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martedì 20 gennaio 2026

L’appuntamento – Teona Strugar Mitevska

un incontro frapersone sole, in un albergo di Sarajevo, a cura di un'organizzazione abbastanza squallida.

i partecipanti soffrono di solitudine, qualcuno pensa a un matrimonio di convenienza, come capita.

Asja e Zoran sono una coppia in questo appuntamento collettivo, il problema è che hanno qualcosa in comune, che risale a quel merdoso assedio di Sarajevo. Zoran lo capisce subito, Asja dopo un po', Zoran ha sofferto, Asja pure.

il resto lo scoprirete vedendo questo piccolo grande film, dell'ottima regista Teona Strugar Mitevska.

un film da non perdere, promesso.

buona (dolorosa) visione - Ismaele





…L’appuntamento, conferma la grande capacità di scrittura di Teona Strugar Mitevska, dopo il sorprendete Dio è donna e si chiama Petrunya, in quanto autrice cinematografica dalla ricerca narrativa sempre incisiva, acuta, nerissima e incredibilmente interessante, focalizzata in questo caso sul significato profondo del termine conflitto e sull’incontro dialogico e ideologico tra la volontà di morte e quella di rivalsa, perciò di riscatto e desiderio istintivo di vita e ricerca dell’amore. Un film che gode di ottime interpretazioni e che poggia su strutture teatrali audaci e in costante incontro e scontro con quelle che sono proprie invece del cinema, dando vita ad una visione registica assolutamente personale, riconoscibile, perciò degna di nota.

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…La sceneggiatura, scritta con Elma Tataragic´, ci immerge da subito in uno dei due livelli della narrazione. Siamo in un edificio moderno attrezzato per ospitare degli incontri finalizzati a creare delle coppie sulla base di una serie di stimoli proposti da chi conduce. A questo piano collettivo verremo continuamente rinviati per tutta la prima parte del film anche quando i due protagonisti avranno iniziato il loro doloroso percorso di conoscenza reciproca. Asja non si fa proporre un partner qualsiasi. Lo ha già contattato online pensando di avere scelto e non sapendo di essere stata invece scelta. Come quella sera di tanti anni prima in cui era entrata nella traiettoria della pallottola che proprio chi si va a sedere dinanzi a lei ha sparato.
Con l'incontro/scontro tra queste due persone Mitevska ci ricorda che al di là del confine ad Est del nostro Paese c'è un mondo non ancora realmente pacificato. Le cronache recenti hanno riferito della crescente tensione tra Serbia e Kosovo ma la forza di un cinema come quello della regista, che è nata a Skopje nel 1974 e che quindi ha vissuto direttamente tutto quel periodo, è capace di offrirne una lettura tanto profonda quanto emotivamente forte. I quesiti che ci pone sono al contempo universali e localizzati…

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…La regista non rinuncia al suo tocco pungente, paradossale e perfino un po’ onirico, che si traduce soprattutto nella rappresentazione del concorso per anime gemelle e nella descrizione dei partecipanti, ma anche della stessa vetusta struttura demodé e ampiamente kitsch che accoglie tutti i partecipanti a quel gioco delirante in cui tuttavia tutti i concorrenti un po’ credono per davvero.

Ecco allora che il bisogno d’amore e di una coerente vita affettiva si alternano al tentativo, tardivo ma cocciuto, del timido partner della donna, di svelare al più presto le sue carte per liberarsi da un rimorso del carnefice che, alla fine, non risulta meno devastante di quello che divora le vittime.

Argomenti scottanti e sempre vivi nella mente e tra l’opinione pubblica, e il desiderio di reagire con sferzate di ironia che funzionano e si rivelano sempre sagaci, permette al film della Strugar Mitevska di considerarsi riuscito e un nuovo capitolo fondamentale di un percorso artistico che si rivela sempre più stimolante.

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…Asja e Zoran si guardano negli occhi per raccogliere i cocci delle rispettive identità, per farne cosa nuova. Aprendosi, o almeno provandoci, se non al perdono perché è difficile, almeno a un buon nuovo inizio. L’appuntamento funziona soprattutto nella prima parte. La regia di Teona Strugar Mitevska mescola lo stupore, l’imbarazzo e il mistero dello speed dating, i buffi rituali del corteggiamento che contribuiscono a svelare l’intimità dei personaggi, per distoglierci dalla pista originale, la commedia sentimentale sui generis, e condurci altrove. Lo fa affidandosi alla verve di due eccellenti protagonisti.

Si intrecciano bene, la tensione nervosa di Adnan Omerovic e le mille giravolte emotive di Jelena Kordic Kuret, prima complice, poi pazza di dolore, quindi commossa, infine chissà. Il film sa valorizzare l’unità di luogo e i tempi ristretti, circonda i protagonisti di una platea di personaggi minori cui trova il tempo di definire psicologie, nevrosi e brandelli d’identità. Fa una scommessa sul finale, inseguendo contemporaneamente precisione e ambiguità. A differenza del precedente, stavolta il film cerca di equilibrare i punti di vista e le ragioni maschili e femminili. Un cinema sempre in prima persona femminile. Dio è donna e si chiama Petrunya era la fotografia di un’autrice che misura possibilità, punti di forza e debolezze di uno stile, riflettendo su limiti e portata del suo discorso cinematografico. L’appuntamento arriva che la gran parte di questi dilemmi sono stati superati. Acquisita la padronanza del mezzo, è ora di guardare avanti.

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…Mi viene però da riflettere su cosa significhi sopravvivere ad una guerra o ad un conflitto fratricida come quello vissuto allora nelle strade e tra le case di Sarajevo, come pure – in un altro contesto ma con molte analogie – al genocidio ruandese. Mi viene da pensare a cosa succederà quando saranno finiti i combattimenti tra russi e ucraini: se ci sarà ancora coabitazione tra due popoli così prossimi e come chi è sopravvissuto riprenderà più o meno a vivere, cominciando però ad incrociare con sospetto lo sguardo di chi incontra, inquietato dall’odio e dalle concrete possibilità che il vicino di oggi sia magari il nemico combattente di ieri. Grazie a Teona Strugar Mitevska, ai suoi collaboratori ed agli eccellenti interpreti del film per averci condotto – con quest’opera così emozionante – a riflettere sulla devastazione della guerra, tra le pieghe profonde dell’animo umano, sui sentieri impervi della coabitazione possibile.

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…L’appuntamento al buio, dunque, raccoglie ciò che semina; attraverso la nobile, quanto naturale, causa dell’amore libero e democratico, giunge al presente prossimo, mette le basi per l’autodistruzione del popolo stesso. In sé, sebbene le cicatrici nella Sarajevo riprese nel prologo si intravedano ancora sui muri delle case, la guerra de L’appuntamento sembra dopotutto una realtà lontana e ormai oggetto di una memorialistica a tratti posticcia. Tuttavia, è proprio quel vedo-non-vedo che destabilizza un ambiente in equilibrio precario: Asja, Zoran, e tutto il gruppo dell’appuntamento al buio rischiano continuamente di cadere nello stesso identico precipizio di trent’anni prima; è questione di attimi, forse anche secondi, per risprofondare in quelle solite premesse belliche, che macchinosamente avevano deciso di lasciarsi alle spalle…

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lunedì 5 gennaio 2026

Dio è donna e si chiama Petrunya - Teona Strugar Mitevska

Petrunya ha 32 anni, è laureata in storia, è disoccupata, vive ancora coi genitori, lavoro dignitoso non ce n'è, meno che mai per una storica.

Petrunya vaga nelle campagne del suo paese, finché non si trova in mezzo a una processione, e fa una cosa mai vista, in quella società oppressiva e maschilista.

e poi la storia si svolge tutta in un commissariato sgarrupato, dove Petrunya viene pressata a cedere quel crocefisso ormai suo, ma il commissario e il prete non ci riescono, e neanche la folla di maschioni senza freni, Petrunya non cede di un centimetro.

un film da non perdere, promesso.

buona (femminista) visione - Ismaele

 

 

 

…La ribellione è costata molta fatica. Ma Petrunya ha capatalizzato dall'affronto più di quanto possa credere. Da pecora è diventata lupo. Nello sfidare l'ordine precostituito, nello scardinare le regole e le tradizioni celebrate dal maschio, impaurito di fronte alla possibilità di perdere il potere esercitato per secoli sulle femmine, Petrunya ha scoperto la propria forza, il proprio temperamento. Petrunya può lasciare quel posto sicuro, quel paese, quella cella, per uscire allo scoperto ed emergere con le proprie forze dal mucchio. No, Petrunya non ha più bisogno della croce. Ha già ottenuto ciò che voleva. Ha creduto nei propri mezzi, ha trovato qualcuno che l'apprezzi come persona. Forse ha trovato l'amore senza cercarlo.

Le donne donano e rinunciano ai privilegi con maggior facilità mentre gli uomini invocano la tradizione per mantenere il controllo. È questo che ci insegna "Dio è donna, e si chiama Petrunya". Il suo messaggio ha colpito il Parlamento Europeo che ha assegnato al film il Premio Lux 2019 vedendo nelle sue immagini il contributo significativo alla lotta femminista contro le società conservatrici. Un messaggio forte uscito da un proiettore per illuminare tutte le Petrunya in attesa di una ribellione.

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…Dio è donna e si chiama Petrunya è certo un film figlio di questi tempi, non tanto (o non solo) per il tema quanto piuttosto proprio per lo stile di messa in scena e di scrittura che sceglie; un stile molto studiato ma che riesce a rimanere sincero, mai velleitario, talvolta un po' sornione nel suo assoluto controllo ma mai gratuito. Semplicemente un film capace di raccontare una storia (per altro ispirata a un fatto di cronaca) e di farlo con meritevole leggerezza senza cedere al rischio di strumentalizzarne il messaggio e di caricare inutilmente i toni. Alla faccia della superficialità.

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…Perché vedere questo film?

Ci propone di riflettere ancora su aree di difficile trasformazione nel rapporto maschile – femminile, impensabili resistenze al tempo di internet. Mostra momenti in cui il pensiero si ferma e il gruppo riprende funzionamenti primitivi e diventa branco. Ci mostra, inoltre, come a partire da un gesto non calcolato, sfuggito al controllo, come un lapsus, prenda forma una strategia vincente che rende pensabili difficoltà lungamente sofferte e apre nuove prospettive nella mente di una giovane donna, oltre che aprire un varco nel gruppo dei maschi. Uno dei poliziotti, infatti, si distacca dal gruppo e le offre il suo aiuto.

Si potrebbe sostenere che nelle nostre comunità le cose non stanno più così da tempo, che le donne occupano posizioni di rilievo in moltissimi settori e continuano ad erodere terreno una volta di esclusivo dominio degli uomini. Le donne sono a capo di governi, dirigono aziende ed esercitano ogni professione. In questi giorni la prima donna in Italia è diventata rettore dell’Università La Sapienza di Roma.

Ma se è vero che nei nostri contesti sociali le donne sono sempre più presenti ai vertici delle carriere è altrettanto vero che la violenza sulle donne incredibilmente non si ferma e prende mille forme. In famiglia come nei posti di lavoro sopravvivono disparità e troppo spesso violenza.

Questo film, inoltre, ci invita a riflettere ancora una volta sui rischi connessi all’amore tra genitori e figli. Rischio, nell’educazione dei figli, di spingere troppo nella direzione dell’adattamento alla realtà, alle richieste del mondo esterno a discapito del sostegno al dispiegarsi della giovane soggettività.

Petrunya afferma il proprio diritto senza piegarsi alla logica della guerra. Nel sorprendente finale chiarisce quanto il suo agire non mirasse solo ad affermare sé stessa contro l’altro, quanto, piuttosto, ad istituire un terreno in cui poter finalmente esprimersi, sperimentare complicità, rispetto delle differenze e capacità di rinnovarsi.

Uscire dalle corsie assegnate non è facile. Questo il senso dell’inquadratura iniziale.

Il manichino di donna o forse di uomo che alla fine della lotta galleggia nell’acqua rappresenta, mi piace pensare, quanto l’adesione cieca a schemi rigidamente trasmessi, tradizioni comprese, possa trasformare le persone in inutili forme senza volto.

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…L’opera, metaforica e rigorosamente al femminile, si regge quasi interamente sulle spalle e sul corpo della protagonista, la macedone Zorica Nusheva, attrice comica prestata – con risultati eccellenti – al cinema drammatico. Il suo personaggio, abbondante, acculturato, irriverente, è interessato da un cambiamento repentino e intenso, che la porta dall’indolenza e dalla disillusione iniziale ad una pacata presa di consapevolezza della propria forza, che le consente di dominare una situazione apparentemente più grande di lei senza mai andare sopra le righe. Migliore di tutti quegli uomini che, forti di un immeritato ruolo sociale, nascondono sotto il tappeto di una supposta e arrogante virilità tutta la propria inadeguatezza. E qui ritroviamo il collegamento divino consacrato nel titolo: la passione di Petrunya e la sua resistenza non violenta sono quelle di un Cristo contemporaneo, il cui unico miracolo sta nel far cadere la maschera dell’irrazionalità dei suoi carnefici.

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…Un film, come si diceva, unidirezionale. Che non lesina rappresentazioni grottesche e toni umoristici. Per esempio nel momento della verbalizzazione delle dichiarazioni di Petrunija, c’è la contraddizione di vedere le vecchie macchine da scrivere, ancora in uso nei grigi uffici di quei luoghi, mentre si parla del filmato divenuto virale su youtube. Un mondo a due velocità, una realtà ancorata in una dimensione retrograda, mentre fuori tutto è avanti. «La vita non è un racconto di fiabe»: si dice all’inizio.

Nessun dubbio sulla sincerità dell’operazione, ma poco convincente appare lo stile di regia fatto di preziosismi inutili, ricercato, esibito, come lo è l’uso di facili metafore. Così nella prima scena Petrunya appare dall’alto in quella che sembra una piscina vuota. C’è poi il manichino che la protagonista porta con sé per separarsene poi in acqua, prima del momento cruciale della presa del crocifisso, come a simboleggiare la fine del suo status di asservimento, sociale e familiare. Ci sono riprese da sotto le coperte, soggettive che si scambiano, mdp schiacciate sulle facce, inquadrature antibergmaniane di due volti che si occultano a vicenda. E si arriva pure a un cerbiatto di sirkiana memoria. Era proprio necessario?

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