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sabato 23 agosto 2025

Il caso Matteotti - Florestano Vancini

nel 1924 Giacomo Matteotti, a causa delle sue posizioni e discorsi antifascisti, fu rapito e assassinato su ordine di Mussolini.

il film racconta e ricostruisce senza ambiguità i fatti e le troppe cautele dei politici antifascisti.

gli attori sono bravissimi, come il regista, meno conosciuto dei suoi colleghi, ma non meno bravo dei registi famosi.

in tempi di governi nostalgici degli assassini fascisti, ed emanazione della P2, andrebbe programmato una volta alla settimana in tv, ma sarà impossibile.

un film da non perdere, senza dubbio.

buona (antifascista) visione - Ismaele


  

QUI o QUI si può vedere il film completo

 


 

…Il focus del film è tutto sulle dinamiche di potere che si dispiegano a seguito di questi fatti, e sulla contrapposizione tra i sofismi dei politici e la violenza agita sui corpi delle vittime: il manganello, per parafrasare De Andrè, non ha una natura gentile, e quando cala sulle ossa e sui crani delle vittime non fa distinzioni sottili ma crea traumi destinati a durare a lungo, nel corpo e nello spirito. Se buona parte del popolo, operai e contadini in testa, è pronto a scendere in piazza per rivendicare la fine delle violenze ed elezioni libere, i suoi rappresentanti del popolo, imbalsamati nei loro panciotti e infiocchettati dai papillon, discettano di Aventino, ritengono che non sia ancora il momento per reagire, si spingono addirittura a spartirsi le poltrone per il dopo Mussolini, confidando che il rapimento e il delitto avrebbero destabilizzato il Paese fino a far cadere il Governo.

Una distanza incolmabile tra politica e vita reale, evidenziata nelle riunioni dei leader dell’opposizione; ma anche nei confronti tra industriali e agrari, nelle faide interne al partito fascista, nelle minacce delle squadracce allo stesso capo del Governo. Spicca la dissonanza espressiva e semantica tra gli squadristi, dal linguaggio volgare e primitivo, e i politici, dall’eloquio elegante e cardinalizio: ma ad avere la meglio, e a condurre il Paese al Ventennio, è il combinato tra ignavia delle opposizioni e violenza di chi detiene il potere…

da qui

 

Bisogna assolutamente guardare questo film, è un appello questo. Florestano Vancini offre un quadro lucido, esposto con chiarezza, teso e avvincente, di un periodo (anche abbastanza recente) della storia italiana AGGHIACCIANTE. C’è da far tremare i polsi, chiedersi come sia stato possibile consentire al nostro paese di vivere una tale esperienza. “Il delitto Matteotti” potrebbe definirsi quasi un thriller politico, l’esempio di un cinema impegnato, tipico degli anni ’70, oggi solo sporadicamente ripetibile.

da qui

 

…Film di ricostruzione storica in puro stile anni ’60 e ’70 del secolo scorso con un sapore da inchiesta giornalistica tipo Chi l’ha visto.

Non è un capolavoro ed in alcuni punti perde leggermente mordente anche se comunque rimane un ottimo calcio in faccia alle spinte fascistoidi che a moti ondosi bagnano i nostri lettini democratici dove è il popolo a comandare, in bocca e sulle gengive alla classe borghese.

In bocca.

Sulle gengive.

da qui

 

Un capolavoro assoluto. Il più bel film contro il fascismo (il che equivale a dire “sul fascismo”) della quindicina che ho visto sinora (e sono tutti bei film, alcuni gran bei film). Una perla scintillante.

Raramente un film riesce a coniugare tutto: verità storica; interesse su questioni storicamente fondamentali (come purtroppo il fascismo in Italia); perfezione tecnica nella ricostruzione storica di sceneggiatura, scenografia e costumi; recitazione di alto livello da parte di tutti (protagonisti e non), di un cast che nella media è strepitoso; musica; soprattutto, regia…

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dopo dei bellissimi titoli di testa che ci fanno un quadro della situazione contemporanea del film, veniamo catapultati in un modo dove la retorica e l'oratoria la fanno da padrone.

Si perchè il film è un lunghissimo dialogo, un esempio di film politico discorsivo dove soprattutto i personaggi di Nero, Matteotti, e Adorf, Mussolini, hanno i momenti più interessanti e affascinanti (tra l'altro bravissimi entrambi con menzione speciale per un Adorf che non ti aspetti).

e tutti questi dialoghi scritti splendidamente sono la vera forza del film, catturano appassionano e fanno capire più di quanto scritto. lodevole anche la costruzione dei personaggi.

un film che deve la sua forza ad una grandiosa scrittura, anche se per i gusti attuali può risultare lento e compassato, ma in realtà è imprescindibile del genere.

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giovedì 26 giugno 2025

Gli ultimi cinque minuti - Giuseppe Amato

un film simpatico, come a volte capita, è una benedizione.

Vittorio De Sica, somigliante in certi momenti al vecchio Charlie Chaplin, è bravissimo, ma nessuno sfigura.

un piccolo film, davvero da non perdere.

buona (affittevole) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film completo



Da un autore di successo degli anni '30 come De Bendetti, e sceneggiato dal drammaturgo stesso, è stato tratto questo film, anche accattivante e di un femminismo antilitteram, con una regista anomalo come Amato, che poneva come condizione la presenza della Darnell, già avuta in Donne Proibite, bella presenza di passati ricordi cinefili americani. Soggetto brillante, che ricorda certe commedie americane sofisticate e divertenti, con un finale edulcorato e diverso da quello originale, che era più pensieroso ed interessante.
Le interpretazioni sono buone ed ottima è anche la presenza dei due protagonisti; De Sica fa ricordare i vecchi periodi della sua gioventù, ma rimaniamo allibiti per la sua bravura in qualsiasi momento del film.

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Commedia sentimentale d'altri tempi leggera solo fino ad un certo punto. Le storie che si intrecciano parlano di sentimenti veri, universali, cui la sceneggiatura scritta con garbo e stile dona un'attualità inaspettata. Molto buona la prova dell'eccellente cast, il vero punto di forza del film, mentre la regia discreta di Amato mostra a tratti poca personalità. Le riprese quasi tutte in interni fanno apprezzare meglio la classe degli attori e i mezzi toni dei dialoghi e nel complesso un certo ritmo non manca. Gli appassionati del genere potrebbero apprezzarlo; gli altri, forse, pure.

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giovedì 21 novembre 2024

Gastone - Mario Bonnard

Gastone (Alberto Sordi) è un artista di avanspettacolo che tira avanti con difficoltà, il successo è ormai alle spalle.

e però ha una scuola di avanspettacolo, non gli mancano le aspiranti attrici, ma quella che lui vorrebbe lo lascia e va a Parigi.

Alberto Sordi grande come sempre.

buona (gastonesca) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Classica parabola discendente sordiana, interpretata con gran classe dal suo protagonista, pronto a cogliere sia le note grottesche che patetiche del suo personaggio. La prima parte, più spumeggiante, regala anche le simpatiche prove di De Sica e Stoppa, mentre nella seconda si fa strada la melanconia di un ambiente artistico di quart'ordine. Buona regia di Bonnard, con fotografia dai bei colori e ottima ricostruzione storica. Finale un po' inconcludente ma in generale una buona commedia amara italiana

da qui

 

…Gastone è la maschera forse più celebre di Petrolini, protagonista di una satira sul mondo dello spettacolo negli anni Venti. Al grande istrione romano, Bonnard era molto legato, così come al giovane divo della commedia italiana. Il film nasce nel segno di questa aurea triangolazione nel nome del varietà, nel momento di massima gloria cinematografica di Sordi: ed è quantomeno intrigante che un personaggio tanto decadente sia interpretato da lui.

Gastone si fa chiamare Gaston Le Beau, veste il frack del “bell’adone”, porta i capelli inamidati e si guadagna da vivere nei tabarin come danseur mondain e s’improvvisa insegnante di danza. Prigioniero del suo ruolo, si atteggia a dongiovanni che non deve chiedere mai, ha rapporti con la pigra nobiltà capitolina, non disdegna il ruolo di pappone, illude le donne ed è in realtà un truffatore, per di più interessato solo a raggiungere il successo impeditogli dallo scoppio della Prima guerra mondiale…

da qui

 

gastone è un progetto vivente, sostenuto dalla verve e dalla presenza del principe e dai soldi avallati dallo strozzino achille(il solito perfetto sgradevole paolo stoppa), che gravita intorno al tabarin come un satellite impazzito, avido delle grazie di quelle soubrette appannate o insipide o smunte in via di avvizzimento.

e il tramonto definitvo di gastone, avviene quando s'imbatte nelle grazie squattrinate di NN di annina(l'adorabile anna maria ferrero), assolutamente inconsapevole della propria fine perchè folgorato dal talento dalla ragazza ma soprattutto perchè se ne innamora.

e quindi questo "gastone" perso in se stesso, nel proprio riflesso, nell'idea di se stetto, sperso nel tempo e in un non luogo di carta pesta e di quinte e fondali che salgono e scendono, compaiono e scompaiono , abbagliato dalla propria vana bellezza, corrosa dalla propria ignoranza e demolito dall'incapacità di riconoscersi nel tempo e nello spazio, svanisce danzando per un ultima volta nello splendore del proprio fracche, cantando il proprio nom de plume poco prima che sull'italia, sull'europa e sul mondo si abbatta l'insensata follia di un'altra guerra…

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mercoledì 23 agosto 2023

Padri e figli - Mario Monicelli

alcune storie che si inseguono e si intersecano, in una sceneggiatura (di Age & Scarpelli e del regista) equilibrata, con i tempi praticamente perfetti.

storie di padri e figli, che si ripetono da sempre e per sempre, la differenza con oggi è che allora, nel 1957, si guardava al futuro con fiducia, oggi no.

gli attori, grandi e bambini, sono tutti bravi e bravissimi, fanno ridere e commuovere.

un gioiellino da riscoprire.

buona (familiare) visione - Ismaele


 

QUI  si può vedere la prima parte

QUI  si può vedere la seconda parte

 

 

 

Molte le cose che colpiscono. La saldezza narrativa, nonostante i molti nuclei familiari le cui vicende si intrecciano; un cast di rara perfezione, con vertice assoluto nei duetti fra De Sica e Marchi; la verosimiglianza delle vicende, ora tristi, ora felici, che discendono dell'essere genitori; le trovate umoristiche, con particolare riguardo ai tocchi di "uomo di mondo" dell'immenso De Sica. Ne esce un film fresco, brillante, talora commovente, con tocchi che spesso colpiscono in modo particolare chi genitore lo è diventato per davvero. Monicelli dirige con indiscusso mestiere.

da qui

  

Gran bel film di Monicelli che dipinge un'Italia che fra mille contraddizioni diventava grande. Lo scontro generazionale nasconde un processo sociale profondo, tipizzato dalle famiglie molto diverse che nel film si incontrano (e a volte si scontrano). Grande cast dove vincono un intenso Mastroianni, la Merlini in stato di grazia e Carotenuto molto in ruolo. Dialoghi non banali con punte amare, anche se si sorride parecchio. Monicelli conferma il candore che gli permetteva di dirigere i bambini come pochi altri. Merita una visione attenta.

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Buono e sottovalutato film del grande Mario Monicelli.

Commedia in pieno stile anni 50 con episodi che si intrecciano. Molto riusciti i duetti tra il grande Vittorio De Sica e l'ottimo caratterista Ruggero Marchi, bene anche Mastroianni,la Merlini,Memmo Carotenuto e la coppia di vita e di arte Antonella Lualdi e Franco Interlenghi.

Sceneggiato da Monicelli ed il mitico duo Age & Scarpelli.

Musiche di Alessandro Cicognini.

Premiato con l'orso d'argento per Monicelli al festival di Berlino. Da vedere assolutamente

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mercoledì 3 maggio 2017

Evgenij Evtushenko parla di "Ladri di biciclette"


Quando mi chiedono quale sia il mio film preferito, senza neppure pensarci rispondo: Ladri di biciclette. E non sono il solo: tutta la mia generazione è andata almeno una volta a vedere il film italiano che, nel 1948 - fra tutte le pompose pellicole staliniane sulla guerra o sui giganteschi banchetti organizzati per migliaia di kolhoznik felici mentre la campagna soffriva la fame - ci ha restituito il contatto con un’arte che rappresentava di nuovo la vita reale.
Esattamente 60 anni dopo, nel 2008, a Roma ho avuto l’incontro più incredibile nella mia vita. Non con una donna, ma con un uomo che non conoscevo di persona, anche se l’avevo già visto circa trenta, quaranta volte non nella vita reale, ma al cinema, in Ladri di biciclette. Allora lui aveva 9 anni, ma l’età sullo schermo, si sa, non cambia mai. Nel film si chiamava Bruno ed è diventato uno dei protagonisti, anzi non ho paura a dirlo, uno dei miei maestri di vita, poiché in lui convergevano le tre migliori qualità possibili dell’essere umano: sincerità, fedeltà e dignità. Aggiungo pure il fascino, che non si impara dai registi.
Mi permetto una breve divagazione che però ha a che fare con Enzo Staiola, il protagonista della mia storia. La contessa Suni Rattazzi Agnelli, una mia vecchia conoscente della famiglia proprietaria della Fiat, nel passato aveva lavorato per l’edizione newyorkese di Vogue. Ci siamo conosciuti nel 1966 durante una cena in mio onore, organizzata in casa del senatore Jacob Javits. Henry Kissinger, che era seduto vicino a me, si meravigliò del mio orologio: «Che bello! È svizzero naturalmente»? Risposi orgogliosamente: «Sovietico»!
Mi era stato regalato prima di partire, come modello sperimentale, dopo un recital di poesia in una fabbrica di Mosca. Kissinger sorrise con sospettosa incertezza: «Voi russi, naturalmente, sapete fare bene bombe e razzi, ma non eleganti orologi come questo». Mi tolsi dal polso il mio orologio e glielo porsi, mostrandogli la scritta Made in Urss. Kissinger si tolse il suo, lo mise con cura nel taschino e indossò quello sovietico. Senza offrirmi in cambio il suo, come ci si aspetterebbe in Russia.
In quel momento si alzò una bella donna sconosciuta dalla figura aristocratica, con diversi fili bianchi apparsi precocemente tra i capelli neri e un affascinante accento leggermente straniero: «Vedo che mister Kissinger non conosce le usanze russe. E per non lasciare il nostro ospite con delle impressioni sbagliate sulle tradizioni dell’Ovest, mi permetta, mister Evtušenko, di regalarle il mio di orologio».
Era un Rolex, uno dei primissimi modelli, che porto tutt’oggi al polso. Sul lato interno vi è inciso «Suni Rattazzi» e il suo gruppo sanguigno. Kissinger arrossì e iniziò a spiegare confusamente che l’orologio gli era stato regalato da una zia. Quando la storia trapelò e finì nella rubrica di gossip di un giornale newyorkese, Kissinger consegnò il mio orologio allo scrittore Jerzy Kosinski scusandosi con me, il quale, su mia richiesta, lo consegnò a Suni. Questa era la cosa giusta da fare e l’episodio ci aiutò in seguito a diventare amici, quando tornai a New York dopo la grande tournée americana.
Molti anni più tardi, Suni, riprendendo il cognome da nubile, ritornò in Italia e divenne sottosegretario agli Esteri. Un giorno mi invitò nel suo ufficio. C’era anche il ministro delle Poste. Disse che stavano preparando una serie di francobolli commemorativi dedicati al cinema italiano e mi chiese: «Lei conosce bene i nostri film. Quale attore a suo parere potrebbe diventare il simbolo del cinema italiano»? La domanda non era semplice poiché il cinema italiano delle prime pellicole neorealiste aveva conquistato il mondo.
Nella mia mente affiorarono i volti di Anna Magnani, Isa Miranda, Giulietta Masina, Massimo Girotti, Silvana Pampanini, Sofia Loren, Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida. E all’improvviso tutti i volti famosi vennero offuscati dal viso del bambino di nove anni di nome Bruno che avevo visto in Ladri di biciclette: il piccolo benzinaio che riforniva le auto di carburante con rara dignità proletaria e tirava su con il suo simpaticissimo naso a forma di cetriolo. «Bruno! - risposi -. Il piccolo Bruno!».
«Come mai non ci è venuto in mente prima? Bruno, certo!», esclamarono quasi all’unisono. Dopo sei mesi ricevetti una busta con il timbro delle Poste Italiane nella quale trovai, accuratamente riposti, i francobolli con il sorriso del mio adorabile Bruno.
Ed ecco, ora stavo per vederlo per la prima volta dal vivo come Enzo Staiola, il suo vero nome. Secondo i miei calcoli, doveva avere circa 70 anni. Mi trovavo a Roma, in una fermata della metropolitana tra le più distanti dal centro e lo aspettavo. Procurarmi il suo numero era stato difficile, ma ancora più difficile parlargli al telefono. Quando chiamai Enzo, brontolò: «Sono stufo dei giornalisti». Lo supplicai, spiegandogli che ero un poeta russo, che insegnavo negli Usa e che ogni semestre, ormai da più di dieci anni, mostravo ai miei studenti americani Ladri di biciclette e con questo film «formavo il loro gusto».
A questo punto cedette: «Va bene, però a una condizione. Venga all’uscita di quella fermata della metrò. Accetterò di parlare con lei soltanto se mi riconoscerà e verrà da solo da me». «Ma mi dica almeno come sarà vestito», chiesi mestamente. «No - tagliò corto Staiola -. Non l’aiuterò a riconoscermi». Arrivai all’appuntamento in anticipo con mia moglie Masha e con Marina, l’interprete. Di tanto in tanto davo un’occhiata al regalo di Suni Rattazzi. Quando la lancetta raggiunse l’ora stabilita, lasciai Masha e Marina sulla panchina sotto gli alberi e mi diressi verso la piazzetta davanti all’uscita della metrò. Raccolsi tutta la mia memoria visiva e mi concentrai.
Vidi un uomo canuto in un abito dignitoso e persino con la cravatta, non giovane, ovvio, ma nemmeno decrepito. Però il naso a cetriolo era rimasto lo stesso, infinitamente simpatico. Anche la dignità proletaria si era conservata, anche se ora era un po’ triste e cupa. Senza paura di sbagliarmi, mi avvicinai a lui e gli porsi la mano.
«Alla fine mi ha riconosciuto - disse lui -. Con quelli che non mi riconoscono, non ci parlo neanche. La cosa più curiosa è che io li riconosco sempre, mentre loro no e capisco subito che non abbiamo niente da dirci, perché i loro occhi rapaci cercano ovunque, non si fermano mai, sono vuoti. Io, il piccolo bambino, non ci sono in quegli occhi. Lei invece non ha perso gli occhi. E mi ha riconosciuto...».
All’inizio Enzo era un po’ rigido, poi si lasciò andare. Raccontò come una volta, tornando a casa, dopo la scuola, aveva notato un’auto che lo seguiva. Quando la macchina si fermò al suo fianco, vide al suo interno un bellissimo signore canuto che fece per parlargli. Bruno scappò a gambe levate per la paura di essere rapito. L’auto continuò a seguirlo e lui a malapena riuscì a rifugiarsi in casa. Il signore distinto lo raggiunse in casa e i genitori di Enzo lo riconobbero subito: era Vittorio De Sica. Voleva invitare il loro figlio per il ruolo di protagonista in uno dei suoi film. Nonostante la stima nei confronti di De Sica, i genitori rifiutarono. De Sica andò via, dispiaciuto. Un giorno, mentre la troupe faceva i provini, vicino al Colosseo, a bambini venuti da tutta Italia, Enzo non poté fare a meno di assistere alle riprese. Aveva convinto la zia ad accompagnarlo. De Sica lo riconobbe subito e si recò nuovamente dai genitori, proponendo loro un contratto da un milione di lire.
Erano tanti soldi per i genitori di Enzo: il padre guadagnava 700 lire al giorno e la somma propostagli equivaleva al lavoro di circa quattro anni. Ci pensarono un po’ su e guardarono il figlio per conferma. Ciò lo incuriosì ancora di più e fece cenno di sì. Fra l’altro la somma era considerevole anche per lo stesso De Sica, che vide così restringersi il budget del film. Gli americani si offrirono di finanziarlo a condizione che il regista scritturasse Cary Grant nel ruolo del padre di Bruno. Su questo punto, però, De Sica fu irremovibile: voleva che dei veri disoccupati facessero la parte dei disoccupati per mostrare al mondo che gli italiani non erano soltanto poveri, ma anche pieni di talento.
«Come sono state le prime riprese? - chiesi a Enzo -. Siete entrati subito in sintonia?».
«Con De Sica è stato facile. All’inizio mi fece vedere come avrebbe recitato ogni scena se fosse stato al mio posto. Poi mi chiese di improvvisare. La prima scena è stata girata a Porta Portese: è il momento in cui cerco la bicicletta rubata. In quella scena ci sono tante persone e nessuna di loro era abituata a stare davanti alla cinepresa, ma lui li convinse a essere naturali, a non fare caso alle riprese, a muoversi come se la macchina da presa non esistesse affatto; mentre a me disse di cercare la bicicletta e di non distrarmi. E così filò tutto liscio».
«De Sica non ti ha più proposto di girare con lui»?
«Credo che avrei potuto imparare ancora molto, se avessi girato con lui anche solo un’altra volta. Sarei certo diventato un attore professionista. Per questo ce l’ho un po’ con lui. In seguito, è vero, ho girato spesso. Persino con Anna Magnani in Vulcano e, poi, ne La contessa scalza ma solo fino ai miei 18-20 anni. Poi smisero di cercarmi. Quando sei bambino, fai sempre la parte dei bambini, mentre da "adulto" devi trovare il "tuo" regista che ti deve guidare. Invece i registi che mi invitavano cercavano solo il mio nome, non la mia anima».
«Che cos’hai fatto dopo?». «Mi sono iscritto all’Istituto tecnico per geometri». «Quali film preferisci»? «Oggi ci sono talmente tanti pericoli, tragedie, paure - a cominciare dalla paura di perdere il lavoro - che evito di guardare i film tristi che assomigliano alla vita e preferisco le commedie». Rimasi di stucco. Mi sconvolgeva che il protagonista di uno dei film tragici più famosi preferisse, alla fine dei suoi anni, le commediole vuote. Il piccolo Bruno era evaporato, come se non fosse mai esistito. Il geometra Enzo Staiola si alzò: «Chiedo scusa. Devo andare al matrimonio di mia nipote». E mentre salutava, uscendo si girò all’improvviso e sorrise; i suoi occhi di nuovo brillarono, come sessant’anni prima: «Comunque è sempre bello ricordarsi che esiste il francobollo con la faccia di Bruno, mentre un francobollo con Alberto Sordi non c’è!». E strizzò l’occhio alla sua irripetibile maniera romanesca.
Evgenij Evtushenko
(Traduzione di Rayna Castoldi)

giovedì 25 dicembre 2014

Oro rosso - Jafar Panahi

per "Umberto D." Vittorio De Sica ha 'subito' la frase di Andreotti: "I panni sporchi si lavano in famiglia", per osare lavare i panni sporchi al cinema per Jafar Panahi c'è la galera.
il film è stato naturalmente censurato in Iran, e già solo questo è un motivo sufficiente e necessario per vedere il film.
i guardiani della rivoluzione islamica che si occupano di morale sono dipinti come stupidi e prepotenti (ecco la galera).
Hossein è il protagonista, un povero disgraziato come tanti, lui anche di più, che, come Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia", un giorno non ce la fa più.
a me è piaciuto molto, ma chi ama solo i film "e vissero tutti felici e contenti" lasci perdere - Ismaele










…L'intento del regista è quello di raccontare gli avvenimenti senza preconcetti, e nel fare questo utilizza attori non professionisti. Il risultato però non è molto entusiasmante: i lunghi silenzi, le ambientazioni squallide e soprattutto la voglia di Panahi di analizzare fino in fondo, troppo a fondo, le motivazioni dei personaggi snervano lo spettatore. Non si capisce bene perché bisogna sorbirsi Hossein che, con fatica arranca per quattro piani di scale (si vedono tutti i pianerottoli e tutti gli scalini) o che aspetta in ascensore di arrivare al dodicesimo piano di un palazzo per consegnare una pizza (si vede quest'omone grosso e triste che con la fronte appoggiata alla parete dell'ascensore aspetta, per interminabili minuti, di arrivare al piano selezionato). Dai dialoghi si capiscono molte usanze iraniane, molti pregiudizi che a volte accompagnano le donne o i più miseri, ma il tutto ci viene presentato in modo così patetico da risultare fastidioso.
Consigliato solo ai più convinti amanti del genere.

The lead actor, who plays a pizza delivery man, is actually a pizza delivery man in real life. He is also a paranoid schizophrenic, which may explain some of the character's traits and behavior.

…What seems impulsive and reckless at the beginning of the film takes on a certain logic after we have spent some time in Hussein's company. In his case, still waters run deep and cold. He has been still and implacable for the entire film, but now we understand he was not frozen, but waiting.
Note: In real life, Hussein Emadeddin, a non-actor, is a paranoid schizophrenic. Having learned this information, I felt obliged to share it with you, but the film does not refer to the disease; perhaps Jafar Panahi found that Emadeddin's demeanor, whatever its source, provided the kind of detachment he needed for his character. Hussein (the character) is doubly effective because he does not seem to be an active participant in the story, but an observer carried along by the currents of chance.

…Panahi and Kiarostami have strong observational skills, and each of the episodes displays at least one or two wonderful little insights about human behavior.  Hussein’s silent sulking after being snubbed by a jeweler.  The old crime veteran trying to impress with his wisdom.  The man who tries to be casual and flippant about his opulent wealth.  Some moments are even quite comic.  A couple is arrested leaving a party… the man protests that they’re married and the cop says, “Yeah right, like married people would go out.”
But this isn’t among the best for either filmmaker.  For one thing, the events we see are ostensibly to provide some psychological rationale for Hussein’s acts in the beginning, but it doesn’t really accomplish that.  It goes part of the way there, but there’s too much of a leap.  Also, the theme of class difference is hammered home a bit too heavily, certainly in comparison to the more subtle social commentary we’ve seen from both Panahi and Kiarostami.  We know these guys are capable of finer nuance.
Nonetheless, although it doesn’t work in the grand sense, it works in smaller ways.  It’s worth seeing as an easy film to watch with some very good moments and the unusual presence of Emadeddin.
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