a Kabul non ci sono uomini buoni, pensa e dice Naru, anche se poi uno, troppo tardi, lo trova.
Naru è una camerawomen di un tv di Kabul, destinata a programmi inutili, ma un giorno, per caso, comincia a fare riprese con un collega giornalista, di quelli seri.
i due cominciano a conoscersi e a stimarsi, in un mondo dove gli uomini sono i padroni e le donne le schiave.
la fine è all'aeroporto di Kabul, quando i talebani hanno ripreso il controllo dell'Afghanistan.
un film con gli occhi di una regista afgana (che interpreta Naru) è meritevole di essere visto, a prescindere.
buona (giornalistica) visione - Ismaele
…No Good Men, in grado di farci sorridere, ma anche di inferirci
improvvisamente fortissimi scossoni emotivi, non è un film perfetto.
Soprattutto per quanto riguarda alcune ingenuità registiche proprie, in modo
particolare, dei momenti più drammatici. Eppure, nonostante ciò, possiamo
affermare a gran voce che si tratta di un film decisamente necessario.
Un’interessante apertura di una Berlinale che si preannuncia già di per sé piuttosto promettente.
E vediamo in che modo esso riuscirà a lasciare il segno.
…Naru è uno dei personaggi
femminili più intensi e autentici visti recentemente al cinema. Non è costruita
come un’eroina perfetta né come una vittima passiva: è una donna reale, piena
di rabbia, fragilità e desiderio di emancipazione. È fuggita da un matrimonio
infelice, cerca di crescere suo figlio con amore e dignità e allo stesso tempo
combatte ogni giorno contro un sistema che la considera inferiore.
La forza del personaggio sta proprio nella sua normalità.
Naru lavora, corre, affronta pericoli, si occupa del figlio, prova paura e
stanchezza. Eppure continua a resistere. Sadat riesce
a darle una presenza scenica potentissima senza bisogno di trasformarla in
simbolo astratto. Ogni gesto, ogni silenzio e ogni sguardo raccontano il peso
di una condizione femminile soffocante.
Il titolo del film, No Good Men, diventa
progressivamente una dichiarazione amara e radicale. Nel mondo raccontato dalla
regista non sembrano esistere uomini capaci di amare davvero o rispettare le
donne. Gli uomini picchiano, controllano, umiliano, decidono. Le donne vengono
trattate come proprietà, private della libertà emotiva e personale. Una visione
estremamente dura, che però la pellicola restituisce senza retorica e senza
forzature…
…tra un sorriso e una lacrima, No Good Men alla fine si rinchiude nella gabbia degli
stereotipi: l’amore impossibile, la misura fuori scala di un uomo che alla fine
sembra quasi rivaleggiare con Humphrey Bogart di Casablanca, la solidarietà femminile che si oppone alla
meschinità di un universo maschile opportunista e ottuso. E seppure questi
stereotipi sono capaci di indicare la gravità di una condizione e la precarietà
di un contesto sociale e politico esplosivo, rimangono semplici tracce, dita
puntate sull’urgenza di un tema. Di un contenuto che viene sfiorato solo in
direzione orizzontale, senza mai sfidare la possibilità di un’altra
prospettiva, verticale, obliqua, sbilenca, tangenziale, tortuosa, opposta.
Eppure non è mai un problema di temi e di storia. Il fatto è che Shahrbanoo
Sadat traduce tutto nelle forme standard di uno stile pulito e confortevole, da
esportazione. Come se la regista, ormai nome abituale dei grandi festival (i
suoi film precedenti Wolf and Sheep e The Orphanage erano stati entrambi selezionati alla
Quinzaine), si fosse già accontentata di rispettare le traiettorie obbligate di
un cinema internazionale innocuo, a uso e consumo di un pubblico “illuminato e
progressista”, ma incapace di liberarsi dalla dittatura dei temi.
…Partendo
da una constatazione forse iperbolica perfettamente riassunta dal titolo, No Good Men si concentra in realtà su una clamorosa
eccezione, sul giornalista Qodrat (Anwar Hashimi), un personaggio risoluto, coraggioso ma anche
timido, con cui praticamente per tutto il film interagisce la protagonista
Naru, di professione camera-woman (se si pensa a una mise en abyme non si sbaglia), interpretata dalla regista stessa, un mestiere non esattamente tipico per una donna
di quel paese, dalla cui prospettiva viene di fatto raccontato il film. Tira
via quando la protagonista si limita a riprendere, non senza raccapriccio,
orribili talk show con telefonate in diretta di donne oggetto di violenza e
interventi in studio esclusivamente volti a ribadire il dominio incontrastato
della cultura patriarcale (body shaming a gogò), ma quando, quasi per caso, l’incarico
affidatole diventa sul piano politico-sociale più rilevante, ecco che i maschi,
con le loro ottuse ritrosie, si oppongono. Ciò vale all’inizio anche per Qodrat
che poi capirà di avere a che fare con una donna di valore e sensibile, finendo
per spogliarsi di tutti i suoi pregiudizi – e quel che succederà non è
difficile immaginarselo. Già più difficile, invece, immaginare come andrà a
finire la vicenda, una conclusione che dal punto di vista cinematografico
rappresenta senz’altro la scena più bella di No
Good Men, che ovviamente non rivelerò…
…No Good Men è diretto e
sceneggiato dalla stessa protagonista, Shahrbanoo
Sadat, il che alza incredibilmente il livello di
difficoltà nella realizzazione della pellicola ed è un fattore da tenere in
conto. Come mostrato anche nei titoli di coda e come spiegato dalla stessa
Sadat, è un film in onore delle vittime di una stazione televisiva afghana che
è stata colpita da un attentato nel 2016 e di cui Sadat faceva parte. E se
queste sono le persone a cui dedica il film e che ripropone anche all’interno
della trama, il vero motivo che l’ha spinta a mettere anima e cuore nella
pellicola è più profondo e interconnesso con la storia afghana e soprattutto la
sua cultura. Una cultura in cui non esiste la parità di genere, gli uomini sono
“la razza dominante” e le donne esistono “in funzione” dell’uomo.
Magari si sorride anche in alcuni momenti della
pellicola, ma sono sorrisi più dettati dall’assurdità di una realtà afghana che
sembra così distante da quella in cui si vive in Occidente. Una realtà in cui,
come mostrato molto bene in una breve parentesi iniziale della pellicola, in
uno spettacolo televisivo in cui Sadat recita nei panni di una cameraman, c’è
una donna che chiama chiedendo aiuto perché non sa come comportarsi dato che ha
due figli e ha scoperto che il marito sembra avere una tresca con una donna più
giovane. E a tutta risposta il co-conduttore, uomo, utilizza una metafora di un
fiore per spiegarle come sia normale che la donna dopo il parto “perda i propri
petali” e di come, “naturalmente”, l’uomo guardi e sia attratto da altri fiori
più attraenti. Quindi una chiara esemplificazione
della mentalità accettata da entrambe le parti e immutabile…