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giovedì 23 aprile 2026

AAMOD E I TAGLI AL CINEMA: CHI HA PAURA DELLA MEMORIA? - Antonello Zanda

 

L'ignominia (e non egemonia) culturale di destra

Tagliare la cultura, taglieggiare il cinema, compromettere gli archivi, marginalizzare – fino ad eliminare – la voce di quelli che danno fastidio. Questa è la politica culturale del governo di destra del nostro paese. Ma come possiamo rimproverare a qualcuno di essere quello che è per sua natura? È una politica di destra e quindi è una politica liberticida: si procede con piccole ma crescenti e progressive restrizioni su diritti e libertà, per far a tutti  chi comanda. L’agone politico ci presenta con tutta evidenza un agire normativo forte con i deboli e debole con i forti. E i forti sono quelli che davvero configurano il programma, quelli che tengono in mano il congegno socioeconomico della nostra vita quotidiana. Abbiamo sentito spesso diversi esponenti del governo attuale prendersela con la cultura di sinistra, perché è woke e radical chic (è emblematico che i paladini della patria e della nazione italiana utilizzino parole non italiane per stigmatizzare chi non la pensa come loro) e quindi sparare, con provvedimenti che non sono a salve, contro la cultura tout court. Perché a loro la parola cultura in fondo ha sempre dato fastidio; e come disse un loro lontano “parente”, il solo sentire quella parola li spinge istintivamente a impugnare la pistola. Fuor di metafora loro interpretano letteralmente la lezione e sentono fisicamente quell’impriting: alcuni trotterellano con i revolver in tasca anche nelle feste comandate. E sparano contro la cultura tout court, dicevo, perché gli dà fastidio chi studia e chi vuole sapere spinto dal desiderio di studiare e di sapere. Perché loro non amano studiare e non amano il sapere se non è dentro un disegno finalizzato a tenere sotto controllo la stanza dei bottoni. E quindi non amano la memoria, a meno che non sia una mitologia tecnicizzata e calzante con il loro background storico-ideologico. Con buona pace degli imbarazzi di intellettuali troppo intellettuali come Marcello Veneziani e Franco Cardini: anche loro in fondo danno un po’ fastidio ed è meglio tenerli fuori dal grande gioco delle poltrone. I recenti tagli al comparto cinematografico sono dentro questa strategia. Loro che odiano Gramsci, perché è una delle tantissime spine sul fianco della loro storia, cercano di annichilirlo e di svuotarlo brandendo un diritto alla “egemonia di destra”. Sarebbe troppo pretendere che possano capire che l’egemonia non la si conquista a colpi di provvedimenti normativi e di tagli alla cultura: qui si capisce che non sanno nulla di Gramsci. Confondono il terreno del “dominio” con quello della “egemonia”. Invece l’egemonia è il risultato di un lavoro politico e culturale paziente e capillare sul campo, ed è un lavoro complesso, a stretto contatto, per interpretarlo, con il desiderio di sapere e di conoscere di tutti, per coltivarlo e farlo crescere, non per deprimerlo, indirizzarlo, guidarlo e annichilirlo. Non amano la Cultura e quindi non amano la Memoria. Ecco perché uno degli effetti dei recenti tagli del governo sul tessuto culturale del nostro paese è un altro segno delle politiche liberticide. L’obiettivo è quello di compromettere il lavoro straordinario fatto in tanti anni – non senza difficoltà legate anche a precedenti governi – dagli Archivi. Uno degli Archivi più colpiti dai tagli, per il prestigio che si è conquistato in tanti anni di lavoro costante al servizio di tutti, è l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma (AAMOD). Quando sono stati resi pubblici gli effetti dei tagli, sulla stampa si è parlato prevalentemente della scandalosa bocciatura dei lavori su Regeni e su Bertolucci, ma pochi hanno parlato degli altri effetti, come quelli sul lavoro dell’AAMOD. Così gli operatori dell’Archivio hanno organizzato un incontro pubblico e, a seguire, hanno diramato un comunicato stampa che pubblichiamo qui su «Teorema». Questo è un nostro piccolo contributo alla loro e alla nostra battaglia.

 

Comunicato Stampa
TAGLIARE GLI ARCHIVI È TAGLIARE LA MEMORIA DEL PAESE

Oltre due ore di confronto all’AAMOD con autori, operatori e rappresentanti della cultura: il settore si mobilita contro i tagli del Ministero e chiede riforme, trasparenza e tutela del patrimonio audiovisivo

Roma, 10 aprile 2026 – Si è svolto oggi, presso la sede dell’AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, un partecipato incontro durato oltre due ore e mezza per discutere le gravi conseguenze dei recenti tagli operati dal Ministero della Cultura nel settore cinematografico e audiovisivo. L’evento è stato coordinato da Aurora Palandrani, Luca Ricciardi e Matteo Angelici, oltre che dal presidente dell’AAMOD Vincenzo Vita.

Al centro del dibattito, la drastica riduzione dei finanziamenti pubblici che colpisce non solo l’AAMOD – con un taglio di circa il 25% alle proprie attività – ma anche opere e progetti di grande rilevanza culturale e civile: dall’esclusione del documentario sul caso Regeni fino alla mancata valorizzazione di lavori di alto profilo storico, come la sceneggiatura di Bernardo Bertolucci.

L’incontro ha evidenziato con forza il valore insostituibile degli archivi audiovisivi, non soltanto come strumenti di conservazione, ma come veri e propri laboratori del presente. La memoria storica, custodita e reinterpretata attraverso il lavoro creativo, rappresenta infatti una chiave essenziale per comprendere e costruire il futuro. Il patrimonio audiovisivo, pubblico e privato, vive grazie all’impegno quotidiano di archivisti, tecnici, autori e operatori culturali che, con passione, competenza e spirito collettivo, contribuiscono alla costruzione di opere documentarie e alla diffusione di una coscienza condivisa.

In questo contesto, appare particolarmente grave il ridimensionamento delle attività AAMOD, che negli ultimi anni avevano registrato una crescita esponenziale di interesse da parte del pubblico e degli operatori del settore, soprattutto nei campi del riuso creativo delle immagini d’archivio e dei processi di digitalizzazione.

Il confronto tra il 2024 e il 2025 restituisce un quadro preciso e allarmante: i contributi complessivi destinati all’AAMOD passano da 380.000 euro nel 2024 a 290.000 euro nel 2025, con un taglio totale di 90.000 euro (-23,68%). Nel dettaglio, il progetto di recupero e trattamento del patrimonio audiovisivo scende da 200.000 euro a 150.000 euro, con una riduzione del -25% e un calo del punteggio da 81 a 64. Il festival UnArchive Found Footage Fest passa da 80.000 euro a 60.000 euro (-25%), con una perdita di 14 punti (da 79 a 65), mentre il Premio Zavattini scende da 30.000 euro a 25.000 euro (-16,67%), con un punteggio che cala da 78 a 68. Anche L’Aperossa registra una diminuzione da 25.000 a 20.000 euro (-20%), con punteggio da 73 a 65, e il progetto “Il cinema politico” passa da 20.000 a 15.000 euro (-25%), con punteggio da 69 a 64. Persino la residenza artistica Suoni e Visioni, pur aumentando il punteggio da 63 a 67, subisce un taglio economico da 25.000 a 20.000 euro (-20%). Si tratta di interventi che colpiscono progetti consolidati e già realizzati nel 2025, aggravati da un ritardo superiore a un anno nell’assegnazione delle risorse.

Questa tendenza non riguarda soltanto l’AAMOD ma si inserisce in un contesto più ampio di redistribuzione squilibrata delle risorse, che penalizza realtà storiche e iniziative di comprovato valore. Subiscono infatti riduzioni rilevanti il Festival Cinema Oltre del Palladium, il Festival dei Popoli, il Filmmaker Festival e le attività di Doc/it, mentre viene addirittura azzerato il sostegno all’Archivio Cinematografico della Resistenza. Analogamente, la Cineteca Lucana registra un drastico ridimensionamento. Al contrario, emergono situazioni di forte incremento per soggetti meno strutturati, come l’associazione Kabuto, che quasi triplica il proprio finanziamento.

Il tutto avviene in un quadro di stabilità della dotazione complessiva dei bandi, che resta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente. A rendere il quadro ancora più preoccupante sono le prospettive per il 2026, che prevedono ulteriori tagli alla promozione e, soprattutto, l’azzeramento dei finanziamenti destinati alla digitalizzazione del patrimonio audiovisivo.

 

Alla manifestazione hanno preso parte numerosi esponenti del mondo culturale, politico e cinematografico, sia in presenza che in collegamento, esprimendo un sostegno unanime all’AAMOD e una forte preoccupazione per il futuro del settore. Tra gli intervenuti, tra gli altri: Peppe Servillo, Giuseppe Giulietti, Barbara Scaramucci, Gaetano Amato, Stefano Rulli, Francesco Ranieri Martinotti, Sabrina Di Marco, Wilma Labate, Monica Maurer, Christian Carmosino, Emiliano Leonetti, Rossana Rummo, Michele Conforti, Alex Hobel, Maurizio Sciarra e Paola Scarnati.

Numerosi inoltre, i messaggi di solidarietà ricevuti sui canali social e le partecipazioni durante la diretta, aperta anche in streaming sul canale Youtube dell’AAMOD.

Dagli interventi è emersa con chiarezza la necessità di una riforma profonda dei criteri di selezione e delle commissioni di valutazione, affinché siano realmente composte da figure con comprovata esperienza e competenza nel settore. Queste le somme tirate in conclusione dal presidente dell’AAMOD, Vincenzo Vita, che ha dichiarato:

«Se è vero che il ministro della cultura Alessandro Giuli e la sottosegretaria Lucia Borgonzoni hanno dichiarato la loro insoddisfazione per le scelte delle apposite commissioni di valutazione dei contributi “selettivi” ai film e delle attività di promozione, a questo punto può essere agito l’”annullamento in autotutela”. Si tratta di uno strumento tutt’altro che inedito a fronte di procedure concorsuali dall’esito discutibile. Insomma, davanti a quanto è successo ciò che – comunque- appare urgente è procedere ad una profonda revisione dei meccanismi che presiedono a simili scelte. In generale, si pone il problema di una vera riforma del settore, in preda oggi ad un pericoloso “liber-sovranismo”: tutto il potere ai soggetti più forti del mercato con la maschera dell’interesse nazionale. Si è proposto di dare vita ad un coordinamento tra tutti i soggetti interessati alla tutela attiva della memoria, nella stagione in cui il passato va oscurato e rimosso, perché lì si può rintracciare   qualche   album   di   famiglia   assai   imbarazzante. Serve un movimento “intersezionale”, che voglia dialogare con i diversi momenti di attivazione sociale: da Gaza al NO al referendum sui magistrati alle manifestazioni contro i Re e le Regine. Siamo addolorati per il mancato finanziamento a film che lo meritavano, a partire da quello sulla tragedia di Giulio Regeni. Così siamo – ovviamente – colpiti enormemente per la diminuzione delle risorse dell’AAMOD del 24%, oltre tutto con una decisione arrivata con oltre un anno di ritardo. Non ci arrendiamo, la storia non finisce qui.».

L’incontro ha rappresentato un momento di forte coesione tra operatori culturali e istituzioni, con l’obiettivo di difendere il valore del lavoro collettivo che anima il cinema documentario e la tutela della memoria audiovisiva. È stato annunciato il ricorso contro le decisioni del Ministero della Cultura, con la volontà di ristabilire criteri equi e trasparenti che riconoscano il merito, la qualità e l’impatto culturale delle attività svolte. La battaglia intrapresa non riguarda soltanto la sopravvivenza di singole istituzioni, ma la difesa di un ecosistema culturale fondato sull’esperienza viva del cinema, sulla trasmissione della memoria e sul lavoro condiviso di chi, ogni giorno, costruisce futuro attraverso le immagini del passato.

Per rivedere la LA DIRETTA INTEGRALE: https://www.youtube.com/watch?v=J1yZkNlqUfM

Per analizzare i contributi 2024-25: https://drive.google.com/file/d/1Dt3mtzqoB2ETfoQe2dZMd9hvJtnvWdUc/view?usp=drive_link

CARTELLA STAMPA: https://drive.google.com/drive/folders/1PQs9gIjDQEfYhK7oX51JoMVsapQaxTpZ?usp=drive_link

da qui

sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

da qui

 

 

Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

da qui

 

Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

da qui

 

Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

da qui

 

Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

da qui

 

 

  


martedì 15 settembre 2020

Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio - Giandomenico Curi

 

 

Un catalogo militante - Tonino De Pace

In tempi di isolamento si è inclini a compilare bilanci, stendere ragionamenti e contabilizzare vittorie e sconfitte. È questa una delle operazioni che Giandomenico Curi sembra avere compiuto con il breve documentario Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, visibile online e gratuitamente su arcoiris.tv. Il lavoro di Curi è nato anche grazie alla essenziale collaborazione dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), che, ancora una volta, si conferma come archivio prezioso e insostituibile di immagini per gli storici, i ricercatori e gli appassionati in genere. Un archivio, peraltro, che, proprio in questa prospettiva, supera ogni appartenenza politica, per diventare esclusivamente depositario di una memoria sociale, del lavoro e quindi patrimonio culturale universale. Proprio in questo senso è doveroso difenderlo poiché rappresenta un pezzo di valore della nostra cultura e che si trova, come altre istituzioni in verità, in perenne difficoltà a causa di norme sempre più riduttive dei finanziamenti che servono a farlo vivere. Leggi che da qualunque schieramento appaiono sempre del tutto incongrue rispetto alla univoca declamazione dell’utilità della cultura e delle radici culturali del nostro Paese. Ma quasi sempre alle enunciazioni ad effetto seguono atti del tutto dissonanti con quelle parole.

Ma nonostante tutto questo, l’AAMOD continua a conservare immagini e memorie e la loro diffusione, comunque, diventa sempre un’emozione poiché è un modo per sfogliare la storia e sentire il fremere di quel passato nel nostro presente. L’occasione ultima è proprio questo breve film di Giandomenico Curi Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, che diventa una bella riflessione sul lavoro e sul ruolo degli operai tra cinema, musica e testi letterari. Il film parte chiedendosi che fine abbiano fatto gli operai nel cinema, proprio quello stesso cinema che con i fratelli Lumière ha mosso i suoi primi passi trasformando i dipendenti delle proprie officine in attori e attrici, prima e dopo in spettatori. Ecco, gli operai che sono stati protagonisti alla nascita del cinema e per altre successive stagioni, ora attendono – risponde Curi- che i film si occupino di nuovo di loro, ora che le nostre società sono strette dalla crisi e le questioni del lavoro sono tornate prepotentemente al centro del dibattito.

Working Class Heroes, appartiene a quel cinema militante, ma ragionato, che sa distinguere e riflettere e che, al contempo, sa anche farsi catalogo, altrettanto ragionato, di una stagione in cui le lotte operaie e la musica hanno saputo camminare l’uno accanto all’altra riportando le istanze degli operai e degli studenti, di due categorie sociali che a partire dal primissimo secondo dopoguerra e fino agli anni ’90 hanno spesso incrociato esperienze e metodi di lotta politica, trovandosi a volte sullo stesso fronte, ma in alcuni con posizioni diverse. In mezzo ci stanno la musica e il cinema che hanno accompagnato con le note e le immagini le battaglie di strada del ’68 o gli autunni caldi italiani o in altri luoghi del pianeta. Quella musica e quel cinema che hanno saputo farsi, senza perdere il valore artistico intrinseco, strumento di contestazione e con i musicisti, i registi e gli scrittori, pratiche di opposizione e antagonismo, riuscendo a fare diventare mitico il legame tra quelle espressioni d’arte e il lavoro, liberando i desideri e restituendo spazio ai diritti dei lavoratori. È quello che è stato veicolato dalla musica nella stagione di Woodstock, ad esempio, o per le strade con le immagini degli autori che hanno raccontato la rivolta e le sue ragioni. Al centro di questa congerie di fatti ed elementi che hanno accompagnato il progredire delle condizioni sociali, ci stava e ancora oggi c’è, il lavoro. Quello stesso lavoro che diventa il protagonista del film accompagnato dall’agile montaggio delle immagini e dai testi che ci fanno attraversare quasi cinquant’anni di storia, anche del cinema. Quel lavoro che oggi è così difficile perfino da praticare per chi ce l’ha, figuriamoci per chi non ce l’ha. Ecco perché all’inizio di questa breve riflessione si è parlato di consuntivi e di catalogazione, perché è questo che fa Curi che seppure con il difetto di una sintesi fin troppo stringata dei fatti e delle emozioni che hanno caratterizzato quelle storie – perché anche di questo si tratta – ha sicuramente il pregio indubbio di costituire un ottimo punto di partenza per lavorare in profondità sui legami solidi tra queste espressioni artistiche e il mondo del lavoro, nel rispetto delle complessità che spesso proprio in quelle mediazioni trovano perfetta sintesi.  Ben venga quindi una riflessione su lavoro e cinema e musica, da Loach a Littin, da Petri a Gregoretti e da John Lennon a Enzo Jannacci, ma chi avrà pazienza di leggere i titoli di coda avrà di che gioire per i nomi di chi ha contribuito con la propria arte a restituire dignità al lavoro e alla sua festa del 1° maggio.

da qui


mercoledì 25 marzo 2020

Cinema per tutti


Sapessi come è strano (e piacevole) il cinema al tempo del virus – Michele Emmer

Domenica 22 sono andato al cinema. Sì, sono andato in sala insieme ad alcune migliaia di persone. E c’ero stato anche i tre giorni precedenti. Anzi la domenica 22 di film ne ho visti due. Naturalmente ho prenotato prima i posti, odio stare vicino alle altre persone per vedere un film che mi interessa. Preferisco stare in fondo e laterale e quindi sono contento di poter scegliere perché quando si va a fare il biglietto alla cassa del cinema il computer (che pure se ne intende di virus) raggruppa tutti al centro nelle file centrali perché secondo il software inventato da qualcuno che non ama il cinema, quelli sono i posti migliori, magari con il vicino che mangia il popcorn, che oltre a puzzare fa un rumore bestiale. Dovrebbero fare le sale per quelli che mangiano e per quelli che non mangiano.
Dunque ho prenotato il postoanzi due, non mi piace andare al cinema da solo. E con M. abbiamo gli stessi gusti (decido io). Sono andato al cinema per la prima volta qualche giorno prima a rivedere Ralf Fiennes in The Costant Gardener, poi il giorno successivo ho rivisto Sean Penn in Milk. Domenica abbiamo visto La tortue rouge (La Tartaruga rossa) il pomeriggio e Masquerade alla sera. Il primo film d’animazione, rigorosamente in 2D, con disegni, del regista olandese (ma francese nello spirito cinematografico) Michael Dudok de Wit che ha faticato molto a farsi produrre e distribuire il film, non solo in 2D ma senza una parola. L’ha poi prodotto la casa cinematografica di quel grande virtuoso dell’animazione 2D Miyazaki(con sconfinamenti in computer animation). Era la terza volta che lo vedevo. Candidato all’Oscar per il miglior film d’animazione del 2017, gli è stato preferito per mancanza di coraggio e fantasia un filmone Disney. Vi ricordate chi l’ha vinto? Io no e non guardo Wikipedia. Masquerade bel filmone romantico, senza duelli con spadoni e salti acrobatici (meno male), film Sud Coreano del 2012 di Choo Chang-min.
Per ogni film sono dovuto andare al sito per prenotare un posto, anzi due. Sito rodato che funziona molto bene da tanto tempo. Ho scelto il film (tutta la programmazione sino a gli inizi di aprile è già in rete e non ci sono problemi di posti, un solo film era sold out, per una prima nazionale, non si rischia quello che succede volendo fare la spesa in rete!). Ho ricevuto subito i miei due posti ma sono rimasto seccato perché nella pianta della sala (anzi delle sale, sono più di una) non erano vicini. Il prezzo era molto conveniente come per tutti gli altri film: assolutamente gratis! Già, è chiaro che non sono uscito, ma ho fatto quello che faccio da anni. Prenoto il film nel sito di mymovies.it/cinema/roma. E dopo aver prenotato i posti sono stato invitato ad entrare in sala qualche minuti prima della proiezione per scambiare qualche parola con amici o altri spettatori. La proiezione inizia all’ora precisa, non c’è alcuna pubblicità né interruzione. E siamo in migliaia a guardare il film. E alla fine della proiezione si scambiano commenti sul film, troppi commenti perché troppi sono gli spettatori. Ma non c’è problema, siamo vicini ma siamo ognuno a casa sua. E mi sono reso conto che quando ho prenotato due biglietti la prima volta avevo fatto una cosa ridicola, ognuno vede il film sul suo computer! Ma sembra di essere, la sensazione è quella di essere in una grande sala con Il pubblico e siamo insieme. Non mi interessano commenti su queste parole vagamente sentimentali . Abbiamo ogni sera (tranne quelle in cui andiamo a ballare) appuntamento con tanti altri per vedere e commentare alla fine un film.
Una iniziativa geniale di mymovies.it/iorestoacasa. Sono molto seccato perché ieri sera, 23 marzo, c’erano due film e quello che abbiamo scelto noi era in sala 2 più piccola. Peccato.
PS: è morta Lucia Bosé che avevo conosciuto da piccolo quando girava con mio padre. Solito commento dei cosiddetti critici: A questi film più autoriali seguono le commedie rosa di Luciano Emmer (Parigi è sempre Parigi, Le ragazze di piazza di Spagna)



Il patrimonio cinematografico Aamod al servizio della scuola - Letizia Cortini
Da tempo l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico ha messo a disposizione gratuitamente migliaia di film sul proprio canale YouTube, consultabili anche, corredati di schede con le descrizioni integrali, sul sito specifico. L’Aamod propone alcuni percorsi, sulla storia del Novecento in particolare, attraverso i film documentari del ricco e unico patrimonio che custodisce.
I film, organizzati per grandi temi relativi alla storia del Novecento, potrebbero essere  utilizzati con maggiore efficacia in questo periodo in cui è necessario ricorrere alle risorse e alle lezioni sul web nelle scuole e nelle università.

Per gli insegnanti che vorranno usufruire di queste fonti, si rinvia alla lettura di una guida di base, L’uso delle fonti audiovisive per lo studio della storia (Cortini, Medici, 2016),  per la comprensione della specificità del linguaggio filmico, documentario, delle sue forme ed evoluzioni storico-produttive, nonché dei loro contesti di realizzazione. Il contributo potrà fornire indicazioni metodologiche utili per impostare una lezione di storia, a partire da un film che racconta la storia. 
Inoltre segnaliamo il più recente contributo Un approccio metodologico alla fonte audiovisiva per il suo uso didattico, su questo sito.

Per quanto riguarda il patrimonio filmico dell’aamod va tenuto presente che si tratta  di documenti di militanza nella rappresentazione “del reale”; l’archivio si costituisce infatti nel 1979 ereditando il patrimonio cinematografico dell’allora Partito comunista italiano. Nel tempo, ha acquisito molta documentazione cinematografica proveniente non solo dall’Italia, ma da tutto il mondo. Si tratta di un cinema documentario di inchiesta, denuncia, testimonianza delle lotte politiche sociali culturali, di liberazione, avvenute anche in altri paesi; inoltre di rappresentazioni della cultura e del costume, dei movimenti collettivi in Italia e in altri stati.

Lo sguardo è quello in parte della propaganda, della militanza, ma anche della partecipazione forte, convinta, etica, oltre politica, allo svolgersi della storia per rappresentare i fenomeni di protesta, di lotta per i diritti umani, sociali, politici, del lavoro, sindacali, per le loro conquiste.

Nell’uso di queste fonti va dunque tenuto presente il contesto di produzione,  di distribuzione, ma anche il fatto di essere fonti produttrici di immaginari diversi in periodi storici e sociali differenti (come ha ben evidenziato la regista Costanza Quatriglio in questa sua lezione all’Aamod nel 2016). Naturalmente nell’uso di queste fonti si parte dal punto di vista sia di chi li abbia “commissionati” (il partito, il sindacato, un collettivo, un ente, un’associazione…), sia delle persone che li hanno realizzati, militanti nel caso dei film dell’Aamod, al tempo stesso autori di cinema, alcuni anche molto noti (Lizzani, Scola, Birri, Giannarelli, Montaldo, Taviani…).
Altra avvertenza è quella di tener sempre presente che qualsiasi film è fonte per lo studio della storia, fonte che racconta la storia, agente di storia, considerando che ogni film restituisce innanzitutto la storia del suo presente, anche quando l’argomento è riferito al passato, e nel corso del tempo produce, come già evidenziato, immaginari sempre nuovi e diversi, a seconda del periodo e della società in cui è fruito.

Ecco dunque alcune playlist tematiche di film del patrimonio Aamod, in costante incremento
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In questi giorni stiamo pubblicando sulla nostra pagina Facebook un film alla volta con una proposta di approccio metodologico per il suo uso didattico. Seguiteci!