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domenica 11 giugno 2023

Prigione 77 – Alberto Rodriguez

La prigione nella quale è girato il film, La Modelo, a Barcelona, è la stessa dove Salvador Puig Antich fu prigioniero per qualche mese, fino al 2 marzo del 1974, quando fu ammazzato con la garrota, prima della morte di Franco.

Sulla storia di Salvador Puig Antich fu girato un film, Salvador 26 anni contro , che nel 2006 passò anche nei cinema italiani.

Chi ha visto i due film avrà riconosciuto quel carcere dentro la città.

Prigione 77 racconta la storia di quello che avvenne in quel carcere, negli anni dopo il franchismo, quando c’era la democrazia, e nasceva la COPEL (un bel documentario sulla COPEL si può vedere QUI)

Quella democrazia, che i secondini schernivano, tanto lì dentro non era cambiato molto e non lo sarebbe stato, permise l’uscita dei prigionieri politici, ma nessuna amnistia ci fu per i detenuti comuni.

La violenze dei secondini e delle squadre antisommossa durante la democrazie non si distinguevano molto dalle violenze sotto il franchismo.

 

Una volta entrato in galera tutti sono nemici, gli altri carcerati, i secondini,

I due protagonisti, Miguel Herrán (Manuel) e Javier Gutièrrez (Pino), sono perfetti nella loro parte, in una sceneggiatura che non fa annoiare mai.

Buona visione (solo in una trentina di sale, purtroppo)

 

Ps1: Anche in Italia le violenze democratiche nei carceri di Modena o di Santa Maria Capua Vetere, o di Sassari non fanno meno male di quelle sotto il fascismo, misteri della democrazia.


Ps2: un altro bel film spagnolo ambientato in carcere è Cella 211, di Daniel Monzón

 

 

 

 

…Punteggiato di sequenze magistralmente dirette (la prima rivolta dei detenuti, la lunga sequenza conclusiva, che di nuovo cita i classici del genere) Prigione 77 è un esempio di cinema impegnato di sicura presa spettacolare, che al respiro storico affianca una capacità non usuale di scavare in psicologie complesse (non solo quelle dei due protagonisti: i comprimari sono ugualmente ben definiti) poste in una situazione estrema. Il film di Alberto Rodríguez rallenta solo un po’ nella sua ultima parte, dilungandosi forse in modo eccessivo in una digressione narrativa che poteva essere sfoltita; ma, nondimeno, non perde mai quella tensione – etica prima che narrativa – che lo caratterizza fin dall’inizio, informandone efficacemente tutta la trama. Il contrasto tra il fuori e il dentro – anche semplicemente nella forma di una luce al neon luminosa, che annuncia un cambiamento di cui dietro le sbarre può arrivare solo un’eco – è costantemente evocato, esplicitamente e non; così come viene esplicitamente richiamata (in modo chiaro e netto, ma mai con toni smaccatamente da pamphlet) l’ipocrisia di una politica che, a ogni cambio (apparentemente) radicale di regime, sceglie quasi sempre gli accomodamenti col vecchio, l’impunità per i responsabili meno in vista e la sacrificabilità degli “invisibili”. Ivi compresi quelli come Manuel e Pino, che la visibilità l’hanno conquistata facendo rumore, anche per tutti quelli che non hanno voluto, o potuto, fare altrimenti.

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…Ci sono tutte le antinomie tipiche del cinema dello spagnolo, nell’allestimento di progetti ambiziosi che condividono con la conoscenza della macchina industriale, l’organizzazione del set come dispositivo dello sguardo. Girare all’interno de La Modelo gli ha consentito di sovrapporre il livido realismo degli ambienti, con un incedere spettacolare che ricombina quello spazio secondo i principi di un cinema ad orologeria di marcata qualità scopica. Rodríguez qui afferra il rovescio della realtà carceraria e lo investe nuovamente di un valore simbolico, con l’avvicinamento di Manuel al negozio di ottica dove lavora Lucia. Visione a colori che sospende il senso nel tempo del sogno, esasperando quell’iperrealtà di consumo che gli inviava promesse al neon attraverso le sbarre. Le lotte e le mancate conquiste del sindacato, si dissolvono contro il muro impenetrabile del sistema, all’alba di una democrazia apparente, tanto che a Rodríguez interessa soprattutto la forza possibile di un gesto individualista, dove i rapporti di fratellanza sono ridotti al minimo. Al centro di tutto questo, la crudeltà delle guardie carcerarie, a cui il sistema spagnolo affidava la maggior parte del controllo e l’immagine di un potere che nasconde le peggiori attitudini con una sospensione totale dello stato di diritto. Sfortunatamente, le risonanze di alcuni orrori, incluse le immagini di una popolazione carceraria punita per reati bagatellari, le rinunce, le automutilazioni, gli scioperi per indulto e amnistia, sono davvero flagranti con le condizioni dei nostri penitenziari, nonostante le differenze storiche e la distanza temporale. L’ossessione che la pena venga inflitta con modalità “certe”, ci rende pericolosamente vicini ai segreti di un franchismo indisturbato e separato dalla società democratica da una cataratta di cemento e sbarre.

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Prigione 77 nasce da un’illuminazione, almeno secondo Rodríguez: «Nel 2006 io e Rafael abbiamo scoperto la storia del COPEL. Da allora abbiamo fatto ricerche sui fatti e i personaggi, per essere pronti ad affrontare questa storia colossale. Fatti che aiutano a descrivere il profondo cambiamento che avvenne nella nostra società in un periodo di tempo molto breve. Un tempo in cui tutto sembrava possibile. Una lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la libertà». Un film sobrio e dagli approcci narrativi semplici, dinamico, privo di orpelli artificiosi ma dotato di forza e egual bellezza nelle sue immagini realistiche e senza filtri. Immagini che, sulla dichiarata scia dei grandi classici del prison-movie, raccontano di uomini intrappolati disposti a tutto pur di riconquistare la propria dignità e con essa la libertà.

Lo stesso Rodríguez ha citato lo spirito di coesione tra i detenuti di capolavori come Il buco e Le ali della libertà tra le principali ispirazioni tematiche di Prigione 77, ma non solo. Nei momenti in cui il giovane Manuel affronta l’incubo della prigionia nella solitudine più cupa – resi da Rodríguez in momenti filmici dalla brutalità spiazzante attenuata solo da salvifici chiaroscuri al neon – ecco crescere l’anima storico-politica di Prigione 77 che da semplice cornice narrativa assurge a valore aggiunto del racconto sulla scia dei controversi-ma-bellissimi Hunger e Fuga di mezzanotte. Una violenza giustificata quella dei secondini franchisti, codificata come codardo atto di rivalsa nei confronti di prigionieri il cui unico vero crimine è quello di credere nei valori della democrazia e della libertà…

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…El director sevillano vuelve a componer una película con una factura técnica impecable, a la que no se puede señalar ningún error. El problema lo encontramos en la parte del fondo narrativo. Mientras se dedica a señalar de forma indirecta al olvido que el sistema siempre muestra por los grupos más desfavorecidos funciona muy bien. Sin embargo, cuando trata de convertirse en una historia personal resulta fallida e impostada. Todo lo que resulta interesante como metáfora del ambiente en el país, acaba en cliché dramático cuando se traslada a lo individual.

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Película carcelaria vinculada a un período de transición política en donde parece que cambia mucho pero realmente cambia poco o nada.

La película mezcla el discurso con motín con el propósito de fuga en un tono combativo.

Contiene bastantes clichés de cinta de prisión en el retrato de personajes y sus relaciones, un interés romántico superfluo que podría obviarse, trazos de progresivo desencanto político y un desarrollo un tanto monótono a pesar de los aparentes vaivenes de situación.

Miguel Herrán cumple como personaje protagonista dentro de un catálogo de tipos diversos pero sin la trascendencia y el efecto emocional que se pretende.

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martedì 18 settembre 2018

El traje – Alberto Rodriguez

primo film da solo di Alberto Rodriguez.
una piccola storia di inganni, un vestito e tante belle scene.
raccontato come farebbe un bravo critico sembrerebbe un film come tanti.
in realtà è un film che riesce a emozionare, a incuriosire chi lo guarda, a non far restare indifferenti.
il regista è uno bravo, e si vede.
buona visione, non ve ne pentirete - Ismaele



Manteniéndose en los márgenes de la comedia, aunque partiendo de una propuesta de clara denuncia social, Alberto Rodríguez presenta la historia del africano Patricio (Eugenio José Roca), alguien convencido de su honestidad que trabaja como “chico para todo” en una ciudad hostil a la inmigración y las diferencias: “Un negro es una cosa extraña en Sevilla -afirma Rodríguez-, y como planteamiento me sedujo la idea de presentar a un africano bien vestido buscándose la vida en las calles de la ciudad. De este modo, más que una denuncia al racismo, la película es una denuncia al clasismo”.

Ataviado con un magnífico traje y una corbata elegante, el trato que recibe el inmigrante en los comercios pasa del recelo a la exquisitez, aunque todo cambia cuando conoce al timador Pan con Queso (Manuel Morón), quien le roba todo su dinero en un albergue. A partir de entonces, lo que era una película de raigambre social, deriva en una historia sobre el poder de la amistad. “La idea era unir a dos personas sin remite, que no figuran legalmente en ninguna parte, sin derechos, y que sobreviven pícaramente en una ciudad que les es totalmente ajena”. Determinados a aprovechar el poder de las apariencias, Patricio y Pan con Queso hacen uso de la nueva imagen del inmigrante (quien no cuelga el traje en todo la película, porque además no tiene otra cosa que ponerse) para aplicar el timo de los billetes falsos.

Contraste de culturas
“A pesar de las dificultades que atraviesan los personajes para ganarse el pan, dramatizar los hechos hubiera sido imposible, porque tendría que haberle dado a la historia un tono costumbrista. Con el poder de la comedia, me puedo permitir muchos más lujos a la hora de poner el dedo en la llaga”, sostiene el realizador. El joven director añade que con El traje ha querido mostrar el contraste de culturas, el abismo que separa a un personaje de otro y que, sin embargo, sólo la amistad son capaces de eliminar: “Lo primero que distingue a un africano de un europeo es su visión de la vida, es diez veces más fresca, está preparada para todo. La cultura envejecida de Europa, que hace que nuestros pensamientos pesen como losas, aún no posee esa cualidad. Y no hablo de ignorancia, sino de filosofía de vida”.
 

Dirigida solo por uno, pero escrita por los dos cineastas que realizaron El factor Pilgrim, "El traje" está protagonizada por un inmigrante que se busca la vida y todo eso, pero nada tiene que ver con las películas sociales sobre la inmigración. O lo tiene que ver todo, según se mire. Con un relato hecho de pequeños detalles, diálogos chispeantes y un gusto por las paradojas de la vida, Rodríguez sigue a un africano en Sevilla, cuya vida cambia al recibir como regalo un traje por haber ayudado a un conductor a cambiar una rueda. Siguiendo al protagonista de un albergue a un palacio en ruinas, de una amistad imposible a un amor improbable, construye una historia llena de frescura, diálogos chispeantes y divertidas situaciones cotidianas al borde del absurdo que van dejando pequeñas pistas, siempre desde un punto de vista esquinado, nada dogmático, sobre las apariencias sociales, la mentira, la falsa solidaridad y el engaño pero dejando siempre un hueco para la amistad o el cariño soterrado.>>Para quienes quieran otra lectura de la inmigración. Lo mejor: el feeling entre Eugenio José Roca y M. Morón. Lo peor: algunos tiempos muertos.

Jimmy Roca da vida de forma excelente al protagonista de "El traje" y Manuel Morón hace lo propio interpretando a su compañero de fatigas. Hay una muy buena química entre ambos, que recorren una Sevilla en la que grandes y lujosos edificios se encaran con solares y casas ruinosas donde viven desamparados totales. Alberto Rodríguez olvida el collage de influencias de "El Factor Pilgrim" y se centra en narrar una historia cien por cien realista, desgarradora, triste, de sueños rotos y de denuncia de un mundo desarrollado que se presenta como la tierra de las oportunidades para muchos inmigrantes y que no es más que una farsa donde reinan el clasismo, la hipocresía y la desigualdad (entre autóctonos, entre autóctonos e inmigrantes y entre los propios inmigrantes). Excelente película es "El traje", la puerta de futuras maravillas del cine social patrio que este director crearía en el futuro como "Siete vírgenes" o las geniales "Grupo 7" y "La isla mínima".

martedì 28 agosto 2018

7 vírgenes - Alberto Rodríguez

Tano ha 16 anni, sta in riformatorio, esce due giorni per il matrimonio del fratello, ritrova lo stesso mondo di prima, ancora peggio.
rivede gli amici, e la rovina è dietro l'angolo.
la fine è forse un omaggio, mutatis mutandis, a I 400 colpi di Truffaut.
opera prima di Alberto Rodríguez, già un piccolo grande film.
non perdetevelo - Ismaele



Estate in un quartiere popolare di una calda città del sud. Tano, sedici anni, sta scontando una pena in un riformatorio, ma riceve un permesso di 48 ore per assistere al matrimonio del fratello. Il ragazzo ritrova il suo migliore amico Richi e decide di vivere appieno le sue ore di libertà facendo tutto ciò che nel centro è proibito fare: beve, si droga, ruba, ama... fondamentalmente, vive la vita. Ma comprende che le cose non sono più come prima: il quartiere, la famiglia, l'amore, l'amicizia, tutto è cambiato.

“7 Vírgenes” no sólo es una historia bien contada de personajes marginales ficticios, sino el fiel reflejo de una parte integrante de nuestra sociedad con la que estamos en continuo conflicto y que no podemos seguir obviando. A mi parecer, hacía tiempo que venía haciendo falta una película como ésta. Lejos de intentar otorgarle una responsabilidad que seguro escapa a sus pretensiones originales, y sin menoscabo de la forma, el contenido de crítica social que deja entrever esta obra es intenso y palpable.
Yo destacaría su verosimilitud, realista hasta el extremo, y la profunda humanidad de sus personajes. Los diálogos, auténticos -fruto de una atenta observación del modo de hablar de nuestros jóvenes -. Se llega a sentir cierta simpatía por los protagonistas, a pesar de que éstos vivan al margen de la ley y causen daño a la comunidad. Todos nos hemos encontrado alguna vez con un “Tano” o un “Richi” (y se produce en muchos casos un “choque” nada agradable). Imbuidos en circunstancias poco favorables, con carencias afectivas, sin motivaciones y por tanto con un futuro nada alentador, encuentran en la embriaguez de las drogas y en el ejercicio de la violencia un lugar que ocupar en el mundo y una manera de posicionarse ante la vida, realidad hostil, convirtiéndose al mismo tiempo en víctimas y verdugos. Y esto es algo que la película transmite bastante bien. Cae la historia, sin embargo, en el Determinismo Naturalista de personajes abocados a un fatal destino; este reproche es menor, pues entiendo que el desenlace se ha resuelto así como golpe de efecto dramático (siempre eficiente) y como llamamiento soterrado a la reflexión (de agradecer)…

sabato 13 agosto 2016

After - Alberto Rodriguez

uno dei film più tristi che mi sia capitato di vedere.
tre amici, chi si vedono davvero raramente si incontrano per una serata, che poi diventa una notte molto diversa.
ciascuno è insoddisfatto della vita quotidiano, e continuerà ad esserlo.
la notte di droghe, alcool, sesso, senza rock and roll è una vera merda.
il film è diviso in tre parti, il tempo va avanti e indietro, bisogna stare attenti a non perdersi.
dice un critico "No perdamos de vista a Alberto Rodríguez" (qui), infatti dopo verranno Grupo 7 e La isla minima.
se vi capita di passare un brutto momento non guardate After, che comunque è un film bello, ma molto terribile - Ismaele







…Un film che parla delle contraddizioni esistenziali di una certa classe media, la quale non riesce o non sa trovare la felicità per mancanza di consapevolezza di sé o forse, più semplicemente, perché la felicità non esiste più, risucchiata dai bisogni primari di sesso e droga. Rodríguez segue i punti di vista dei personaggi, conduce i tre racconti con brio e schiettezza, scompone la sequenza chiave con saggia incoerenza e sa trascinarsi dietro lo spettatore.
Merito principale della sceneggiatura che alterna intimità e scatti ironici, sebbene non riesca a risolvere il personaggio di Ana, ma non è da sottovalutare una regia che sa regalare la sensualità di un rapporto in modo così vivido, riuscendo a far convivere due bravi attori (Guillermo Toledo e Tristán Ulloa), attorno alla bellezza folgorante ed eccitante di Blanca Romero. Luce carnale di un film in cui il significato del termine “racconto” pare ben chiaro.

En su desarrollo argumental, el film se postula dentro del cine español como una auténtica lección sobre el empleo del punto de vista narrativo. No sin cierta ambigüedad, las versiones de la noche y su delirio parecen corresponder a lo que cada uno proyecta en su recuerdo, obviamente truncado por el alcohol y las drogas, de modo que todos se esfuerzan por ocultar lo que les conviene, lo que les transforma en seres aún más patéticos. En este apartado concreto de la película, es obligado resaltar el refinado trabajo de los intérpretes, sobre todo porque Toledo, Ulloa y Romero se enfrentan al reto de dar cuenta de los matices que distinguen las relaciones de deseo que establecen entre sí al mismo tiempo que deben hacer creíble el estado de ebriedad que exhiben casi permanentemente en la pantalla. En su desapego existencial y en su entrega desesperada al estímulo del placer inmediato, los tres ofrecen un verdadero recital. Las sutiles variaciones, que no sólo se ciñen al apartado interpretativo, sino a los diálogos y al desarrollo expositivo de las escenas, nos hablan del modo en que cada uno de los personajes puede engañarse a sí mismo (y que explica la impostura de sus vidas), pero sobre todo de las preocupaciones formales y narrativas de un verdadero director de cine que reflexiona sobre la imposibilidad del relato unívoco y sin dobleces para explicar el mundo. No perdamos de vista a Alberto Rodríguez. 

…A parte de por su guión, After destaca por las descarnadas interpretaciones de los tres protagonistas, destacando un poco sobre las meritorias actuaciones, la de Guillermo Toledo, que cambia de registros de manera impresionante, pasando de su lado cómico a interpretar las consecuencias del consumo excesivo de alcohol y drogas. Los distintos puntos de vista (Ladrones de cuerpos, Laura 230 y Niebla) constituyen tres variantes sobre la misma noche de desfase, aportando en cada caso la representación de la rutina diaria de los tres personajes, en las cuales vamos descubriendo sus miserias, sus miedos y sus ansiedades. Rodríguez, que pertenece, por edad, a la misma generación, parece saber de lo que habla, puede que esos personajes tengan algo de él mismo, o de amigos suyos. Y su visión sobre los mismos destila nostalgia sobre la pérdida de la juventud y la inadaptación a la madurez, como si de una feroz lucha se tratara entre el mundo adulto y el mundo juvenil. Sin duda, After es una gran película de actores y de dirección de actores, porque Alberto Rodríguez se mueve como pez en el agua en ese terreno y no duda en llevar a sus actores a momentos extremos y tensos en el terreno sexual, si no al sexo explícito pero rodado con bastante buen gusto y no eludiendo mostrar la realidad…

La spietata e cinica disamina dei rapporti umani intrapresa da Alberto Rodríguez ha sicuramente i suoi punti di forza, e lo stile visivo con cui il regista affronta la materia narrata è ricercato e raffinato, finanche patinato. Il modello più prossimo al suo tipo di cinema è probabilmente quello di Alejandro González Iñárritu, con cui il rgista condivide l'approccio freddo ed "entomologico" alla descrizione della realtà. Ma Rodríguez non sembra riuscire a sviluppare una visione cinematografica autonoma, una cifra stilistica veramente propria, né a tirare le fila dei discorsi per elaborando una riflessione ulteriore sugli argomenti affrontati. In questo modo After finisce per essere un mero esercizio di stile concepito senza una vera e propria urgenza: un'elaborazione stilisticamente raffinata, che però scade nell'autocompiacimento e - è proprio il caso di dirlo - nell'onanismo intellettuale


sabato 12 dicembre 2015

La isla mínima - Alberto Rodríguez

c'è chi dice che questo film sia una mezza copiatura di True Detectives, è una bugia, visto che il film precedente di Alberto Rodríguez, Grupo 7, ha come protagonisti una coppia di detectives, anche lì, come ne La isla mínima, abbastanza selvaggi.
in più, vantaggio di La isla mínima su True Detectives, dura 105 minuti intensissimi, senza un minuto inutile, non si rifiata mai.
se vi piacciono i film pallosi, che non costringono a dubitare, a interrogarsi, che non arrivano al dunque, che non siano l'affresco di un'epoca, che siano politicamente corretti, dove il bianco e il nero non si mischiano mai, che evitano le sorprese, ecco, questo non è un film per voi.
se così non fosse, alla fine del film non smetterete di ringraziare il momento in cui avete preso la decisione di andare al cinema.
vogliatevi bene, andate a vedere questo film, non vi deluderà - Ismaele





La isla minima è un film che funziona egregiamente sia come thriller, cupo e teso come pochi, sia come affresco storico , estremamente credibile.
Visione altamente consigliata.

…La pellicola colpisce sin dalle prime immagini per la perfezione delle sue linee, per quell’orizzonte che s’impone, per le inquadrature che sono scatti in grado di vivere di vita propria, per quella forza graffiante, la luce accecante e il calore che riusciamo a percepire. Siamo anche noi in quei campi e immersi in quel fango. La Isla Minima e la sua trama ci trascinano, inquietano e ispirano. Ciò che stupisce non è l’intreccio né la sceneggiatura (alquanto classica) ma la profondità dei personaggi e la tridimensionalità dei luoghi. Con poche parole azzeccate, i gesti giusti e attenti movimenti di macchina, Rodriguez rende tangibili protagonisti immaginari (interpretati da Raúl Arévalo e Javier Gutiérrez) e per un paio di ore fa rivivere, con disarmante ed efficace lucidità, un’epoca impressa nella memoria di molti.
Dotato di una confezione che nulla ha da invidiare alle migliori produzioni a stelle e strisce, riuscendo a superare opere simili, come Le Paludi della morte, questo film è un piccolo gioiello di equilibrio: sempre in bilico tra suspense e dramma, tra giusto e sbagliato, tra il bene e il male, senza mai impartire lezioni ci regala momenti di ottimo  cinema.

Stilisticamente, il regista spagnolo fin dall'incipit c'introduce in questo spazio. Nei titoli di testa, con inquadrature aeree e plongée, la macchina da presa mostra il terreno composto da linee complesse, una sorta di sistema nervoso, uno scenario labirintico; la stessa inquadratura l'abbiamo del cimitero alla fine della sepoltura delle due ragazze, con linee rette e geometriche; e una terza sul fiume che inquadra la barca dei due poliziotti a bordo navigare verso la veggente rivelatrice di notizie funeste per Juan. Insomma, l'iterazione delle tre inquadrature sono una raffigurazione della morte compenetrante lo spazio, il terreno, il cielo, l'intero ambiente dove si muovono i personaggi e in cui lo spettatore è immerso fin da subito da Rodríguez, dove il senso metafisico di finis terrae combacia anche con il termine di un tempo storico (quello della Spagna) e personale (quello dei personaggi: Juan, il killer, le ragazze assassinate).
Alberto Rodríguez rielabora stilemi di genere in modo originale e personale, mettendo in scena la fine di un'epoca con un equilibrio tra forma cinematografica, struttura narrativa e contenuti, rendendo "La Isla Minima" una visione da non perdere.

Visualmente, La isla mínima es un sobresaliente ejercicio de estilo en donde los escenarios naturales, exaltados por una monumental fotografía de Álex Catalán –espectaculares planos cenitales del paisaje, casi pinturas en movimiento– funcionan como un personaje más de la trama. Mucho se ha comparado a la película con la popular serie True Detective y lo cierto es que los dos agentes interpretados por Javier Gutiérrez y Raúl Arévalo tienen mucho de la psicología de los encarnados por Woody Harrelson y Matthew McConaughey en el thriller de HBO, del mismo modo que el río Guadalquivir de La isla mínima se presenta tan tenebrosa como los pantanos de Luisiana. Rodríguez le imprime un ritmo pausado a la narración que, sin embargo, agarra al espectador desde los llamativos títulos de crédito iniciales para no soltarlo hasta su ambiguo y, por una vez, perfecto desenlace, que se atreve a dejar la puerta abierta a diferentes y espeluznantes interpretaciones. Un guión redondo, que cuida al milímetro cada pequeño detalle y dosifica con sabiduría las pistas a lo largo del metraje, sin descuidar las escenas de acción –hay un par de ellas impecablemente rodadas: una persecución a pie entre los arrozales y otra en coche a través de las nocturnas marismas–, solo necesitaba de los actores adecuados para hacer que el milagro tomara forma y La isla mínimase convirtiera en una gran obra para el recuerdo. Sin duda, el reto ha sido solventado con matrícula de honor…

martedì 10 giugno 2014

Grupo 7 – Alberto Rodriguez

ambientato a Sevilla nei quattro anni prima dell'Expo, del 1992.
l'ordine è chiaro, ripulire il centro della città da tossici e spacciatori, il Grupo 7 lavora con forza e coraggio per quest'obiettivo.
i personaggi sono convincenti e la sceneggiatura non lascia respiro.
un gran bel film, da non perdere, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele







Siamo di fronte ad un poliziesco violento al punto giusto, ben recitato a tratti sorprendente nel suo voler miscelare lo spessore e la ricerca di contenuti tipici di un cinema fortemente autorale, con tutti i crismi di un cinema orgogliosamente di genere, che ammicca allo spettatore con storie viscerali che puntano ad emozionare con trame fortemente radicate nella realtà, l’immaginifico di Rodriguez ha una inconfondibile connotazione noir e un’impronta tipicamente europea che ne fanno un’opera che punta senza remore all’intrattenimento con spessore…


Unas interpretaciones extraordinarias, comandadas por Antonio de la Torre, mirada de cuchillo, máquina de clavar las frases, y por la dulce sinvergonzonería de Mario Casas, con el apoyo de la naturalísima presencia de un grupo de actores desconocidos que no son sino sus personajes: puro sudor andaluz, sonrisa sincera, mueca dolorosa; ternura o carroña, por separado, o al alimón. Un guion de Rafael Cobos, que repite con Rodríguez tras las notables 7 vírgenesy After, capaz de aunar una extraña poesía de la cotidianidad y un arrasador cachondeo del terruño, sensible o mezquino, demoledor en su comicidad, y de crear un verdadero cúmulo de emociones corales con apenas unas pinceladas (¿recuerdan el grupo humano de Heat, de Michael Mann, más allá de sus atracos?). Y, por último, una cortante puesta en escena de Rodríguez (también coguionista), espectacular en sus secuencias de acción y en sus persecuciones por una Sevilla capillica y juerguista, que parece la Gomorra de Matteo Garrone. La película de Rodríguez es pura autenticidad, en su salvajismo y su fanfarronería, su zalamería y su amargura.


…Alberto Rodríguez maneja la cámara con nervio, imprime ritmo a una trama que agradece el trabajo de exteriores, cierta atmósfera de cine policíaco de trinchera. No permiten que Mario Casas luzca físico: los fans de este actor deben saber que no es esa clase de película. Así pues,Grupo 7 supone una grata sorpresa, humilde y dura con la realidad de la droga en los bajos fondos. El principal mérito de esta película es su reparto, que destila naturalidad y cuenta con un actor creíble y muy contenido llamado Antonio de la Torre. En definitiva, es un modelo de cine a seguir.

…“Grupo 7” se defiende muy bien desde su elenco central ─incluido un Mario Casas que con todo no puede evitar ir un poco forzado, como siempre─ y secundario, dibujando un contundente y reconocible microuniverso que nos recuerda que, como sociedad y a un nivel individual, tal como éramos, somos. Además, hacía mucho que nuestro cine no volvía a centrar así su mirada en los tiempos de la heroína, el diablo vestido de ángel ─nostalgia de Los Calis…─ que devastó generaciones enteras mientras el país trataba de abrazar un desarrollo social que alejara definitivamente el oscurantismo de la dictadura. Más chutes, no; más películas como esta, sí.

 Grupo 7 tiene una factura técnica impecable, un diseño de producción que indica el gran nivel del cine español, a pesar de los detractores que no lo ven y lo critican por razones ideológicas. Las secuencias de acción están filmadas con brío, talento y gran dominio del lenguaje cinematográfico. En especial, la persecución del comienzo del film por calles, edificios y tejados es un excelente ejemplo de claridad expositiva y de ritmo de montaje. Están muy bien plasmados los distintos ambientes sevillanos y ese aspecto barroco de la religiosidad y el paganismo beato. Sin embargo, la historia de los protagonistas de este peculiar cuarteto policial es monótona y hasta tópica. Antonio de la Torre realiza una excelente composición del solitario atormentado por la muerte de un hermano, pero se estanca en la insustancial relación que establece con una joven yonqui. Mario Casas ejerce de guaperas con sus gestos, pero más le valiera no abrir la boca, porque provoca vergüenza ajena, especialmente en un par de momentos en los que el film pide a gritos un actor con dominio del gesto y de la voz. Joaquín Núñez, como el policía guasón y popular se convierte en un excelente robaplanos. Estructurada narrativamente como una historia de duelo y venganza entre rivales,Grupo 7 crea una atmósfera de creciente violencia, de un hiriente realismo que desemboca en un desenlace tan nihilista como presume el hierático.

… Esto no es cine norteamericano, amigos, y se nota. Se nota para bien. Se nota en esa trama del policía Rafael poniendo velas a la virgen con el aplomo de un tipo duro del polar francés clásico, de esos que hablan poco con la boca y mucho con los ojos y con los gestos, pero sin perder su identidad española, más aún, su identidad sevillana. Se nota en ese trepa con buenas intenciones, pero no por ello menos trepa (una especie muy española, todos para nuestra desgracia conocemos alguno) que interpreta Mario Casas, un actor que por encima de ser un icono mediático en clave de sex-symbol demuestra aquí que puede echarse a la espalda un papel protagonista tranquilamente sin descomponer el gesto y ganándose a la cámara y al espectador sin despeinarse. Se nota en esos tres papeles femeninos, breves pero fundamentales, Elena (Inma Cuesta), Lucía (Lucía Guerrero) y Marisa (Diana Lázaro), que abren otro paisaje de la trama principal. O en esos dos segundos protagonistas, no secundarios, porque tienen su propio peso en el relato, Mateo (Joaquín Núñez) y Miguel (José Manuel Poga), y en ese chota, chivato o confite que le pasa información al policía, encarnado por Julián Villagrán, al que no hace mucho le hemos visto construyendo otro papel completamente distinto en Extraterrestre de Nacho Vigalondo, y que si me permiten la opinión, puede hacer el papel que le dé la gana, porque va a clavarlo fijo. En esos actores es en lo que se basa la calidad de una película que además visualmente está bien servida de talento por un director que consigue captar no sólo en las localizaciones, sino en la forma de presentar su historia, una especie de alma del cine policíaco de los ochenta, el buen cine policíaco de los ochenta quiero decir, hasta el punto de que con esos planos para situarnos cronológicamente y con la música que los acompaña, me recordó o puso tras la pista de una de las mejores películas del género que produjo la década de los 80: Vivir y morir en Los Ángeles, dirigida por William Friedkin en 1985…

…Alberto Rodríguez consigue crear impactantes escenas de acción con grandes persecuciones y momentos de gran tensión dramática., como la que abre la trama, dejando entrever el estilo del film y la dureza de sus personajes, o aquella que la cierra, dejándonos con la sensación de haber cumplido nuestras expectativas. La venganza, los momentos vejatorios, tanto para la policía como para los presuntos culpables, reflejan el duro mundo de la corrupción, la droga y esa fina línea que se encuentra entre el deber, el honor y la necesidad.
Grupo 7 es una película dura, arriesgada, con unos personajes complejos y una violencia y brutalidad, que a ratos incomoda, pero que sirven de hilo conductor a un buen guión de intensidad continuada y, sobre todo, a una película bien interpretada, que ofrece un profundo retrato de este grupo de policías, en el que su director vuelve a apostarlo todo al número 7…