film d'impianto teatrale, che si regge sulle spalle di un grande Alan Bates (in una piccola parte appare anche Jessica Tandy).
un professore universitario in crisi, un tempo grande studioso ed esperto di T. S. Eliot, adesso chissà, vive pigramente cercando di lavorare il meno possibile, e inimicandosi, a ragione, tutti.
dialoghi impietosi, senza rete, di un personaggio che non sa più a cosa appigliarsi.
un film che merita (se lo trovate) - Ismaele
…Butley is one of the most affecting characters of modern theater. He
tries to bind people to himself with sarcasm, insult, and a merciless eye for
their vulnerabilities. Eventually, it seems, he always fails. But the way Alan Bates plays him (and Bates, who created the
role on the London stage, knows him as well as anybody), his mind is still
resilient and panther-quick, with a streak of saving humor. So we don’t pity
him, even though we should. He somehow doggedly weathers each crisis, and we
even feel a sneaky affection for him. Maybe that’s the way the role is written,
or maybe it’s because of the double-reverse charm Bates brings to it; I
couldn’t quite tell.
The film takes place during a day in an office shared by two English
instructors at Queen Mary’s College, London. One is Butley, who, as he
approaches middle age, has abandoned the difficulties of Eliot and taken up
nursery rhymes. The other is Joey, who began as Butley’s protégé, then became
his roommate, and then (after Butley’s marriage and separation) became his
roommate again. Joey is as meticulous as Butley is a shambles. Butley spends
his day in psychological warfare against the truths that would batter him down.
His wife tells him she intends to marry another man. Bad enough. But then Joey
acknowledges that he’s leaving, too also for another man. Butley faces being
left totally alone, and he fights back with wit, with obscenity, with insult,
with booze…
solo due (bravissimi) attori, Michael Caine e Jude Law e un testo di Harold Pinter, regia di Kenneth Branagh. e una terza persona, che non vediamo, la donna di entrambi, che sta arrivando. lei è l'oggetto del contendere dei due, e alla fine ne farebbero a meno entrambi. dialoghi straordinari e tante sorprese. due ore ben spese, promesso -Ismaele
…Perché un simile gioco di specchi, temi e allusioni “reggesse” senza
risultare prolisso era necessaria una squadra di prim’ordine. Cosa questa che
l’opera di Branagh ha decisamente avuto. Basato su una magnifica piéce di
Anthony Shaffer divenuta un film diretto da Mankiewicz nel ’72 con Laurence
Olivier e Michael Caine (nel ruolo che oggi è di Jude Law), lo script di Sleuth ha subito la
riscrittura del Premio Nobel Harold Pinter. Con uno sceneggiatore simile è
evidente che parlare di remake diventa riduttivo. Si pensi inoltre all’ottima
regia di Kenneth Branagh che ha giocato di semplicità e minimalismo, nonché
alle eccelenti interpretazioni dei due attori protagonisti. Se del talento di
Michael Caine si è ormai detto tutto ed è conclamato, non si può fare a meno di
restare colpiti invece dalla bravura di Jude Law. Con la sua interpretazione di
Milo Tindle fatta di fascino sessualmente ambiguo ibridato di fragilità e
arrogante opportunismo (del tutto diversa da quella di Caine nel film del ’72),
il giovane attore inglese è decisamente arrivato alla sua consacrazione
attoriale.
…La grossa
novità del suo "Sleuth - Gli insospettabili" sta nel testo teatrale
riadattato per l'occasione dal Premio Nobel per la Letteratura Harold Pinter.
Nell'adattamento troviamo tutto il teatro del drammaturgo inglese, visto che la
storia di partenza viene sintetizzata e asciugata in un dialogo a due tutto
giocato nell'abitazione di Wyke, un dialogo che è un baratro di parole ed un vortice
di retorica distruttiva, di frasi assassine e di intensa e cerebrale
manipolazione psicologica, un gioco a due sottile e raffinato. Se il testo di
Pinter è quanto di più teatrale ci abbia regalato il cinema degli ultimi anni,
dal canto suo Kenneth Branagh regala respiro cinematografico alla
storia, cercando in ogni modo di trovare una regia stimolante che sappia al
contempo raccontare e stupire per le sue trovate. Non sempre il gioco di
Branagh funziona, ma il suo è un lavoro fatto con grande impegno, e questo si
nota: basti guardare le inquadrature dell'incipit oppure tutto il gioco
metacinematografico con le telecamere di sicurezza. Michael Caine regge
con grande professionalità i ritmi forsennati della pellicola, ma Jude Law
(forse penalizzato da un look decisamente ridicolo) non riesce a tenere il
passo con il vecchio leone e, spesso e volentieri, pur regalandoci
un'interpretazione intensa e diversa dal solito, non riesce a tenergli testa.
… E' un film a due, un palcoscenico per le istrioniche prove di Caine e
Law. Sir Michael è come sempre sublime, e gareggia abilmente nel confronto a
distanza con Laurence Olivier, decretando un sostanziale pareggio, per quanto
lo stile dei due personaggi sia radicalmente cambiato: più sormione e
apparentemente divertito l'originale, più silente e macchiavellico quello di
Caine. Le smorfie di Andrew, o anche solo i penetranti sguardi nei momenti di
silenzio, sono un vero piacere per lo spettatore. La più grande scommessa di
tutto il progetto era forse la presenza di Jude Law, attore fino ad oggi
interprete di prove incostanti. Pienamente vinta, visto che, pur dimostrandosi
a tratti fin troppo eccessivo e sopra le righe, il buon Jude propone una prova
potente, donando al suo personaggio i giusti aliti di schizzata follia,
dimostrando come fino ad oggi le sue qualità d'attore non siano state
pienamente sfruttate. Il tutto si trasforma in una lotta titanica e primordiale
tra due uomini per il possesso e l'amore di una donna, ma non basata sulla mera
violenza fisica o la classica scazzottata di paese, bensì sul puro intelletto,
in un gioco perverso e matematico di cervelli che deve a tutti i costi avere un
vincitore. Come dice Milo a un certo punto "Tu hai vinto il primo set 6 a 0, ora tocca a me". Una sfida
mortale senza esclusione di colpi, corporei o emotivi. E' un film che manipola
lo spettatore, gli fa credere A, quanto la realtà poi si traduce in Z. E le
sorprese non mancheranno, poichè si susseguono incalzanti una dietro l'altra
senza nemmeno un minimo calare di tensione. Ottanta minuti (a dispetto dei 130
dell'originale, ed è un peccato molte scene cult dell'originale siano state
tagliate) da vivere mozzafiato, senza esclusione di colpi. A chi lamenta una
certa mancanza d'azione, se non in pochi disparati istanti, va fatto notare che
la vera tensione è tutta nei dialoghi e nei volti dei due protagonisti, capaci
di inquietare e spaventare più di qualsiasi violenza. Un gioco al massacro
perpetrato tutto all'interno (e per breve tempo anche all'esterno) della
tecnologica villa di Andrew, che diventa la terza protagonista del film, con i
suoi ambienti cupi tendenti al blu, e scarni nel mobilio come si fosse in un
deserto di corpi e anime. Per questo grande merito alla fotografia, capace di
incutere quel giusto senso di oppressione che una storia del genere meritava.
Lo stesso si può dire per la colonna sonora, ottenebrante e mefistofelica,
capace di donare una forte inquietudine tra gli accesi scontri verbali dei due
uomini. La regia di Branagh, e non è una novità, è sobria ed elegante, con
grande attenzione ai dettagli e alle inquadrature, che si ripetono a tratti per
far scorgere indizi sulla trama, e di grande impatto scenico, dal sapore
tipicamente teatrale ma che ben si adatta al grande schermo. Rispetto alla
pellicola di Mankiewicz vi sono molti più silenzi, a discapito di dialoghi
sparatissimi al fulmicotone, e il finale con riferimenti a una presunta
omosessualità dei due contendenti forse stona un po', ma, pur trovando svariate
differenze, il senso dell'originale è rimasto intatto. Non era facile
aggiornare e reinterpretare un classico del cinema, e pur non raggiungendone i
livelli, questo remake del nuovo millennio ne esce in maniera più che degna, e
forse permetterà a nuovi spettatore di riscoprire anche la pellicola del '72.
Perchè i remake, se fatti bene, servono anche a questo.
…non è il
finale che conta, è lo script di Pinter che importa perché è di rara bellezza,
di sofisticato acume e velenosa ironia. Il sarcasmo che i due gentiluomini si
scaricano addosso con la fredda gentilezza delle persone perbene è di
magistrale efficacia drammatica, dialoghi secchi come mazzate, umorismo di
grande raffinatezza e sottigliezza. Tenuti a distanza dall’overacting, Caine e
Law si rendono quasi consci della macchina da presa di Branagh, traslata dalla
realtà alla finzione dalle decine di telecamere che costantemente riprendono la
scena, registrandola, diventando così occhio partecipe e fredde testimoni degli
eventi che si svolgono nel teatro del massacro della lotta di classe, nel
costante vilipendio delle reciproche virilità, esondando nell’omosessualità
(ab)usata anch’essa come arma nei confronti del rivale, sfora nell’umiliazione
sado-masochistica che prende la mano e muta il tutto in una commedia nera del
grottesco, storia frammentata nei suoi stilemi e reimpastata follemente come
sono reinventate continuamente le identità dei due prim’attori. Una sorpresa, forse il film dell’anno, tecnicamente e
formalmente ineccepibile, asciutto e dotato di uno stile di grande impatto, si
esce divertiti e sorpresi e di questi tempi non è affatto poco.
… La
storia: il ricco e maturo scrittore di gialli Andrew Wyke (Michael Caine)
chiama nella sua villa settecentesca, ma con interni che sembrano uno showroom
di design e arte contemporanea, il giovane attore Milo (Jude Law), l’amante di
sua moglie, colui che gliel’ha portata via per sempre. Milo gli chiede di
divorziare, Andrew contrattacca con una proposta: ruba i gioielli di mia
moglie, io potrò intascare i soldi dell’assicurazione e tu, rivendendoli,
potrai ricavare quanto serve a te e a lei per vivere da ricchi. Non è che la
prima mossa di una complicata partita a due di inganni e controinganni, con
continui rovesciamenti e colpi di scena, con identità che si mascherano e si
rivelano a sorpresa. Chiaro che è un gioco al massacro, ma chi lo conduce? E
chi è il carnefice e chi la vittima? Il testo, già tesissimo in origine, viene
reso ancora più inquietante da Pinter. Michael Caine, che nel film di
Mankiewicz era il giovane amante, qui si cala nell’altro ruolo, in un ulteriore
ribaltamento e slittamento. Film presentato a Venezia e snobbato dai critici e
accolto malamente anche dal pubblico. Peccato. Merita di più, molto di più.
Anna fa perdere la testa a due amici, Stephen (Dirk Bogarde) e Charley. è la fidanzata di un ex studente che va a salutare il vecchio professore. Stephen e Charley sono due insoddisfatti, Charley si è separato, Stephen ha un amante (Delphine Seyrig). Anna fa impazzire tutti. la sceneggiature è di Harold Pinter, futuro premio Nobel per la Letteratura. il film è un gioiellino, con la forza di un thriller. non trascuratelo - Ismaele
…Il prorompere delle pulsioni e dei sensi di colpa,
segnalati dalla flessuosità dei suoni del sassofono sulle carni di Anna (per
altro senza davvero scadere nello stereotipo), è faticosamente incastrato nei
riti sociali, scaricato in giochi (il rugby nella hall di Robert Adam a Syon House) e dialoghi dai
nervi a fior di pelle, squarciato dalle lamiere di un incidente
perversamente liberatorio (anzi, più di uno).
…The film is put together as carefully as a Hitchcock.
The plot depends on coincidences, timing and the resources available in the
limited Oxford world. But it is also recognizably a work of Pinter in the way
the story is revealed backwards, in scenes that are jigsawed together to make
an emotional continuity instead of a straightforward story line.
…The drama is painstakingly
underplayed, brilliantly acted (except for Sassard's wooden performance), its
stylistic realism is smashing and its dialogue is spitefully provocative. The
humor is in its morbid satirical view of how snobbish and pretentious academia
can be and how foolish older men can get over a younger pretty woman. It's a
dark film, with a jaundiced view of love that might not appeal to
everyone. But its unbridled view of the stifling world of academia is
brilliantly realized and shot, and it holds one's interest throughout because
of its wit, its multilayered complexity and how absorbing it all is…
in un futuro non troppo lontano gli umani hanno esaurito le fonti d'energia e ognuno per sé, l'altro è (quasi) sempre un nemico, che si allontana o altrimenti si uccide. un umano vive nella sua capanna, con qualche pianta, utensile e ricordo. due donne appaiono, lui non riesce a capire bene cosa fare, l'unica sopravvissuta, col bambino, cercherà un rifugio dove qualche comunità umana ha costruito i suoi muri, forse i precursori del paeseraccontato da Volker Schlöndorff e Harold Pinter. poche parole, molti sguardi e violenze. una cronaca dal futuro, non trascurarla - Ismaele
… Un mondo bucolico quindi, un vecchio
Nuovo Mondo, dove sto Survivalist, come un colono post Mayflower, si è
appropriato di un minuscolo podere con annesso appezzamento di terra e produce
da sé, a chilometro zero, lo stretto necessario per sopravvivere, cioè per
continuare ad esercitare la sua professione. Siamo tutti sotto il cielo però, e
anche lui lo è, nello specifico non ha fatto i conti con l’altra metà del
cielo, una collega Survivalist, due colleghe Survivalist, madre vecchiaccia e
figlia pubescente, ed ecco il triangolo: lui, lei, la suocera. Straordinario e
nuovissimo triangolo per il cinema inglese, non ricordo infatti altri esempi
fulgidi di coppia con contrappeso di parentame al seguito, e qui Fingleton
decolla, perché mette in scena il machismo, il titanismo dell’uomo solo e
resistente, in contrapposizione al matriarcato che pure sarebbe la cifra delle
società primitive, primitive survivaliste. L’incontro di Adamo e di Eva nasce
sul filo del baratto ovviamente, cresce sul piano degli ormoni, accoppiamenti
belluini reiterati, e mammà a sentire tutto nell’altra cameretta della baracca,
con occhi che tradiscono pensieri strani, lubrichi, assassini, non è dato
sapere. È tutta una questione di baricentro, se il legame di sangue sia più o
meno forte del legame di cuore, o di sperma…
Gli scenari post-apocalittici si offrono
generosamente anche a pellicole dal budget basso e dai mezzi limitati.
All’esordiente Stephen Fingleton e alla sua opera primaThe Survivalistè bastato infatti un fitto bosco, una
casetta di legno, un orto che ricorda i tanti “orti insorti” cittadini. Una
dimensione minimalista, essenziale, a misura di tre personaggi provati dalla
fame e dalla paura, scarnificati nel corpo e nell’anima.
Lo scenario distopico architettato da Fingleton si nutre delle performance
attoriali e fisiche di Martin McCann, Mia Goth e Olwen Fouere, di una natura
oramai tornata sovrana, di un comparto sonoro accuratissimo – non in presa
diretta, ma con un certosino lavoro di (ri)costruzione dei suoni ambientali. E
della messa in scena dello stesso Fingleton, che non si accontenta di
scandagliare psicologicamente i tre sopravvissuti e le loro tesissime
dinamiche, ma che impreziosisceThe Survivalistcon
alcuni virtuosismi registici, in primis la sequenza della sparatoria: Fingleton
utilizza in maniera magistrale l’altezza dell’erba, sottolineando ancora una
volta il ruolo predominante della natura, e capovolge con un lento e calibrato
movimento di macchina dall’alto il nostro punto di vista. In questo modo, il
regista nordirlandese riesce a dare corpo alla spazialità, alla distanza così
ridotta tra i due uomini, inversamente proporzionale alla crescente tensione.The Survivalistè fantascienza distopica
(iper)umanista e (iper)realista percorsa da una tensione costante, come un
thriller claustrofobico…
… Il contesto post-apocalittico si presta perfettamente alla
messa in scena pura dell’essere umano, che diventa messa a nudo dell’individuo.
La natura che sovrasta la figura umana, le fatiscenti oasi di fortuna, i
silenzi prolungati e le scarne battute dalla forza ieratica (come ultime parole
proferite da un’Umanità in perenne agonia) non fanno altro che suggerire una
impasse irreversibile, il capitolo ultimo di una specie in via di estinzione,
autodistruttasi con le proprie mani.“La
fine di tutto è vicina Pietro 4-7”è
l’epigrafe affissa all’entrata dell’accampamento dove si chiude questa storia
tragica, ma è anche la consapevolezza dell’inarrestabile declino, mentre ancora
ci si affanna a spremere la terra per il proprio nutrimento. Ciò che resta è il
seme di un uomo sterile, che corrode ciò che lo circonda e si autofagocita con
la sua voracità e la sua cattiveria, condannandosi alla fine ultima
tratto da un
romanzo di Margaret Atwood, sceneggiatura di Harold Pinter, siamo in un
mondo così lontano e così vicino al nostro, le donne conquistate sono animali
da riproduzione o schiave o puttane, tutte attività che le padrone di casa non
fanno più, si vive in quartieri protetti che neanche l'ambasciata Usa a Kabul,
fuori c'è la guerra, ma non si sente niente, sembra tutto tranquillo,
immutabile, sembra.
non sarà
all'altezza di capolavori su storie simili, ma fa la sua figura - Ismaele
…Trasposizione non eccelsa
del best-seller della Atwood, malgrado la penna di Pinter alla sceneggiatura.
L'opera, un'utopia negativa che si pone sulla scia di testi fondamentali come
1984 e Fahrenheit 451 (pur rimanendone ad una certa distanza), lascia tuttavia
il segno. Il sistema, che punisce spietatamente ogni digressione
comportamentale, è stato creato ed è retto dagli uomini che sono, quindi i
padroni di tutto. Le donne, che indossino il rosso delle ancelle, o l'azzurro
delle matrone, o il marrone delle istitutrici-sorveglianti, o il bianco delle
novizie, sono in realtà tutte schiave dei rispettivi ruoli in una società
ritualizzata in ogni sua manifestazione (esemplare il "parto-party":
in una villa, una ancella sta avendo un bambino; da una parte il coro scarlatto
delle compagne che all'unisono simulano le doglie, in giardino le matrone,
tutte in blu, che consumano cocktail e pasticcini congratulandosi con la
padrona di casa, madre "ufficiale" del nascituro)…
In un futuro prossimo, dominato dal fondamentalismo religioso
di matrice biblica, quasi tutte le donne sono diventate sterili (idea che verrà
portata all'estremo neI figli degli uomini). Le poche che possono ancora
procreare vengono messe a disposizione delle donne di una casta superiore, che
le fanno fecondare dai mariti e allevano i figli come fossero loro (allo stesso
modo in cui le mogli dei patriarchi dellaGenesiAbramo
e Giacobbe, non riuscendo a partorire, usavano le rispettive ancelle), ma
covano in cuore l’odio per quelle che sono le “vere” donne dei loro uomini. Il
soggetto di questa allucinante visione antiutopistica è ottimo, lo svolgimento
non altrettanto: probabilmente la principale responsabilità è del regista
Schlöndorff, un po' troppo teutonico, privo della visionarietà di
un Gilliam…
…The world inhabited by these
people looks more or less like our own. They live in suburban houses and drink
whiskey in the den and plant flowers in the yard, and somewhere far away a war
is raging, which they follow on television. The movie is a little vague about
the conditions of the war and the society; this is not a political fable, like
Orwell's 1984, but a feminist one. The purpose is to isolate, exaggerate and
dramatize the ways in which women are the handmaidens of society in general and
men in particular.
Childbearing is the movie's metaphor of choice. Children are seen as
the rightful possession of a wealthy, powerful couple like Duvall and Dunaway,
and of course adoption will not do; the male must father the child himself. The
methods by which this takes place are perhaps intended as a satire on the
ultimate reaches of the touch-me, feel-me movement; the wife (Dunaway) is
present during conception as a sort of coach and spiritual godmother…
…It is
frequently very funny, always compassionate and provides real insight into the
dilemmas and problems homosexuality in a genius presents, not just to Turing
but to his family, his professional colleagues, and not least The State's
preoccupation with National Security - in the shape of one John Smith (Harold
Pinter), the mysterious 'Man from the Ministry'…
Avec Derek
Jacobi et le lauréat du prix Nobel de dramaturgie, Harold Pinter. Réalisé par Herbert Wise, le film
est basé sur une pièce de théâtre 1986 par Hugh Whitemore. (1996)
« Breaking the
code » est une biographie de l’mathématicien anglais Alan Turing, qui fut
l’un des inventeurs de l’ordinateur numérique et l’une des figures clés de la
rupture du code Enigma, utilisé par les Allemands d’envoyer des ordres secrets
à leurs sous-marins dans la Seconde Guerre mondiale . Turing était également un
homosexuel en Grande-Bretagne à une époque où c’était illégal, en plus d’être
un risque de sécurité.
…Apart from the intrinsic interest of the
subject, `Breaking the Code' is illuminated by a superb performance from Derek
Jacobi (with a hint of his 'I Claudius' stammer) who brilliantly conveys not
only Turing's fierce intelligence but also his enthusiasm for his discipline
and his need to pass on this passion to his colleagues…
I'm not interested in mathematics. Or the history of
the computer. Or indeed, homosexual politics. But I am concerned with the
talents, vicissitudes, suffering, blossoming, and achievements of human beings.
And this is a tale full of humanity - and drama, as that humanity, and the
talents and nature of Alan Turing are beaten down. The assault and damnation of
his sexual orientation amount to a pervasive crime. It's about as dramatic a
dynamic as you can find. And at the centre of it all: Derek Jacobi's remarkable
performance. Forget I Claudius and Hamlet, this is his finest hour.
Characteristically, he effortlessly takes us into the heart of Turing and
allows us to feel his cleverness and his pain. His tender, acutely-observed
performance induces us to rage, rage against the moon as this heroic character
is beleaguered by the mores of the era, and in doing so, the deft Jacobi has
somehow made the example of Turing one to benefit, push and shame mankind, as
well as to inspire it to greater aspirations. A magnificent story, a
magnificent, classic production, and an insurmountable performance at its
heart.