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mercoledì 12 giugno 2019

Museo - Alonso Ruizpalacios

Alonso Ruizpalacios gira un film con due mostri sacri del cinema dell'America del Sud, che sono Gael García Bernal e Alfredo Castro.
la storia è quella di un furto, così quasi per caso, da parte di due amici per la pelle, solo che il bottino non si può trasformare in contanti.
e, dopo la gioia e l'euforia per l'impresa, poi arriva la parte difficile, anzi impossibile, vendere il bottino.
il turbamento dei due ladri e l'intervento del padre di Juan (Alfredo Castro) rendono il film di altissimo livello, con un finale amarissimo.
cercatelo e guardatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele




…Ruizpalacios fa un salto in avanti notevole rispetto al precedente Güeros, e a quelle atmosfere intime e frastagliate, raccontate con la morbidezza ovattata del cinema indipendente americano degli anni Novanta e con l’energia romantica e nervosa della Nouvelle Vague francese, aggiunge toni e registri che riesce a tenere magicamente in equilibrio.
Museo parte come una commedia off-beat su due simpatici cialtroni, passa per un intervallo familiare raccontando un’esilarante e nervosa cena di Natale che dovrebbe servire da esempio e lezione per tutti i registi di casa nostra, gioca con cinema di rapina prima e col road movie poi, quando Juan e Wilson, effettuato il colpo, partono alla volta di Acapulco nel goffo tentativo di vendere il loro bottino. E c’è pure una parentesi quasi misticheggiantequando i due fanno tappa al sito archeologico di Palenque, e Juan vive dei momenti notturni di connessione spirituale con i maya lì seppelliti. A ogni suo passaggio, a ogni tentativo di comprenderlo e incasellarlo, Museo si trasforma, e sorprende con i suoi movimenti (anche di macchina) inaspettati, sempre capace di scartare nella direzione di quella “realtà non ordinaria” di cui parlava il Carlos Castaneda, non a caso citato di continuo da Juan.
Ecco, quello di Museo è sicuramente cinema non ordinario, capace di essere stratificato, complesso e leggero al tempo stesso, di dimostrare un gran senso dell’umorismo e, assieme, una profonda consapevolezza del linguaggio attraverso l’uso di piccole sperimentazioni, spesso presentate come giochi ma mai ostentate, mai semplici riempitivi per compensare i vuoti di contenuto.
La disinvoltura con la quale Ruizpalacios gestisce la complessità della storia va di pari passo con quella con cui riesce a portare avanti un discorso che passa per l’identità in maniera esplosa: l’identità di Juan e quella di un popolo, le maschere sociali (dai costumi di Babbo Natale ai ruoli nella famiglia passando per l’imprimatur della laurea e del lavoro: Juan e Wilson aggiungono a mano il nome della loro futura professione, quella di veterinari, a un insieme di cartelli di vie intitolate ai mestieri) e quelle funerarie dei Maya, nelle quali il personaggio di Bernal quasi si va a rispecchiare, la complessità di una nazione che assomma la megalopoli di Città del Messico, i siti archeologici e le località turistiche più da cartolina cui si possa pensare. 
Alla fine di Museo l’impressione non è quella di sovrabbondanza, ma di grande levità. Di una levità che avvolge e non abbandona, e anzi lascia l’impressione che qualcosa, di quella storia e di quel racconto, stia ancora lì a lavorare dentro. Che si sia qualcosa, nella verità di quella storia, che non è del tutto chiaro, e rimane misterioso e subliminale. D’altronde, se c’è una lezione che Juan impara nel corso del film è che non si apprezza mai nulla di quello che si ha (o si è), fino a che non viene perduto. Che il vuoto a volte è più importante del pieno.
E, ancora una volta, è lo stesso Ruizpalacios a trarre d’impaccio, dicendo di non stare lì a pensare troppo, con un’ultima frase del suo film che è chiara abbastanza, e si riferisce tanto ai fatti realmente accaduti alla base del suo film, quando al nostro senso di sottile smarrimento: «perché rovinare una bella storia con la verità?».

…Ruizpalacios s’inventa un film che sfarfalla negli stilemi del cinema d’azione più classico, proiettando i suoi protagonisti in una struttura che slarga le coordinate iniziali: partendo dalla soffice e oppressiva chiusura degli interni familiari, dominati dalla figura paterna ingombrante (il cileno Alfredo Castro, volto di riferimento del cinema latino contemporaneo), i due transitano attraverso l’indefinito scenario suburbano di Satelite e l’avventurosa scena del furto al Museo, per spingersi in una fuga che ha le stimmate del road movie disperato come una presa di coscienza. Ruizpalacios s’inventa spiazzamenti visivi, piani sequenza che elaborano lo smarrimento (straordinario quello in cui decidono di non vendere la refurtiva al mercante d’arte americano), disfunzioni di una messa in scena che consegnerà i protagonisti a una dimensione del mito (cinematografico) pura e semplice. Cinema di passione e di identità, che trova la sua potenza in una regia estremamente consapevole e altamente inventiva e in una scrittura che sa dare corpo e idee a due personaggi in cerca di se stessi.

venerdì 25 gennaio 2019

También la lluvia - Icíar Bollaín

Luis Tosar e Gael García Bernal sono i protagonisti del film, sono in Bolivia per girare un film sulla colonizzazione degli spagnoli. al tempo di Bartolomeo de las Casas.
già questo è materiale per un bel film, poi arriva la sorpresa, il film è girato a Cochabamba, nei giorni  della ribellione per l'acqua, e anche la troupe partecipa alle manifestazioni.
si era partiti per fare un film storico , ma l'attualità irrompe con decisione.
un gran bel film, per i miei gusti, Icíar Bollaín non sbaglia un colpo.
buona visione - Ismaele






Appassionante e drammatico, crudo e realistico, coraggioso e profondo: un film che inchioda alla sedia e toglie il fiato, incide e pervade l’animo, “tre film in uno” come ebbe a dire la regista di questa pellicola, candidata per una lunga serie di riconoscimenti internazionali, molti dei quali ottenuti, e meritatamente. É un continuo di appassionanti e ardite inquadrature tra l’uon e l’altro dei tre temi, lontani nel tempo ma vicini nell’argomento, di intrecci tra realtà e finzione che pur rimangono distinte e inconfondibili.
Il giovane ed entusiasta regista Sebastian, sostenuto dall’amico e produttore Costa, sta girando un film su Cristoforo Colombo e le sue scoperte e sulle denunce fatte già nel Cinquecento dai frati domenicani Bartolomeo de las Casas e Antonio de Montesinos a proposito dello sfruttamento disumano e crudele perpetrato a scapito degli indigeni. Luogo delle riprese è la Bolivia che, anche se non è proprio lo stesso che Haiti, ha però il vantaggio di permettere un budget bassissimo…
…En suma, Bollaín por un lado nos parece decir que la narrativa colonial en la actualidad no permite que el ex-colonizador pueda manejar una imagen del ex colonizado. Ello debido a que esta narrativa colonial se fundamenta en un “neo-colonialismo”, que en el contexto de la Cochabamba contemporánea encuentra serios reparos. Esto implica que el ex colonizador no haya cambiado del todo y que ahora represente el capital extranjero global –que es Costa y también la multinacional responsable de la privatización del agua en la realidad. El “rebelde” ahora sí puede ganar; esa es la gran diferencia. Bollaín también nos dice que, aunque el colonizador no ha cambiado, no puede perder totalmente en términos simbólicos. Su imagen debe rescatarse de algún modo…

…In his weighty portrayal of Costa, Mr. Tosar goes as far as he can to make the character’s change of heart believable, but he can’t accomplish the impossible. And as Anton, the cynical, hard-drinking actor playing Columbus, Karra Elejalde lends the film a welcome note of antic unpredictability.
Consciously or not, “Even the Rain” risks subverting its own good will. You can’t help but wonder to what degree its makers exploited the extras recruited to play 16th-century Indians. Inevitably “Even the Rain” is trapped inside its own hall of mirrors.

As the film opens, a cast and crew have arrived on location in the mountains of Bolivia, far from the Caribbean shores first founded by Columbus. Here, as the producer Costa (Luis Tosar) boasts, the local Indians can he hired as extras for $2 a day and count themselves lucky. They can also be used for manual labor, and Costa is happy to use them to haul a giant crucifix into position, saving the cost of tractor rental.
You may begin to glimpse some symbolism coming into view. The film will exploit the Indians just as Columbus did. The difference is that Columbus evoked Christianity as his excuse, while the modern film thinks it is denouncing him while committing the same sins. This is more clear to us than the characters, including Gael Garcia Bernal as Sebastian, the director, who has vague sympathies for his low-paid workers but places his film above everything…
También la lluvia
( También la lluvia )
Hacer cine es una guerra a la moral,
una contienda para atacar conciencias.
Hacer cine es una obligación cultural,
una responsabilidad con tus audiencias.
Hacer cine debería ser un ritual,
una lucha contra intransigencias.
Hacer cine es una ruta mortal,
su mensaje faculta todas las licencias.
Cine dentro del cine dentro del cine.
Esta película es como una muñeca rusa.
No hay noticia que no vaticine.
La verdad siempre es confusa.
El retrato de la cinematográfica labor
es realista, cruel y ajeno a profanos.
Puede generar por sus actos estupor,
pero el arte siempre manchó manos.
Luis Tosar desnuda un personaje humano,
tan complejo como insano.
El agua es vaporosa escusa a debate.
No hay nada en nuestras entrañas más esencial.
Cualquier razón puede llevar a empate.
Nada justifica ser más cruel que el animal.

venerdì 14 ottobre 2016

Neruda – Pablo Larraín

pensi di vedere un film normale, una bella biografia, anche meglio delle altre, ma non è così.
sarai deluso, non è il film che ti aspetti, non è un bel film, è un film straordinario, vertiginoso, abbi fiducia in Pablo Larraín, metti le cinture di sicurezza e parti.
attori grandissimi si rincorrono, Neruda e il poliziotto (e come poteva mancare Alfredo Castro?).
sembra una storia da Oulipo, Queneau e Perec, insieme a Calvino, che inventano i personaggi e li fanno vivere.
lo sceneggiatore è Guillermo Calderón, pochi film, ma grandissimi, il primo è Violeta se fue a los cielos.
il poliziotto (Gael García Bernal) è la voce narrante del film, vuole esistere, segue le tracce di Neruda (Luis Gnecco), Neruda lascia le molliche di pane, per essere trovato, gioca al gatto col topo.
i due si rispettano, in fondo, ognuno ha una parte assegnata, Pablo dal Partito, Oscar dal Presidente.
Pablo Larraín è uno dei più grandi registi al mondo, e si vede, e Neruda è un film che resterà.
fotografia bellissima, tra le altre cose.
vuoiti bene, ci sono una settantina di copie nelle sale, lascia il divano, non te ne pentirai, questo film è pieno di Cinema - Ismaele








…Larraín è Larraín, per fortuna. Uno che non cade nelle trappole dell’ideologismo e nello sventolio di bandiere, preferendo il racconto delle singolarità individuali, del loro intersecarsi e intrecciarsi a rete, delle ambiguità e delle ombre alla facile narazione in piena luce del Bene e Male contrapposti, rivoluzionari di qua e reazionari di là, popolo vs. élite. Così qui si inventa per raccontarci di Neruda, intellettuale sinistrissimo nel Cile del 1948 in preda a un governo autoritario ovviamente anticomunista, filoamericano in puro stile guerra fredda – quello del presidente Gabriel González Videla – una specie di noir in cui fatti e personaggi si fictionalizzano e si allontanano da ogni forma di cinema di fedele ricostruzione storica e biografica. Tentativo assai temerario che produce un qualcosa di ibrido e inaspettato, non apparentabile a precedenti cinematografici, segno della grandezza d’autore e originalità di Larrain…

…Geniale nell’ironia acuta e imprevedibile, filosofico nell’indagare la fisionomia di un Paese attraverso le sue fazioni opposte – non ci sono eroi senza cattivi e il cattivo deve la sua ragione d’essere all’eroe – Neruda è un film dall’originalità visionaria.
Larraín, regista complesso ed eversivo nei suo percorso privo di convenzionalità, abbatte i confini del biopic. Neruda è una rappresentazione da brivido, piena di inventiva che medita vertiginosamente su una corda tesa. E sotto la corda non c’è una una rete, ma uno specchio che riflette da una parte Storia e dall’altra la Leggenda, perché per
tutta la sua durata, il film si diverte meticolosamente a giocare
con realismo e finzione.

…Stilisticamente onirico, volontariamente irrazionale, il film di Larraín si arricchisce di tecniche di regia, scenografia e montaggio che esaltano l’amore per la settima arte e il desiderio di poter con questa sperimentare, una visione soave delle potenzialità delle arti cinematografiche in grado di poter abbracciare con versi e inquadrature ed emozionare con la potenza della sua elaborata scelta narrativa e visiva.
In un racconto dove nessuno dei protagonisti vuole sentirsi messo in disparte, sono Luis Gnecco e Gael García Bernal a soffiare nei personaggi quell’anelito di vita che li farà animare, talentuosi attori che sapranno con ardente maestria creare una danza dove la composizione del Canto General del poeta andrà ad incastrarsi perfettamente con la solitudine dei romanzi polizieschi dell’ispettore, in una congiunzione personale, sociale e passionale…

…I movimenti di macchina sono talora bruschi e talora fluidi, provano a replicare il saliscendi di emozioni dei personaggi. Senza mai aderire, come in un biopic prevedibile, alla soggettiva dell'uno o dell'altro protagonista. La prospettiva è sempre originale, asimmetrica, spesso inverosimile. E il crescendo conduce progressivamente verso un confronto tra due uomini che si temono e si rispettano, benché sia chiaro fin dall'inizio come uno dei due sia subalterno rispetto all'altro. L'ispettore inventato (da Larrain? Da Neruda? E da quale Neruda?) come nemesi ideale del poeta, con quel baffo a metà tra Clouseau e un flic melvilliano interpretato da Alain Delon, è personaggio fittizio in ogni suo aspetto, lo scarto definitivo da ogni residuo di realismo. Su di lui si abbatte una sindrome da Pat Garrett, una fascinazione insopprimibile per la figura di Pablo Neruda. Un'ossessione per la sua cattura che, più che altro, è dimostrazione a se stesso di volerlo e poterlo catturare e di essere all'altezza del suo rispetto, come uomo e come artista (mancato). Una interessante figura ai margini della storia, un rosentcranz+guildenstern stoppardiano che rifiuta l'uscita di scena, specie come personaggio secondario. E che condisce di lieve ironia un epilogo sensazionale, visivamente - straordinario il lavoro del direttore della fotografia Sergio Armstrong - e narrativamente. Larrain conNeruda trova l'equilibrio perfetto tra esigenza di verità sugli eventi drammatici che hanno caratterizzato la storia cilena e narrazione allegorica. Realismo nei fatti, onirismo nella forma, in un mirabile e perfettamente bilanciato connubio.

…fondendo con visionaria radicalità Pablo Neruda (il Mito) e Oscar Peluchonneau (lo Spettatore che osserva da lontano), Larraín riconsegna solo al cinema le chiavi immaginarie ed emotive per interpretare, rammemorare e persino testimoniare il Novecento e il nostro presente. Il cinema, oggi, nonostante tutto. Straordinario.

Un espectador no avisado que espere una película biográfica convencional en Neruda puede que se sienta decepcionado al final de la proyección. Quien espere ver un relato amable sobre uno de los poetas más universales en lengua castellana y símbolo del intelectual comprometido con el pueblo, la lucha obrera y la militancia política puede sentirse decepcionado. Tanto aquellos que conozcan perfectamente los avatares vitales y la poesía de Pablo Neruda (interpretado por Luis Gnecco) como aquellos que los desconozcan por completo pueden sentirse decepcionados. Neruda es una de aquellas películas en las que es mejor no hacerse ideas preconcebidas antes de verla (aunque esto debería ser aplicable a cualquier película y en general al resto de manifestaciones artísticas). Más que un film sobre el poeta chileno (que en parte lo es) Neruda trata sobre la construcción de un mito, sobre la ficción y sus mecanismos para (re)crear la realidad…






martedì 17 giugno 2014

Revolución

Mariana Chenillo, Fernando Eimbcke, Amat Escalante, Gael García Bernal, Rodrigo García, Diego Luna, Gerardo Naranjo, Rodrigo Plá, Carlos Reygadas, Patricia Riggen sono i registi di 10 episodi, insieme in un film collettivo con un tema, ricordare i 100 anni della Rivoluzione Messicana (quella di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, per citare due di quei rivoluzionari). alcuni corti sono belli, altri molto belli, quello che mi è piaciuto di più è il corto di Fernando Eimbcke, di una bellezza senza tempo e senza limiti (cercherò i film di Fernando Eimbcke, sicuro).
cercatelo e godetene tutti - Ismaele




…Non è facile celebrare il centenario di una rivoluzione. Ancor di più se si tratta di quella messicana che conserva in sé, dopo che tanto tempo è trascorso, elementi di profondo squilibrio sociale che includono non ottimi rapporti con i confinanti Stati Uniti. La scelta di rappresentarla attraverso lo sguardo di diec i registi che hanno storie e stili narrativi molto diversi tra loro si rivela vincente. Ci sarà (come sempre accade e non potrebbe essere altrimenti con i cortometraggi) chi preferirà una storia rispetto ad un'altra.
E' però il complesso dell'operazione che si rivela interessante offrendo allo spettatore un puzzle di tracce di un evento che incise e tuttora incide profondamente sulla storia delle Americhe. Non a caso lo slogan di lancio suona così. "La realtà cambia se osservata da vicino".

Le film à sketchs est un genre intéressant, à la fois peu risqué pour le spectateur indécis (qui voit ses chances de passer un bon moment multipliées) et en même temps rarement réussi, la principale difficulté étant de composer à partir de regards contrastés (sur la forme comme sur le fond) un ensemble significatif et équilibré. Difficile, en effet, de ne pas tomber dans l’enfilade de courts-métrages sans écarts ni surprises, l’exercice de style un peu trop mécanique ou encore l’excès de formalisme, faute d’histoire ou de sujet à raconter.
En ce sens, on peut dire que « Revolución » est un film plutôt réussi, évitant de nombreux écueils du genre. Tout est suggéré dans le titre : il s’agit moins d’un portrait du Mexique d’hier et d’aujourd’hui qu’une suite de variations sur le thème de la révolution, qu’elle soit personnelle, collective, historique, sociale ou familiale. Le film parvient ainsi à prendre un peu de hauteur, privilégiant la vision humaine et humaniste au contexte politique, sans toutefois l’ignorer. Bien sûr, et c’est plutôt agréable, tous les styles et points de vue sont permis : de la comédie sentimentale à la peinture sociale, de l’anecdote à la tranche de vie, du métrage minimaliste à l’expérience arty. Et chaque pièce du puzzle, de la plus fluide à la plus fouillis, vient compléter l’ensemble avec une certaine force, offrant une lecture surprenante et souvent intéressante de la révolution…
da qui

giovedì 4 luglio 2013

The King - James Marsh

Ricorda un po’ “Public access”, il folgorante esordio di Bryan Singer, ma “The king” è ancora più forte e sconvolgente.
James Marsh qui è agli inizi, o quasi, riesce ad avere come attori tipetti come Gael Garcia Bernal e William Hurt, e ne tira fuori un film grandissimo.
James Marsh è uno da serie A, per chi ancora  non lo sa, provare per credere, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele



…The movie was directed by James Marsh, a British documentarian, from a screenplay by Milo Addica ("Monster's Ball"). It's the kind of work where characters develop on their own, without consulting the book of cliches. We have so many preconceived notions about the types in this movie (hellfire preacher, sexpot daughter, dutiful son, black sheep) that it's surprising to see them behaving as individuals; they make decisions based on what they know and when they know it, and that's always too little and too late…

…Traité comme un thriller, aux suspenses consécutifs et gradués, The king pose la question du pardon, du désir de vengeance, et surtout de leurs rapports à la pratique religieuse. Suffit-il de refaire sa vie pour mettre son passé de coté ? Certainement pas répond le réalisateur, qui joue avec nos nerfs autant qu’avec notre morale, créant un film honnête, mais un peu trop statique en contraste avec la dernière scène, d’une violence extrême.

Every once in a long while I am able to see a film without any preconceived notions. Usually my expectations are artificially raised or lowered by word of mouth. Often the movie's plot is corrupted by an overzealous marketing department. Yet I have found that knowing nothing about the film I am about to watch sometimes creates the ideal situation for movie going. The only two things I knew about The King was that it starred William Hurt and that pretty-boy actor Gael Garcia Bernal. And all you need to know is that this movie was far better than anything else I saw at the Festival. In fact, it may be the best film I see this year…

By the time we meet Pastor David Sandow (William Hurt), he is a doomed man. The King chronicles his complete and utter decent into the inescapable consequences of long-repressed depravity. In the final shot of the film, perhaps he finally realizes the amount of trouble that he is in, but we don’t get to stick around and see the repercussions. The film concerns his impending fate, not his fall. It is about the very moment before he knows he is finished forever, when his secret sins catch up with him and there is no escaping from their skeletons…

Atenção a este nome: James Marsch. É um documentarista, de origem britânica, e tem tratado temas tão inesperados quanto os hábitos alimentares de Elvis Presley («The Burger & The King: The Life & Cuisine of Elvis Presley», 1996). Está em Cannes com a sua primeira longa-metragem de ficção. Chama-se «The King», é uma produção americana e tem Gael Garcia Bernal e William Hurt nos papéis principais. Acima de tudo, Marsch consegue expor a complexidade pulsional de uma realidade interior, e não apenas no sentido geográfico, em que é determinante o peso de valores religiosos ultra-conservadores — um filme inesperado, com alguns momentos perturbantes, sobre os temas da pureza e do pecado, da culpa e da redenção.
da qui

mercoledì 27 febbraio 2013

No – Pablo Larraín

in questi tempi elettorali questo è un film perfetto, e a volte, chi non ha risorse, ma trova le parole, può vincere.
bravo Pablo Larraín a rendere un'atmosfera di tensione, azzardo e spesso terrore, di fronte alla prevaricazione e alla forza brutale del potente.
bravi tutti, sopratutto Gael Garcia Bernal, che mi sembra sempre più un fratello di  Daniel Brühl, fragili, timidi, impacciati e fortissimi.
da non perdere - Ismaele



…”NO”se convierte en un golpe de aire fresco para el cine político. La película ofrece una forma de descubrir la estrecha relación entre política y publicidad en pos de la agitación de las masas en busca de un cambio social. Gael Garcia Bernal, en el papel de Saavedra, y el reparto que le acompaña, ofrecen una interpretación sólida y muy realista. Altas dosis de humor y un guión inteligente completan las claves de una película que ya forma parte de las perlas del Zinemaldia.

…Dal punto di vista formale No è una perfetta simulazione di film anni '80: aspetto anticato, formato in 4 :3 che è esteticamente di rottura rispetto a tutto quanto venga girato oggi, un sollucchero il dietro le quinte degli spot pubblicitari , la loro costruzione in studio e in esterni.
Tutto questo però non nasconde il terrore che si respira ad ogni momento , l'atmosfera di tensione esacerbata dai mille e mille occhi che sembrano continuamente controllare ogni mossa di chi sta lavorando alla campagna pubblicitaria.
Stavolta il regime è catturato in tutta la sua brutalità non nelle strade ma nelle stanze dei bottoni dove si cerca di manipolare la coscienza di una nazione, uccidendola.
E uccidere le menti è come privare i corpi di vita.
Candidato all'Oscar 2013 come miglior film straniero.

…hay una brutal desmitificación de los resortes propagandísticos de la política como institución, que lleva el asunto de las ideologías a los límites del absurdo y a auténticas situaciones descacharrantes. Por ejemplo, la izquierda con su nulo sentido del humor y su exagerada gravedad y dogmatismo cuando se les propone un discurso que conecte mejor con la ciudadanía. Un retrato de la izquierda, franqueada en diversas fracciones casi irreconciliables -impagable lo del arco iris- que nos recuerda a como la reflejaba Paolo Sorrentino en clave italiana mediante su fabulosa sátira Il divo (2008). Y la derecha militar, bueno, no hace falta hacer mucho para que ellos mismos queden retratados en su patetismo y ridiculez, ¿no? Aquí es donde Larraín tiene más fácil nuestra complicidad y los resultados están a la altura de la absoluta genialidad con momentos auténticamente delirantes cuando se enzarzan en las contracampañas o réplicas de anuncios. Por cierto, René tampoco se salva, porque es innegable que se le va la mano con sus anuncios, recordemos el apunte glorioso de su obsesión por insertar imágenes de mimos en sus trabajos…

…Certo, non si tratterà di un Capolavoro, o di una pellicola destinata a cambiare la Storia - della settima arte e non -, ma a volte si sente davvero il bisogno di qualcosa che sia "operaio" davvero, e mostri quanto, da uomini e donne liberi, sia importante esprimere il nostro punto di vista, il nostro diritto ed il nostro dovere di conquistare il quotidiano con il cuore, la testa e l'esercizio dell'essere animali sociali…

…la publicité est surtout utilisée à des fins politiques, comme enjeu de démocratie. Celui qui l’incarne c’est René Saavedra (remarquable Gael García Bernal) qui appliquera ses méthodes publicitaires quotidiennes pour faire gagner le « Non » face à Pinochet. Sa stratégie ? La vision d’un avenir meilleur, l’assurance du bonheur avec ce slogan : « Alegria viene (Happiness is coming) ». L’homme avait compris comment utiliser le système néolibéral mis en place par la dictature pour mieux se l’approprier et en faire une promesse électorale. Avec Saavedra, le changement, c’est maintenant!

…Sería fácil lanzar una tesis ideológica desde esta película, porque es claramente la intención de sus creadores obligar al espectador a tomar una posición política y calificar las imágenes, decidiendo si realmente se ganó o se perdió. La única certeza que aporta el film es la ridiculez de la campaña del SÍ, que roza el paroxismo. La trampa, en ese sentido, es presumir que el desenlace puede ser leído sólo desde la tribuna de los triunfadores. Ya con 24 años de ventaja, cada uno sabe quién ganó y quién perdió en ese histórico 5 de octubre. El metraje y las imágenes que contiene, pueden reafirmar (o echar por la borda) esa presunción. Sin embargo, es obligación de nosotros, los espectadores, elaborar una lectura y enjuiciar esta historia, que no es más que la paradójica historia del Chile actual.