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lunedì 15 aprile 2024

Sopravvissuti - Guillaume Renusson

Denis Ménochet e Zar Amir Ebrahimi sono i protagonisti di questo film nella neve, braccati dalla polizia e dagli assassini. 

Chehreh (Zar Amir Ebrahimi), una dei milioni di persone con il passaporto di un altro colore (sbagliato!), partita dall'Afghanistan, vuole passare dall'Italia alla Francia, a rischio della libertà e della vita.

Chehreh, nella neve con un paio di jeans, trova Samuel (Denis Ménochet), che rischia la vita per lei, la aiuta e la salva, ad ogni costo.

il film potrebbe essere dedicato a Cédric Herrou, chissà.

opera prima di Guillaume Renusson, un film che ha girato poco e male, peccato, è un ottimo debutto.

buona (clandestina) visione - Ismaele


ps: per chi vuole approfondire quello che succede davvero:

https://altreconomia.it/il-filo-solidale-che-da-oulx-a-briancon-protegge-i-respinti-al-confine-italo-francese/

https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2024/04/10/migrantes-il-patto-sui-rifugiati-e-il-fallimento-della-solidarieta-europea_f8a680c9-978b-4036-bbc5-cb9e78114dfc.html

https://volerelaluna.it/migrazioni/2020/09/28/perche-il-rifugio-solidale-di-briancon-continui-a-vivere/

https://www.youtube.com/watch?v=rjUftr1yeMA&ab_channel=Fposte

https://viedifuga.org/il-mondo-in-valle-in-meno-di-sei-mesi-5-000-migranti-al-rifugio-di-oulx-oltre-60-le-nazionalita-extra-ue-accolte/

https://it.insideover.com/migrazioni/lennesima-occasione-perduta-dallue-sui-migranti.html



 

Dopo essere riuscita a scappare da una retata della polizia, una donna afgana (Amir-Ebrahimi) cerca di attraversare le Alpi Marittime per raggiungere la Francia. Qui viene trovata, stremata, da un uomo (Menochet, sempre più emblema del cinema francese contemporaneo) che si era rifugiato per qualche giorno nella sua baita di montagna per elaborare i sensi di colpa derivanti del traumatico lutto della morte della moglie. Insieme, i due saranno oggetto di una caccia spietata da parte di un terzetto xenofobo franco-italiano (due uomini e una donna, la più feroce) che farebbero di tutto per vederli morti…

da qui

 

Un’opera prima certamente di peso, Sopravvissuti, ispirata, nata da una particolare esigenza: «Volevo fare un film che racconta di migrazione e di rifugiati, raccontato come fosse un film di fantasmi, perché i migranti, oggi, sono come i fantasmi della nostra società ed è sotto gli occhi di tutti. Questo è stato il primo spunto da cui iniziare a scrivere. E poi le montagne, questa specie di deserto innevato nelle Alpi, mi hanno ricordato Il Grande Silenzio di Corbucci che è uno dei miei western preferiti. L’ho impostato come un western. Amo il cinema, amo fare il cinema, anche con un budget limitato, è questo il punto di vista che ho voluto raccontare: cosa sta succedendo al confine». Su di esso, Renusson incide un Sopravvissuti, narrazione accattivante, minimalista, radicale, che racconta di elaborazione del lutto e redenzione, ma anche di rinascita e Frontiera

da qui

 

Nella trama di Sopravvissuti siamo tutti protagonisti. Magari abbiamo subito un lutto che ci ha segnato come Samuel e la figlia, oppure siamo in fuga da qualcosa (che sia anche da noi stessi) come Chehreh. Il messaggio politico che si cela dietro il film di Renusson è chiaro fin da subito, eppure questo film è stato girato dopo il COVID-19, nel gennaio 2021, quando ancora le guerre erano lontane dalla cronaca. Renusson però porta sul grande schermo il conflitto e un sentimento di repressione, da parte dei tre villain, più attuale che mai. Dall’altro però scopriamo un sentimento più puro: aiutare il prossimo senza riserve.

Samuel vede in Chehreh un po’ di sua moglie, che non è riuscito a salvare. Alla fine, infatti, sarà proprio la moglie a salvare entrambi, come un aiutante nascosto. I documenti trovati da Samuel nella loro baita in montagna saranno fondamentali a Chehreh per attraversare i confini. Scopriamo così anche perché Samuel ha cercato in tutti i modi di aiutarla: c’è una somiglianza lampante tra Chehreh e la moglie che l’uomo portando a compimento la sua missione conclude così il viaggio. Entrambi come sopravvissuti e come esseri umani.

da qui

 

Sopravvissuti è un film che lavora in sottrazione, riducendo all'osso i dialoghi per dare spazio soprattutto al corpo. 

 

La sofferenza provocata dall'abbandono forzato della propria patria, dal senso di solitudine di chi si mette in viaggio per sopravvivere e, ciononostante, viene considerato fuori legge, passa tutta attraverso la materialità del corpo. 

Camminare, ferirsi, congelare, svenire, camminare ancora.

Muoversi affidandosi solo alle proprie gambe infiammate dal freddo, al respiro corto, alle scarpe sbagliate, in una dimensione in cui elemento naturale ed elemento umano sono respingenti e inospitali.

 

La corporeità è il centro nevralgico, il tempio a cui affidare la propria preghiera di futuro.  

 

Il minimalismo di Sopravvissuti rende la visione poco "comoda", a volte la concentrazione dello spettatore potrebbe sfumare tra le scene dilatate e rarefatte, in attesa di uno svolgimento che indugia piuttosto lentamente.

Al netto di questa sensazione, però, l'approccio originale rispetto al tema della migrazione resta un fattore attrattivo che a mio avviso rende il film molto valido.

 

La singola storia di Chehreh diventa paradigma di un racconto collettivo che impone una riflessione corale su quanto un mondo che si professa globalizzato respinga il diritto di spostarsi da luoghi non più vivibili in cerca di un'esistenza migliore o - ancora più spesso - tentando semplicemente di non morire…

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Il y a parfois des premiers films qui marquent durablement. "Les survivants" fait partie de ceux-ci, englobant dans une mise en scène d’une rare maîtrise, des thématiques comme le deuil, l’immigration et la montée des extrémismes. En choisissant de lier deux portraits parallèles de personnages contraints de laisser quelque chose derrière eux dans un thriller enneigé des plus nerveux, Guillaume Renusson signe une œuvre nécessaire et magistrale, qui étonnamment est repartie bredouille du dernier Festival d’Angoulême où il était pourtant présenté en compétition. Sans doute un des films les plus impactants de cette 15è édition, le film met deux êtres blessés face aux dangers d’une nature hivernale hostile et de milices citoyennes s’étant donné pour mission de barrer le passage aux migrants, ceci par tous les moyens.

Dans ces contrées enneigées, le bruit devient ainsi synonyme de danger (une moto neige au loin, un drone qui se rapproche, le vent qui augmente...), mettant le spectateur en condition pour une chasse à l'homme sans merci, qui frise presque l’irrationnel du côté des agresseurs. La musique se met d’ailleurs au diapason de cette sensation de tension, les premières notes résonnant comme une alarme, avant de donner dans les cordes, plus graves. La première scène, long et impressionnant plan séquence, qui suit la migrante depuis son brusque réveil jusqu’à son échappé d’un bâtiment surpeuplé où la police ne ménage personne, donne la tonalité de cette traque qui constitue le cœur vibrant du film. Et Guillaume Renusson, calculant brillamment le moindre de ses effets, de montrer à la fois l’immensité dans laquelle évoluent les personnages (un impressionnant plan aérien nocturne où les deux silhouettes avancent dans la neige, avec des sapins à perte de vue...) et un contexte de déprise économique et de hors saison qui permet à la violence latente de s’exprimer dans toute sa frontalité.

S’inspirant de faits divers, il évoque non seulement un sujet polémique rarement évoqué au cinéma, mais aborde également divers sujets liés à l’exil (l’évocation du mari perdu en Grèce, la délicate scène où la femme craint pour son intégrité physique...) tout en n'évitant aucunement les scènes de violence. Si certains reprocheront au personnage très physique interprété par le toujours impressionnant Denis Ménochet (récemment vu dans "As Bestas") d’avoir une blessure à la jambe pas forcément utile au récit, et risquant de décrédibiliser certains de ses mouvements, c’est oublier que ce survivant français est ici comme « force de la nature ». Une sorte de montagne physique qui renoue avec sa propre humanité dans le contact avec cette femme afghane, que joue avec un bouleversant mélange de force et de fébrilité Zar Amir Ebrahimi (récompensée à Cannes en 2022 pour son rôle dans "Les nuits de Mashhad"). Thriller remarquable, la sortie du film "Les survivants" début 2023 est donc à ne pas rater, et montre également que Guillaume Renusson s’annonce comme un remarquable directeur d’acteurs, tirant le meilleur de ces deux solitudes qui s'unissent ici. Dire qu’on attend déjà avec impatience son deuxième long est un doux euphémisme.

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domenica 7 aprile 2024

Tatami - Zar Amir Ebrahimi, Guy Nattiv

Leila va a Tbilisi, in Georgia, per partecipare al campionato del mondo femminile di judo.

in un bianco e nero che toglie il respiro Leila combatte i suoi incontri, ma da un certo momento in poi sorge un grave problema.

il film diventa un thriller, una corsa contro il tempo, una sequenza di decisioni irrevocabili, per Laila e Maryam.

buona (judoka) visione - Ismaele

 

ps: qui un corto di Guy Nattiv; Zar Amir Ebrahimi, co-regista (che interpreta Maryam) è la protagonista di Holy spider, di Ali Abbasi

 

 

Nasce da un’idea del regista israeliano da diversi anni di stanza a Los Angeles Guy Nattiv, Tatami. Eppure, non appena conosciuta l’attrice, fotografa, regista e attivista iraniana Zar Amir Ebrahimi già premiata lo scorso anno a Cannes per l’interpretazione della giornalista in Holy Spider, dal 2008 in esilio a Parigi per non dover scontare la condanna in patria a sei anni di carcere e novantanove frustate per la diffusione di un sextape rubato dal suo appartamento e inizialmente scritturata solo per interpretare il ruolo dell’allenatrice della judoka co-protagonista, è parso evidente a entrambi come il film – già scritto contro ogni legge e minaccia del regime persiano insieme all’altra attrice iraniana a sua volta dal 2006 in Francia Elham Erfani, scelta poi per interpretare l’assistente della coach – non potesse che diventare anche la prima e storica co-regia di sempre fra autori dei due Paesi nemici…

da qui

 

…Una pellicola figlia di un incontro artistico e di costumi inedito. Tatami è, infatti, la prima volta nella storia del cinema che vede la co-direzione di un autore iraniano e uno israeliano. Qualcosa di importante e prezioso di cui sono consapevoli gli stessi Amir Ebrahimi e Nattiv: «Possa questa collaborazione cinematografica e artistica essere un tributo a quegli artisti e a quegli atleti e a tutte le persone che si battono per guardare al di là della frenesia dell’odio accecante e della reciproca distruzione e che, nonostante tutti gli ostacoli, costruiscono insieme un futuro. Riteniamo che l’arte sia la voce del discernimento che si fa strada in mezzo al chiasso». Perché in fondo è esattamente questo ciò che fa l’arte, scuote le coscienze, mette il punto, provoca un cambiamento…

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Ben dialogando con il postmoderno, Tatami sa raccontare perfettamente la sua storia attraverso sforzi retorici particolarmente importanti e riusciti in maniera ottimale: a partire dal rimando all’estetica di Toro Scatenato e fino a giungere al più generale ricorso ad una fotografia in bianco e nero che ricorda lo stile dei film anni ’60 (utilizzo che è stato giustificato anche per ragioni ovviamente comunicative), Tatami si arricchisce di didascalie extradiegetiche che accompagnano ogni incontro della protagonista Leila, oltre che della musica rap – questa volta diegetica – che proviene direttamente dalle cuffie della judoka; in termini tecnici, in altre parole, il film è non soltanto meraviglioso per la sua idea di racconto, ma anche per la sua portata, in grado di presentarlo in quanto opera attuale, oltre che nei suoi temi, attraverso il linguaggio che ibrida le formule comunicative occidentali e mediorientali. Tuttavia, è nel senso del film che si avverte il vero e proprio capolavoro: a partire dal formato claustrofobico scelto, i due registi di Tatami riescono a raccontare una storia di complessa, ma necessaria, affermazione della propria libertà. Il film iraniano rappresenta un ennesimo grido in una contemporaneità che ha bisogno sempre più di firme di questo genere: Leila, che rinuncia a fingere un infortunio e a ritirarsi dalla competizione come le è stato chiesto dalla Federazione, non è soltanto l’atleta che mette in primo piano lo sport e l’affermazione individuale, bensì la voce di una cultura e di un popolo che richiedono la propria collocazione nel mondo. In tal senso, la scelta di affidare al judo la dinamica del film non è assolutamente casuale: oltre ad essere uno degli sport più antichi anche in termini di disciplina olimpica, si tratta di una vera e propria forma d’arte personale e collettiva, che sa unire paesi e comunicare – attraverso l’onore del tatami – il vero e proprio valore della fratellanza…

da qui

 

Il resto, lo fanno le due intense protagoniste, la judoka e l’allenatrice, e in generale le tante donne che circondano la stessa Leila, dalla sua ipotetica avversaria Shani (con la quale il rapporto umano sarebbe diverso se non fosse condizionato dalle politiche di nazioni che continuano guerre senza fine, a meno di non sterminare intere etnie) alle rappresentanti dell’istituzione sportiva (ma è facile vedere nella Federazione mondiale di Judo una ipotetica ONU), costrette a scontrarsi tra loro da un sistema che le priva della libertà e le sfrutta. L’impotenza, la paura e ancor più la rabbia che esprimono – anche fisicamente, con un linguaggio del corpo notevole o con alcuni gesti simbolici (come il rifiuto del velo) – e che emerge dall’evolversi degli eventi e della determinazione delle due donne, danno al film una forza allegorica e narrativa che raggiunge comunque lo spettatore con durezza. E alla quale la traduzione di “tools” con “marionette”, nel ridondante e un po’ retorico finale, toglie qualcosa, soprattutto considerata la difficoltà di molti a riconoscere come “strumento” in mano a interessi superiori tanto chi perpetra certi crimini, quanto chi continua a subirli come vittima innocente.

da qui 


 

giovedì 16 marzo 2023

Holy spider – Ali Abbasi

quell'assassino seriale di prostitute, Saeed, continua a farla franca.

la gente lo approva, e la polizia non sembra troppo dispiaciuta.

ma quella giornalista di nome Rahimi sente l'urgenza di fare qualcosa, rischiando la vita.

il dramma è che quel killer è amato in famiglia, sembra uno che fa la volontà di Allah, e quando arrivi alla fine capisci quanto le cose sono compromesse, gli assassini sembrano eroi, non più vili killer, nascere donna in Iran (come in altre infelici parti del mondo) non è per niente facile.

film senza fronzoli, secco, incisivo, grande cinema.

buona (rischiosa) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, su Raiplay 

 l'ultima sequenza del film è addirittura la più bella, la più simbolica, la più terrificante.

Un filmino casalingo.

Il giovane ragazzo che usa la sorellina per simulare gli omicidi del padre.

La madre lì che non li ferma.

3-4 minuti intensi, potenti, fastidiosi che hanno veramente un mondo dentro.

L'uomo (il ragazzino) che imita il padre, come a dirci che niente cambierà, che anche le nuove generazioni cresceranno con quei dettami e quell'ideologia.

La donna (la piccola bambina) come vittima sacrificale, presente e anche lei futura.

E la madre (la società) che se ne sta lì, inerme, ormai assuefatta al mondo in cui è cresciuta.

Tre minuti che raccontano tutto, 3 minuti che raccontano i 20 anni successivi alle vicende del film.

Tre minuti che se non fossero terribili li definiremmo straordinari

da qui

 

Proprio all'epoca dei fatti, Abbasi stava per lasciare il suo paese e iniziare il percorso che l'avrebbe portato a stabilirsi in Svezia e poi in Danimarca. La storia di Saeed Hanaei, che fu poi catturato e giustiziato, è rimasta nota per la trasparenza e l'apertura con cui l'uomo rivendicò i suoi propositi omicidi, e per l'assurdo supporto che i suoi proclami religiosi gli garantirono presso una parte dell'opinione pubblica.

Abbasi omaggia questo aspetto di auto-evidenza della storia, spogliando la mitologia cinematografica del serial killer di ogni mistero: il suo Saeed è protagonista del film da subito, tanto quanto l'eroina Rahimi che gli dà la caccia, e prima che i rispettivi sentieri entrino in rotta di collisione c'è tutto il tempo di sviscerare la figura di un uomo tormentato dai traumi della guerra, insoddisfatto della direzione della sua vita, e carismatico nel guadagnarsi l'approvazione della moglie e del figlio prima ancora che degli altri cittadini di Mashhad, pronti a scagliarsi contro il basso valore morale e il cattivo esempio delle prostitute uccise…

da qui

 

Holy Spider fin dalle prime sequenze coinvolge lo spettatore nel sopravvivere e peregrinare disperato, tossico, rassegnato e perseguitato di una prostituta come tante di Mashhad, che nel cuore della notte lascia il figlioletto solo a casa, per raggiungere le abitazioni e poi i veicoli di squallidi uomini sconosciuti che approfittandosi della sua situazione la coinvolgono in prestazioni sessuali feroci, sottopagate e violente, facendo uso del suo corpo come fosse un oggetto, che se nel cuore della notte appare eccitante e proibito, alla luce del giorno diviene invece repellente, perverso, sporco e immorale.

Abbasi mostrando le ecchimosi della donna, nel suo specchiarsi nuda e invisibile a sé stessa durante la preparazione casalinga per un nuovo turno notturno sulle strade di Mashhad, racconta senza l’uso alcuno di dialoghi e parole, il dramma e la tragicità della condizione fisica e psicologica alienante, discriminante ed incredibilmente pericolosa vissuta e subita dalle prostitute – e più in generale dalle donne – nell’Iran di quegli anni, attraverso una lente cinematografica potente, oscura e immediata che si pone a metà strada tra reportage d’inchiesta, opera documentaristica, cinema horror e dramma…

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Holy Spider mostra il killer e l’uomo, il buono e il marcio, parte di un’unica entità, disturbata e disturbante. Le prostitute sono la radice del male, e come tali, vanno spazzate via, gettate tra i rifiuti, essendo esse stesse corpi spazzatura, ricettacolo di perdizione e malattie. Ma Abbasi non si limita solo a dare un volto al killer, mostra le prostitute e le loro diverse personalità: donne sole e consapevoli della propria condizione, disumanizzate dagli uomini e dal sesso, da una società che condanna e non perdona. Abbasi cattura il bravissimo Mehdi Bajestani, ritraendolo per strade che dovrebbero essere in Iran, ma che per non scendere a compromessi sono state ricreate in Giordania. Strade sporche, volutamente fuori fuoco, che sembrano assorbire il marciume del suo protagonista. Holy Spider è un film duro, spietato, che grazie alla violenza evocata e non solo mostrata, si spoglia dei generi per diventare qualcos’altro. Un film ibrido, visivamente affascinante e terribile. Sporco, come le mani imbrattate di sangue e gli occhi vitrei e spenti del suo sconcertante assassino.

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