Visualizzazione post con etichetta Bonifacio Angius. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bonifacio Angius. Mostra tutti i post

lunedì 10 novembre 2025

CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius

in un film doppio 

il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,

ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.

sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.

il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.

il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.

difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.

intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele


  

 

Un film su un padre amato, odiato, sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio, sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…

…Solo attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni, ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi, verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri, con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui (ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.

da qui

 

O si sa scrivere con le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…

da qui

 

…L’incipit è una variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del bene senza limitarsi a immaginarlo.

È l’impronta di un cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella, vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...

da qui

 

…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema. 

La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto, che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in una sorta di terapia pubblica.

Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che che forse, chissà,  qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne altrettanti per fare un film "liberatorio"…

da qui

 

 











venerdì 19 maggio 2023

Tutti i cani muoiono soli – Paolo Pisanu

se non avessi saputo chi era il regista avrei attribuito il film a Bonifacio Angius (è un complimento!).

film ambientato nelle campagne di Sassari e al mare vicino (dimenticatevi la Costa Smeralda), una storia di vinti, e di silenzi, di persone che vivono ai margini (e magari al di là) della legalità, un film a colori come se fosse in bianco e nero.

Rudi è uno che vive del pizzo estorto a poveracci, con tristezza, e si fa rispettare fino all'estremo.

ha un solo amico, se si può dire amico, Pietrone (già attore di Bonifacio Angius), e una figlia, Susanna, che non vedeva da anni, malata, che ha bisogno di una persona che badi a lei, e Rudi riprova dopo molti anni a fare il padre.

un'opera prima da vedere, promossa.

buona (senza troppa speranza) visione, per ora in sei sale - Ismaele

 

 

 

 

 

Lo spunto nasce dalla diretta conoscenza di due casi reali che hanno ispirato la costruzione dei tratti psicologici dei due protagonisti. A questo ha fatto seguito la scelta di Orlando Ercole Angius, attore di teatro, perfetto nello scavare negli abissi di un essere che di umano sembrerebbe avere conservato ben poco, tanto da aver ottenuto il premio quale migliore attore al Bif&st.
A lui si affianca Francesca Cavazzuti. Alla sua prima prova sul grande schermo si rivela come una coprotagonista molto efficace nel far trapelare, anche con un solo sguardo, l'odio di una figlia nei confronti di un padre di cui vede tutta la bassezza. Pisanu li colloca nella bellezza naturale di una Sardegna che diventa un luogo in cui, ciò che resta dell'animo di un uomo e di una giovane donna, finisce con il perdersi senza sapere se sarà possibile farlo riemergere.

Ci sono i soprusi, la violenza, i ricatti in questo film che avrebbe potuto diventare l'ennesimo film di genere ma sono tutti funzionali alla descrizione di un incontro/scontro tra due persone che potrebbero aver perso, per motivi estremamente diversi, una ragione per continuare a vivere. Il loro e' un inferno esistenziale della cui presenza sono, in qualche misura, consapevoli.
Pisanu li accompagna, con un'attenzione ai dettagli che dimostra nel saper riempire di senso anche gli spazi vuoti. Affronta una storia in cui lo scontro è affidato ai volti, agli sguardi, a un corpo sempre teso al soverchiare il prossimo (quello del padre) in opposizione a un altro a cui non è più consentito alcun movimento. Lo fa con una consapevolezza che pochi hanno alla loro prima prova. Il cinema italiano ha bisogno di esordi come questo.

da qui

 

Note di regia, di Paolo Pisanu

Nel trasporre al cinema questa storia, che riflette il mutamento etico e violento della nostra terra, in bilico tra un passato ancora vivo e un futuro incerto e confuso, si usa un linguaggio asciutto e preciso, alla ricerca della potenza d’immagine che il cinema è in grado di offrire, ma sempre al servizio della storia. Una storia calata nel reale, dunque, ma raccontata attraverso una partitura visiva che si sviluppa cercando in primis di seguire il sentimento della storia nel suo vorticoso altalenarsi, senza privarsi della bellezza estetica, dello stupore fotografico dei paesaggi, ma rinunciando in partenza alla messa in scena barocca della violenza.

Un racconto onesto, che alla ricerca della forza visuale, abbina il dramma esistenziale, la tragedia di matrice shakespeariana e un intreccio puntuale e inflessibile di pulsioni, generosità ed egoismo, violenza, sangue, vitalità e morte. Lo farà, o cercherà di farlo senza giudicare, perché se è vero che il cinema deve raccontare il mondo, il nostro, di mondo, non ha né buoni né cattivi, ma solo uomini e donne perennemente alle prese con l’esistenza che gli è toccato di vivere. E ci stupisce sempre che, per quanto quest’esistenza possa essere terribile e dolorosa, ognuno di noi ne resti attaccato, con quell’istinto animale, che ci fa essere ineluttabilmente parte della terra.

da qui

 

Il cinema di Pisanu sembra arrivare dal Sud Corea di Kim Ki-duk, sa anche di noir dal ritmo rarefatto, grazie all’apporto del sound designer e delle musiche di Riccardo Gasperini. E’ soprattutto un cinema contro tutto e contro tutti, in primis contro certe consuetudini cinematografiche, come se fosse obbligatorio compiacere lo spettatore medio oppure accalappiarlo con furbizie e strizzatine d’occhio. Il regista nel ritrarre il protagonista, una sfinge impenetrabile, interpretato con durezza da Orlando Ercole Angius, pare aver introiettato la lezione dei noir francesi di Melville. Il rapporto di ruvida amicizia con l’amico Pietro (Alessandro Gazale) è all’insegna della diffidenza ben celata e dei sogni infranti esposti attraverso dei dialoghi che sono degli haiku di dolore. La ricerca del sacro, apparentemente casuale (la fissità di una madonnina e un rosario improvvisato), rientra nel cammino di perdizione/redenzione. Nella descrizione degli ambienti, oltre il cinema sud coreano citato e si potrebbe proseguire con i richiami, emerge una sostanziale urgenza di far vedere (e Mario Piredda con “L’ Agnello” lo aveva già fatto) un’altra isola. Non venite in Sardegna, non c’è niente da visitare né da saccheggiare. Pianto, stridor di denti e regolamenti di conti vigono anche nella nostra amara terra.

da qui

 


venerdì 22 ottobre 2021

I giganti – Bonifacio Angius

in una casa isolata, quella di Stefano, s'incontrano, dopo molti mesi, degli amici, una rimpatriata di sesso, droga e rock and roll (con poco rock and roll, niente sesso, molta droga).

gli amici si raccontano, si parlano, a volte parlano da soli.

i giganti, se mai lo sono stati, sono un gruppo di vinti, di sconfitti, di perdenti, di disperati, di morti che camminano.

tutto quello che poteva andare male è andato male, e il futuro non li aspetta col sorriso.

hanno un male dentro, demoni li posseggono, è una resa dei conti del maschio, dei maschi, con se stessi, con i loro sogni e più spesso con i loro incubi.

le donne escono fuori di scena in fretta, non è un film per donne presenti, è un film per donne assenti, una bambina sopratutto, che occupa la mente di Bonifacio Angius, la figlia, non un'amica online.

c'è anche dell'umorismo (nero) e una scena che è un omaggio all'amato (da Bonifacio Angius, e non solo) Federico Fellini.

buona (disperata, così va il mondo) visione - Ismaele


 

 

qui un'intervista a Bonifacio Angius

 

Ho visto questo film al Festival di Locarno. Conosco e apprezzo il cinema di Angius ormai da anni ma credo che questo sia il suo miglior film. "Respirare è importante" dice uno dei personaggi ma questo racconto a volte ti lascia senza respiro. Però si ride anche, amaro ma si ride. Momenti di commozione e tanto dolore. Angius riesce a far vivere sullo schermo degli esseri umani perduti e io ho sentito tutta l'amarezza e il disagio del periodo che stiamo vivendo oggi. Bellissimo.

da qui

 

L’umorismo è caustico, le risate enfisemiche, sguaiate o pervase da un’ironia quasi autoderisoria, e come tale liberatoria. Una cometa di autolesionisti in pausa, personaggi presi a pugni dalla vita, fra errori, remissioni, scelte sbagliate o subite. Eppure sono ancora lì, insieme. I giganti, evasi dalle pagine di Bukowski e dall'immaginario di Cassavetes, si insinuano nella nostra memoria, rigorosi militanti di una vita esposta in prima linea, senza “andare a letto presto”. Compagni di viaggio che suscitano interrogativi e ci fanno incazzare, ma di certo non ci lasciano indifferenti.

da qui

 

Angius costringe i suoi personaggi nella casa, permettendo loro di evadere solo nello spazio illusorio del flashback, e lavorando al contrario sulla costrizione: costrizione fisica, verbale, psicotropa, perfino sessuale (la splendida sequenza in cui sono presenti due donne, lì invitate da Piero ma ben presto fatte fuggire, è il paradigma perfetto delle volontà di Angius tanto come narratore quanto come costruttore di immagini, e di suspense). Non esiste possibilità di uscire da questa gabbia, se non attraverso un lungo e disossante gioco al massacro che non guardi in faccia a nessuno. Come già accaduto in passato il regista sardo utilizza il cinema per mostrare il disequilibrio, l’incapacità di ergersi contro il tempo e di farlo proprio: I giganti è un film di fantasmi, di spettri del passato che continuano a maledire il presente perché gli sfugge tra le dita, di sconfitti che preferiscono il sonno della mente all’atto riparatore, del quale non sarebbero in grado di reggere le conseguenze. In fin dei conti, come sottolinea il finale, I giganti è un film sul sogno, il sogno di una vita mai vissuta così come di un tempo scomparso, ma anche il sogno di un cinema d’altri tempi che cerca di resistere alla disperata dissoluzione dell’interazione umana. Involucri chiusi in loro stessi, i personaggi del film sono spettatori che non si sanno rapportare tra loro, e neanche con lo schermo su cui passa inesorabile la loro esistenza. Non è più l’epoca dei guerrieri shardana, però. L’ultimo colpo, come suggerisce Riccardo il logorroico, “sarà per te stesso”.

da qui

 

…Angius non manca di coerenza, della capacità di tenere alta l’attenzione dello spettatore, di non dare soprattutto punti di riferimento, possibilità di fuga o di scampo ai suoi protagonisti, che appaiono intrappolati dentro un tunnel che essi stessi hanno creato.
Più si va avanti più appare il ritratto universale di una generazione perduta, quella distrutta da un paese che non offre riscatto o prospettive, che non dona possibilità e svolte.
Indipendentemente dal mestiere, indipendentemente dal motivo che li ha portati li, tutti e cinque sono condannati a rimanere vittime dei propri fantasmi, del proprio crogiolarsi in una sofferenza, che al di là del singolo caso particolare, diventa eredità universale, sconfina sovente nella autocompiacimento masochista.

I Giganti è un titolo sicuramente interessante, per un film complesso nel suo portarci pensare ad un incredibile universo di ambizioni perdute, ad un’epifania tragica e macabra, che in più di un’occasione strappa risate non da nulla, se non altro nel momento in cui Angius smette di prendersi sul serio, di nobilitare i propri personaggi più di quanto l’iter narrativo suggerisca o permetta…

da qui

 

Il cinema di Bonifacio Angius è come una bestia ferita, che combatte con ferocia, orgoglio e dignità, per la sopravvivenza, per la libertà… Il Direttore artistico di Locarno, Giona A. Nazzaro, lo ha definito il “Cassavetes sardo; è uno dei pochi che riescono a raccontare l’autoreferenzialità testosteronica del maschio italiano e la sua follia autodistruttrice”. Se ce ne fosse ulteriormente bisogno, attraverso un digitale che sembra magicamente 35mm, e volendo continuare con il “gioco” dei paragoni, Angius non segue Zavattini, come qualcuno ha scritto, la sua voglia di tenerezza in fondo al cuore e ai suoi occhi, ma neanche troppo in fondo, lo rende l’indipendente tra i più cocciutamente ispirati autori in gabbia, che vive in gabbia con le sue storie, i suoi interpreti, non cerca serrature da cui spiare, non cerca sentieri su cui pedinare. Poi ci sarebbe anche il gioco dei generi: western, horror, noir, solo per sentirsi maggiormente a casa. Perché è semplicemente già lì, dentro la gabbia, con loro, che sono tanti, troppi, la maggioranza silenziosa che nessuno ascolta, che nella realtà dei fatti è tutt’altro che marginale, anzi, è il vero centro del mondo. Dunque i suoi sentimenti, le sue esperienze, la sua rabbia e le sue paure più profonde, estremizzate e portate sullo schermo. Quasi un modo per allontanarle, trasformarle da negative a positive, da veleno ad antidoto. Vuole mostrarle attraverso il cinema col tentativo di renderle più cristalline e comprensibili possibile, come fossero messe in scena in un manga giapponese. Attraverso l’utilizzo di un meccanismo narrativo diretto, emotivamente chiaro, che non ha paura di mostrarsi nella sua autentica natura, e con un linguaggio figlio di un cinema, un tempo popolare, ora quasi dimenticato. Un cinema fatto di personaggi, in cui tutti gli elementi espressivi che lo hanno fatto innamorare dello schermo, sono vivi in un unico corpo. Le solitudini, il sentimento di rivalsa, i perdenti, l’amore, la follia, il melodramma, l’utilizzo della colonna sonora come elemento protagonista. Tutti fattori preposti ad un’intensità narrativa ariosa, rapida, avvincente, amara, ironica, avventurosa e dolorosa al tempo stesso…

da qui

 

…la Sardegna è ricca delle cosiddette 'tombe dei giganti' così denominate per le loro dimensioni e intorno alle quali si sono costruite le più diverse teorie. I protagonisti che agiscono sullo schermo di gigantesco hanno ormai solo una profonda disperazione che cerca rifugio nella perdita di lucidità garantita dall'assunzione ripetuta di stupefacenti.

Non siamo però né in una città degli Usa né in una villa nei dintorni di Parigi. Siamo nella campagna sarda ben lontana dai possibili rimandi a Le iene o a La grande abbuffata (in questo caso di droghe). Se si dovesse fare un'associazione la si potrebbe riferire al Sartre di "A porte chiuse" con quella porta da cui si finisce con il non uscire e con la conquistata consapevolezza che, ancora una volta e forse ancora di più, "l'inferno sono gli altri".
Perché qui, se si esclude il forse superfluo e un po' troppo esplicativo finale, ognuno è chiuso nel proprio mondo e nelle proprie desolate convinzioni. Qualcuno le esprime in modo quasi piatto, qualcun altro prova a filosofeggiare ma in definitiva nessuno può sperare in un cambiamento positivo. Il percorso si presenta come ineluttabile e quasi atteso. Angius comunica questo clima interiore senza alcuna concessione se non al proprio modo di concepire un cinema che non ha intenzione di narrare e non sta narrando, come afferma uno dei personaggi, una storia ma un racconto non facile e, soprattutto, non convenzionale.

da qui

 




lunedì 9 marzo 2020

L’Agnello - Mario Piredda

In Costa Smeralda e nei villaggi turistici è pieno di sardi, che fanno i camerieri e le pulizie, e non solo (come canta Piero Marras)
La Sardegna non è più un posto di mare e sole e vacanze per il cinema, sempre più anche il cinema la rappresenta per quello che è, una regione dove si fatica, ci si ammala sempre di più, magari vicino alle basi e ai poligoni militari.
Insomma è diventata, nel cinema, ma lo è sempre stata, una regione difficile, non solo per i banditi del capolavoro Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta.
Già Bonifacio Angius ce l’aveva fatto vedere nel 2018 in un suo film (qui).
L’Agnello racconta una storia semplice e complicata insieme, di padri e figli, e figlie, di morte e malattia, di come ci si sente prigionieri a casa propria (leggi qui).
Gli animali si ammalano e muoiono, uomini e donne si ammalano e muoiono. Tutto questo è lo sfondo del film.
Il resto lo fanno un giovane e bravissimo regista, al suo primo lungometraggio, e la sua banda di attori, Luciano CurreliPiero MarcialisMichele Atzori e soprattutto Nora Stassi, l’attrice che interpreta Alice, la protagonista del film.
Quando riapriranno i cinema cercatelo in tutti i modi, e se qualche cinema lo “censurerà” per la sua carica antimilitarista, implicita e chiarissima, non arrendetevi, cercate di vederlo comunque, non sarete delusi (se non siete generali dell'esercito italiano) - Ismaele


qui e qui due ottimi cortometraggi di Mario Piredda





Della Sardegna Piredda non sa solo riprendere i panorami e gli spazi, siano essi delle scabre montagne o un mare incontaminato. Sa cogliere con efficacia e senza alcuna sbavatura retorica i ritmi di vita, le chiusure, le speranze che faticano a rivelarsi a causa di un pudore atavico dei sentimenti. L'ambiente che descrive è rurale ma in esso si è inserita una presenza anomala: quella dei mezzi corazzati dell'esercito, delle aree recintate con il filo spinato, di un inquinamento che può portare morte.
Ed è proprio contro la morte, quella di quell'uomo che chiama Jacopo invece che babbo, che lotta Anita. Lo fa con caparbietà ma anche sapendo far emergere dal suo bel volto corrucciato il sorriso di un'adolescente che vorrebbe poter rimanere tale ma che ha dovuto crescere troppo in fretta. Non le resta allora che percuotere i piatti di una batteria o la pelle tesa dei tom tom insieme al cuore, altrettanto indurito, di chi si rifiuta di sentire il legame del sangue, consapevole com'è che solo da lì può ancora arrivare una soluzione, una possibilità di vita per il padre.
Quella di Nora Stassi è una presenza forte, capace di incarnare determinazione e fragilità in un mondo dominato da figure parentali maschili e in cui le donne o tacciono, quasi perse in un passato insondabile, o si sono chiuse in una remissività che solo occasionalmente riesce ad esplodere in grido un'accusa

Con eleganza di regia e finezza di scrittura, l’autore e regista tratteggia un paese di tradizioni primigenie, indissolubilmente legato agli strumenti in grado di connetterlo all’humus dove affondano le sue radici più profonde, non dimenticando di infrangere la serietà delle questioni affrontate con la spontaneità di un’ironia bucolica, brillante e spigliata. La Sardegna torna sì a essere quel regno agreste di contadini, coltivazioni, di musica, di acqua e argilla che conferma un immaginario già consolidato dalle credenze collettive, ma assume adesso i connotati di una distesa di campagna desolata, sempre più abbandonata al suo destino a se stessa, in cui le lande brulle e aride non possono far altro che dare risalto agli intimi e diversi dubbi esistenziali che assillano i personaggi.

l'esordio nel lungometraggio del regista di Sassari, Mario Piredda, appare lucido, riuscito, schietto e abile nel districarsi tra argomenti e tematiche sulla carta assai rischiose, in quanto minacciate costantemente da trappole insidiose nascoste in trabocchetti di retorica e facili tenerezze.
Qui invece, e per fortuna, ogni tentazione retorica è completamente lasciata al di fuori, sostituita dal desiderio di concentrarsi sui personaggi e sulla forza del loro agire, ancor prima del loro comunicare, comunque scarno, ruvido, attraverso quell'idioma così particolare ed assai efficace che non lascia spazio a possibilità di travisamenti, supportato da una complicità che scatta con una semplice occhiata, ben più loquace ed espressiva di qualunque discorso o altra forma di comunicazione.
E anche la Sardegna schietta, verace e montana che qui fa da sfondo alla vicenda, sa rifuggire con coraggio ogni luogo comune folkloristico e turistico che troppo spesso finisce - altrove per fortuna -  per danneggiare o compromettere storie o situazioni, motivate magari dalla necessità di cedere alla tentazione di peraltro utili aiuti finanziari in cambio di ritorni di immagine spesso fuorvianti o fuori luogo rispetto al contesto narrativo del film.


venerdì 30 novembre 2018

Ovunque proteggimi - Bonifacio Angius

terzo film di Bonifacio Angius (dopo Sa grascia e Perfidia).
due storie che si incrociano, Alessandro, cantante e mezzo alcolizzato e Francesca, alla quale hanno tolto l'unico figlio, Antonio.
Alessandro e Francesca si incontrano in ospedale, reparto psichiatria.
non si può dire che i due si piacciano reciprocamente, ad Alessandro Francesca piace, infatti le chiede di fidanzarsi.
e poi sono insieme nell'avventura di prendere Antonio, da Sassari a Cagliari, contro la giustizia.
e organizzano (più o meno) anche una fuga, su una macchina presa a prestito, diciamo.
un film che ci ricorda che affianco a noi ci son persone sgradevoli, a volte, ma non possono essere solo oggetto di attenzione dei servizi sociali e delle forze dell'ordine, per non parlare dei TSO.
hanno una umanità come la nostra, sono solo più sfortunati, molte volte.
un gran bel film, da non perdere.
è in meno di 10 sale, riempitele! - Ismaele






NOTE DI REGIA
Tutte le volte che mi trovo alle prese col raccontare una storia e dei personaggi, mi scopro a ragionare sempre sullo stesso enigma. A riflettere su come sarebbe stata la mia vita se lungo la strada non avessi incontrato quella grande passione che è il cinema. Credo che il cinema, che per me è sempre stato elemento fondamentale e terapeutico per esorcizzare paure e nevrosi, mi abbia, fino ad ora, salvato la vita. E senza di esso sarei forse stato un essere umano ingabbiato in un mondo che non gli appartiene. Un mondo incomprensibile, di cui avere paura. Un mondo da prendere a pugni in faccia o dal quale fuggire, proprio come fanno gli esseri umani raccontati in "Ovunque proteggimi". È così che Francesca e Alessandro sono entrambi parti di me stesso. Lui, detentore di una passione che si allontana inesorabile, inconsapevole di essere già troppo deteriorato per poterla riacciuffare, ma ancora straripante di vita. Lei, convinta di potersi salvare scappando da una vita piena di macerie, defraudata di un figlio che ama più di sé stessa, ingannata da una società fasulla, cinica e moralista, sempre pronta a giudicare e violentare i sentimenti più puri.
Personalmente, la necessità e l'urgenza di trasmettere quello che sento nel profondo, nasce da situazioni e sentimenti che ho vissuto in prima persona. E se i personaggi da me descritti fossero sbrigativamente etichettati come "marginali", allora posso dire, con lucida sincerità, di essere marginale anch'io.
Non c'è niente di Zavattiniano nel mio lavoro. Io non pedino nessuno, non guardo il mondo attraverso buchi di serrature, non osservo gli animali nella gabbia dello zoo. Io sono semplicemente già lì, dentro la gabbia, con loro, che sono tanti, troppi, la maggioranza silenziosa che nessuno ascolta, che nella realtà dei fatti è tutt'altro che marginale, anzi, è il vero centro del mondo.
Dunque i miei sentimenti, le mie esperienze, la mia rabbia e le mie paure più profonde, estremizzate e portate sullo schermo. Quasi un modo per allontanarle, trasformarle da negative a positive, da veleno ad antidoto. Le voglio mostrare attraverso il cinema col tentativo di renderle più cristalline e comprensibili possibile, come fossero messe in scena in un film di Chaplin o in un cartone animato giapponese degli anni ottanta. Attraverso l'utilizzo di un meccanismo narrativo diretto, emotivamente chiaro, che non ha paura di mostrarsi nella sua autentica natura, e con un linguaggio figlio di un cinema, un tempo popolare, ora quasi dimenticato. Un cinema fatto di personaggi, in cui tutti gli elementi espressivi che mi hanno fatto innamorare dello schermo quando ero adolescente, sono vivi in un unico corpo. Le solitudini, il sentimento di rivalsa, i perdenti, l'amore, la follia, il melodramma, l'utilizzo della colonna sonora come elemento protagonista. Tutti fattori preposti ad un'intensità narrativa ariosa, rapida, avvincente, amara, ironica, avventurosa e dolorosa al tempo stesso.
In "Ovunque proteggimi" c'è la volontà di espandere il cuore pulsante di Alessandro e Francesca e di mostrarlo all'umanità intera, quella stessa umanità che non si accorge della loro esistenza e voglia di vivere, ma anche quell'umanità di cui loro e noi stessi facciamo parte. Una battaglia persa in partenza, che però può darci, solo per un attimo, la sensazione di sentirmi e di sentirci, un po' meno soli.

Il personaggio di Alessandro è spiazzante anche per la sua palese richiesta d’amore. D’altronde, come dici tu, succede la stessa cosa nella vita reale: questo tipo di esternazioni ti catalogano in senso negativo nei confronti dell’altro. Tornando all’anarchia, mi sembra che talvolta Alessandro e Francesca la esprimano anche in maniera violenta, ma comunque con una purezza fanciullesca che li rende comunque innocenti.
Si, hanno un comportamento infantile, però io ti vorrei spingere verso un altro ragionamento. Alessandro e Francesca risultano inadeguati al mondo, ma, se ci pensi, le azioni che compiono sono tutte razionali, non sono mai gesti da squilibrati. D’altra parte, la follia non mi interessa neanche come malattia psichiatrica; preferisco concentrarmi sulle reazioni a una certa condizione di vita e ai comportamenti che scaturiscono quando il mondo si dimostra ostile. Trattandosi di una storia molto personale, ho cercato di lasciare un po’ da parte l’ambiguità presente in Perfidia per raccontare qualcosa di più semplice e cristallino. Però, poi ho giocato con lo spettatore attraverso il personaggio di Francesca, che è raccontato dal punto di vista di Alessandro e, quindi, con informazioni parziali rispetto ai motivi per cui gli è stato tolto il figlio e sul perché è finita in un reparto di psichiatria. La cosa interessante, ma anche dolorosa, è stata che nelle proiezioni test alcuni – una minoranza fortunatamente! – pur avendo scarsa conoscenza su di lei l’hanno giudicata in maniera negativa: mi sono sentito dire che è chiaro che lei è una drogata e che, quindi, hanno fatto bene a toglierle il figlio. Questo la dice lunga sul tempo che stiamo vivendo, in cui una semplice accusa o una diceria è sufficiente per renderti immediatamente colpevole. Alessandro ragiona in maniera opposta: essendo un puro non ha bisogno di avere altre prove oltre a quella dell’amore materno tra figlio e madre e tra madre e figlio. Degli altri ragionamenti non gliene può fregare di meno. Considerando, poi, che il padre di questo film è un capolavoro inarrivabile come The Kid di Charlie Chaplin, serviamocene per fare un altro ragionamento: tenendo presente che il protagonista si occupa del bambino quando nessuno lo vuole fare, e poi lo rende suo complice in una serie di piccoli furti, ti chiedo da quale parte stava il pubblico degli anni trenta quando a un certo punto il potere costituito glielo vuole togliere?
Immagino che parteggiasse per il vagabondo…
E adesso, invece, per chi farebbe il tifo? Questa sarebbe la domanda da farsi…

Fedele alle sue inquietudini e a un décor dove il suo cinema nasce e si rigenera, Bonifacio Angius affronta al fianco dei suoi personaggi la paura di diventare pazzi, l'alienazione volontaria dai legami affettivi, la necessità di essere altro da sé per sopravvivere. Filma un uomo e una donna nel momento, trasfigurando la loro intimità attraverso l'immaginario cinematografico. Fisico e tellurico, Ovunque proteggimi è un'ode a quella complicità che unisce gli esseri e perdura dopo la loro separazione. Dopo uno portellone chiuso e una rotta aperta.

… Ci sono, dicevamo, tempi comici e drammatici che si susseguono uno con l'altro, e su diversi piani si fondono dando nell'insieme un senso di realismo non indifferente. Puntando alla sfaccettatura dei toni usati, infatti, il regista restituisce un bell'affresco del mondo.
Bonifacio Angius (al terzo film dopo "sa Gràscia" e "Perfidia") è un regista da tenere d'occhio soprattutto per il lavoro con gli attori e i rispettivi personaggi. La sua capacità di mettere in scena la coppia di outsider è notevole, così come anche l'uso che fa dei paesaggi sardi che fungono da specchi dell'animo umano. Il personaggio di Alessandro, su tutti, è quello che funziona meglio: l'alcool, le macchine a cui gioca, la camicia, le parole. Un conflitto tutto interiore che macera e si sfoga di tanto in tanto. Alla ricerca di una salvezza, tanto umana, lontana. E tutto il malessere sembra svanire di fronte a una donna da amare, anche in un progetto improbabile (mettersi insieme per fregare i servizi sociali), come se fosse fuori la disfunzionalità. E Alessandro Gazale lo interpreta in maniera magnifica, con una fisicità possente e delicata…

domenica 26 ottobre 2014

Perfidia – Bonifacio Angius

capita a volte di vedere un film che poi ti resta in testa, e allora, per i miei gusti, un film che mi parla anche dopo è un film che vale, non so se in assoluto, per me di sicuro.
Bonifacio Angius è al suo secondo film, il primo, “Sa Grascia” (qui) è un film solare, bucolico, fantastico, invece “Perfidia” è un film livido, freddo, oscuro, realistico.
padre e figlio sono quelli di “Un borghese piccolo piccolo”, di Monicelli, la città potrebbe essere qualsiasi città del Nord Est di Pietro Maso, in realtà la città è quelle quattro strade, col il bar al centro, come in “Radiofreccia”, solo che non c’è nessuna via di fuga.
Angelino e suoi amici sono (ex) giovani, uomini senza qualità e senza futuro, se non in fondo a un bicchiere o  a un videopoker.
Angelino e suoi amici li conosciamo, sono quelli che alcuni di noi sono o sono stati, o almeno sono quelli che avremmo potuto essere, non sono altro da noi.
e il padre di Angelino (un attore bravissimo), che non interpreta il padre, è il padre, è il padre che abbiamo avuto, o avremmo potuto avere.
le donne sono un’altra specie, per Angelino, impossibile avere un rapporto appena umano, lui e suoi amici sembrano aver cominciato da ragazzini ad interpretare un ruolo, nella commedia umana, e poi ne sono rimasti imprigionati.
il film è rigoroso, impietoso, non ci sono scorciatoie, si ride e si scherza, anche, ma lo si fa sull’orlo dell’abisso.
cercatelo, non vi deluderà, non si abbassa verso lo spettatore, è lo spettatore che deve salire a un livello più alto del solito, per fortuna - Ismaele




Diciamolo, la diffidenza intorno a questo unico film italiano del Concorso internazionale era tanta. Stando alle voci che circolavano, Perfidia si annunciava come l’ennesimo film sociologizzante sulla generazione giovane, la generazione perduta dei trentenni condannata alla disoccupazione, alla passività sociale, all’eterno stare in famiglia ecc. ecc, e allora molti a pensare (me compreso), macheppalle sarà la solita lagna. Invece no, Perfidia è un film notevolissimo, e non è quella cosa lì che si temeva…

…Permane comunque, forte, la sensazione di trovarsi di fronte a un regista dal futuro tutt’altro che banale, conferma del talento già espresso quattro anni fa in Sagràscia e che deflagra in un finale di rara potenza ansiogena.

Un'immagine tanto reale da diventare a tratti insostenibile e che Angius porta avanti con grande coraggio e onestà, forse il pregio più grande di Perfidia, opera lontana dagli scandali, che non sembra mai procedere per tesi per porsi invece allo stesso piano, profondamente umano, dei suoi protagonisti. Un cinema quindi assolutamente vitale, a dispetto dell'aura mortifera che racconta. Capace di viaggiare nella tradizione (quanto ricordano Angelo e Peppino un'altra coppia padre/figlio, quella del monicelliano Borghese piccolo piccolo?) e nel cinema contemporaneo, fra pedinamenti dardenniani e uno sguardo internazionale che si rivela, paradossalmente, quello più diretto e tagliente possibile…

…Angelino non è lo scemo del villaggio, non è un depresso né tanto meno un bamboccione da stereotipo socioeconomico. Soffre piuttosto di un autismo sociale che non gli impedisce di porre e di porsi domande (solo apparentemente banali) che vanno ad impattare contro un muro di gomma che persegue l’indifferenza come obiettivo auspicabile. Anche quando sembra che la vita gli scorra sopra senza lasciare traccia nel suo intimo impermeabile a qualsiasi evento non è così…
da qui



venerdì 6 aprile 2012

Sa Gràscia - Bonifacio Angius

dopo pensi che è tutto un sogno, che non se ne capisce niente, che è un flusso di immagini e parole sconosciute, che la musica è bellissima, e le fotografia pure, che Antoneddu non sa dove va, che non è proprio un film lineare, qualsiasi cosa pensi dopo, non ti sarai pentito di averlo visto - Ismaele


PS: il regista ha 29 anni, in un paese nel quale a 40-50 anni si è un giovane regista





Sa Gràscia, la grazia. Di Sant’Antonio al piccolo Antoneddu. Sì, ma a ben vedere la vera grazia l’ha fatta Bonifacio Angius al cinema italiano. Perché il suo primo lungometraggio è un perla, o forse sarebbe meglio dire una biglia, unica e rara, lucente e magica, che apre una breccia di novità nel velo di Maya del cinema made in Italy da sempre ancorato a pellicole da “pranzo della domenica”, domestiche, tutte casa e chiesa. Angius ci porta in una terra di mezzo sconosciuta, mai vista, en plain air, in un mondo (non) parallelo, sulle tracce di un road movie spirituale,sui generis, che affascina e cattura. SaGràscia è segno di un cinema indipendente coraggioso, che si autoproduce con il bassissimo budget di 15 mila euro e diventa grande grazie a idee vere, belle, fuori dal coro...


...Insomma, SaGràscia è un piccolo grande film da non perdere, che avvolge, scalda e conduce in un mondo da fiaba senza via d’uscita. E poco importa se, giunti ai titoli di coda, sentiamo di non aver compreso ogni sua sfaccettatura o ogni sua battuta. E’ il potere del cinema: non solo narrare, ma anche condurre in mondi non convenzionali. Ma in fin dei conti, la totale non comprensione delle cose è tipica di ogni sa gràscia ricevuta. Proprio come questa di Antoneddu e Bonifacio.
da qui


Esordio folgorante (e immaginativo) quello di Bonifacio Angius, viaggiatore incantato come il suo piccolo protagonista, errante tra le pieghe di un'isola. Chi conosce la Sardegna forse non la ritroverà nei luoghi del film di Angius e chi vorrà conoscerla usandolo come guida probabilmente quei posti non li troverà mai, perché Sagrascia coglie quella terra in uno stato di sospensione. La Sardegna in Sa grascia è un posto addormentato, un paese delle meraviglie frequentato da creature altrettanto meravigliose. Bambini, giganti, pastorelle, nonne, piloti, vagabondi, musici, cani, mucche, automobili, biglie popolano il cinema di Angius, un cinema naturale e innocente che sogna immagini vergini e assomiglia più al ritmo di una musica (le vivissime note di Carlo Doneddu) che ai passi di una spiegazione…

«Sa Grascia» è un surreale “road movie” costruito intorno alla figura di un bambino che attraversa le campagne bruciate dal sole, quelle riconoscibili e tipiche dell’isola in estate, per raggiungere il santuario di sant’Antonio e ringraziarlo di avergli salvato la vita (sa grascia). «In questo film – parole del regista – ci sono la gioia e la malinconia, la vita e la morte, i sogni lontani di personaggi abbandonati in un mondo incomprensibile, confuso e contraddittorio, ma nello stesso tempo chiaro, lucido, un mondo dove non c’è bisogno di spiegazioni, dove tutto accade naturalmente tramite un destino crudele e consolatore, cinico e commiserevole, un mondo dove si mescola sogno e realtà senza mostrarne la linea di confine»…