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domenica 7 giugno 2026

La scelta di Joseph - Gilles Bourdos

il film è un rifacimento del film di Steven Knight (che nel film francese partecipa alla sceneggiatura).

Vincent Lindon, unico protagonista in carne e ossa, regge sulle sue spalle tutto il film, in maniera egregia.

anche se uno ha già visto il film con Tom Hardy, con Vincent Lindon non sarà deluso, promesso.

buona (responsabile) visione - Ismaele

 

 

Difficile ascrivere particolari meriti a Bourdos, che saggiamente, e per non far danni, rispetta al massimo la precisione degli ingranaggi narrativi di Knight, riprendendone anche lo stile fluido di regia, fatto di melliflue transizioni notturne tra i riflessi dell'abitacolo e le luci artificiali dell'autostrada. Quello del "thriller al telefono" - in cui la dialettica deve sopperire all'azione - è un sottogenere che ha una sua tradizione specifica, da In linea con l'assassino fino a esempi recenti come The guilty (anch'esso poi fatto oggetto di remake). La particolarità dell'opera del 2013 è di non farne una questione di vita e di morte in senso letterale; non ci sono omicidi da sventare o corse contro il tempo, soltanto un uomo di grande rettitudine morale che fa una scelta difficile e ne accetta le conseguenze.

La sola vera novità è il protagonista, unico attore in scena e quindi fattore cruciale per la riuscita del film. In 
Locke c'era un Tom Hardy insolito, lontano dai personaggi sopra le righe che all'epoca interpretava spesso, e per questo ancor più d'effetto nei panni di un uomo guidato da null'altro che dalle sue pacate certezze. In questo remake vediamo invece Vincent Lindon, forse la scelta più naturale nel panorama francese quando si cerca un interprete intenso e magnetico.

Una scelta che però invecchia il personaggio di una trentina d'anni, e dona quindi sfumature diverse al rapporto con la moglie e con la donna con cui ha avuto una relazione di una notte. Anche il motore psicologico del rapporto con un padre assente a sua volta (una scelta di scrittura un pochino comoda ma che si perdona con piacere vista la natura teatrale dell'opera, che la inquadra con dei monologhi indirizzati allo specchietto retrovisore) ne trae un equilibrio nuovo e un'immedesimazione ancor più diretta, da padre a padre piuttosto che da padre a figlio.

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Il film si colloca così in una zona precisa del cinema contemporaneo: quella in cui il dispositivo narrativo non serve a risolvere un conflitto, ma a renderne visibile l’irriducibilità. La restrizione dello spazio non è più una condizione eccezionale, bensì la forma stessa della responsabilità moderna: uno spazio ristretto in cui le decisioni non possono essere diluite, rimandate, delegate. Joseph non è chiamato a “fare la cosa giusta”, ma ad assumere il costo della coerenza, senza che questa produca salvezza o compensazione. In questo senso, La scelta di Joseph mette in scena una crisi silenziosa dell’etica del lavoro: non il suo fallimento, ma il suo limite. Il lavoro continua a fornire identità, ordine, senso, ma non protegge più dall’esposizione morale. Non c’è competenza che possa assorbire il danno, né razionalità che possa neutralizzare le conseguenze. Questo cinema, qui, non promette catarsi né redenzione, ma misura il punto esatto in cui l’agire smette di coincidere con il giustificarsi. È in questo scarto, e solo in questo, che il film trova la propria necessità.

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…Sebbene l’estrema mimesi della vita che si evince dalle conversazioni del protagonista e dalla camera centrata sul corpo, sulla gestualità e sulla mimica dell’attore – prova superbamente calibrata di Lindon – denoti un appiattimento realistico, senza mai cadere nella noia o nella perdita di attenzione, l’effetto è piuttosto quello di una superficie specchiante dove in un’apparente naturalezza vediamo ciò da cui siamo comandati senza saperlo. Il paradosso della voce elettronica che il protagonista comanda chiedendo all’assistente virtuale di inoltrare di volta in volta le chiamate, ci rivela questo rovesciamento. 

E viene da chiedersi alla fine del film, con l’irruzione di una nuova voce, il pianto di un neonato, voce che non dice niente, tutt’uno con un corpo, se non sia il viaggio di ritorno all’origine del protagonista, un’origine modificata da una variazione della dialettica con l’Altro. Un non senso fatto proprio. Così come ciascuno spettatore può incontrare il finale nella singolarità assoluta della propria origine.

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Interessante notare con la sceneggiatura di Knight non sembri essere lontana dal diventare come una partitura, su cui un musicista può suonare il suo lungo assolo e un attore può misurare a pieno il suo talento senza troppi orpelli cinematografici. Un cinema di espressioni, di battute, di micro-movimenti e di reazioni, coagulate in un sistema di telefonate a rima incatenata che dinamicamente portano la storia a schiudersi e disvelarsi. In questo senso, si potrebbe dire che Vincent Lindon giochi in casa, che questo sia il suo pane. Certamente più sorprendente fu vedere Tom Hardy alle prese con un ruolo che richiedeva una presenza tecnica di quel genere. Riusciva a sporcare il personaggio con dei silenzi, degli sguardi nel vuoto e dei riflessi che apportavano una sfumatura di mistero agghiacciante e imperscrutabile. Come se fosse troppo giovane per seguire quel lucido rigore e l’onestà di dire sempre la verità.

Come se in fondo nascondesse un nodo irrisolto di follia. La scelta di Joseph, d’altra parte, sposta l’asse anagrafico e guadagna maggiore credibilità nella rappresentazione di un personaggio tutto sommato risolto e fin troppo umano, qua e là persino goffo, ma proprio per questo più vulnerabile e fragile all’umiliazione di mettersi a nudo. Un padre navigato che in una notte ritorna figlio e sfida apertamente il suo, di padre, come se lo stesse guardando e giudicando dal sedile posteriore. Una voce col fiato sul collo da una parte e un’occasione ideale per metterla a tacere dall’altra. Serpeggia addirittura il sospetto che Joseph abbia messo incinta quella donna sconosciuta soltanto per rimediare allo sbaglio e riconoscere il bambino, come non avrebbe fatto suo padre…

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sabato 25 ottobre 2025

Legend - Brian Helgeland

nella Londra dei gangsters, non quella dei Beatles e della swinging London, due fratelli diventano i leader del crimine.

sono i due fratelli Legend, Reginald e Ronald (entrambi interpretati mirabilmente da Tom Hardy), uno innamorato, l'altro pazzo, eppure non ce n'è per nessuno, tutti capitolano.

niente di straordinario, a parte Tom Hardy, ma è un film che non annoia.

buona (banditesca) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film, su Raiplay



…Si parla molto in compenso in Legend, in articolati dialoghi che sfiorano il vaniloquio, dove ogni tanto si cita la Grecia, per ragioni enogastronomiche (si ordina del retsina al ristorante), etimologiche (ci viene spiegato il significato del termine “utopia”) e narrative (si allude al ritorno di Odisseo ad Itaca, anche se lo si confonde con Agamennone), ma dell’unità di luogo tempo e azione della tragedia non vi è traccia. Né si respira il dramma di questi personaggi, che vengono dal nulla e vanno verso un epilogo narrato in didascalia (d’altronde, bisogna ricordarcelo, questa è una storia vera), non hanno traumi né obiettivi (l’utopia della Nigeria non riesce a mascherare questa assenza), non sono mai realmente in pericolo. Bisogna accontentarsi di una rissa al pub, di un cattivo che viene ucciso con un colpo sparato in fronte, e poi c’è anche un corpo a corpo tra gemelli che naturalmente, data la doppia interpretazione di Hardy, è tutto in montaggio proibito…

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…La vera particolarità di Legend sta nell’avere il protagonista Tom Hardy impegnato in entrambi i ruoli dei gemelli Kray. Negli anni, Hardy si è confermato come uno degli attori più esplosivi e carismatici della sua generazione, e in possesso di una carica espressiva e fisica non comune, ma, anzi, assai rara. Basti pensare ai suoi recenti impegni in Mad Max: Fury Road Revenant – Redivivo, per averne un esempio. In Legend, l’attore britannico si “sdoppia” interpretando contemporaneamente (nella pellicola) due ruoli così simili quanto diametralmente opposti, praticamente dicotomici. Con grande impegno e intelligenza, Hardy “entra” alla perfezione sia in Reginald che in Ronald, e il risultato è spettacolare. E anche la sola e unica nota positiva di questo film…

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…Un mix di violenza e spettacolarità che, dal punto di vista drammaturgico, fa sì che "Legend" possa contare da una parte sul contrasto caratteriale dei protagonisti, uniti da un legame indissolubile ma distanti sia sul piano della personalità (omosessuale dichiarato, Ron era affetto da disturbi mentali) che su quello della predisposizione mentale, con Reggie  differente dal gemello per la visione pragmatica e imprenditoriale della sue "attività"; dall'altra sul pathos prodotto dal tormentato e romantico legame che contraddistinse l'unione tra Reggie e la bella e fragile Frances, la donna che sarebbe diventata sua moglie e che nel corso della loro relazione avrebbe cercato - senza successo - di convincere il marito a non lasciarsi coinvolgere dalle tendenze autodistruttive dell'imprevedibile fratello…

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...Se il titolo suggerisce l’ambizione a un respiro epico per la vicenda dei fratelli Kray, l’obiettivo è ben lungi dall’essere stato raggiunto: Legend incespica al contrario in una narrazione che, indecisa se dare risalto alla dimensione pubblica (e mediatica) della vita dei due fratelli, o alle sue implicazioni più intime, resta sospesa in una sorta di terra di mezzo. Problematica, seppur non priva di motivi di interesse, è infine la doppia interpretazione di Hardy: la sua prova nei panni dello psicopatico Ronnie, infatti, appare tanto marcata nella resa delle idiosincrasie del personaggio, talmente smaccatamente sopra le righe, da perdere presto in misura e credibilità. Un limite che, più che all’ottimo interprete britannico, va imputato a una sceneggiatura che sembra affidarsi in misura eccessiva alle sue doti attoriali.

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sabato 23 gennaio 2021

Chi è senza colpa (The Drop) - Michaël R. Roskam

Michaël R. Roskam va in trasferta negli Usa, capita a molti, e fa un piccolo film, quasi intimista, una piccola storia di (forse) amore e di (è sicuro) violenza.

bravi gli attori a rendere interessante la storia, quella del colpaccio ai mafiosi (non più italo-americani).

non sarà un capolavoro, ma Tom Hardy, timido e violento, vale da solo il prezzo del biglietto (se esistessero le sale cinematografiche).

buona visione - Ismaele

 

 

 

 

Tratto da un racconto breve di Dennis Lehane che l’autore di Boston ha poi espanso in un romanzo appena pubblicato in Italia da Piemme con lo stesso titolo del film, Chi è senza colpa è un thriller freddo e dal ritmo compassato, ma con una storia intrigante e ricco di personaggi giustamente enigmatici. Per la prima volta è stato lo stesso Lehane ad adattare per il grande schermo il suo lavoro, e non si può dire che abbia mancato il bersaglio: dialoghi mai banali e secchi quando serve, tensione strisciante che esplode a sorpresa e un’ambientazione convincente tra i bassifondi di New York…

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Chi è senza colpa è un film che si muove piano, un sommovimento costante e sempre più inquietante, una goccia dopo l’altra, fino a concentrare la sua energia in un finale di grande intensità. Il delizioso Rocco, curioso nome del cane, sembra messo lì come sorta di McGuffin o cupido per far conoscere Bob e Nadia, ma diventerà il motore delle esplosioni emotive dei personaggi coinvolti. Lì spingerà a prendere in mano il loro destino, senza indugi e troppi sensi di colpa…

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…Tom Hardy, lui, il Grande, l’Attore, gioca a fare il piccolo Edward Norton e da contratto interpreta per sottrazione, ma dovrebbe smetterla una volta per sempre, basta con la dicotomia tra Bronson e Locke, possiede tutte le corde di questo mondo e occorre fare in modo che sia libero di suonarle. Noomi Rapace è indegnamente svilita, il ruolo dell’emaciata pupa del pazzoide le sta addosso come un sacchetto di cellophane sul viso, parimenti soffocante. Gandolfini fa quel che sa, sembra Palminteri in una cartolina da Little Italy, poi gli altri comprimari hanno due dimensioni e non riescono a occupare un fotogramma che sia uno. Il racconto di Lehane vorrebbe essere edificante alla maniera di Lehane, ma muore di luoghi comuni e di frasi fatte, l’immanenza e la necessità del male naufragano nella palude del non significante…

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martedì 7 maggio 2019

Child 44 - Daniel Espinosa

Tom Hardy è bravissimo, e anche Gary Oldman.
siamo in Russia, morire è semplice, ma Leo Demidov non riesce a rassegnarsi al serial killer dei bambini.
il film è la ricerca di quell'assassino da parte di Leo Demidov.
nel film ci sono forse troppe cose, bisogna essere concentrati, se no uno si perde.
film da vedere - Ismaele



ps:mi è tornato in mente un film passato nell'altro secolo su Fuoriorario di Ghezzi, un film bello e terribile, eccolo (con sottotitoli in inglese:

The Chekist (Чекист) è un film del 1991 diretto da Aleksandr Rogozhkin





Duro e realistico, Child 44 fiuta le tracce, esplora le correlazioni, 'unisce i puntini' e frequenta i bassi fondi del regime totalitario sovietico, impegnato in superficie a dare una bella immagine di sé, un'immagine rassicurante. Interdetto sugli schermi russi per "alterazione dei fatti storici", Child 44 condivide con lo spettatore il terrore di un popolo governato da un sistema retto sulla menzogna e sulla mistificazione ideologica. Delazione, arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie, propaganda antioccidentale, spionaggio, non manca davvero nulla nel film di Daniel Espinosa, che elegge a protagonista un ufficiale compromesso con la dittatura stalinista per risolvere un intrigo che è insieme criminale e politico. A ragione di questo il film non apre sul rinvenimento di un corpo o su uno degli elementi dell'inchiesta ma ripercorre la scalata al potere di Leo Demidov, personaggio cruciale che lega differenti archi narrativi: il contesto socio-politico, l'investigazione poliziesca e la biografia dell'eroe. Il film è svolto lungo un percorso lineare, ma mai prevedibile, che mescola e converge nell'epilogo 'infangato' i tre soggetti…

Schiacciato dal suo peso storico Child 44 è un polpettone che riprende alcuni elementi di forza da altre produzioni (Gary Oldman ricalca il suo burocrate invisibile e impassibile di La talpa, abile a nascondere se stesso nelle maglie del sistema, e Charles Dance è un austero detentore del potere, impermeabile a qualsiasi sentimentalismo come in Il trono di spade) ma non riesce mai a farli davvero propri, non riesce ad essere davvero autonomo.
A fronte di un mondo impermeabile a qualsiasi tipo di umanità che è indubbiamente ben creato, gli eventi che lo animano non sono alla sua altezza nè hanno la piacevole scorrevolezza del cinema di genere. Nemmeno il fisico perfetto per la parte di Tom Hardy trova mai lo sfogo che merita non fosse per quella che è l’unica scena davvero riuscita del film, l’incredibile sequenza dell’attentato nel vagone del treno, in cui i due protagonisti lottano insieme per la propria vita con la foga della disperazione uscendone per la prima volta davvero uniti dal sangue.

Buone sono le intenzioni interpretative dei due attori protagonisti, probabilmente mal supportati da una sceneggiatura un po' fiacca e tirata un filo per le lunghe.
A mio parere era evitabile la declinazione russa dei dialoghi originali inglesi, tanto stanno parlando in inglese; a meno che la cosa non venga replicata nel doppiato saranno in pochi quelli a dover sentire Tom Hardy parlare come un qualunque signor Dmitrij appena sbarcato a New York.
La pellicola è in ogni caso valida, non annoia e rende partecipe lo spettatore, tutto ciò ovviamente nel calderone dei film classificabili nel genere guerra-comunismo/nazismo-thriller-poliziesco.

lunedì 22 ottobre 2018

Bronson – Nicolas Winding Refn

Tom Hardy interpreta Charles Bronson, l'uomo più cattivo della Gran Bretagna, ed è un mostro di bravura.
il film è davvero strano, dall'inizio, e bellissimo, non è un film che racconta le storie di un nonviolento come Gandhi.
Bronson non riesce a non dire sempre l'ultima parola, anzi l'ultimo pugno, non importa come andrà a finire, lottare per lottare è la sua fede.
ma come fai a raccontare di un film come questo?
bisogna vederlo.
e allora buona visione, non ve ne pentirete mai - Ismaele






Una vita incredibile, assurda ed estrema, un monumento al nichilismo, una titanica ed insopprimibile tendenza all’annientamento, alla mortificazione del corpo e dello spirito. Ma pure un problema sociale irrisolvibile, che manifesta, con il caso Bronson, l’incapacità del sistema detentivo di assicurare il rispetto della dignità fondamentale di un uomo costretto a vivere gran parte della propria esistenza in isolamento. NWR ci racconta la storia di quest’uomo in maniera non convenzionale e antinaturalistica. Pur se con qualche consonanza cromatica, il carcere disegnato da NWR, entro il quale si svolge gran parte della pellicola, è distante anni luce da quello messo in scena in Hunger da Steve McQueen (entrambi i film sono del 2008). Due storie vere, in egual modo, che raccontano la vicenda reale di due primatisti delle peggiori esperienze carcerarie britanniche, ma che indagano e perseguono finalità profondamente differenti. Quello di Steve McQueen è un affresco politico, il corpo di Michael Fassbender / Bobby Sands è lo strumento per raccontare una lotta, per mostrare un atto di sacrificio, ed il carcere è nel suo film il luogo dell’oppressione, dell’annientamento, dell’abiura, ma anche del gesto sovrumano, della volontà (politica) che domina la biologia. NWR è invece interessato all’indagine dell’istinto di questo straordinario e sbalorditivo personaggio, d’un posseduto da un’aggressività irrefrenabile, incapace di vivere nella società, quasi che fosse una belva feroce, una cristallizzazione genomica proveniente da un lontano passato della specie. Il carcere è dunque un set, una ribalta, la sola della quale dispone Charlie, sopra la quale mettere in scena il suo spettacolo. Una ribalta reale che diviene immaginaria nel film: Charles stesso interagisce con il pubblico immaginario di un teatro, truccato da clown o con il viso diviso a metà, narrando le proprie gesta come un attore che mette in scena una storia. È solo alla fine che il carcere diventa una gabbia, una terribile scatola di metallo dentro alla quale rinchiudere il “caso” Charles Bronson, ed il dolore – estetizzato in chiave gore – prenderà il sopravvento…
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Ogni facile sociologismo, ogni giustificazionismo che riconduce la violenza dell’individuo a cause sociali e di deprivazione economica, viene fortunatamente spazzato via dal film di Refn. Peterson/Bronson nasce e cresce in una famiglia middle class assai perbene che, come usa dire, non gli fa mancare niente, non è dunque il prodotto di chissà quale triste emarginazione. Il suo primo colpo, quello alla banca con un fucile a canne mozze, lo fa semplicemente perché ne ha voglia e gli piace, per puro gusto dell’infrazione e dell’effrazione, forse anche per pura malvagità. E tutto quello che in seguito combinerà in carcere (rivolte devastanti, risse, combattimenti bestiali con detenuti e secondini) lo farà per usare la violenza come piedistallo del proprio mito, e (forse) anche per trasformare il proprio corpo, i propri muscoli, la propria animalità-belluinità in opera d’arte, in performance e esibizione dandistica, secondo un processo di estetizzazione della brutalità e della violenza, del sangue e della carne, non si sa quanto istintivo e inconsapevole, e quanto invece assai consapevole. A un certo punto della sua parabola Bronson scoprirà in carcere, attraverso l’intervento maieutico ma non disinteressato di un insegnante, di essere un artista dotato, di avere cioè una visione estetica del mondo e di saperla trasferire in lavori, in disegni, che immediatamente hanno successo e gli procurano fama fuori dal carcere…

"I showed magic in there!" he shouts after one brawl, bleeding in triumph. How's that? Magic, like in opening night? Does he expect a standing ovation? I believe most of us, no matter how self-destructive, expect some sort of reward for our behavior. It may not be some people's idea of a reward, but it's ours. Is Bronson then an extreme masochist, who only wants to be hurt? They say there are masochists like that, but surely there's a limit. What kind of passionate dementia does it require to want to be beaten bloody for 34 straight years?
I suppose, after all, Nicolas Winding Refn, the director and co-writer of "Bronson," was wise to leave out any sort of an explanation. Can you imagine how you'd cringe if the film ended in a flashback of little Mickey undergoing childhood trauma? There is some human behavior beyond our ability to comprehend. I was reading a theory the other day that a few people just happen to be pure evil. I'm afraid I believe it. They lack any conscience, any sense of pity or empathy for their victims. But Bronson is his own victim. How do you figure that?