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giovedì 16 dicembre 2021

Nowhere Special - Una storia d'amore - Uberto Pasolini

una piccola storia, un babbo senza futuro e un figlio piccolo che ancora non può sapere bene cosa sta succedendo.

la ricerca di una famiglia per il bambino è il filo conduttore del film, e intanto i due vivono i giorni più belli della loro vita.

si riesce anche a sorridere, ma non troppo, e si vede come è fatta l'umanità.

un altro avrebbe fatto di questa storia un film strappalacrime, ma per (nostra) fortuna non è lo stile di Uberto Pasolini.

una cinquantina di copie nelle sale, nessuno resterà deluso.

buona visione - Ismaele


ps: QUI è possibile vedere Still life, il film precedente a questo, sempre di Uberto Pasolini; il film è completo, in italiano, su Raiplay 

 


…ancor più degno di nota è il tocco giusto e delicato con cui, nel film, si affronta il grande tema della morte dopo la vita. John si rende conto che le sue condizioni di salute continueranno a peggiorare e allora, oltre a lasciare in una scatola suoi oggetti personali destinati al figlio, accenna delicatamente all'argomento mentre sta facendo una passeggiata con Michael. Il pretesto è offerto dal ritrovamento, da parte di quest'ultimo, della carcassa di uno scarabeo presso un albero. La curiosità del bambino nasce di fronte a simile fatto ed è John a spiegargli, molto semplicemente, che quello scarabeo è morto per le ineluttabili leggi della vita e della morte. Ha lasciato dietro di sé il suo cadavere ed è così entrato a far parte dell'infinito ciclo naturale. E ciò che gli è capitato avverrà per tutti noi (papà incluso) che nasciamo, cresciamo, invecchiamo e poi moriamo, pur lasciando qualcosa che è il ricordo negli altri tale da farci perpetuare in qualche modo. Spiegarlo così ad un bambino di soli 4 anni è senz'altro il miglior modo per enunciare la relatività delle nostre esistenze (cosa che spesso si tende a dimenticare). Ma va dato atto al regista di proporci questo tema alto senza indulgere a toni melodrammatici (con annessa lacrimuccia facile), ne' ad inoltrarsi in profonde disquisizioni filosofiche (sulla falsariga dello stile di Bergman). In fondo è solo la conferma che, come si usa dire in Francia, "c'est la vie" e a tutti noi non resta che adattarci all'eterno ciclo di nascita, vita e morte.

da qui

 

Nowhere Special tocca le corde dello spettatore descrivendo il contrasto tra l’amore e la tenerezza dei momenti in cui padre e figlio sono insieme, e la rabbia e la frustrazione di John per il suo destino. Lascia sgomenti di fronte alle domande che John si pone nel percorso per scegliere le persone migliori per far crescere Michael: sto facendo la cosa giusta? Conosco davvero mio figlio? Pasolini esplora un modo diverso di essere monogenitori, di essere padre, ponendosi il quesito dei quesiti: esiste la famiglia perfetta?

Come già in Still Life, Pasolini (che è nipote di Luchino Visconti) si avvicina al tema della morte, della malattia e dell’affetto con garbo e con rara sensibilità, facendo leva sulle emozioni delle spettatore, ma scongiurando il pericolo di scivolare in un facile sentimentalismo.

da qui

 

…Ciò che il regista racconta della morte è che non spazza via tutto con sé, anzi. Quello che resta è la parte più importante ed è su questo che si poggia il protagonista. Il senso prezioso della sua vita è quello che lascia al suo piccolo, e niente di più. È la sua eredità e la consapevolezza di quanto sia importante a dargli forza, perché sarà la stessa che riceverà Michael col suo ricordo, giorno dopo giorno. Solo il suo amore rimarrà, ed è descritto con sofferta chiarezza.

Pasolini è sostanzialmente un artista dal tocco fuori dall’ordinario, che riesce di nuovo ad affrontare un argomento complesso, non solo senza scadere nel melenso, ma dicendo il minor numero di parole possibili.

da qui

 

Conosciuto per Still Life, con cui ha vinto per la miglior Regia nella categoria Orizzonti a Venezia70, Uberto Pasolini è un produttore, sceneggiatore e regista italiano.
Il suo esordio nel cinema è nella produzione, si occupa fin dagli anni novanta di film come Tentazione di Venere e Full monty – Squattrinati organizzati, con cui raggiunge il successo.
L’esordio dietro la macchina da presa è nel 2007 con
 Machan,  a cui segue nel 2013 Still Life, acclamato da pubblico e critica, un’opera di grande maturità dal punto di vista del linguaggio.
Su Nowhere Special , suo terzo lungometraggio, dice :

«Ho voluto girare questo film non appena ho letto del caso di un padre single che aveva passato gli ultimi mesi della sua vita alla ricerca di una nuova famiglia per suo figlio. Sebbene la situazione in cui si trovano i personaggi principali sia molto drammatica, la decisione è stata quella di avvicinarsi alla storia in un modo molto sottile, discreto, il più lontano possibile dal melodramma e dal sentimentalismo.

La principale sfida è stata quella di lavorare con un bambino molto piccolo e di creare una relazione padre-figlio credibile e onesta. A soli quattro anni il piccolo Daniel Lamont  è un attore naturale, straordinariamente consapevole e sensibile, e ha avuto la fortuna di lavorare al fianco di un attore di grande talento e generosità come James Norton». 

da qui 

 

 


martedì 17 dicembre 2013

Still life – Uberto Pasolini

all'inizio John May sembra una specie di Mr. Bean, solo più triste e più solo, senza neanche Teddy.
fa un lavoro che più triste non si può e prova a dare un ordine, a lasciare in ordine le cose.
mai si riesce a chiudere le pratiche, che vengono archiviate, con dispiacere e non senza partecipazione, però senza una soluzione del caso.
ma alla fine un caso riesce ad avere una fine positiva, e forse John May potrebbe smettere i panni soliti per qualcosa di diverso, visto che intanto gli hanno tolto il lavoro.
ma il Caso decide altrimenti.
John May è un po' perechiano (nel senso di Perec), un po' travet, un po' investigatore, un po' gogoliano (nel  senso di Gogol), alla fine siamo tutti con lui.
la fine è un coup de theatre, come un omaggio del regista all'impiegato, una piccola grande consolazione proprio alla fine, anzi dopo.
è in pochissime sale, cercatelo, non vi deluderà - Ismaele






…La bellezza di Still Life sta tutta nel messaggio positivo che porta, malgrado il film sia di una tristezza indicibile. John May è una specie di angelo senza volto che ha fatto del suo lavoro una missione, quella di restituire dignità ai morti. In un certo senso assomiglia molto a Departures, la pellicola giapponese vincitrice qualche anno fa dell'oscar per il miglior film straniero. Diciamo che Still Life è meno poetico e più 'neorealista', ma alla fine la morale di fondo è la stessa: se facciamo del bene agli altri, anche a loro insaputa, alla fine ci sentiamo più sereni e meno soli, e meglio disposti verso noi stessi. Un concetto semplice, universale, che fa della pellicola di Pasolini, scarna e delicata, lontana da ogni melensaggine, un film che tutti dovrebbero vedere. Non fosse altro che per il finale, uno dei più commoventi degli ultimi anni.

…Uberto Pasolini, regista di Machan - La vera storia di una falsa squadra (2008), sintetizza così le motivazioni che, con i film di Ozu quali riferimenti visivi, lo hanno portato alla realizzazione del suo secondo lungometraggio, storia di solitudine non priva di ironia e caratterizzata da tragici risvolti.
Un’operazione gradevole che, non distante nel look generale da determinate produzioni televisive teutoniche, si regge in maniera quasi esclusiva sull'ottima prova del protagonista Marsan, riuscendo sia a strappare qualche risata che a lasciar emergere spruzzate di poesia.

"Still life" è costruito fondamentalmente su questo personaggio con cui è facile avere una forte empatia grazie alla straordinaria interpretazione di Eddie Marsan, ottimo caratterista del cinema inglese, dal viso riconoscibilissimo e particolare, che ha avuto, insieme allo stesso Pasolini alla proiezione in Sala Grande circa dieci minuti di standing ovation, a dimostrazione dell'ottimo lavoro effettuato e dall'emozioni che ha saputo suscitare questo singolare personaggio…

Il ritmo di "Still Life" è soffice, pacato, ma perfetto per l'andamento dell'intero film, che ci regala un ritratto di un mondo freddo, triste, rispecchiato da una fotografia di Stefano Falivene, e musiche del premio Oscar Richard Portman altrettanto gelide e funzionali. Il finale, senza svelarvi niente, è una delle parti più commoventi dell'intera pellicola che tocca il cuore e che riesce a farsi strada nelle nostre emozioni, lentamente, ma lasciando un qualcosa di sospeso dentro di noi.

Pasolini impagina con grande rigore, memore della lezione dei classici orientali, Ozu in testa, e con qualcosa del suo gran connazionale Terence Davies, e con poco invece del decorativismo britannico e nemmeno del cinema social-realista di Ken Loach e Mike Leigh. L’impressione a momenti è che il compito sia svolta con un eccesso di diligenza, con un certo accademismo ecco. Quell’insistenza sulla sobrietà della casa di John, quelle nature morte (still lives!) che sono i suoi poveri pranzi solitari, una scatoletta, una mela, un bicchiere. Si sente troppo forte, troppo pressante l’ambizione all’autorialità, il che conferisce al film un che di programmatico, artefatto, pretenzioso…

Un film delicato e gradevole, in grado di lasciare un segno, o almeno un cenno di emozione nell'animo dello spettatore che ha voglia di minimalismo e sentimenti trattenuti, ma anche di perdersi in una storia senza eccessi e senza clamori; una vicenda di un piccolo uomo mite, di un timido e sensibile traghettatore di anime dimenticate verso l'eternità.
da qui