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sabato 5 ottobre 2019

Ad Astra - James Gray

Ad Astra è uno di quei film che viene giudicato un capolavoro, o quasi, da alcuni, oppure uno dei peggiori film dell'anno, e non solo, da altri.
occorre che ciascuno si faccia un'idea da sè, come sempre.
nel film succedono un po' di cose inverosimili, ma non si tratta di un documentario, e sono utili per sintetizzare una grande storia in  due ore.
e lo spazio, i viaggi, sono uno sfondo per riflettere sull'essenza dell'uomo, sui rapporti con gli altri, e sulla fuga, per non guardarsi allo specchio, e riflettere.
ci sono tante cose importanti da fare, quello che è umano non mi interessa, sembra che sia questo uno dei motivi della fuga.
e Brad Pitt è bravissimo.

Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo, diceva Blaise Pascal.

buona visione - Ismaele



Sin dalla scena d’apertura James Gray ci pone sull’orlo dell’abisso e fa vacillare la nostra sicurezza di spettatori, spalancando vertigini: il regista stabilisce subito lo specifico di Ad Astra, ovvero un senso spaziale che accelera e ingigantisce la solitudine. E’ l’inizio, disorientante, di un movimento che metterà il protagonista McBride/Pitt a confronto non solo con l’inconoscibilità dell’universo, ma anche dell’altro e della vita stessa.
Si possono facilmente identificare delle ascendenze visive e filosofiche guardando il film di Gray: da 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, a Solaris di Tarkovskij, da L’ignoto spazio profondo di Herzog al più recente High Life di Claire Denis, ma non si può ridurre l’opera a summa di citazioni, spolvero di linguaggi o variazione di repertori codificati. Ad Astra possiede infatti una commovente bellezza originale: Gray non teme di contaminare i generi, sovrapporre influenze (non solo cinematografiche, ma anche rubate alle altre arti), creare un immaginario in cui passato e presente scolorino l’uno nell’altro. E’ un regista audace, teso alla trasfigurazione delle sue memorie di cinema in una visione complessa e nuova.
Ad Astra è il film di un autore del ‘900, figlio del “flusso di coscienza” narrativo (tradotto in immagine da un Pitt significativamente in primo piano, in balia di una soggettività che si esprime in voce off); ma è anche l’opera di un regista che guarda a un oltre, un futuro, e osserva la soggettività del suo protagonista – totalmente immerso nel suo sguardo interiore – mettendola a confronto con un occhio più “ampio”. McBride, ripreso in campi lunghi o panoramiche, è alla ricerca di un’identità, di un passato in cui ritrovare il senso del presente. Egli appartiene allo spazio, di cui non è mai corpo estraneo: nel buio, tra le stelle, “viaggia”, attraversa budelli e cunicoli in una nascita ripetuta, in una incessante venuta al mondo. È il movimento di un eroe (stanco, provato), nella riproposizione un Mito perenne.
Ed è questa la bellezza del film di Gray: il suo classicismo dichiarato, ma pervaso da uno sfrenato desiderio di creazione…

Nel finale di Ad Astra Roy McBride, che tanto seguiva le orme del padre, si riappropria della sua vita, delle sue emozioni e abbatte il muro che lo separava dagli affetti verso la sua famiglia. La sua epifania ricorda anche a noi spettatori come non serve perdersi nello spazio se ci dimentichiamo il significato della parola "casa". La lezione del finale del film è uno squisito messaggio umanitario: prendiamoci cura l'uno dell'altro. Solo allora, anche guardando intorno a noi, riusciremo a vedere lo stesso le stelle. L'amor che move il sole e l'altre stelle.





James Gray, ispirandosi liberamente al breve romanzo di James Conrad, intitolato “Cuore di Tenebra”, ed accostando in parte la sua opera fantascientifica a quella di Stanley Kubrick, usa lo Spazio Profondo come una metafora, anche se in realtà ad essere esplorato intimamente è il nostro microcosmo. Il regista usa abilmente McBride per approfondire e descrivere la solitudine dell’uomo, le sue paure, la consapevolezza dei propri limiti, ma anche il suo distacco emotivo.


Il futuro qui descritto è eccitante e terrificante. La grandiosità e l'infinita bellezza dello spazio non sfuggono però ai pericoli intrinseci e ai nostri mali endemici. L’uomo, nella conquista del nostro Sistema Solare, potrà ripetere gli errori del passato. Una visione piuttosto deprimente, ma che potrebbe essere aderente ad un nostro probabile destino.
Da sottolineare la notevole performance di Brad Pitt nell’interpretare Roy, un personaggio che possiamo considerare lontano dai ruoli in cui l’attore si muove abitualmente.
In conclusione Ad Astra non è il solito blockbuster fantascientifico, ma è un film il cui andamento riflessivo ed il suo scorrere lento potrebbero annoiare un pubblico che ama un genere più ricco di azione e più veloce.

come sempre in Gray l’immaginario è solo il punto di partenza per andare oltre e affondare nel “suo” cinema. E così se il padre ha avuto l’ardire e il coraggio di scoprire i mondi e fotografarli, spetta ai figli scalfirne le superfici, andare in profondità alla ricerca della luce e del buio. Il  “suo” cinema è tutto lì, tra la tradizione e la confessione dolente che trasforma la materia in una forma moderna.
Ad Astra è magnificamente sospeso tra movimento e staticità. Tra lo spirito d’avventura e l’inesorabile circolarità delle nostre ossessioni. È l’ossessione che ci fa viaggiare e non viceversa. Come nella magnifica scena conclusiva di Civiltà Perduta, del quale è una sorta di continuazione fantascientifica, in cui la moglie dell’esploratore finiva immersa nella giungla, pur rimanendo a casa, Brad Pitt fluttua nello spazio profondo, parlando a se stesso e restando, in qualche modo, “immobile”. E la voce fuori campo, per la prima volta usata in modo insistente da James Gray, serve proprio a creare un doppio binario di percezione e sensazione. Se il corpo di Roy attraversa la galassia lungo le diverse tappe del viaggio (la Luna, Marte, Nettuno), la sua voce resta sempre lì, in un flusso perpetuo e circolare che analizza l’interiorità di un viaggio che forse il protagonista compie solo nella sua mente, nella sua auto-analisi.
Perché a fronte dei 50 milioni di budget, il più alto a oggi per l’autore di Little OdessaAd Astra è forse la più sincera, costosa e visionaria seduta psicanalitica mai realizzata a Hollywood. Un lunghissimo monologo interiore. Quasi una preghiera liberatoria.  Forse il film della svolta per James Gray. Quello in cui è finalmente possibile provare a fare a meno dei padri, abbandonarli alle proprie spalle per ricominciare da capo. Rinunciare alla solitudine del viaggio e ritornare a casa. Bandire l’utopia. Accettare la comunicazione del sentimento. Ripartire dall’essenzialeUn film stratosferico nella sua umiltà.



L'ultimo film di James Gray, il talentuoso regista americano che è senza dubbio tra i migliori eredi della tradizione degli Scorsese e dei Coppola, sposa infatti solo fino ad un certo punto l'architettura esteriore, quella che piacerà comunque ai patiti della " science fiction ", nonchè i moduli espressivi ed i contenuti tipici dei film sull'esplorazione dello spazio. Ma al debole o scontato significato della maggior parte di questi ultimi riesce a sottrarsi con intelligenza.  Il fulcro del film  non è tanto la conquista dello spazio in sé quanto l'eco, la risonanza nei comportamenti e  nelle coscienze degli esseri umani che questa vivono da protagonisti e che sono stati avviati verso di essa da un mondo in cui la scienza e soprattutto la tecnologia sono gli incontrastati padroni. Eco indiretto,risonanza psicologica, scavo delle coscienze, che già sullo schermo, parecchi anni addietro si insinuarono in un genere popolare ed amato come il " western " trasformandolo da mero catalogo di lotte e di avventure in un cinema " maggiorenne ", cioè  capace di riflettere su di sé e quindi libero di atteggiarsi secondo l'estro creativo e la sensibilità dei suoi autori . Mi sembra , in quest'ordine di idee, di poter dire  che " Ad Astra", ricollegandosi  nell'ispirazione e nell'esito ad un altro grande  film di fantascienza di alcuni anni fa, Zardoz" di John Boorman, si avvicini per intensità di analisi non disgiunta da grande splendore formale a quelle opere che, rompendo l'involucro( la categoria, il genere) nelle quali rischiavano di venire incapsulate, sono riuscite a conquistare pienamente la loro autonomia artistica…


…Gli adepti del genere fantascienza possono comunque stare tranquilli. Avranno tutti i motivi ed i passaggi narrativi classici che questo genere di film porta con sé : mistero, emozione, eroismo sapientemente dosati per consentire anche una lettura immediata e più semplice di una vicenda che , come ho cercato di dimostrare, si presta ad altra e più convincente decifrazione. Di Gray regista, creatore di forme cinematografiche piene, splendide nella loro bellezza, in questo film ce n'è quanto se ne vuole, a conferma della circostanza che, al cinema, quando si hanno le idee chiare è infinitamente più facile calarle in uno stampo esteriore di piena soddisfazione e chiarezza per lo spettatore. Una parola sull'interpretazione. Brad Pitt( che ha coprodotto il film ) è praticamente in scena dalla prima all'ultima sequenza. Simpatico, con un bel sorriso costantemente accennato ma pronto a trasformarsi in una smorfia di dolore, combatte vittoriosamente con un personaggio non facile, pugnace e al tempo stesso combattuto al suo interno, e ne rende convincentemente speranze e timori.



La fascia degli anelli di Nettuno non è il luogo più ospitale del Sistema Solare. Ci fa un freddo della malora, e i graziosi cerchietti che circondano il pianeta blu sono fatti di sassolini che ruotano a velocità sostenuta, quindi nel caso ti becchino fanno un male cane. Dovendo passare fra uno e l’altro, nuotando come in piscina per centinaia di miglia, e raggiungere l’astronave madre che ci riporterà sulla Terra, voi e io non sapremmo da che parte cominciare. Ma voi e io non siamo il maggiore McBride, cioè Brad Pitt, cioè un asso dell’astronautica. Infatti McBride si avvicina al veicolo che sta abbandonando, individua un pannello e armeggia per divellerlo. Quindi, mentre voi e io ci chiediamo, non starà facendo quello, vero? –  lui lo fa: strappa il rettangolo di lamiera, lo impugna come uno scudo acheo, e intraprende la traversata…
  
…Ad Astra è anche il tipo di film che farà gridare al capolavoro a una certa fetta di pubblico e critica per il semplice fatto che “sembrava la solita roba con la fine del mondo invece ti scava dentro!”, in sostanza che viene promosso aprioristicamente per le sue intenzioni – c’è un Autore che sa fare il Grande Cinema e che qui vuole trascendere i limiti del genere per provare a parlare della condizione umana, quindi ovviamente sarà bellissimo. Ecco io mi rivolgo soprattutto a voi, con una preghiera: non fatevi ingannare dal gioco di specchi; non fermatevi al fatto che Brad Pitt filosofeggia tutto esistenzialista, chiedetevi piuttosto “sta davvero dicendo cose interessanti?” (spoiler: no) e anche “c’era bisogno che me le spiegasse a parole rendendo così superflui gli sforzi di Gray di comunicare la stessa cosa tramite immagini?”. Che è anche un po’ l’unico motivo per cui non me la sento di avercela con lui, voglio dire: Ad Astra è un film schizofrenico e costantemente in corsa contro se stesso, ridondante nel suo continuo spiegarsi e giustificarsi, ed è difficile accettare questa faciloneria da uno come Gray. Qualcuno più complottista di me potrebbe parlare di sceneggiatura ritoccata e adeguata alle esigenze di un pubblico poco avvezzo al racconto per immagini, ma io ovviamente mi dissocio da queste posizioni. Registro solo che siamo di fronte a un film timido e insicuro come il suo protagonista, poco convinto delle sue stesse rivelazioni esistenziali.
(registro anche che a un certo punto c’è una scimmia assassina e se anche lì c’era un qualche simbolo da cogliere giuro che mi è sfuggito)
È uno spreco, Ad Astra, ecco cos’è. Uno spreco di talento e uno spreco di tempo perché, fatemelo dire per una volta a chiare lettere poi giuro che non lo faccio più, il suo problema non è nella scelta autoriale di trasformare una potenziale avventurona apocalittica in un viaggio interiore e sussurrato nei meandri dell’animo umano. Cioè OK se io fossi James Gray avrei fatto tutt’altro, ma Ad Astra è il suo film, non il mio. Il problema è che questo viaggio ha la profondità di un romanzo di Andrea De Carlo e che il viaggiatore ha confuso “sussurro” con “borbottio costante tipo pentola di fagioli”. E purtroppo quando l’unica cosa che vorresti dire al protagonista assoluto di un film se te lo trovassi davanti è HO CAPITO ORA TACI risulta difficile farsi coinvolgere nei suoi turbamenti peraltro identici a migliaia di altri turbamenti e non particolarmente interessanti.
  
Ad Astra ha sido personalmente una de las decepciones del año. Quizá esperaba que fuera la próxima Interstellar y le estaba pidiendo demasiado, pero he tenido la sensación al salir del cine de que es una de las películas espaciales más carentes de emoción que he visto nunca. Visualmente es una maravilla, la producción es impecable y Brad Pitt está como debería estar, pero el guion quiere ser demasiadas cosas y la música no ayuda para nada a tocarte el corazón. Es una pena.

mercoledì 28 giugno 2017

Civiltà perduta (The lost city of Z) - James Gray

Percy Fawcett non è un'esploratore che vuole conquistare, vincere, uccidere, vuole solo trovare una città dimenticata nella giungla.

è un esploratore "buono", non vuole esportare il suo british way of life, non è un disperato senza famiglia, che si butta nella foresta per dimenticare.
e non è neanche fortunato, la città, forse, non la trova, o forse sì, ma noi non lo sapremo.
e però nella sua ricerca è felice, è la sua ragione di vita, ha un nome da riabilitare, una famiglia che gli vuole bene, una moglie straordinaria e paziente, erede di Penelope.
il film è una sorpresa, James Gray ne fa pochi e buoni.
e come resistere a un viaggio nella foresta amazzonica, senza le zanzare, seduti in una sala climatizzata?
buona visione - Ismaele

 

 


Le armi e le potenzialità del cinema allora per Gray sopravvivono davvero come interruzione, digressione, lato oscuro della luna (matter of fact it’s all dark), isola non trovata ma bella più di tutte, che aumenta familiarità e riconoscibilità proprio rimettendo in circolo canoni, immaginari, stili e riferimenti (d’accordo Coppola, ma l’apertura è innegabilmente ciminiana, e in ogni caso la cocciutaggine del progetto, totalmente impossibile da veicolare sul mercato, ancora una volta accomuna Gray a questi due autori-suicida di film che non sembrano volersi mai chiudere, assumere una forma definitiva: anche di Civiltà perduta percepisci in ogni istante la possibilità di mille montaggi alternativi, director’s cut con scene diverse, tagliate aggiunte o allungate…). Con l’intento lucidissimo di riaffermare “siamo giàstati qui”, qualcuno ci è già passato.
Amare il cinema di James Gray significa perciò condividere con lui e con i suoi personaggi la luce incommensurabile e indescrivibile che ti colpisce ogni volta che ti rendi di nuovo conto che l’entrata per un giro alla ricerca della Citta’ di Z è sempre aperta, ancora li, davanti (e dentro) ai nostri occhi. Farsi divorare dal sogno, per essere liberati dalla condanna.

Lo strano caso di James Gray. Che, dopo i primi quattro (bellissimi) film molto contemporanei e un filo autobiografici su immigrati ebrei (e irlandesi) negli States, con C’era una volta a New York ha cambiato radicalmente cinema, occupandosi ancora di immigrazione, ma in forma di period movie e melodramma. Adesso un altro film nel e sul passato, con sontuosità di scenografia e costumi e neanche più il tema dell’emigrazione a collegarlo ai suoi precedenti. Un’altra cosa, un altro film, davvero un altro cinema. Anche parecchio convenzionale, con militari in alta uniforme ai ricevimenti, cottage anzi castelli nel countryside, interni maestosi di ministeri e altre reali istituzioni tra Otto e Novecento inglese. Che non lo si riconosce più, il rigoroso Gray delle tormentate famiglie askenazite. Ma perché mai avrà accettato di girare questo The Lost City of Z - tale il titolo originale -, certo tratto da una biografia diventata bestseller, certo prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, ma così inesorabilmente medio-mainstream? Un’avventura amazzonica con delirio del suo protagonista, che sarebbe anche di molto fascino se non ci fossero già certi indimenticabili Herzog, intendo Aguirre e Fitzcarraldo. Un paio di anni fa s’è poi visto ai festival e anche in qualche sala nostra il notevole El Abrazo de la Serpiente, di cui par di rivedere molti passaggi in Civiltà perduta. E dal confronto Gray esce stritolato…

James Gray riempie la sua opera, il parallelo tra la sua perseveranza e la missione di una vita di Fawcett è quanto mai prossima, dall’inizio alla fine.
Scandendo un processo a fasi, tra andate e ritorni, addii e ricongiungimenti, cavalca ellissi necessarie (non occorre ogni volta ripresentare i pezzi precedenti, i vari viaggi è come se fossero un tutt’uno), rendendo vivo lo spirito di esplorazione, mentre il fascino della (possibile) scoperta è quanto mai scardinante.
Tra uomo e natura, progresso e civiltà perdute, o meglio sconosciute, la composta eleganza delle vita occidentale e culture tutte da scoprire, l’arroganza dettata dal principio di superiorità insito nell’uomo bianco, verso i selvaggi ma anche le donne, Civiltà perduta trabocca, rendendo piena giustizia alla macchina dei sogni che è (dovrebbe essere) il cinema, oggigiorno sempre più ancorata in un porto sicuro, che è sinonimo di ripetitività.
Così, James Gray apre una vorticosa finestra sul passato e portali verso un futuro, di finzione e reale (un cinema che punta ad allargare i propri confini e un mondo che guarda avanti per la gioia di apprendere), che rimane una chimera.
Difatti, le tematiche presenti colmano oceani di vuoto e vengono chiarite senza eccessi, tra il (secondario) prestigio, le difficoltà fisiche e mentali che servono per arrivare al traguardo, la necessità di conoscenza che sopravanza il desiderio di conquista, lasciando alle spalle la sicurezza per trovare chissà cosa (con pericoli insediati ovunque), con il conseguente gusto di vedere qualcosa di immacolato, un avvicinamento alla morte per vedere meglio la vita, tutto questo sempre facendo ricorso a una dialettica che dosa le parole, rimanendo comunque chiarificatrice (non c’è niente di oscuro, mentre tanto è primordiale e qualcosa mistico)…

Gray si fa coinvolgere e coinvolge lo spettatore nella 'folle' ricerca di un uomo che riesce a convincere altri ad accompagnarlo trasformando anche una profonda ostilità che gli proviene dall'ambito familiare. Questo non significa per lui sottrarsi ai doveri imposti dalla Storia. Così la scena più significativa del film finisce con il divenire quella in cui lo si vede al comando di un plotone nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Dinanzi alla follia devastatrice del conflitto la sua ricerca si fa rileggere come la razionalità di chi vuole riportare alla luce ciò che un'antica civiltà ha voluto non distruggere ma costruire.

Il cuore del film non è tanto il sogno di gloria (o di riabilitazione del proprio nome) del protagonista, ma quanto tale realizzazione possa pesare sul rapporto con la moglie e i figli, i quali hanno dovuto fare i conti con un marito e un padre che li ha spesso abbandonati per le sue esplorazioni (in particolare la moglie Nina e il figlio maggiore Jack esternano il loro dissenso, la moglie pur non facendo venir mai meno il suo appoggio, il giovanotto esprimendo così anche la sua opposizione a questo padre al tempo stesso impegnativo e sfuggente). Ancora una volta la figura centrale nel cinema di Gray è divisa fra gli affetti e le proprie ambizioni e se nelle precedenti pellicole erano queste ultime spesso a doverne fare le spese, stavolta forse c'è una variazione positiva, visto che la famiglia Fawcett comprende quanto importanti siano i viaggi e le ricerche per il proprio caro e si comporta di conseguenza; nei film di Gray i protagonisti normalmente scelgono di optare per la risoluzione dei contrasti, però stavolta il tutto avviene senza che il personaggio principale debba rinunciare ai propri obiettivi (rinuncia, sì, alla felicità domestica ma ovviamente questa per lui sarebbe stata comunque una scelta sacrificata, come si capisce dalla scena in cui un mesto Fawcett dichiara ad un giornalista americano di apprezzare la vita domestica). In questo la decisione di Jack di unirsi al padre nel suo ultimo viaggio, lo struggente ma asciutto addio fra Percy e il secondogenito Brian e il bellissimo finale, fra sogno e realtà, in cui Nina idealmente raggiunge i propri cari nella giungla (mi è stato fatto notare come in effetti il bravo Gray diventi grande nel concludere i propri film) sono i tre momenti chiave di "Civiltà perduta", dai quali si può capire come, nonostante il triste destino dei protagonisti, l'opera sia meno negativa dei precedenti film del regista (perché neanche la risoluzione dolce-amara di Two Lovers faceva eccezione fino in fondo)…

Civiltà perduta è un blockbuster d’altri tempi. Due ore e venti minuti, ma sarebbero potute essere tre, anche quattro. Non ci stupirebbe una director’s cut. Un’altra follia. La giungla, i confini inesplorati, perdersi nuovamente. Civiltà perduta è una storia infinita, un eterno ritorno. Ce lo dice la macrosequenza a cavallo tra la guerra e il nuovo viaggio, quasi una fase di stanca, una impasse. Impossibile stare lontani dalla giungla, impossibile non tornare. Anche con la mente: alla giungla, alla fotografia di Darius Khondji, a questo cinema anche imperfetto, forse incompleto, ma dannatamente vivo. Il cuore è nella giungla.

domenica 19 gennaio 2014

The Immigrant (C'era una volta a New York) - James Gray

bravissimi Marion Cotillard e Joaquin Phoenix, da soli valgono il biglietto, e la grandezza dell’interpretazione cresce col passare dei minuti.
quello che non mi convince è la storia, Joaquin Phoenix che fa il protettore delle sue donne, e si innamora dell’ultima arrivata, è un cuore d’oro, Marion Cotillard che si prostituisce per far guarire e riscattare la sorella, un sacrificio di un cuore d’oro.
la ricostruzione della New York di un secolo, e tutta la storia, sembrano da operetta, senza troppa forza (“Gangs of New York”, di Martin Scorsese e “Le onde del destino”, di Lars Von Trier, per citare due film che possono avere qualcosa in comune con il film di James Gray, sono su un altro pianeta).
resta comunque un film da vedere, soprattutto per le interpretazione degli attori; è che da James Gray, che ha fatto film eccezionali, non mi aspettavo solo un buon film - Ismaele


Ci sono i buoni propositi, il tema della fede e del perdono, la redenzione di una donna che abbraccia il peccato solo per riabbracciare la sorella, l’uomo/contraddizione che innamorandosi migliora sé stesso ma peggiora la sua stessa vita, la metafora (resa inutilmente esplicita) dell’illusione infranta del sogno americano. Il finale impeccabile  non può reggere il peso di un film che fa acqua da tutte le parti.

…Francamente non capisco perché James Gray, talentuoso com’è, e così fortemente autore (talvolta fino all’autosabotaggio), si sia imbarcato in un’operazione tanto qualunque e perfino anonima. Un mélo, certo trattenuto e rigoroso, con però caratteri prevedibili e cliché da cattiva letteratura. Con uno svolgimento narrativo che sembra un assemblaggio di cose mille volte lette e viste. Puro coacervo di stereotipi, senza peraltro il coraggio di calvalcarne spudoratamente gli aspetti in potenza più trucibaldi e fiammeggianti.,,

James Gray, lui, nous livre une reconstitution impressionnante du New York des années 20, ainsi que quelques plans sublimes et sombres, et dirige à merveille son trio d'acteurs. Ballottée entre deux hommes, pris au piège de sa douce beauté, on tremble en permanence pour Marion Cotillard, fébrile et volontaire, en se demandant si cette sœur à la libération tant espérée est bien toujours vivante. Joaquin Phoenix se transforme peu à peu, laissant poindre une terrible détresse. Tandis que Jeremy Renner incarne un espoir teinté d'illusion. Si le film n'a finalement pas eu les faveurs du jury cannois, il pourrait bien faire son petit bonhomme de chemin dans les salles, sans pour autant espérer se retrouver aux prochains Oscars, malgré son sujet universel, puisque la date de sortie américaine a été repoussée à l'an prochain.

Basterebbe il suo nome, oggi, per parlare bene di qualsiasi lavoro in cui ci sia lei. Questa donna non sbaglia un colpo, e se lo sbaglia lo rende giusto lo stesso anche solo con la sua presenza. Marion Cotillard ha un unico difetto: non ti fa seguire il film. Bella, anzi bellissima, per qualsiasi gusto. Brava, anzi bravissima, per qualsiasi critico. Per renderle l' importanza dovuta in "The immigrant" (dopo tutta la solfa di cui sopra, chi scrive preferisce usare il titolo originale per il resto della recensione), è d'uopo riportare le parole che le ha dedicato lo stesso Gray: "[...] questa donna non ha bisogno di parlare. E' talmente espressiva che potrebbe fare un film muto. [...], ho scritto il film per lei, perché è la storia di un' immigrata e ho pensato che lei potesse trasmettere uno stato d'animo in maniera non verbale. Non credo che avrei fatto il film senza di lei". E ancora, a proposito della difficoltà linguistica di recitare in polacco, è decisamente incredibile questo aneddoto, sempre raccontato dal regista: "Un giorno ho chiesto all'attrice che interpreta la zia cosa pensasse del polacco parlato da Marion. Ha detto che era eccellente ma che aveva un vago accento tedesco". La motivazione data dalla bella parigina (già, perché magari in tutto questo, qualcuno se lo dimentica: lei è francese!) è strabiliante: "Sapendo che il mio personaggio viene dalla Slesia, che è situata tra la Germania e la Polonia, lo sto facendo di proposito". Spiazzante...
Signori, una vera Attrice. Questa intervista andrebbe letta ad alta voce in una stanza con dentro la maggior parte degli attori barra attrici nostrane. E poi accendervi un falò, perché tanto non la capirebbero…

E senza svelare come l'epica storia della bellissima Ewa giunge a compimento, ci togliamo la soddisfazione di anticipare solo un elemento: nel prefinale, quando tutto è ormai compiuto e la tensione narrativa comincia ad allentarsi, Gray lascia la scena al suo attore feticcio, quel Joaquin Phoenix stavolta nei panni di un uomo, Bruno, apparentemente senza possibilità di redenzione. Il suo monologo rabbioso, che descrive se stesso come il rappresentante dell'abiezione di una società che nasconde dietro l'incessante progresso democratico la feccia di una criminalità moralmente ripugnante, è l'ennesima prova di una classe e di un'irraggiungibile bravura che nessun premio potrà mai davvero riconoscere.

El conflicto moral de Ewa (debe prostituirse y cree que eso le garantiza la eternidad en el Infierno) está expuesto con todas sus luces y sombras, pero no se manifiesta un verdadero peso en su alma más allá de lo que el espectador puede entender. La trama avanza sin deparar muchas sorpresas, aunque la intención sea contraria. Ni siquiera los requiebros de la última media hora animan un espectáculo largamente falto de vida. Cuando una película tiene tan marcado a fuego el devenir de los acontecimientos antes del minuto 30, es mala señal. Debe ser muy estimulante en los otros apartados para poder olvidar la desidia del guión. Y The immigrant no lo es.
da qui