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domenica 3 luglio 2016

Non mi basta mai - Guido Chiesa e Daniele Vicari



"Se pensate che il cinema italiano non sappia raccontare la realtà, come vuole un vecchio luogo comune, date un'occhiata a 'Non mi basta mai', di Guido Chiesa e Daniele Vicari, coraggiosamente distribuito dalla Pablo di Gianluca Arcopinto. E' un film-documento fatto di immagini e persone reali (...). Ma non c'è rabbia né nostalgia. Solo immagini talvolta inedite, spesso sorprendenti. E la viva voce di un pugno di ex-operai Fiat. Che ricordano, analizzano, rivendicano scelte e destini, partendo non dal passato ma dal presente. (Tutti, in un modo o nell'altro, hanno voltato pagina. E per una volta hanno trovato ascolto. Servisse anche a questo, il cinema?". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 febbraio 2001)

"Chi avesse voglia di capire come si è passati dal 'fordismo' alla globalizzazione, perché l'omologazione trionfi al posto dei pensieri divergenti e del sano antagonismo, come mai la 'marcia dei 40 mila' segnò la fine delle lotte della classe operaia, insegua in capo al mondo 'Non mi basta mai', sincero come il pugno inferto dai padroni, dai vertici sindacali e dalla stampa di regime a tutti gli uomini e le donne che credevano nell'Utopia". (Aldo Fittante, 'Film Tv', 25 febbraio 2001)

Cinque vite, cinque storie parallele che si raccontano e si sovrappongono in un "blob" incalzante di squarci di vita vissuta, immagini di repertorio, fotografie, spezzoni tratti da telegiornali dell'epoca e filmati amatoriali.
Il ritmo concitato, accelerato da un montaggio frenetico che spezza e ricuce, smonta e assembla, mischia volti, parole, mani, sguardi, provoca un impatto visivo che sconcerta e lascia interdetti, ma presto apre all'elaborazione individuale dei tasselli scomposti per dare forma e significato ad una storia e ad emozioni sicuramente intense per chi ha vissuto quegli anni.
Così la pagina politica al centro del documentario si fonde con storie personali e diventa lo spunto per una riflessione che va ben oltre la singola vicenda, assumendo connotati quanto mai attuali. In un periodo storico in cui la sinistra italiana vive un momento di profonda crisi, si avverte il bisogno di tornare con la memoria ad un episodio che diviene l'emblema di questa crisi e rivela la disillusione di quanti, in nome di quella sinistra, si erano battuti…

Pietro è un animatore di gruppi di bambini. Ebe è sindacalista. Gianni fa parte di una cooperativa di pesca. Pasquale aiuta i ragazzi che sono stati in carcere nel reinserimento. Vincenzo fa parte di un'organizzazione non governativa per la cooperazione con il Terzo Mondo. Vivono o hanno vissuto a Torino e questo sembra, all'apparenza, l'unico dato che li accomuna. Ma nell'autunno del 1980 avevano tutti condiviso, come operai Fiat, uno dei momenti più importanti nella vita della società italiana. Per 35 giorni la Fiat non aveva funzionato a causa di uno sciopero causato da una raffica di licenziamenti. Allo sciopero si contrappose la marcia dei 40.000 che volevano invece ritornare al più presto al lavoro. Guido Chiesa ripercorre quei giorni attraverso la memoria e la vita di persone molto diverse tra loro.
da qui

domenica 5 febbraio 2012

Il caso Martello - Guido Chiesa

visto in una rassegna di cinema, per caso, è un'ottima opera prima.
un viaggio all'indietro, nella memoria che vive ancora.
un film ruvido, non consolatorio, non pacificato.
non sarà facile trovarlo, ma è un film che merita - Ismaele



Assicuratore deve chiudere una pratica aperta da 35 anni il cui beneficiario, un ex partigiano, sembra scomparso nel nulla. Interessante opera prima del torinese G. Chiesa (con esperienze americane alle spalle) che mette in immagini con pulizia, pudore e sensibilità un confronto generazionale con echi piemontesi di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio. Ottimo F. Andreasi nella parte del titolo.

…Nella pellicola si colgono chiaramente gli echi delle opere di Fenoglio (l’irrequieta e non pacificata figura di Antonio Martello si ricollega all’ansia e all’individualismo di alcuni personaggi partigiani dei suoi romanzi e il nome di Fulvia richiama la ragazza amata dal protagonista di Una questione privata) e di Pavese (pensiamo al tema del profondo legame con le origini contadine), ma soprattutto la capacità di creare un’atmosfera densa di risonanze ambigue e misteriose, che comunica con efficacia la sensazione di una realtà indecifrabile che nasconde in modo impenetrabile le proprie verità. La vera protagonista del film è forse questa aspra campagna piemontese, congelata dal freddo e dalla nebbia, il cui paesaggio spoglio e severo (così diverso dallo scenario urbano della Torino in cui troviamo Cesare all’inizio del film) sembra rispecchiare il carattere schivo e diffidente della gente che vi abita.

Qui contano i paesaggi ora brumosi,ora abbacinanti per il candore della neve,contano le memorie che fanno ritornare in superficie un senso di colpa in realtà mai sopito capace di far vivere una vita praticamente in eremitaggio come per autoflagellarsi lontano da tutto e da tutti,contano le memorie della guerra in cui i partigiani stavolta non sono figure così rassicuranti.E conta soprattutto il Martello del titolo interpretato da uno straordinario Andreasi che porta i segni della sconfitta,che a distanza di tanti anni si sente ancora responsabile di quello che è successo,che non riesce a tenere a bada il proprio senso di colpa.C'è questo e molto altro in questo bell'esordio di Guido Chiesa,una sorta di giallo psicologico in cui accade poco ma tutto da godere e assaporare come queste campagne fredde e incontaminate in cui gli estranei sono presenza poco gradita e ,in fondo,poco opportuna…