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martedì 14 marzo 2023

Butley - Harold Pinter

film d'impianto teatrale, che si regge sulle spalle di un grande Alan Bates (in una piccola parte appare anche Jessica Tandy).

un professore universitario in crisi, un tempo grande studioso ed esperto di T. S. Eliot, adesso chissà, vive pigramente cercando di lavorare il meno possibile, e inimicandosi, a ragione, tutti.

dialoghi impietosi, senza rete, di un personaggio che non sa più a cosa appigliarsi.

un film che merita (se lo trovate) - Ismaele


 

 

 

…Butley is one of the most affecting characters of modern theater. He tries to bind people to himself with sarcasm, insult, and a merciless eye for their vulnerabilities. Eventually, it seems, he always fails. But the way Alan Bates plays him (and Bates, who created the role on the London stage, knows him as well as anybody), his mind is still resilient and panther-quick, with a streak of saving humor. So we don’t pity him, even though we should. He somehow doggedly weathers each crisis, and we even feel a sneaky affection for him. Maybe that’s the way the role is written, or maybe it’s because of the double-reverse charm Bates brings to it; I couldn’t quite tell.

The film takes place during a day in an office shared by two English instructors at Queen Mary’s College, London. One is Butley, who, as he approaches middle age, has abandoned the difficulties of Eliot and taken up nursery rhymes. The other is Joey, who began as Butley’s protégé, then became his roommate, and then (after Butley’s marriage and separation) became his roommate again. Joey is as meticulous as Butley is a shambles. Butley spends his day in psychological warfare against the truths that would batter him down. His wife tells him she intends to marry another man. Bad enough. But then Joey acknowledges that he’s leaving, too also for another man. Butley faces being left totally alone, and he fights back with wit, with obscenity, with insult, with booze…

da qui

martedì 25 dicembre 2018

Sleuth (Gli insospettabili) – Kenneth Branagh

solo due (bravissimi) attori, Michael Caine e Jude Law e un testo di Harold Pinter, regia di Kenneth Branagh.
e una terza persona, che non vediamo, la donna di entrambi, che sta arrivando.
lei è l'oggetto del contendere dei due, e alla fine ne farebbero a meno entrambi.
dialoghi straordinari e tante sorprese.
due ore ben spese, promesso -Ismaele






…Perché un simile gioco di specchi, temi e allusioni “reggesse” senza risultare prolisso era necessaria una squadra di prim’ordine. Cosa questa che l’opera di Branagh ha decisamente avuto. Basato su una magnifica piéce di Anthony Shaffer divenuta un film diretto da Mankiewicz nel ’72 con Laurence Olivier e Michael Caine (nel ruolo che oggi è di Jude Law), lo script di Sleuth ha subito la riscrittura del Premio Nobel Harold Pinter. Con uno sceneggiatore simile è evidente che parlare di remake diventa riduttivo. Si pensi inoltre all’ottima regia di Kenneth Branagh che ha giocato di semplicità e minimalismo, nonché alle eccelenti interpretazioni dei due attori protagonisti. Se del talento di Michael Caine si è ormai detto tutto ed è conclamato, non si può fare a meno di restare colpiti invece dalla bravura di Jude Law. Con la sua interpretazione di Milo Tindle fatta di fascino sessualmente ambiguo ibridato di fragilità e arrogante opportunismo (del tutto diversa da quella di Caine nel film del ’72), il giovane attore inglese è decisamente arrivato alla sua consacrazione attoriale.

…La grossa novità del suo "Sleuth - Gli insospettabili" sta nel testo teatrale riadattato per l'occasione dal Premio Nobel per la Letteratura Harold Pinter. Nell'adattamento troviamo tutto il teatro del drammaturgo inglese, visto che la storia di partenza viene sintetizzata e asciugata in un dialogo a due tutto giocato nell'abitazione di Wyke, un dialogo che è un baratro di parole ed un vortice di retorica distruttiva, di frasi assassine e di intensa e cerebrale manipolazione psicologica, un gioco a due sottile e raffinato.
Se il testo di Pinter è quanto di più teatrale ci abbia regalato il cinema degli ultimi anni, dal canto suo Kenneth Branagh regala respiro cinematografico alla storia, cercando in ogni modo di trovare una regia stimolante che sappia al contempo raccontare e stupire per le sue trovate. Non sempre il gioco di Branagh funziona, ma il suo è un lavoro fatto con grande impegno, e questo si nota: basti guardare le inquadrature dell'incipit oppure tutto il gioco metacinematografico con le telecamere di sicurezza.

Michael Caine regge con grande professionalità i ritmi forsennati della pellicola, ma Jude Law (forse penalizzato da un look decisamente ridicolo) non riesce a tenere il passo con il vecchio leone e, spesso e volentieri, pur regalandoci un'interpretazione intensa e diversa dal solito, non riesce a tenergli testa.

… E' un film a due, un palcoscenico per le istrioniche prove di Caine e Law. Sir Michael è come sempre sublime, e gareggia abilmente nel confronto a distanza con Laurence Olivier, decretando un sostanziale pareggio, per quanto lo stile dei due personaggi sia radicalmente cambiato: più sormione e apparentemente divertito l'originale, più silente e macchiavellico quello di Caine. Le smorfie di Andrew, o anche solo i penetranti sguardi nei momenti di silenzio, sono un vero piacere per lo spettatore. La più grande scommessa di tutto il progetto era forse la presenza di Jude Law, attore fino ad oggi interprete di prove incostanti. Pienamente vinta, visto che, pur dimostrandosi a tratti fin troppo eccessivo e sopra le righe, il buon Jude propone una prova potente, donando al suo personaggio i giusti aliti di schizzata follia, dimostrando come fino ad oggi le sue qualità d'attore non siano state pienamente sfruttate. Il tutto si trasforma in una lotta titanica e primordiale tra due uomini per il possesso e l'amore di una donna, ma non basata sulla mera violenza fisica o la classica scazzottata di paese, bensì sul puro intelletto, in un gioco perverso e matematico di cervelli che deve a tutti i costi avere un vincitore. Come dice Milo a un certo punto "Tu hai vinto il primo set 6 a 0, ora tocca a me". Una sfida mortale senza esclusione di colpi, corporei o emotivi. E' un film che manipola lo spettatore, gli fa credere A, quanto la realtà poi si traduce in Z. E le sorprese non mancheranno, poichè si susseguono incalzanti una dietro l'altra senza nemmeno un minimo calare di tensione. Ottanta minuti (a dispetto dei 130 dell'originale, ed è un peccato molte scene cult dell'originale siano state tagliate) da vivere mozzafiato, senza esclusione di colpi. A chi lamenta una certa mancanza d'azione, se non in pochi disparati istanti, va fatto notare che la vera tensione è tutta nei dialoghi e nei volti dei due protagonisti, capaci di inquietare e spaventare più di qualsiasi violenza. Un gioco al massacro perpetrato tutto all'interno (e per breve tempo anche all'esterno) della tecnologica villa di Andrew, che diventa la terza protagonista del film, con i suoi ambienti cupi tendenti al blu, e scarni nel mobilio come si fosse in un deserto di corpi e anime. Per questo grande merito alla fotografia, capace di incutere quel giusto senso di oppressione che una storia del genere meritava. Lo stesso si può dire per la colonna sonora, ottenebrante e mefistofelica, capace di donare una forte inquietudine tra gli accesi scontri verbali dei due uomini. La regia di Branagh, e non è una novità, è sobria ed elegante, con grande attenzione ai dettagli e alle inquadrature, che si ripetono a tratti per far scorgere indizi sulla trama, e di grande impatto scenico, dal sapore tipicamente teatrale ma che ben si adatta al grande schermo. Rispetto alla pellicola di Mankiewicz vi sono molti più silenzi, a discapito di dialoghi sparatissimi al fulmicotone, e il finale con riferimenti a una presunta omosessualità dei due contendenti forse stona un po', ma, pur trovando svariate differenze, il senso dell'originale è rimasto intatto. Non era facile aggiornare e reinterpretare un classico del cinema, e pur non raggiungendone i livelli, questo remake del nuovo millennio ne esce in maniera più che degna, e forse permetterà a nuovi spettatore di riscoprire anche la pellicola del '72. Perchè i remake, se fatti bene, servono anche a questo.

…non è il finale che conta, è lo script di Pinter che importa perché è di rara bellezza, di sofisticato acume e velenosa ironia. Il sarcasmo che i due gentiluomini si scaricano addosso con la fredda gentilezza delle persone perbene è di magistrale efficacia drammatica, dialoghi secchi come mazzate, umorismo di grande raffinatezza e sottigliezza. Tenuti a distanza dall’overacting, Caine e Law si rendono quasi consci della macchina da presa di Branagh, traslata dalla realtà alla finzione dalle decine di telecamere che costantemente riprendono la scena, registrandola, diventando così occhio partecipe e fredde testimoni degli eventi che si svolgono nel teatro del massacro della lotta di classe, nel costante vilipendio delle reciproche virilità, esondando nell’omosessualità (ab)usata anch’essa come arma nei confronti del rivale, sfora nell’umiliazione sado-masochistica che prende la mano e muta il tutto in una commedia nera del grottesco, storia frammentata nei suoi stilemi e reimpastata follemente come sono reinventate continuamente le identità dei due prim’attori. 
Una sorpresa, forse il film dell’anno, tecnicamente e formalmente ineccepibile, asciutto e dotato di uno stile di grande impatto, si esce divertiti e sorpresi e di questi tempi non è affatto poco.

… La storia: il ricco e maturo scrittore di gialli Andrew Wyke (Michael Caine) chiama nella sua villa settecentesca, ma con interni che sembrano uno showroom di design e arte contemporanea, il giovane attore Milo (Jude Law), l’amante di sua moglie, colui che gliel’ha portata via per sempre. Milo gli chiede di divorziare, Andrew contrattacca con una proposta: ruba i gioielli di mia moglie, io potrò intascare i soldi dell’assicurazione e tu, rivendendoli, potrai ricavare quanto serve a te e a lei per vivere da ricchi. Non è che la prima mossa di una complicata partita a due di inganni e controinganni, con continui rovesciamenti e colpi di scena, con identità che si mascherano e si rivelano a sorpresa. Chiaro che è un gioco al massacro, ma chi lo conduce? E chi è il carnefice e chi la vittima? Il testo, già tesissimo in origine, viene reso ancora più inquietante da Pinter. Michael Caine, che nel film di Mankiewicz era il giovane amante, qui si cala nell’altro ruolo, in un ulteriore ribaltamento e slittamento. Film presentato a Venezia e snobbato dai critici e accolto malamente anche dal pubblico. Peccato. Merita di più, molto di più.

lunedì 24 dicembre 2018

L'incidente – Joseph Losey

Anna fa perdere la testa a due amici, Stephen (Dirk Bogarde) e Charley.
è la fidanzata di un ex studente che va a salutare il vecchio professore.
Stephen e Charley sono due insoddisfatti, Charley si è separato, Stephen ha un amante (Delphine Seyrig).
Anna fa impazzire tutti.
la sceneggiature è di Harold Pinter, futuro premio Nobel  per la Letteratura.
il film è un gioiellino, con la forza di un thriller.
non trascuratelo - Ismaele







…Il prorompere delle pulsioni e dei sensi di colpa, segnalati dalla flessuosità dei suoni del sassofono sulle carni di Anna (per altro senza davvero scadere nello stereotipo), è faticosamente incastrato nei riti sociali, scaricato in giochi (il rugby nella hall di Robert Adam a Syon House) e dialoghi dai nervi a fior di pelle, squarciato dalle lamiere di un incidente perversamente liberatorio (anzi, più di uno).

…The film is put together as carefully as a Hitchcock. The plot depends on coincidences, timing and the resources available in the limited Oxford world. But it is also recognizably a work of Pinter in the way the story is revealed backwards, in scenes that are jigsawed together to make an emotional continuity instead of a straightforward story line.

…The drama is painstakingly underplayed, brilliantly acted (except for Sassard's wooden performance), its stylistic realism is smashing and its dialogue is spitefully provocative. The humor is in its morbid satirical view of how snobbish and pretentious academia can be and how foolish older men can get over a younger pretty woman. It's a dark film, with a jaundiced view of love that might not appeal to everyone. But its unbridled view of the stifling world of academia is brilliantly realized and shot, and it holds one's interest throughout because of its wit, its multilayered complexity and how absorbing it all is…

martedì 13 giugno 2017

The survivalist - Stephen Fingleton

in un futuro non troppo lontano gli umani hanno esaurito le fonti d'energia e ognuno per sé, l'altro è (quasi) sempre un nemico, che si allontana o altrimenti si uccide.
un umano vive nella sua capanna, con qualche pianta, utensile e ricordo.
due donne appaiono, lui non riesce a capire bene cosa fare, l'unica sopravvissuta, col bambino, cercherà un rifugio dove qualche comunità umana ha costruito i suoi muri, forse i precursori del paese raccontato da Volker Schlöndorff e Harold Pinter.
poche parole, molti sguardi e violenze.
una cronaca dal futuro, non trascurarla - Ismaele






… Un mondo bucolico quindi, un vecchio Nuovo Mondo, dove sto Survivalist, come un colono post Mayflower, si è appropriato di un minuscolo podere con annesso appezzamento di terra e produce da sé, a chilometro zero, lo stretto necessario per sopravvivere, cioè per continuare ad esercitare la sua professione. Siamo tutti sotto il cielo però, e anche lui lo è, nello specifico non ha fatto i conti con l’altra metà del cielo, una collega Survivalist, due colleghe Survivalist, madre vecchiaccia e figlia pubescente, ed ecco il triangolo: lui, lei, la suocera. Straordinario e nuovissimo triangolo per il cinema inglese, non ricordo infatti altri esempi fulgidi di coppia con contrappeso di parentame al seguito, e qui Fingleton decolla, perché mette in scena il machismo, il titanismo dell’uomo solo e resistente, in contrapposizione al matriarcato che pure sarebbe la cifra delle società primitive, primitive survivaliste. L’incontro di Adamo e di Eva nasce sul filo del baratto ovviamente, cresce sul piano degli ormoni, accoppiamenti belluini reiterati, e mammà a sentire tutto nell’altra cameretta della baracca, con occhi che tradiscono pensieri strani, lubrichi, assassini, non è dato sapere. È tutta una questione di baricentro, se il legame di sangue sia più o meno forte del legame di cuore, o di sperma…

Gli scenari post-apocalittici si offrono generosamente anche a pellicole dal budget basso e dai mezzi limitati. All’esordiente Stephen Fingleton e alla sua opera prima The Survivalist è bastato infatti un fitto bosco, una casetta di legno, un orto che ricorda i tanti “orti insorti” cittadini. Una dimensione minimalista, essenziale, a misura di tre personaggi provati dalla fame e dalla paura, scarnificati nel corpo e nell’anima.
Lo scenario distopico architettato da Fingleton si nutre delle performance attoriali e fisiche di Martin McCann, Mia Goth e Olwen Fouere, di una natura oramai tornata sovrana, di un comparto sonoro accuratissimo – non in presa diretta, ma con un certosino lavoro di (ri)costruzione dei suoni ambientali. E della messa in scena dello stesso Fingleton, che non si accontenta di scandagliare psicologicamente i tre sopravvissuti e le loro tesissime dinamiche, ma che impreziosisce The Survivalist con alcuni virtuosismi registici, in primis la sequenza della sparatoria: Fingleton utilizza in maniera magistrale l’altezza dell’erba, sottolineando ancora una volta il ruolo predominante della natura, e capovolge con un lento e calibrato movimento di macchina dall’alto il nostro punto di vista. In questo modo, il regista nordirlandese riesce a dare corpo alla spazialità, alla distanza così ridotta tra i due uomini, inversamente proporzionale alla crescente tensione. The Survivalist è fantascienza distopica (iper)umanista e (iper)realista percorsa da una tensione costante, come un thriller claustrofobico…

… Il contesto post-apocalittico si presta perfettamente alla messa in scena pura dell’essere umano, che diventa messa a nudo dell’individuo. La natura che sovrasta la figura umana, le fatiscenti oasi di fortuna, i silenzi prolungati e le scarne battute dalla forza ieratica (come ultime parole proferite da un’Umanità in perenne agonia) non fanno altro che suggerire una impasse irreversibile, il capitolo ultimo di una specie in via di estinzione, autodistruttasi con le proprie mani. “La fine di tutto è vicina Pietro 4-7” è l’epigrafe affissa all’entrata dell’accampamento dove si chiude questa storia tragica, ma è anche la consapevolezza dell’inarrestabile declino, mentre ancora ci si affanna a spremere la terra per il proprio nutrimento. Ciò che resta è il seme di un uomo sterile, che corrode ciò che lo circonda e si autofagocita con la sua voracità e la sua cattiveria, condannandosi alla fine ultima


domenica 11 giugno 2017

Il racconto dell’ancella - Volker Schlöndorff

tratto da un romanzo di Margaret Atwood, sceneggiatura di Harold Pinter, siamo in un mondo così lontano e così vicino al nostro, le donne conquistate sono animali da riproduzione o schiave o puttane, tutte attività che le padrone di casa non fanno più, si vive in quartieri protetti che neanche l'ambasciata Usa a Kabul, fuori c'è la guerra, ma non si sente niente, sembra tutto tranquillo, immutabile, sembra.

non sarà all'altezza di capolavori su storie simili, ma fa la sua figura - Ismaele





…Trasposizione non eccelsa del best-seller della Atwood, malgrado la penna di Pinter alla sceneggiatura. L'opera, un'utopia negativa che si pone sulla scia di testi fondamentali come 1984 e Fahrenheit 451 (pur rimanendone ad una certa distanza), lascia tuttavia il segno. Il sistema, che punisce spietatamente ogni digressione comportamentale, è stato creato ed è retto dagli uomini che sono, quindi i padroni di tutto. Le donne, che indossino il rosso delle ancelle, o l'azzurro delle matrone, o il marrone delle istitutrici-sorveglianti, o il bianco delle novizie, sono in realtà tutte schiave dei rispettivi ruoli in una società ritualizzata in ogni sua manifestazione (esemplare il "parto-party": in una villa, una ancella sta avendo un bambino; da una parte il coro scarlatto delle compagne che all'unisono simulano le doglie, in giardino le matrone, tutte in blu, che consumano cocktail e pasticcini congratulandosi con la padrona di casa, madre "ufficiale" del nascituro)…

In un futuro prossimo, dominato dal fondamentalismo religioso di matrice biblica, quasi tutte le donne sono diventate sterili (idea che verrà portata all'estremo ne I figli degli uomini). Le poche che possono ancora procreare vengono messe a disposizione delle donne di una casta superiore, che le fanno fecondare dai mariti e allevano i figli come fossero loro (allo stesso modo in cui le mogli dei patriarchi della Genesi Abramo e Giacobbe, non riuscendo a partorire, usavano le rispettive ancelle), ma covano in cuore l’odio per quelle che sono le “vere” donne dei loro uomini. Il soggetto di questa allucinante visione antiutopistica è ottimo, lo svolgimento non altrettanto: probabilmente la principale responsabilità è del regista Schlöndorff, un po' troppo teutonico, privo della visionarietà di un Gilliam…

…The world inhabited by these people looks more or less like our own. They live in suburban houses and drink whiskey in the den and plant flowers in the yard, and somewhere far away a war is raging, which they follow on television. The movie is a little vague about the conditions of the war and the society; this is not a political fable, like Orwell's 1984, but a feminist one. The purpose is to isolate, exaggerate and dramatize the ways in which women are the handmaidens of society in general and men in particular.
Childbearing is the movie's metaphor of choice. Children are seen as the rightful possession of a wealthy, powerful couple like Duvall and Dunaway, and of course adoption will not do; the male must father the child himself. The methods by which this takes place are perhaps intended as a satire on the ultimate reaches of the touch-me, feel-me movement; the wife (Dunaway) is present during conception as a sort of coach and spiritual godmother…


venerdì 12 settembre 2014

Breaking the Code - Herbert Wise

il film è stato girato nel 1996 per la tv inglese.
la storia è quella di Alan Turing, morto a soli 42 anni, nel 1954 (qui una piccola biografia)
ad interpretare Turing è Derek Jacobi, davvero un grandissimo attore.
appare anche Harold Pinter, in una piccola parte..
il film affronta la vita di Alan dal punto di vista umano e affettivo, in un’Inghilterra da inquisizione, in cui la moralità uccide.
cercatelo, davvero ottimo cinema - Ismaele


QUI il film completo sottotitolato in spagnolo


…It is frequently very funny, always compassionate and provides real insight into the dilemmas and problems homosexuality in a genius presents, not just to Turing but to his family, his professional colleagues, and not least The State's preoccupation with National Security - in the shape of one John Smith (Harold Pinter), the mysterious 'Man from the Ministry'…

Avec Derek Jacobi et le lauréat du prix Nobel de dramaturgie, Harold Pinter. Réalisé par Herbert Wise, le film est basé sur une pièce de théâtre 1986 par Hugh Whitemore. (1996)
« Breaking the code » est une biographie de l’mathématicien anglais Alan Turing, qui fut l’un des inventeurs de l’ordinateur numérique et l’une des figures clés de la rupture du code Enigma, utilisé par les Allemands d’envoyer des ordres secrets à leurs sous-marins dans la Seconde Guerre mondiale . Turing était également un homosexuel en Grande-Bretagne à une époque où c’était illégal, en plus d’être un risque de sécurité.

…Apart from the intrinsic interest of the subject, `Breaking the Code' is illuminated by a superb performance from Derek Jacobi (with a hint of his 'I Claudius' stammer) who brilliantly conveys not only Turing's fierce intelligence but also his enthusiasm for his discipline and his need to pass on this passion to his colleagues…

I'm not interested in mathematics. Or the history of the computer. Or indeed, homosexual politics. But I am concerned with the talents, vicissitudes, suffering, blossoming, and achievements of human beings. And this is a tale full of humanity - and drama, as that humanity, and the talents and nature of Alan Turing are beaten down. The assault and damnation of his sexual orientation amount to a pervasive crime. It's about as dramatic a dynamic as you can find. And at the centre of it all: Derek Jacobi's remarkable performance. Forget I Claudius and Hamlet, this is his finest hour. Characteristically, he effortlessly takes us into the heart of Turing and allows us to feel his cleverness and his pain. His tender, acutely-observed performance induces us to rage, rage against the moon as this heroic character is beleaguered by the mores of the era, and in doing so, the deft Jacobi has somehow made the example of Turing one to benefit, push and shame mankind, as well as to inspire it to greater aspirations. A magnificent story, a magnificent, classic production, and an insurmountable performance at its heart.