Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 6 settembre 2026
lunedì 3 agosto 2026
domenica 2 agosto 2026
sabato 27 giugno 2026
Disclosure Day - Steven Spielberg
Spielberg è bravo, impossibile non essere d'accordo.
anche in Disclosure Day si vede la sua mano, nella prima parte è un'americanata a 100 all'ora, come un Tarantino qualsiasi, poi nell'ultima parte il film rallenta, per quanto possibile, e si capisce tutto, o quasi.
ci sono gli Ufo (che adesso si chiamano UAP), e, come Julian Assange e Edward Snowden, Daniel rende pubblici migliaia di files e video secretati sugli Ufo, e sugli extraterrestri.
per non diffondere quei files si scatena una caccia all'uomo, e come sempre i cattivi di fonte statale non sono poi così cattivi, lavorano per l'interesse pubblico.
e poi, fuori dal film, appare un Trump qualsiasi che desecreta un po' di video sugli Ufo ( per distrarre dagli Epstein files?).
non sarà (e non è) il film più importante dell'anno, ma il regista riesce a coinvolgere ed emozionare.
e uscendo dal cinema ci basta.
buona (adrenalinica) visione - Ismaele
…Spielberg non ci dà spiegazioni, non introduce i
personaggi, bensì catapulta il pubblico
nell’azione. Assuefatti alla serialità odierna, con i suoi
momenti “spiegone” realizzati appositamente per spettatori distratti da altri
device, questa scelta sembra in controtendenza, ma ha il pregio di costringere
fin da subito l’audience, al pari degli oscuri inseguitori, a mettersi sulle
tracce dei protagonisti. Spielberg, come sempre, vuole prima di tutto
coinvolgere il pubblico, immergerlo nella storia. Le riflessioni e le chiavi di
lettura le lascia ai critici. Man mano che l’azione prosegue, cominciamo a
mettere insieme i pezzi: a formare la coppia in fuga sono Daniel, un brillante
esperto di cybersecurity, e la sua compagna Jane, una novizia che ha smarrito
la fede e che non ha ancora ben chiaro il quadro della situazione. A dar loro
la caccia è un’agenzia segreta che collabora con il governo per custodire delle
informazioni top-secret. Nel frattempo, nel Missouri, la meteorologa Margareth,
dopo l’incontro con un uccellino entrato nel suo salotto (un cardinale rosso),
si ritrova a parlare perfettamente russo, coreano e infine a
padroneggiare una lingua non terrestre in
diretta televisiva. Da questo momento le strade dei personaggi cominceranno a
convergere, come attirate da forze più grandi di loro, che le sospingono l’una
verso l’altro, tra rocambolesche fughe, inseguimenti e partner increduli…
…In un panorama cinematografico dominato da franchise e
universi condivisi, Disclosure Day appare quasi come un
oggetto anomalo. Spielberg recupera l’idea di blockbuster come esperienza
collettiva, capace di intrattenere e al tempo stesso di stimolare riflessioni
più profonde. Non c’è cinismo nel suo sguardo. Non c’è la volontà di smontare i
miti della fantascienza classica o di reinterpretarli in chiave ironica.
Al contrario, il regista sceglie di abbracciare
completamente il senso di meraviglia che ha sempre caratterizzato il suo
cinema. Molte delle immagini presenti nel film sembrano dialogare direttamente
con la sua filmografia precedente, ma senza trasformarsi in semplici
autocitazioni. Spielberg utilizza il proprio immaginario per costruire qualcosa
di nuovo, adattandolo alle paure e alle inquietudini del presente.
Anche sul piano tecnico il film si dimostra impeccabile.
La regia mantiene una fluidità impressionante, mentre la fotografia alterna
momenti intimi a sequenze di grande impatto visivo. Persino la colonna sonora
di John Williams sceglie una strada più misurata
rispetto ai trionfalismi del passato, accompagnando il racconto con eleganza e
discrezione…
…non manca la classica autoreferenzialità americana.
L’America ha avuto il dono, la conoscenza, il fuoco di Prometeo. Lo ha usato
male, contravvenendo alla sua missione/elezione. Qui Spielberg si muove tra due
poli che appartengono da sempre al suo cinema: da una parte l’innocenza
americana, la fiducia quasi cieca nella possibilità di riparare il mondo;
dall’altra la consapevolezza della colpa, dell’abuso, del potere che usa la
verità per trasformarla in strumento di dominio…
…Disclosure Day è anche un film sugli Stati Uniti, sull’urgenza
di potere, dominio e occultamento del vero che non è
questione meramente odierna ma si muove come un fil rouge nelle pieghe
dell’intero ammasso novecentesco, fin dalla fine del secondo conflitto bellico
mondiale. Dopotutto l’incidente di Roswell è del 1947, due anni dopo la caduta
della Germania e del Giappone e la conferenza di Yalta. Sono 79 anni, afferma
Hugo, che gli Stati Uniti d’America costringono il mondo nella loro visione
occultata delle cose, nella loro riaffermazione del “vero”, quasi si trattasse
di un verbo divino: è ora di dire basta, conclude. È come se Disclosure Day fosse un nuovo D-Day, il
tentativo di ripartire su basi nuove, una volta tanto condivise e non basate
sull’idea del nascondimento, della dissimulazione. Sperando ancora nell’umano,
e non in un’immagine digitale preordinata. Nell’umano e nel linguaggio.
“Ascoltate”. In principio erano l’immagine e il verbo…
…Se ami il thriller psicologico di
stampo Fincher, se Spotlight ti
è piaciuto perché parlava di verità scomode, se pensi che Arrival avrebbe
potuto andare più in profondità sulla paura che il primo contatto comporta —
allora Disclosure Day è fatto per te. Non è per chi
cerca intrattenimento leggero: è per cinefili che credono che il cinema debba
scuotere un po’, anche quando fa male.
Disclosure Day è
un capolavoro di narrativa contenuta e di maestria artigianale che Spielberg
ancora possiede a piene mani. Non è il film più divertente che vedrai
quest’anno — anzi, sarà uno dei più faticosi. Ma è anche uno dei più onesti,
perché non scende a compromessi, non spiega tutto, non rassicura…
… Disclosure Day manipola il mantra della narrativa fantascientifica
extraterrestre e ne recupera il sentimento: non siamo soli… a condividere il
peso e lo stupore dell’esistenza. Serviva Steven Spielberg a ricordarci che
nella vita e al cinema è tutta questione di sensibilità e ragione, con una
leggera enfasi sulla prima. È il monito che il film rivolge al cinema
contemporaneo, che celebra il trionfo della tecnologia messa al servizio di
intrattenimento inerte, e nella ridondanza di un effetto speciale ottuso e fine
a sé stesso nasconde goffamente la sua immorale fame di profitti. Disclosure
Day è un film fiaccato dalla sovrapposizione di troppe linee
narrative e che fatica ad accogliere, nella sua idea di spettacolo, le tante
cose che ha da dirci sulla condizione umana. Non è un problema, la sua forza è
più elementare. È Steven Spielberg, è il senso per uno
spettacolo intelligente e sensibile, è il gusto per la narrazione, il bisogno
primordiale di incantare e restare incantati dal cinema e dai misteri dell’esistenza.
Il film è sentimentale e perciò divisivo, come spesso capita nella vita e nella
carriera del nostro. Se Kubrick è il graffio rock e malinconico di un Lennon,
l’equazione suggerisce che Spielberg sia il McCartney del cinema, il versante
(apparentemente) più ottimista, il lato melodico che talvolta sconfina nello
sdolcinato la cui consistenza tendiamo di quando in quando a smorzare
(sbagliando) con una cinica scrollata di spalle. La verità è che c’è poco
cinema più intrinsecamente cinematografico di quello di Steven
Spielberg, e Disclosure Day ne è una
efficace dimostrazione. Con coerenza, la sua forza viene fuori ragionando ed
emozionandosi. Soprattutto emozionandosi.
lunedì 15 giugno 2026
lunedì 8 giugno 2026
domenica 31 maggio 2026
giovedì 21 maggio 2026
sabato 16 maggio 2026
martedì 31 marzo 2026
sabato 21 marzo 2026
D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre
Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.
Molti
modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata
una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo
grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside
d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone,
studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici
sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).
È
chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti
della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse
stagioni.
Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).
e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.
Un
capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente
rappresentativi, la Cgil e la Cisl, per esempio.
Da
molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di
lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura
neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa
(Margaret Thatcher docet).
Dice
Stendhal: Il pastore cerca sempre di
convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I
sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro
sono gli stessi dei lavoratori.
E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori
se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni
sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e
delle lavoratrici, e di tutti).
I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque
quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi,
vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi
qui) e la copertura
assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi
qui)
Il nemico - Bertold Brecht
Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.
Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.
Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed
esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento,
passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della
scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.
…Il film si svolge su tre piani,
intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule
dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo
Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze
animate a cura di Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra
cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola
democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, Lucio
Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso.
Il montaggio delle sequenze dei tre
piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello
scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che
una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione
della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su
spinta del mondo industriale anglosassone, e a inizio millennio, quando
viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come
dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In
Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa
operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che,
liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi
(con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della
“modernizzazione”. Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli
anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo
soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su
cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe
fornito agli studenti).
Questa convergenza “bipartisan” è
sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine
di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con
ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può
chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano
sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se,
viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la
boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle
discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di
Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben
si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del
passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica,
certo no.
Comunque, l’impianto provocatorio e
didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le
sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è
uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei
luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla
scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive
di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la
retorica tecnocratica dell’orientamento e delle competenze e con quella
inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita
l’emergenza pandemica con quella bellica, appare chiaro come il
neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola,
l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire
al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…
Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale.
Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come
l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento
terribilmente nocivo.
Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi
dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste,
stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un
elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.
Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli
non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è
facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai
docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di
avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.
Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i
problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi
padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione
della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il
profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la
seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra
nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità
capitalistica…
…Con un
montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e
affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le
interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli
autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di
"disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino).
Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge
Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto
costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e
proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai
responsabili a venire.
La finalità del film è riportare l'attenzione
dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema
centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e
sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo,
che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come
i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o
da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e
interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso
civile del Paese…
martedì 3 marzo 2026
venerdì 26 dicembre 2025
Matinée - Joe Dante
un grande e grosso regista (il bravissimo John Goodman), nel pieno della crisi dei missili con Cuba, proietta il suo film di paura, con effetti speciali, semplici ed efficaci, in una cittadina con una base militare, in Florida.
storie di amori di ragazzine e ragazzini, della paura della Bomba, in un film imperdibile, come è successo e tutti i (pochi) film di Joe Dante.
buona (matinée) visione - Ismaele
ps: quando il bambino era bambino, quando ero bambino i cinema la domenica mattina facevano i matinée, a centinaia i bambini ci trovavamo a godere con Stanlio e Ollio o Tarzan, in un casino gioioso e memorabile.
QUI si può vedere il film completo
Un atto d'amore per l'ingegno del cinema dalla serie B
alla serie Z nei favolosi anni 60.Accanto alla storia di un impresario
cinematografico/regista/produttore con idee meravigliose in testa(sedili
elettrizzati,il mostro del film che si aggira per la sala con i personaggi
sullo schermo che guardano verso la sala in un impennata di
metacinematografia)c'è la psicosi di una nazione che si sente sull'orlo di una
crisi atomica irreversibile(siamo all'epoca della crisi con Cuba,i 13 giorni
che per fortuna non sconvolsero il mondo).Accanto alla sindrome da bunker c'è
l'amore per il cinema visto con valenza sociale,il cinema come punto di
incontro dei ragazzi del luogo.Dante usa tutta la sua ironia in modo molto
elegante,il film (di cialtroneria cosmica)proiettato nel cinema di Key Largo in
Florida(il titolo è strepitoso...Mant ,un incrocio tra uomo e formica)in bianco
e nero con una grammatica cinematografica che al confornto Ed Wood poteva
essere considerato un grande perfezionista,si mescola alla vicenda dei ragazzi
della cittadina (rigorosamente a colori).E John Goodman è immenso sia dal punto
di vista fisico che dal punto di visto della prestazione d'attore.Un film che
guarda con affetto al passato e che ne celebra la naivete ingenua ma di
simpatia assolutamente irresistibile....
…Lawrence Woolsey
è l’esatta incarnazione della passione vera per il cinema. Il suo obiettivo è
quello di intrattenere e stupire le masse. Gli spettatori devono morire
letteralmente di paura per gli effetti speciali usati nei suoi film, così come
per gli espedienti pratici usati durante le proiezioni in sala. Perché?
Perché lo
spettatore non è stupido, e Woolsey questo lo sa, e se gli sarà stata data un
esperienza limite davvero indimenticabile non potrà far altro che volerci
tornare, portando più persone possibili (ma, e questa è una nota personale per
questo millennio, senza dimenticare la qualità).
E questo, signori e signore, è il Cinema. Un gioco di
prestigio, che inganna, sorprende ed emoziona, con un trucco…
…Da cinefilo
incallito, Dante orchestra il film come una giostra impazzita e coloratissima:
i rimandi filmici si susseguono con precisione filologica, intelaiando un
dialogo d’amore nei confronti delle immagini che fecero vibrare l’infanzia del
regista.
Cos’è Matinée se
non la confessione dei primi amori cinefili, la fede in un cinema che salva la
vita, l’atto d’amore sconfinato nei confronti di quella grande illusione
chiamata lieto fine? A rivederlo oggi il film di Dante presenta il fascino
ingiallito del giocattolo vecchio, capace di riscaldarsi frame dopo frame,
mentre rianima i feticci della fantascienza più amata, quella degli anni ’50.
Ma va anche oltre: King Kong rivive in Mant mentre
la fuga dal cinema riecheggia la celebre sequenza d’inseguimento de L’invasione
degli ultracorpi. Quello di Dante è un film pullulante di emozioni, il
puzzle di un bambino che vuol continuare a giocare, nonostante lo scorrere del
tempo. Egli rifiuta il cinismo e l’aridità di qualsiasi tendenza postmoderna
che sarebbe venuta nei decenni successivi, a favore di un’illuminata,
profondissima, beata ingenuità…
QUI Federico Greco fa un ritratto di Joe Dante