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lunedì 13 maggio 2024

La Passion de Dodin Bouffant (Il gusto delle cose) - Tran Anh Hung

sembra che i personaggi della storia escano dalla poesia I giusti, di Jorge Luis Borges.

Eugénie (Juliette Binoche) e Dodin (Benoît Magimel) passano la vita cucinando pietanze che siano perfette, o quasi.

in un mondo nel quale la rivoluzione industriale non ha toccato la cucina, ed è possibile vivere cucinando per se stessi e per delle persone che sostengono quel tipo di produzione.

un cuoco e la sua assistente, ormai indistinguibili, sono una squadra unica e perfetta, aiutati da due ragazze, Violette e Pauline, che amano il lavoro e sono trattate alla pari.

c'è naturalmente anche una storia d'amore d'altri tempi, e alla fine un piatto che ridà energia vitale a Dodin e Pauline.

all'uscita della sala speri che qualcuno abbia pensato a un piccolo buffet speciale per gli spettatori, ma niente :(

un film non adatto per chi è a dieta.

buona (appetitosa) visione - Ismaele



…Torniamo però alla passione. Quella di Dodin Bouffant (Benoît Magimel) è la stessa di Eugénie (Juliette Binoche). Si chiama, più di tutto, devozione. È il rispetto per la perfezione. La fedeltà a una relazione. Il culto dell’equilibrio. Un rapporto a due, quello tra Dodin e Eugénie, sul finire del XIX secolo, che non c’entra niente con la coppia. Il loro è un vincolo che trova ragione nella dedizione non al cibo, non alla ricetta ideale, e neppure, banalmente, al gusto: entrambi sono cuochi, vivono insieme, sono insieme (ma in camere separate), e ciò che li accomuna, che li lega in modo esclusivo, è la riverenza per la generosità. Un affetto dedicato tutto all’altro, e mai a sé (ovverosia alla gratificazione di e del sé). Tra Dodin e Eugénie esiste una passione che si chiama riguardo. La cucina è uno spazio sentimentale. Il cibo è una grammatica amorosa. Un lemma. Dodin e Eugénie parlano la stessa lingua. Per questo motivo sono uniti. Inseparabili. Nessuna differenza di classe, di sesso: è una considerazione spaziale che li salda. Un rapporto, dunque, basato sul confine inteso quale privato sacrale…

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   La vicenda, di fatto semplice e sviscerata con grande trasporto, è narrata ed esplicitata sullo schermo con la grande eleganza di riprese che spaziano arditamente per l'ambiente della cucina tra le pietanze in preparazione ed introducono lo spettatore lungo un percorso culinario che appare davvero coinvolgente e si amalgama perfettamente alla storia di vita, amore e purtroppo morte che stanno alla base della storia di coppia che coinvolge i due.

Un'altra scelta azzeccatissima risulta quella dei protagonisti, che trovano in un delicatamente ostinato e romantico Benoit Magimel, e nella segretamente sofferente, ma non meno determinata e sicura di sé Juliette Binoche, due eccellenti espressioni di un complesso legame tra arte culinaria e sentimento amoroso in grado di tradursi allo spettatore con tutte le sfaccettature di un sentimento che appare non meno genuino e rigoroso dei piatti che stanno alla base delle creazioni dei due eccellenti cuochi.

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…Ma se qualcuno pensa che siamo di fronte ad una specie di concorso culinario ante litteram del finire dell'ottocento, sbaglia di grosso: qui non c'è gara, non c'è competizione, c'è solo il piacere di condividere la tavola, l'ambizione di saper comunicare con il cibo, la pretesa metafisica di esser a tavola pur non essendoci, come dice Eugenie agli ospiti che lamentano la sua assenza dal desco.

Scene come quella iniziale costituiscono un po' l'impalcatura del film all'interno del quale però cresce questa storia di amore e di rispetto, di stima e di fiducia che è il vero centro pulsante dell'opera di Tran.

E se in qualche momento del film può sembrare che il ritmo cada, che la storia sembri perdere potenza, che liberata dallo sfarzo culinario la storia abbia poco da offrire, nel suo complesso però La Passion de Dodin Bouffant è un'opera di pregio, in cui una regia elegante, quasi sontuosa, sostiene bene una storia che fondamentalmente cerca di trovare quel legame tra cibo ed amore che in tante altre situazioni abbiamo visto sul grande schermo; inoltre il riformarsi della coppia Binoche-Magimel dopo 24 anni dalla loro ultima collaborazione artistica ( e galeotto fu il film...) regala uno sprint indiscutibile al film: Juliette Binoche è semplicemente insuperabile, credibilissima nel suo ruolo e Benoit Magimel ben interpreta la passione del protagonista per il cibo e attraverso esso per la sua amata.

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Penseresti che Dodin Bouffant sia un cuoco e che abbia un ristorante, invece no è solo  decisamente molto ricco e passa la sua vita ad organizzare pranzi e cene con un cenacolo di intenditori come lui. Ogni sorso di un vino pregiato racconta loro una storia meglio di un buon libro, ogni boccone di cibo li rapisce e li porta lontano. Principale artefice di tutto questo ben di Dio è Eugénie, la sempre intensa Juliette Binoche che già si era prestata con delicatezza al più commerciale Chocolat.

Da molti anni è non solo la cuoca ma anche l'amante del padrone di casa e non ha nessuna intenzione di rinunciare alla sua libertà, finché una cena memorabile preparata solo per lei da Dodin Bouffant in persona non la convincerà a sposarlo. Ma Il gusto delle cose è un film di altri tempi, in cui sguardi e non detti sovrastano i pochi dialoghi, facendoci riassaporare un'epoca in cui l'acqua si prendeva alla fonte e non esisteva Instagram...

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...Tran Anh Hung riesce a disegnare un affascinante ritratto d’epoca, lavorando, quasi senza farsene accorgere, tutto un immaginario da fine ‘800, legato alla letteratura, alla pittura, all’innovazione tecnologica (le antenne di zinco che stimolano elettricamente la crescita degli ortaggi…). Con un movimento continuo apre gli spazi della cucina, vero fulcro di tutto il film, e della casa di Dodin, in un passaggio fluido da un piano all’altro. E poi si affaccia all’esterno, alle dolcezze della campagna, colta con una sensibilità alla luce quasi impressionista. Trova un ritmo discreto grazie a Juliette Binoche e un Benoît Magimel di metodo e passione e riesce così ad accarezzare i personaggi, a raccontarne in punta di piedi sentimenti e relazioni. E il dramma, che getta un’ombra profondamente malinconica su questa specie di paradiso gastronomico, non assume mai la dimensione di una tragedia. Fa parte delle cose, come lo scorrere delle stagioni, come il ritmo della terra, la rugiada che si dissolve al calore del sole e le foglie morte. Alla fine, con un movimento circolare, l’armonia è ristabilita. Un film che sarebbe piaciuto a Renoir, probabilmente.

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venerdì 19 agosto 2022

Norwegian Wood - Tran Anh Hung

una storia tragica, romantica in senso letterario, amore e morte, con tanta depressione.

il mondo gira, ma Watanabe, Naoko e Kizuki restano come bloccati, insoddisfatti, impotenti, senza riuscire a diventare mai adulti, senza arrivare alla presa di responsabilità che la società richiede loro, inadatti al mondo e al futuro.

tratto da uno dei primi libri di Murakami, il film non è la stessa cosa del libro, e non può esserlo, ma merita molto, musiche comprese.

buona (tragica e romantica) visione - Ismaele

 

Qui il film completo, con sottotitoli in inglese



Norwegian Wood è il film di Anh Hung Tran tratto dal bellissimo romanzo di Haruki Murakami (http://www.bookerang.it/review/show/id/30305). E’ una storia dove adolescenti si ritrovano ad affrontare la vita, confrontandosi con la morte e la depressione. Haruki Muratami affronta il problema collegando il disagio dei ragazzi a quello del Giappone. La depressione appartiene sia ai ragazzi sia al Giappone. Egli affronta il terribile disagio dei giapponesi, la loro malattia: quella ansia di vivere con cui affrontano tutti i momenti della loro esistenza, dalla scuola al lavoro. Ma l’ansia appartiene anche alla nazione Giappone. Il romanzo narra della incapacità per la società giapponese raccontata tramite la vita di due ragazzi. Mentre nel libro: Tokyo, il movimento comunista dell’università, il cinismo dei suoi amici sono legati fortemente con la storia, nel film questo non appare. Abbiamo quindi una trama molto più introspettiva, un momento personale, soggettivo e naturalistico. I ragazzi sembrano perdersi proprio nella natura con una concezione panteistica. Il vento soffia sempre alle loro spalle, le foglie sugli alberi si muovono tempestose, come la loro vita. Da lì si passa alla neve: abbracciando anche i loro momenti intimi. La depressione diviene personalistica. Ci sono solo loro Watanabe e Naoko. La malattia e la mancanza di voglia di vivere hanno dei motivi propri e personali. E’ il loro momento di debolezza, il gruppo non ha funzionato ma non gli interessa. Watanabe, Naoko e Kizuki erano un gruppo, nucleo fondamentale nella cultura giapponese, rotto il quale non si può uscire se non attraverso l’annientamento. Watanabe diventerà grande, elaborera i tanti lutti che lo circondano e sicuramente affronterà la vita. Dal film non si sa se il Giappone, il quale, soffre della stessa malattia saprà affrontarla. Ma qui non ci interessa. E questa è la forza del film: forte e bello, ma pure riservato e privato. Il silenzio dei personaggi, l’osservarli vicino da tante posizioni ci da l’immagine di sofferenza e di incapacità indescrivibile con un altro linguaggio. Le scene con i ragazzi sono semplici, lineare od oblique ma mai esagerate. Questa è la dimostrazione della loro semplice vita da cui non riescono ad uscire.

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si establecemos el vínculo entra la película de Hùng y la novela de Murakami, la adaptación del vietnamita bien puede calificarse como reduccionista. Y esto constituye un grave defecto pues, aunque Trần Anh Hùng ha admitido que lo que ha hecho es una adaptación libre, lo que entiendo cuando veo su película es que, o ha leído mal a Murakami o ha decidido tomar la vía fácil de amputar los elementos fascinantes de la novela y transmutar el resto en una sucesión lenta de imágenes estéticamente efectivas.

​El argumento original va encadenando triángulos amorosos (Naoko-Kisuki-Watanabe, Naoko-Watanabe-Midori, Watanabe-Midori-novio de Midori, Naoko-Reiko-Watanabe) a fin de evidenciar los traumas y conflictos de una generación transida por la pérdida y la insatisfacción. Sin embargo, lo apasionante de Murakami es que sólo la existencia del triángulo hace posible que cada uno de sus miembros pueda relacionarse. Si alguien falta, los dos restantes se descubren incapaces de comunicarse. Esta peculiar “lógica de las relaciones”, presente en toda la obra de Murakami, es meramente insinuada en la película de Hùng que opta, equivocadamente creo yo, por poner en escena una relación de pareja malograda por fantasmas que nunca desentrañamos por completo. Falta también, y éste es otro error enorme, la diversidad de atmósferas y de tonos que están en la novela de Murakami. Se extraña la agudeza filosófica de Watanabe y de Nagasawa que dota de un halo perturbador toda la obra. Se echa de menos la historia de Reiko –cuya aparición en el filme parecer ser sólo para justificar la interpretación de la canción de los Beatles que da título a la cinta pues no había nadie más que tocara la guitarra–. Pero sobre todo falta el contrapeso humorístico que aporta “Tropa de asalto”, el compañero de cuarto de Watanabe olvidado por completo en la cinta; y la espontaneidad e ironía que caracteriza a Midori. Es ella, Midori, el punto más débil de la cinta de Hùng. Simpática, con diálogos absurdamente encantadores y radicalmente honesta en la novela, en la película se ve contagiada del torbellino trágico que nace entre Naoko y Watanabe y engulle todos los elementos circundantes. Actoralmente, el trabajo de Kikuchi como Naoko es el mejor logrado pues consigue cargar todo el peso trágico de la cinta y volcarlo en el espectador aunque también carezca de la dosis de humor negro que posee en el libro. En cuanto al guión, hay escenas, como la del encuentro de Watanabe con el moribundo padre de Midori en el hospital, que Hùng recoge pero que desarrolla superficialmente y, en vez de aportar algo significativo, acaban entorpeciendo el ritmo de la película. Algo parecido ocurre con el encuentro sexual entre Reiko y Watanabe hacia el final de la cinta. En la novela entendemos bien la trascendencia de ese hecho para Reiko pues conocemos su historia pero en la película se nos arroja así, como un acontecimiento, cuya relevancia ambos dan por sentada, pero que para los espectadores se presenta como un hecho aislado e innecesario. Incluso la elección de los diálogos me parece inadecuada. Hay, en el texto de Murakami, momentos que encierran mejor el universo de cada personaje, pero Hùng no parece haberlos notado.

Quedémonos aquí. Cuando un guión adaptado contiene escenas que sólo son entendidas si conocemos el libro del que parten significa que algo falló en el proceso. Eso es, a mi juicio, lo que ocurre con Tokio Blues de Hùng, cuya única virtud es que nos obliga a ir –o volver– al libro de Murakami y entonces sí comenzar a disfrutar.

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…El realizador ha querido desarmar las capas de esta historia y plegarse por completo al subtexto profundo y cavernoso. Ha desechado todo lo aparentemente trivial, frívolo y humorístico de la novela y ha borrado de un plumazo todo lo cotidiano y costumbrista. Hasta tal punto que este relato a pie de calle y tremendamente urbano parece haberse evaporado (como si viviesen lejos del bullicio de la metrópolis), para dar prioridad absoluta a la naturaleza, con el consiguiente paso de las estaciones, y a los fenómenos atmosféricos. Elementos que interaccionan en las secuencias, no como un mero contexto ornamental, sino con un claro cariz romántico, como si el marco fuese un integrante más de la temperatura emocional del momento. No negaremos las tremendas posibilidades que el cine permite a tal fin, mediante la principal paleta de trabajo que debe sustentarlo: la imagen. Un orden estético extraordinariamente cuidado con un armonioso y sensual cromatismo interno en cada secuencia. O su elaborado tratamiento de la luz para configurar una pátina cálida, acorde con el candor de los jóvenes protagonistas. El resultado es encomiable, pero se reduce a ser llanamente preciosista, sin ser intenso. Ha sucumbido a tal ejercicio de abstracción, que la historia de desgarro psicológico de Naoko y la desorientación de Watanabe adquiere unos visos casi místicos, acrecentados por una música no diegética que prefiere decantarse por un cuarteto de cuerdas, al estilo de un Schumann, antes que optar por cualquier canción pop mencionada en el libro. Es una lástima que deseche todo el potencial dramático que Murakami tan fácilmente pone en bandeja. No hay mejor muestra que la omisión que se nos da en el film para que desconozcamos el motivo por el cual la canción Norwegian wood da título a la novela: es la canción favorita de Naoko, con todo lo que ello conlleva…

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