si leggono molte cose su Naza, ma prima bisogna vedere il film, e capire che tutto quello che abbiamo letto dai palestinesi e dagli ebrei antisionisti (che in qualche posto, come in Italia, passano per antisemiti, secondo il mainstream e le leggi).
dove ho visto il film la sala era piena, nessuno chiacchierava, nessuno guardava il telefonino, tutti eravamo concentrati sulle parole e sulle immagini.
il film non aggiunge molto a quello che si sapeva da parte dai palestinesi e dai (non molti) ebrei antisionisti, solo che ascoltarlo nelle parole di chi sta compiendo il genocidio è molto diverso, gli intervistati sono (tutti o quasi) orgogliosi ed entusiasti di quello che hanno fatto e stanno facendo, parlano di un sistema che non sbaglia, molti affermano che hanno obbedito agli ordini, uno di loro (solo uno) paragona gli israeliani che combattono, a tutti i livelli, ai nazisti; di sicuro a tutti, da appena nati, hanno fatto il lavaggio del cervello.
durante le interviste la telecamera, fra un'intervista e l'altra, osserva e mostra quello che succede nelle case di Tel Aviv, forse, chissà, a far pensare che a Gaza, a poche decine di chilometri da Tel Aviv, le persone stavano a casa, prima di essere sterminate, erano come gli israeliani, nè più nè meno.
poi pensi che il film, girato in Israele da due israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor non cambierà niente in quel paese che passerà alla fogna della storia come genocida, come dice Frank Zappa: "Una delle mie tesi filosofiche preferite è che la gente sarà d'accordo con te solo se è giá d'accordo con te. Non riesci a cambiare la mente degli altri ."
i due registi sono ormai, dopo questo film, nella lista nera degli ebrei antisemiti, una categoria che le leggi non prevedono, forse anche le leggi si vergognano.
un film per aver paura, molti film horror sono quasi comici, al confronto.
buona (notturna) visione - Ismaele
ps1: senza polemica, sarebbe interessante sapere quanti degli spettatori di Naza sono andati a vedere Palestina 36 (che mostra quando tutti ebbe inizio, grazie agli splendidi inglesi e ai coloni ebrei fuggiti dall'Europa antisemita), quelli che non lo hanno visto lo vedano, se e quando passerà nei canali di streaming.
ps2: è di questi giorni una notizia positiva, quando all'ONU è stato chiamato a intervenire il genocida e criminale di guerra Netanyahu, 77 delegazioni hanno abbandonato la sala (qui la lista degli stati le cui delegazioni hanno abbandonato la sala, fra le offese minacce e le minacce israeliane).
scrivono Tawfiq Al-Ghussein e
Rania Hammad
...Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie, famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva. Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere comprese.
Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che
si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi
di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un
solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese,
usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto.
E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?
Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire
concretamente alla giustizia?
Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il
pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le
dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i
filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata,
che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai
palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie
sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava
l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito
sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta
«strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le
truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti
umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è
poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla
disperata distribuzione di cibo a Gaza.
Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli
mancavano?
Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi,
perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non
sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?
Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe
accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che
applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di
prove?
Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero
di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle
responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi
nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire,
non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di
investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di
giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte
penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali...
...Palestine 36, di Annemarie Jacir,
offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività
politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio
morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per
l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora
della creazione dello Stato di Israele in Palestina.
Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo. Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano...
scrive Jamal Kanj:
...Controllare il discorso richiedeva il controllo dei testimoni: tenere fuori la stampa, uccidere i giornalisti che portavano quelle telecamere “minacciose” e lasciare che il Goebbels Sionista diffondesse la sua Hasbara (Propaganda Sionista) per offuscare la verità. Tra i principali argomenti del discorso “Israele prima di tutto” c’era l’affermazione che il rapporto tra civili e combattenti uccisi a Gaza fosse migliore di quello americano in Iraq o in Afghanistan. Era una statistica fatta su misura per le emittenti televisive via cavo, precisa, autorevole e impossibile da verificare in modo indipendente, perché coloro che avrebbero potuto controllarla erano stati esclusi dalle stesse testate giornalistiche dal contestare l’affermazione, banditi dall’ingresso a Gaza o già uccisi.
Ecco perché il documentario israeliano NAZA ha ricevuto l’attenzione che ha ricevuto. Il suo titolo deriva dall’acronimo militare ebraico Nezek Agavi, un termine agghiacciante che indica il numero di civili che si prevede vengano uccisi e che viene preso in considerazione dalle valutazioni dei servizi segreti israeliani quando si prendono decisioni sugli obiettivi a Gaza...
scrive Roberto Sedda:
…Non
avevo grandi dubbi che a Gaza si stia commettendo un genodicio, quindi non sono
rimasto sorpreso, quello che ho trovato profondamente
interessante del film (sì, anche nel senso dell’antica maledizione cinese, ti auguro di vivere in tempi
interessanti) è la
descrizione plastica di come si organizza un genocidio e di come ne vivono la
gestione coloro che lo compiono.
In questo
senso, sono certamente strumentali e ingiustificate le repliche difensive che
ho visto girare sui social
(e su molti media
israeliani) che si affannano a negare singoli aspetti del film (spesso, fra l’altro,
con inesattezze), per esempio il ruolo dell’intelligenza artificiale; quello
che conta è la descrizione di un sistema di sterminio.
È chiaro che le
parole sistema di sterminio richiamano associazioni ben precise
con altri eventi del passato; Auschwitz è citato esplicitamente da uno degli
intervistati in uin passaggio del film. La mia idea è, da sempre, che la storia
non si ripete: eventi storici distanti fra loro possono illuminarsi a vicenda,
se ne possono fare comparazioni e possono essere inseriti in categorie storiche
generali, però non sono mai lo stesso fatto, per definizione. C’è un discrimine
preciso in questo tipo di discorsi: il testimone nel film usa la comparazione per
descrivere una propria situazione esistenziale e questo è legittimo; il
passaggio è notevole e i registi hanno fatto bene a conservarlo….
dice Etan Nechin:
...Il vero soggetto del documentario è ciò che accade quando un sistema fallisce, sia moralmente che tecnicamente. L’intelligence israeliana ha mappato ogni edificio a Gaza e poteva monitorare le comunicazioni telefoniche in tutto il territorio ben prima della guerra, eppure non è riuscita ad impedire il 7 ottobre. Ogni confessione e ogni fotogramma ricorda quel giorno...
scrive Elisa Giudici:
...Laddove La voce di Hind Rajab esplorava il devastante impatto psicologico che il tentativo di salvare Hind Rajab aveva avuto sui soccorritori che avevano passato ore al telefono con lei, qui l’unica reazione emotiva è la rara richiesta da parte dell’intervistatore di ripetere un concetto o chiarirlo, quando la portata disumana delle rivelazioni degli intervistati scalfisce l’aplomb con cui i due registi impostano la pellicola. Naza infatti tenta un approccio distaccato, analitico, che cede raramente all’emozione e all’enfasi. Per questo una delle rare note stonate del film è la decisione di mostrare sul finale un video verticale con un papà che cerca disperato i figli sotto le macerie di un condominio bombardato e le drammatiche immagini di una serie di piedini di bambini che sporgono, immobili e scalzi, dai calcinacci. Dopo i concisi, puntuali, precisissimi 90 minuti precedenti, questa aggiunta rischia di risultare manipolatoria...
scrive Giampiero Frasca:
...Gli applausi a scena aperta di Venezia, il silenzio gonfio di commozione della sala cinematografica e probabilmente di tutte le altre sale cinematografiche sono reazioni partecipi ma attese, del tutto prevedibili. Appartengono a un pubblico che è andato lì intenzionalmente, che vuole vedere confermata la sua tesi già delineata. Naza non ha nessuna possibilità di fare proseliti e nemmeno ambisce a farli, perché nell’era delle fake news appositamente sguinzagliate, dei social, dell’ideologia individuale che si fa protervia, dei commenti sguaiati e delle tesi che diventano dogmi inattaccabili, perché nessuno è disposto a conoscere ma solo ad affermare le sue idee, questo film si rivolge a una precisa bolla. Chiunque altro non faccia parte della bolla è pronto a rifiutarlo, a confutarlo, ad aggredire perché lui ce l’ha più lungo degli altri, soprattutto se gli altri sono circoncisi (lo sono anche i musulmani, eh).
Naza sarà vero ancor prima di entrare in sala per chi lo va a
vedere e pretestuoso quando non addirittura inattendibile per chi ha deciso a
priori che mai lo vedrà.
Sposta qualcosa? Nulla. Dota solo di un grado maggiore di consapevolezza: che
uccidendo a uno a uno tutti i membri di Hamas se ne andranno con loro anche i
vicini di casa. Finché non ne rimarrà più nessuno. Quelli
della bolla inorridiranno e si chiuderanno ancora più nel loro spesso silenzio.
Tutti gli altri esulteranno. E non importa se fino a tre anni fa questi stessi
altri consideravano gli ebrei né più né meno di come li concepivano i nazisti
durante le leggi di Norimberga.
scrive Lavinia Marchetti:
...Nel 1946 la domanda, come noto, era come fosse stato possibile vivere dentro un sistema criminale e continuare la propria vita. Nel 2026 quella domanda è dannatamente peggiore, adesso le immagini arrivano mentre i fatti accadono e questo non basta comunque ad impedire che un genocidio accada.
Abraham
e Szor hanno risposto alla maniera di Jaspers: apparteniamo a questa società,
sappiamo ciò che sta accadendo, dunque abbiamo un obbligo.
Questo
film, la sua diffusione, è importante anche a posteriori. Fra molti anni sarà
difficile rifugiarsi nella formula che accompagna quasi tutti i grandi crimini
della storia: io non sapevo. No stavolta non sarà proprio
possibile.