fisioterapista che cura Leo.
Anne è la causa della tossicodipendenza di Leo, erano amanti, alla prima overdose lei sparisce, sembra, ma quella casa accoglie tutti, compresi i fantasmi.
è un film d'amore, con una fine drammatica, vedere per credere.
un film che merita, anche se troppi ne hanno parlato male.
buona (claustrofobica) visione - Ismaele
ps: protagonista ulteriore è il fentanyl, l'oppiaceo che uccide per overdose decine o forse centinaia di migliaia di persone nel felice occidente.
il biondone che crede di essere il governatore del mondo dà la colpa a Messico e Cina, i cattivoni che fanno arrivare quell'oppiaceo nehli Usa.
se il biondone avesse il tempo di guardare serie e film targati Usa, scoprirebbe che i cattivoni sono i (molti) medici che prescrivono gli oppiacei, e le case farmaceutiche Usa (che sicuramente finanziano il biondone, in perfetto stile mafioso), altro che Cina e Messico.
… A rendere credibile l’impianto narrativo
concorrono certamente le ottime
interpretazioni dei protagonisti, con un Marinelli misurato e
naturalmente profondo, una Vikander che risponde con apprezzabile semplicità e
compostezza e, con un carico endemico
di carisma, Susan Sarandon a sparigliare le carte nel ruolo di una
leggenda della musica a lungo lontano dalle scene, rientrata nel giro grazie
alla fiducia nel talento di Leo.
Così The
Echo Chamber, con la sua raffinatezza formale, sempre sulla soglia del
formalismo estetizzante, il formato quadrato dell’inquadratura, le lunghe
riflessioni sul fuori campo, riesce nell’intento programmatico di toccare l’impalpabile, manifestare la
privazione, descrivere il vuoto, scivolando solo nel finale
nell’esplicitare fin troppo didascalicamente il concetto di (inter)dipendenza.
…Nella raffinata sceneggiatura di
Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di scrittura di Bernardo
Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione di
provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande
cinema che non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può
alienare perché procede per scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di
distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su tutti una sequenza
rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.
La sua Ava è l'unica
capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo
atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a
posteriori. In esso, così come più in generale nella figura di Ava (una grande
artista la cui legacy il
protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra
lunga di Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale
nelle componenti quanto pieno di suggestioni e di echi.
Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora
da Pallaoro, che si supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una
splendida e originale meditazione sulla fragilità e sulla dipendenza nel regno
dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia di ciò di cui è fatta
una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua
fine.
…Uno dei temi più interessanti
di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due
ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un
dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso
richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una
caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non
sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine
davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui
si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi
poi ne provochino la dipendenza.
La pellicola parte proprio da
qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della
domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E
viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano
chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione
temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci
dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel
mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo
l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è
sempre stato molto caro…
…La casa di The echo chamber è abitata due
volte, da Leo perché è casa sua e da Anne quando Leo non c’è. Gli spazi sono
gli stessi ma sono sempre mancanti di un elemento, dell’altro, desiderato e
temuto allo stesso tempo. Nel passaggio ognuno lascia l’eco dell’altro, come ha
fatto nel tempo in cui si sono frequentati. L’uomo e la donna si attirano ma
sentono di farsi male, sanno di non riuscire a non farlo.
Come è possibile non ferirsi in amore? Come si può amare senza amare se
stessi? Come si supera il dolore ancestrale che fa parte di tutti? Sono domande
che restano insolute.
The echo chamber è un
film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. È un film che non lascia
spazio alla speranza, un film sull’essere artisti e su come attingere da una
ferita originaria e dargli una nuova forma, è un film formalmente curato,
recitato in lingua inglese (perfetto Marinelli),
ambientato in una città senza nome, in un tempo imprecisato.
Con una direzione precisa e scrupolosa Andrea Pallaoro compone la scena su
inquadrature fisse in cui i luoghi diventano metafora di chi li abita: un unico
set, la casa di Leo, le finestre sulla strada, una macchina con la guida a
destra che viene parcheggiata sempre sotto casa.
Nel complesso l’aspetto meno riuscito di The
echo chamber è una ostinata volontà di dare un senso alla vita
che, a tratti, diventa eccessiva: Tutto
ciò che ci capita lo scegliamo, scegliamo tutte le nostre disgrazie.
Forse lo spettatore preferirebbe rimanere con dei dubbi all’uscita della
sala.