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lunedì 26 gennaio 2026

Sentimental Value - Joachim Trier

un padre prodigo torna a casa in occasione del funerale della moglie e ritrova le due figlie, che non vedeva da molti anni, Nora e Agnes, abbastanza rancorose verso il padre, Nora sopratutto.

il padre, regista in declino, vuole girare il suo ultimo film, vorrebbe che fosse Nora, attrice di teatro, la protagonista, ma lei neanche vuole sentirlo, lui sceglie Rachel, un'attrice d'oltreoceano, che sembra un po' svampita.

poi la misteriosa riconciliazione, grazie alla sceneggiatura del film, Rachel se ne va, capisce che quel film è un dramma familiare, un'elaborazione di traumi passati, e solo Nora può farlo.

la storia è abbastanza semplice, se vogliamo, niente di nuovo sotto il sole, la bravura di Joachim Teier, e dell'altro sceneggiatore Eskil Vogt, è quella di fare un film convincente e non urlato, senza le solite scene madri, con interpreti davvero in stato di grazia.

un piccolo film che merita molto, già vincitore del Gran premio della giuria a Cannes e degli European Film Awards.

buona (scandinava) visione - Ismaele




Sentimental Value, per quanto mi sia piaciuto abbastanza, per quanto sia gradevolmente molto metacinematografico, per quanto giochi bene col suo mix di realtà e finzione, per quanto sia parecchio bergmaniano, non mi coinvolto emotivamente quanto speravo. Non che da un film nordico mi aspettassi di essere travolto, però mi è sembrato un po' troppo freddo persino per gli standard del paese e da un drammone familiare come questo era comunque lecito attendersi un maggiore trasporto, grande assente per gran parte della visione e che arriva soltanto nella parte finale…

da qui

 

…Con Sentimental Value il regista norvegese porta in scena un dramma sobrio, elegante nella forma e nella regia, dove le emozioni sono autentiche e mai esasperate. Il tormento, il rancore, i rimpianti e le frustrazioni dei protagonisti emergono più coi non detti che con le parole e la regia di Trier accompagna, e spesso travolge, portando nel cuore e nella storia dei personaggi con lucida immediatezza e un trasporto composto, esaltato dalle ottime interpretazioni di Skarsgård, Reinsve e Ibsdotter Lilleaas.

Unica pecca qualche passaggio in cui la sceneggiatura, firmata dallo stesso Trier insieme a Eskil Vogt, insiste un po’ troppo sui medesimi concetti per sottolineare contrasti e tensioni che non avrebbero avuto bisogno di essere spiegate a parole

da qui

 

È alto linguaggio cinematografico quello a cui Trier affida il sentimental value del proprio cinema. Un valore condiviso con il teatro e l'arte in generale, che attraverso la finzione riesce ad affrontare la realtà, e attraverso la sublimazione a superare il trauma, in un moto sia mimetico che terapeutico. Solo distaccandosi dai sentimenti si può dare loro un valore, come Nora che risoltasi infine a interpretare Karyn riesce a esorcizzare i propri fantasmi e quelli del padre, in una casa divenuta set oppure un set divenuto casa, come a suggerire che solo abitando l'arte si possa imparare ad abitare la vita.

da qui

 

Ripetere non guasta: non c’è granché di originale, o di spiazzante, nella (ri)costruzione a mezzo cinema del caos famigliare di Sentimental Value. Ma è chiaro che per Joachim Trier l’importante non è il cosa, ma il come. Dei tanti livelli di lettura del film, non uno che si imponga a spese della fluidità della narrazione o della potenza del sentimento. Il film è accessibile nei significati, mai didascalico e non costruisce la sua intelligenza soffocando l’emozione. Il nucleo tematico è la famiglia, la necessità e il caos per niente organizzato dei suoi legami. A un livello più sottile, segue la riflessione a doppio senso di marcia sul rapporto tra arte e vita privata: il cinema crea un solco e allontana Nora e Gustav ma, alle giuste condizioni, è l’unica via possibile per il ricongiungimento. Il tentativo, poi, è di dare tangibilità e concretezza al tempo, e misurarne l’impatto sulla vita emotiva delle persone. Infine, ultimo livello di lettura, il film è il racconto del potenziale nascosto delle cose. Nel cast di prestigio di Sentimental Value un posto d’onore Joachim Trier lo riserva alla grande, austera, opulenta casa di famiglia dei Borg. Il film la cattura dall’alto e in basso, piena di vita e deserta, ordinata o meno. Ne ascolta il battito, ne raccoglie i segreti, le gioie e i rimpianti. Gli oggetti spiegano la vita delle persone; è navigando in questo mare di cose, di luoghi, di detto e non detto che Nora e Gustav possono (ri)trovarsi. Aiuta, a rendere tutto più vero, che a interpretarli siano attori del calibro di Renate Reinsve e Stellan Skarsgård

da qui

  


lunedì 22 novembre 2021

La persona peggiore del mondo - Joachim Trier

sarà una delusione per chi si aspetta una commedia giovanilistica, stupidamente romantica, e strapparisate e strappalacrime, che ti dimentichi dopo 10 minuti dall'uscita del cinema.

invece sarà un piacere per chi non si aspetta una commedia giovanilistica, stupidamente romantica, e strapparisate e strappalacrime, che ti dimentichi dopo 10 minuti dall'uscita del cinema.

si tratta di un film serio, nel quale si raccontano rapporti umani, amori che vanno e che vengono, mai in modo superficiale, anzi in modo profondo, ti affezioni a Julie e Aksel, il loro sarà stato l'amore della vita.

è solo in una trentina di sale, ma lo sforzo di raggiungere la sala più vicina a casa sarà ripagato di sicuro.

buona (d'amorosi sensi) visione - Ismaele

 

 

 

 

Guardando La persona peggiore del mondo si ride, si riflette, ci si commuove, ma mai con quel macchiettismo che infetta la visione riservata oltreoceano a questo cinema, sempre seguendo umori, odori, sensazioni, riflessioni, umanità che pur nella loro estremizzazione cinematografica hanno il sapore del reale. E ci sono almeno un paio di momenti, quel lungo flirt alla festa in cui si sfidano le convenzioni sulla fedeltà di coppia e quella corsa per strada liberatoria e surreale, che hanno il sapore del cinema capace di restare nella memoria senza per questo adagiarsi su cliché risaputi e stravisti.

Joachim Trier ha la mano ferma di chi conosce i suoi riferimenti cinematografici e sa usarli per tirare fuori qualcosa di nuovo, forte, irresistibile, e anche la capacità non banale di osservare il mondo che ci sta cambiando attorno e parlarne nei suoi dialoghi, nelle sue vicende, senza risultare retorico o pedante. Insomma, la faccio semplice: La persona peggiore del mondo è un film bellissimo che non ti fa mai pesare il suo esserlo, ti abbraccia, ti avvolge, ti diverte, ti stupisce, ti commuove e ti trascina nella vita dei suoi personaggi proponendo idee, personalità senso di nuovo e di calore, ma avvolgendo il tutto in un terreno familiare e consolidato. Che meraviglia.

da qui

 

 

La struttura della narrazione si colloca esattamente a metà fra il romanzo ottocentesco e le erraticità dell'epoca moderna, e una voce femminile fuori campo riassume inizialmente le vicende di Julie, elencandole come in una commedia di Woody Allen, per ritornare in punti chiave della storia: un terzo occhio che osserva (insieme a noi) il peregrinare di Julie fra uomini che sono per lei tappe evolutive e fra scelte che ribadiscono la sua irriducibilità emotiva.
Ma La persona peggiore del mondo non è una mera osservazione entomologica: è una vera e propria storia d'amore anomala e complessa che si articola e si snoda attraverso gli umori e gli stati d'animo della sua protagonista, le fantasie parallele e i sogni (ma anche gli incubi) in cui il mondo si sintonizza sul suo tempo interiore, codificando e anticipando le tappe successive del suo percorso…

da qui

 

 

Non ha mai un vero baricentro drammaturgico il film di Trier, ma ha come voglia di essere impulsivamente franco, di far vivere realisticamente l’emozione sentimentale anche drastica e dolorosa di una separazione, di un’idiosincrasia, di una morte che arriva. In tanti hanno pensato ma chi è La persone peggiore al mondo del titolo? Julie? Oppure il coprotagonista, secondo fidanzato, 46enne, autore di popolari graphic novel norvegesi, che nel desiderio di liberarsi di angosce personali con la sua arte finisce nel tritatutto del postfemminismo contemporaneo? Difficile capirlo. Ma nemmeno necessario. Il film di Trier sembra svolazzare leggiadro nella futilità del cicaleccio tra partner, poi si ritrova improvvisamente e duramente sprofondato nelle ferite che un essere umano può arrecare senza capire, senza volere, all’altro. Sorprendente, davvero. Anche se la performance della Reinsve luccica di una forse trascurata copresenza dei suoi due robusti comprimari: il bonario Elvind (Herbert Nordrum) e il tormentato Aksel (lo strepitoso Anders Danielsen Lie).

da qui