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sabato 10 maggio 2025

Black Bag - Doppio gioco - Steven Soderbergh

un film di spie abbastanza inaffidabile, come forse lo sono nella realtà.

un film con una sceneggiatura geometrica, dove tutto torna (forse).

un film elegante, glamour, perfettino, con interpreti bravissimi, ma allo stesso tempo un film gelido, a volta fa sorridere, i dialoghi sono perfetti, ma sembra più un film per chi lo fa, che per chi lo vede.

in un film di solito c'è qualche personaggio a cui si vuol bene e qualcuno che non si sopporta, in Black bag tutti i personaggi sono lontani, poco coinvolgenti per chi guarda.

a molti è piaciuto, magari anche a voi, provare per credere.

buona (a vostro rischio e pericolo) visione - Ismaele


 

…Con la precisione infinita propria di chi progetta mentre fa e rapidamente decide, Soderbergh pensa i suoi set (e anche Black Bag offre indicazioni in tal senso) come angoli di mondo sottratti al caos. Il doppio gioco è la minaccia di un mondo privo di senso (movimento) al quale il cinema con il suo complotto (e in tal senso si percepisce quasi un’eco rivettiana) restituisce razionalità - ossia possibilità di essere interpretato, letto e, in ultima analisi, visto. Così, mentre la percezione dell’immagine audiovisiva cambia radicalmente, Soderbergh compie il gesto più politico possibile: immagina un cinema dalle apparenze omologhe all’ambiente visivo contemporaneo, firmando in realtà un atto di resistenza.

da qui

 

Breve-metraggio (93 minuti) elegante e glamour, con cui Soderbergh, che ci racconta una spy-story iper tecnologica ambientata a Londra. Bravi Fassbender (ipnotico e glaciale) e Cate Blanchett (affascinante e velenosa), ma il film scorre via veloce senza emozioni e senza lasciare tracce.

Breve-metraggio (93 minuti) diretto con eleganza e grande attenzione alla fotografia da parte di Steven Soderbergh, che ci racconta una spy-story iper tecnologica ma anche molto glamour ambientata a Londra ai giorni nostri.

Fassbender è ipnotico e glaciale, Cate Blanchett affascinate e gelida, meno efficace la sceneggiatura che non va oltre un intreccio di doppi giochi messo in scena senza troppa originalità.

Filmetto frizzante e gradevole, ma scorre via troppo veloce senza lasciare tracce.

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Black Bag è un esempio cristallino di come Steven Soderbergh sappia piegare i codici del genere alla sua visione autoriale. La sceneggiatura di David Koepp è solida, elegante, un gioco sottile tra silenzi e rivelazioni. Soderbergh, da maestro della regia, usa la verità e la fiducia come veri motori narrativi, con una costruzione che non ha bisogno di effetti esplosivi per mantenere alta la tensione. Le scene a tavola, con i sospettati raccolti insieme, sono tra le più riuscite, piene di menzogne non dette, sguardi sottili e ambiguità palpabili. Cate Blanchett e Michael Fassbender, nei panni di George e Kathryn, portano in scena due personaggi mossi dall’ossimorico e controverso rapporto tra dovere e sentimento, con una chimica che rende ogni scena più densa e affascinante. La loro capacità di trasmettere l’incertezza, la fragilità, e il conflitto interiore è ciò che dà profondità al film. Black Bag è un film che non cerca di stupire con l’azione, ma che affascina per la sua capacità di giocare con il dubbio e la menzogna. Una lezione di spy thriller in 93 minuti, diretta da un maestro e interpretata dai primi della classe.

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Ma basta la ricercata aurea anglosassone bondiana (tra l'altro nel cast figura anche l'ex apprezzato Bond Pierce Brosnan) per rendere il film un'opera appassionante ed efficace a tener salda l'attenzione su un intrigo che si rivela complesso e quasi inestricabile?

Il mestiere consolidato di Soderberg è circostanza fuori discussione.

Ma anche la collaudata freddezza del cineasta nel trattare è sviscerare i rapporti tra i personaggi coinvolti si rivela una caratteristica costante anche in questo contesto, che rende lo snodo piuttosto meccanico e poco decifrabile. Gli attori coinvolti, tutti belli, ben vestiti ed azzimati, si adoperano a rendere più fitto il mistero in un contesto di caccia alla spia sin troppo verboso e poco decifrabile.

Più un impeccabile film-vetrina, che un'opera in grado di catturare sprigionando appeal e sentimenti di sincera empatia.

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…Qui siamo più dalla parte del blockbuster autoriale, elegante e irreprensibile, logico, liscio e raffinato. Ce lo dice innanzitutto la scelta del cast e come il regista lo impiega. Soprattutto nel caso di un Michael Fassbender di fincheriana memoria, sempre posato, gelido e instancabile, ma che aggancia il pubblico per la sua tendenza a cedere e a fallire. Soderbergh lo riprende con una perizia incredibile, cercando, con insistiti close up e ripetizioni in montaggio, delle inclinazione espressive del suo viso per creare i riferimenti geografici di una narrazione che sottopelle lavora con una tensione incessante.

Cosa accadrebbe se la logicità che tiene in vita il lavoro dei protagonisti e quindi anche il loro matrimonio dovesse venire meno? Se questa equazione che tiene collegati i due aspetti sacri delle loro esistenze non funzionasse più? Se la comunicazione tra i due mondi venisse interrotta da delle “Dark Windows”, così da non permettere più la trasparenza che tiene tutti i fattori insieme? Per dirla in modo banale: se la nostra coppia non riuscisse più a vederci chiaro tanto nel loro lavoro quanto nel loro matrimonio?  Che accadrebbe?

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Se vi aspettate una spy story convenzionale rischiate di perdervi già al primo checkpoint: Black Bag è un'opera glaciale e raffinatissima, dove l'intrigo sentimentale si intreccia a un vocabolario tecnico degno di un manuale per analisti della CIA (glitch, poli, black bag e tanti altri). Gli acronimi scorrono come champagne, ma l'effetto sul pubblico è decisamente meno effervescente. Sicché Il film finisce col chiedere molto allo spettatore: attenzione, pazienza (a dispetto della breve durata, appena 90 minuti: una rarità di questi tempi), dimestichezza con la logica dei servizi segreti… e una certa tolleranza per il tono cerebrale e rarefatto che lo attraversa dall'inizio alla fine. Soderbergh continua ad attraversare i generi con assoluta disinvoltura, costruendo stavolta un labirinto formale che affascina e respinge, un noir levigato come un'arma da collezione. L'universo visivo, dominato da ombre nette e geometrie precise, sembra quasi voler richiamare l'immaginario di Diabolik (a cominciare dalla simmetria con la coppia protagonista), ma privo di qualsiasi gusto per l'eccesso: qui tutto è sotto controllo, ogni movimento calibrato, ogni battuta cesellata fino all'astrazione. Il conflitto tra dovere e sentimento si gioca su piani così alti da sembrare scritti in codice. Anche l'amore, qui, ha bisogno di decrittazione. Il risultato è un film intellettuale, sofisticato, forse fin troppo. Un esercizio di stile che incuriosisce, ammalia, ma lascia anche un certo gelo addosso. Più che un thriller, un test di ammissione ai servizi segreti, o almeno a un cineclub molto selettivo.

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sabato 10 agosto 2024

Io zombo, tu zombi, lei zomba – Nello Rossati

un film fuori dal tempo, un gruppo di zombi vuole mangiare un po' di carne umana, ma tutti i tentativi non riescono.

un film divertente, simpatico, ma non troppo di più.

buona (zombesca) visione - Ismaele

 

QUI o QUI si può vedere il film completo


 

Dei tizi di varia estrazione sociale muoiono e diventano zombie in seguito ad un incidente. Aprono un albergo per divorare i clienti.

Oggi, un film come Io zombo, tu zombi, lei zomba fa quasi tenerezza. Inutile dire che, con degli attori di serie B, una sceneggiatura di serie D ed un regista di serie Z, non fa ridere. Se ne lamentò persino Montagnani...

da qui

 

Spezzo una lancia a favore di questo film. Non è certo un capolavoro ma a tratti è divertente e tutto sommato si fà guardà. Credo che il merito dell'operazione sia tutto di Renzo Montagnani, che riesce a far ridere con niente, gli basta un'occhiata e il tono della sua voce inconfondibile. In un' intervista aveva detto che questo film era una solenne vaccata. Nel complesso aveva  ragione, ma bisogna dargli atto che se questo film strappa qualche risata è tutto merito suo.

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domenica 21 luglio 2024

Dark Crimes - Alexandros Avranas

un film girato in Polonia, da un regista greco, con attori importanti, una storia contorta, e complicata.

ottimo Jim Carrey, ma in altri film è meglio, come pure Charlotte Gainsbourg.

un caso da riaprire, e può farlo solo Jim Carrey, poliziotto integerrimo, che però viene ingannato.

il film arranca, poteva dare di più.

buona (cupa) visione - Ismaele  


 

 

 

 

 

Il film concede a Jim Carrey un solo momento per dimostrare la sua caratura di attore drammatico con un collasso emotivo nel terzo atto. E comunque arriva alla scoperta della morte di qualcuno che è apparso solo in una scena singolarmente breve, lasciando il pubblico incapace di provare una qualche reazione empatica.

In definitiva, Dark Crimes illustra quello che accade quando una star sa di aver scelto un progetto scadente, ma è contrattualmente obbligata a spendere comunque il minimo sforzo, proprio come fa il resto della pellicola. Costellato di dialoghi prosaici utili solo a mandare avanti le lancette, questo progetto che ha coinvolto malauguratamente Jim Carrey chiede in silenzio di porre fine alle sue sofferenze a ogni battuta. Un sentimento quasi certamente condiviso da chiunque sia stato così avventato da arrivare fino alla ridicola conclusione.

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Di questo "Dark Crimes", infatti, ogni svolta è programmatica, ogni smorfia già consumata, ogni epifania annunciata, ogni dialogo corroso dall'eco di mille simili. Quasi catalogo di spunti da corso di scrittura creativa, il film di Avranas denuncia sornione la propria giocosa prevedibilità già nello scherzo della vittima - un depravato battezzato Sadowski, come si fosse in "Invito a cena con delitto" - e ammette il ricorso a un armamentario dozzinale di invenzioni per marcare ancor più, con un ghigno e un ammicco, la sua natura di oggetto-parodia di certo cinema e certo immaginario. Ed ecco, allora, una Polonia ovviamente sordida e incolore, un intreccio che lega un erotismo corrotto - e come potrebbe essere, altrimenti? - a imbarazzi famigliari, uno scrittore arguto e debosciato, dalla penna felice e la mente turbata, un agente segnato da un passato torbido, che potrebbe attendere quietamente il congedo e, invece, si getta in una rete che lo invischia.

Jim Carrey, occhio inquieto e pelo ispido, tradisce una certa inquietudine morale nei gesti; Charlotte Gainsbourg si produce nei consueti tic di nervoso erotismo. In definitiva, nessuno dei due pare aderire più di tanto al personaggio, ma val la pena domandarsi come altrimenti avrebbe potuto essere, date le premesse.

La regia di Avranas, dal canto suo, fa collidere questa parodia del thriller/noir cinico e dissoluto - che ha spesso abitato, con le sue maschere grezze e incarognite, gli schermi delle occasioni festivaliere - con una messa in scena, al solito, raggelata, di quadri fissi e geometrie spigolose. Se, però, con "Miss Violence", il gioco poteva ancora dirsi efficace per l'attitudine del greco alla produzione di immagini sì shockanti, ma tali da fare attrito con le consuete forme di rappresentazione e, dunque, capaci di denunciarne l'irriducibile mediocrità, in "Dark Crimes" esso non viene ad alcuna epifania, al punto che il marchiano epilogo ci appare come la definitiva beffa di un cinema condotto sotto il segno del dispetto.

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domenica 7 luglio 2024

Deadpool - Tim Miller

un film di supereroi per ragazzini, niente di memorabile.

buona (senza troppe aspettative) visione - Ismaele

 

 

 

Un personaggio in fondo minore, sincretico e derivativo già nella sua connotazione fenotipica: look da Spiderman, assenza di pietà da Punitore, poteri da X-Man e humour da nerd sboccato, Deadpool è un corollario di qualcosa che già esiste, un'appendice. Come a dover ribaltare questo handicap la trasposizione cinematografica diretta da Tim Miller si fa strada a colpi di fracasso esibizionista, come il più spavaldo e molesto degli invitati a una festa, che sceglie in fondo solo una via un po' più bizzarra del quarterback della squadra di football americano per ottenere lo stesso scopo, ossia le attenzioni delle fanciulle.
Fuor di metafora il target di Deadpool resta maschile, ma al di là di qualche battuta estrema anche se oggettivamente esilarante, il film si piega ben presto alla tradizione del genere, aderendo al più vetusto pattern sulle origini del supereroe e sulla resa dei conti (con contributo collettivo di altri supereroi) contro la sua nemesi creatrice. Svanisce così la cortina di apparente diversità di Deadpool, a cui non basta "rompere il quarto muro" rivolgendosi direttamente al pubblico, o ricorrere ad analoghi e vetusti espedienti, per convincere sulla sua effettiva natura di eversivo innovatore. Forse meglio accontentarsi di divertire chi sceglie di stare al gioco.

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Ben diretto e interpretato, totalmente e filologicamente fedele alla sua controparte cartacea, Deadpool sarà probabilmente apprezzato dai fans del personaggio, e più in generale dal pubblico che si ritrovi più in sintonia coi registri narrativi delle sue storie. Fin dai suoi titoli di testa, il film di Tim Miller esibisce un’autoironia aperta e consapevole, che gioca esplicitamente con lo spettatore e tende a catturare immediatamente, con semplicità e mestiere, la sua attenzione. È divertente ritrovare, nel film, riferimenti al cinema, alle serie televisive, ai fumetti, e in generale a tutta la cultura di massa degli ultimi 20 anni: il fare anarchico e amorale del personaggio, la sua attitudine giocosa tale da smontare un topos come quello della vendetta, risultano caratteristiche rare in un contesto standardizzato (e dai codici abbastanza rigidi) come quello dei comic movie. Ryan Reynolds, da par suo, legge il personaggio con la giusta carica espressiva e (soprattutto) fisica, adeguandosi al meglio al ritmo figurativo e “verbale” richiesto dalla sceneggiatura.

Il film di Miller, tuttavia, si affida un po’ troppo, e in misura eccessivamente scoperta e smaccata, agli ammiccamenti extratestuali e al “gioco” metacinematografico, reiterando questo meccanismo oltre ogni misura. Le citazioni, le strizzate d’occhio, le gag tese a smitizzare e demolire qualsiasi accennato senso di epica, debordano e invadono ogni frangente della narrazione: al punto da dare l’impressione che gli sceneggiatori si siano preoccupati di ribadire, a ogni piè sospinto, come il tutto non vada preso troppo sul serio. Un’insistenza velleitaria e priva di misura, che finisce per sottrarre freschezza al tutto, e gettare sulla storia un velo di artificio e forzatura. Eliminate quelle che, nel contesto della narrazione, restano delle mere sovrastrutture, di Deadpool resta un’esile, risaputa vicenda di amore e vendetta (pur declinata in chiave grottesca): un’esilità che fa sentire ancor più nettamente l’artificiosità dei vezzi sparsi nel film, il tentativo di giocare col materiale di base in modo così scoperto e gratuito da stimolare, a più riprese, un latente senso di noia. Noia che permane anche dopo l’immancabile, prevedibile e un po’ gratuita sequenza post-credits; una chiusura in linea con un intrattenimento piacevole quanto poco efficace quando si tratta di reggere la dimensione del lungometraggio.

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nel complesso Deadpool è un film abbastanza riuscito nei suoi intenti. Tutta la parte iniziale, una lunga scena d'azione scomposta, spezzettata e ricostruita attorno a brani di racconto, è davvero bella e molti altri passaggi del film mostrano un certo desiderio di inventarsi qualcosa. Il tono spumeggiante e consapevole funziona per la maggior parte del tempo e la scelta di accettare un rating R sul mercato americano apre le porte a un'evidente libertà totale non solo nel linguaggio scurrile e nella violenza (che certo non mancano) ma proprio nel lasciarsi un po' andare a quelle scariche d'assurdo che, da fan della prima ora di James Gunn, mi sono un po' mancate in Guardiani della galassia. Ecco, l'altro segno del mio gradimento nei confronti Deadpool va, in maniera tutto sommato azzeccata, anche al di fuori del film stesso. Ne ho apprezzato il ritmo, la comicità, la natura demenziale e delirante con cui approccia l'inserimento tra i film degli X-Men, le tante idee azzeccate e, banalmente, il fatto che dura meno di due ore. Ma soprattutto, ne sono uscito fantasticando su un (im)possibile Guardiani 2 con rating R in cui James Gunn fa davvero il James Gunn fino in fondo. E invece bisogna accontentarsi.

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mercoledì 26 giugno 2024

Caduta libera (Free Fall) – Malek Akkad

un'impiegata onesta riesce a scoprire un imbroglio di proporzioni enormi.

e siccome i truffatori sono persone poco gentili, diciamo, un killer va a tapparle la bocca, ma ha fatto male i conti.

buona parte del film, forse a causa del budget, è girato in un ascensore.

buona (claustrofobica) visione, se avete tempo - Ismaele


  

 

 

Soggetto non originale ma film di una certa presa. Evidente propaganda femminista della donna che sa combattere come un uomo e la spunta contro un energumeno assassino di professione. Ridicoli questi aspetti subliminali che inseriscono sistematicamente nei film. Oggi inoltre, a differenza di un tempo, i "cattivi" tendono a cavarsela, se non a prevalere, perché quasi sempre sono quegli stessi criminali del mondo reale finanziario e multinazionale che i film stessi li finanziano e ne decidono i contenuti, subliminali e non. Fatte queste considerazioni, film che desta, soprattutto nella prima parte, qualche interesse, che però resta abbastanza deluso da un finale ambiguo e sfumato poco soddisfacente.

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giovedì 28 marzo 2024

May December - Todd Haynes

una gara di bravura dei tre protagonisti, ma è tutto lì.

film freddo, noioso, una storia che non coinvolge, Todd Haynes ha fatto molto di meglio, senza dubbio.

buona (se non avete niente di meglio da fare) visione - Ismaele

 

 

 

…Tra i linguaggi e i toni della soap opera, Todd Haynes rileva abilmente la miccia capace di innescare dinamiche narrative proprie del thriller psicologico, se non addirittura del noir, sfiorando di tanto in tanto il melodramma, allontanandosene immediatamente, poiché maggiormente interessato agli psicologismi dell’inquietudine, dello sguardo e dell’attesa.

May December infatti, ancor prima d’essere un film di conversazioni – l’ottima sceneggiatura di Samy Burch e Alex Mechanik, ha ricevuto la nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, pur senza ottenerla –, è un film d’osservazione. Non è casuale che lo scopo della diva hollywoodiana interpretata dalla Portman, coincida con lo sguardo, o meglio, con l’assistere passivamente alla vita di Gracie Atherton-Yoo, che a sua volta vigila sulla presenza incessante di quest’ultima, dapprima di sottofondo e rilegata agli angoli – là dove i veri autori osservano – e poi sempre più centrale, protagonista e per questo temibile.

Il decimo film di carriera di Todd Haynes è un gioiellino, supportato da ottime prove interpretative curiosamente non considerate dall’Accademy, probabilmente per la dimensione minore di un film certamente singolare, capace di muoversi con maestria, leggerezza e tensione, dal dramma al thriller psicologico, fino al melò ed il true crime.

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Tra le tre performance, forse quella che emerge di più e che sorprende proprio perchè viene da un giovanissimo della recitazione, è quella di Melton. L’attore di Riverdale riesce a catturare in toto le sfaccettature del suo personaggio, conferendogli un’aria da belloccio dei tanto popolari young adult ma affibbiandogli anche un’aria costantemente desolata e malinconica, incerta nel suo trovarsi costantemente in bilico tra l’essere adulto e il tornare bambino. Il suo Joe è contemporaneamente appetibile e tenero, solare e angoscioso. Un personaggio vincente che si è auto-confinato in un terreno di isolamento totale, lontano dal tono camp della pellicola, dai colori vivi della sua fotografia e lussureggianti della natura che lo circonda. Forse è proprio attraverso il personaggio di Joe che Haynes riesce a sbugiardare i suoi personaggi, l’artificiosità dei loro comportamenti e del finto paradiso che si sono creati. Melodramma camp fino al midollo, l’ironia disturbante di Todd Haynes fa luce con May December sulle (s)proporzioni dei ruoli e dei valori famigliari di una realtà pervasa dalla finzione.

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Il cast di May December offre performance ineccepibili e capaci di rimanere impresse a lungo, il ritmo del film si fa via via sempre più incalzante in un crescendo appassionato, e in alcuni punti passionale, di emozioni, dubbi e sospetti senza mai la scure del giudizio. Non sta a noi giudicare, vuole dire Todd Haynes nel proporre senza un briciolo di retorica il ritratto allo specchio di una donna raccontata da un'altra donna, con tutti i trucchi reali e metaforici che entrambe indossano nelle loro vite private e personali. Un film maledettamente interessante, ossessivo, a tratti morboso ma capace di insinuarsi sotto la pelle e serpeggiare a lungo. Anche dopo il finale affidato a un metacinema in cui non è un caso che spunti il serpente della tentazione biblica, peccaminosa eppure irresistibile.

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Non ci sono vincitori in May December, ma solo sconfitti da un mistero senza soluzione, da un caso senza colpevole. La vittima più evidente diventa così proprio Joe, bloccato emotivamente, sentimentalmente e sessualmente in un’adolescenza che gli è impossibile abbandonare, e incapace di conseguenza di amare, desiderare ed essere padre. In una scena di straziante tenerezza, lo vediamo mostrare tutta la sua fragilità e la sua inettitudine con un figlio per il quale assomiglia più a un fratello maggiore, a cui dice con disarmante sincerità «Non riesco a capire se ci stiamo connettendo o se sto creando un brutto ricordo per te in tempo
reale, ma non posso farci niente
».

Todd Haynes si muove con lucidità e impudicizia fra questi diversi abissi umani, districandosi fra suggestioni e false piste e giocando anche con l’aspettativa dello spettatore, martellato da una colonna sonora di chiaro stampo thriller, che lascia presagire una scarica di violenza che non arriva mai. Lo fa plasmando ancora una volta il lato più torbido di Julianne Moore, già alle sue dipendenze in SafeLontano dal paradiso e La stanza delle meraviglie, qui alle prese con un personaggio con più di un punto di contatto con quello da lei interpretato per David Cronenberg in Maps to the Stars. Ma soprattutto lo fa con la sua personalissima cifra stilistica, indagando le torbide contraddizioni della piccola borghesia e tratteggiando le più travolgenti passioni e le più insopprimibili pulsioni all’interno di una cornice solo apparentemente algida…

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lunedì 28 agosto 2023

Un marito sospetto - Christophe Lamotte

una storia sbagliata, un assassino della sua famiglia se la cava e dopo un po' di anni ha una moglie e un bambino.

nel film se la caverebbe se non fosse per una poliziotta testarda come pochi.

niente di straordinario, ma facendo zapping su Raiplay capita di vederlo, e va bene così.

buona (morte della famiglia) visione - Ismaele

 

 

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

…Pur cambiando i nomi dei protagonisti della vicenda, il film è chiaramente ispirato ad un caso di cronaca nera, noto come il Massacro di Nantes, avvenuto nel 2011 e che ha sconvolto la Francia. Quell’anno, infatti, il 21 aprile furono ritrovati i corpi senza vita di cinque membri della famiglia Dupont de Ligonnès, a Nantes. Questi appartenevano ad Agnès e ai suoi quattro figli ArthurThomasAnne Benoit. Ad essere da subito sospettato dell’omicidio è stato il membro mancante della famiglia, ovvero Xavier, marito di Agnès e padre dei quattro ragazzi. Le vittime sono state drogate e poi uccise con un fucile lungo calibro 22 mentre dormivano, per poi essere seppellite sotto il patio nel giardino sul retro della loro casa.

Già dai primi giorni di aprile si iniziarono a notare strani comportamenti da parte della famiglia, che sembrava in procinto di trasferirsi. Xavier viene infatti visto più volte caricare l’auto con grandi bagagli e tutti i pagamenti in sospeso della famiglia vennero saldati in quei giorni. Dall’11 aprile Xavier inizia però a spostarsi in varie località della Francia, venendo avvistato o tramite telecamere di sorveglianza o tramite i pagamenti da lui effettuati. I vicini iniziano però a sospettare che il resto della famiglia sia ancora in casa e pertanto allertano la polizia, che il 21 aprile individuerà appunto i corpi. Da subito Xavier fu accusato degli omicidi, avendo inoltre acquistato diversi chili di calce nei giorni precedenti ed aver ereditato poche settimane prima lo stesso fucile con cui la famiglia è stata poi uccisa.

Quando il mandato d’arresto nei confronti di Xavier è stato emanato, però, di lui non vi era ormai più traccia. Probabilmente scappato definitvamente subito dopo aver commesso l’omicidio, Xavier non è infatti mai stato trovato, facendo di questo un caso irrisolto. Negli anni sono giunte varie segnalazioni di avvistamento, ma nessuna ha mai portato ad effettive conferme né di conseguenza a localizzare la posizione dell’uomo. Alcune teorie sostengono che Xavier possa essersi suicidato, ma se così fosse il corpo non è mai stato ritrovato. La polizia spera ancora oggi di individuare Xavier, ma è difficile se non impossibile stabilire in quale parte del mondo egli si trovi ora…

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Leggo recensioni severe e purtroppo non riesco a smentirle. Il tema teoricamente sarebbe interessante, ancorché già declinato in svariate salse, ma la sceneggiatura scricchiola, penalizzata da, buchi temporali,dialoghi banali e soprattutto da una scarsa introspezione psicologica dei personaggi, che invece costituisce il nodo centrale della vicenda: quanto e cosa si può capire circa l’indole di una persona, che si frequenta intimamente e per tanto tempo? Come è possibile, per una moglie, prendere una cantonata siffatta e scambiare l'incarnazione del male, per un esemplare marito e padre di famiglia?

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domenica 23 luglio 2023

Il criminale - Marcello Baldi

un film un po' strano, nel quale il protagonista è un aguzzino nazista delle SS braccato, dopo 20 anni dalla fine della guerra, che rischia di essere scoperto, e lo sarà, solo per salutare la vecchia madre alla stazione di Milano.

Salvo Randone bravo come sempre.

buona (nazista) visione - Ismaele




 

Girato da uno specialista in vicende bibliche, il film suscitò qualche discussione per via di un certo pathos assolutorio nei confronti dei criminali di guerra nazisti. Al di là di questa non del tutto infondata polemica, Baldi mixa con una certa abilità registri diversi (commedia corale, dramma, noir) in un crescendo di tensione fino al cupo finale. Ottima prova d’attori con un insolitamente serio Jack Palance, un grande Salvo Randone, un immancabilmente canagliesco Franco Fabrizi e una dolce e malinconicamente sensuale Yvonne Furneaux.

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domenica 2 aprile 2023

Il ritorno di Casanova - Gabriele Salvatores

un film nel film, un regista in crisi non riesce a terminare il film su Casanova, anche lui è in crisi perché sente avvicinarsi il tramonto della vita, come il regista, d'altronde.

gli attori sono bravi (come sempre, quindi prevedibili), in una specie di viale del tramonto di Salvatores.

Casanova è a colori, il regista in bianco e nero, e Balasso deve montare lui il film al posto di Servillo, in grande crisi.

Lorenzo (Guzzanti/Ghezzi) direbbe che il film arranchia.

non aspettarti niente, non sarai deluso (come diceva Alexander Pope).

buona (boh!) visione - Ismaele

 

 

 

Il film poi scorrerebbe anche bene, se solo avesse qualcosa da dire…

da qui

 

Quelle che compongono Il ritorno di Casanova sono tre diverse narrazioni che non convincono, che lasciano perplessi e che fanno ritenere come ben meritato il premio che l’evocata Mostra del Cinema di Venezia tributa al giovane regista rampante, le cui idee e soluzioni evidentemente riescono a convincere, e che tanto infastidisce il protagonista. In tutto il film si leva come straordinaria solo l’interpretazione dell’attore Bentivoglio, sia quando veste i panni di Casanova sia quando interpreta se stesso, ponendosi come alter ego, peraltro, come una sorta di subconscio del regista in crisi. È Casanova stesso comunque, il suo mito, buono in tutte le salse, a valere. Non altro.

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Leo Bernardi è un regista che non riesce a completare il suo ultimo film su Giacomo Casanova, in procinto di partecipare in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il suo montatore Gianni cerca di farlo uscire dall'impasse e da una depressione incipiente, mentre Leo si consuma fra due sentimenti che gli paiono inadatti ai sui 63 anni: la competitività con un giovane regista, Lorenzo Marino, osannato dalla critica e anche lui in predicato per il concorso veneziano, e l'amore per Silvia, un contadina volitiva e indipendente, molto più giovane di lui. Dunque Leo temporeggia, procrastina, è nervoso e distratto, agitato da sogni e visioni, impolverato come il Casanova che racconta, cui tutto appare "insensato e ripugnante" - a cominciare dal passaggio inesorabile del suo tempo di vita…

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domenica 4 dicembre 2022

Profezia di un delitto – Claude Chabrol

la cosa migliore del film è la struttura del film, c'è una tesi e tutto tende a dimostrare quella tesi.

poi però il film è un po' troppo meccanico, Jean Rochefort è il migliore, senza dubbio.

buona (profetica) visione - Ismaele

 

 

 

In viaggio per l'isola di Djerba (Tunisia) un ricco e sfaccendato svizzero (Rochefort) incontra un veggente tedesco (Fröbe) e apprende che sta per essere commesso un delitto. Lo svizzero si dedica così a una coppia di coniugi (Nero e Sandrelli) in crisi. Avviene un omicidio, ma non è quello previsto. Dal romanzo Initiation au meurtre di Frédéric Dard, uno dei film sbagliati di C. Chabrol anche se è, forse, il suo più teorico su temi cari a Orson Welles: il regista come mago e burattinaio, il cinema (e l'arte) come manipolazione delle apparenze e dell'esistenza umana, la precognizione spontanea. Si salvano i paesaggi tunisini e la flemma maligna di Rochefort.

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Chabrol in trasferta tunisina, indeciso fra il portare l'idea fino in fondo o giocare alla sua demistificazione. Un po' lento, e un po' forzato negli snodi decisivi. Rochefort bravissimo nel ruolo del manipolatore/demiurgo (evidente alter ego del regista), Fröbe dà un sapore di vecchio b-movie, le donne sono piuttosto bellocce, opinabile Franco Nero indigeno. Tutto sommato guardabile.

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Un Chabrol lontano dal suo habitat naturale e dai suoi temi classici vuole farci appassionare alle gesta di una coppia in crisi e di un prestigiatore / veggente in vacanza in Tunisia. Se l'ambientazione è sbagliata, la vicenda in sé ha connotati irrazionali ed extrasensoriali che lasciano il tempo che trovano, in un continuo gioco di rimandi e situazioni stucchevole fin da subito; l'aspetto però più deludente della pellicola è quello della costruzione psicologica dei personaggi, di solito sempre attenta nei lavori del Maestro francese ed invece pigra, se non addirittura inesistente, a questo giro. Neanche il cast di buon nome è utile alla causa: l'unico a salvarsi è Jean Rochefort nella parte del curioso svizzero interessato a far si che la profezia si realizzi.

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sabato 5 novembre 2022

Triangle of Sadness - Ruben Östlund

una storia in tre parti, nella prima due fidanzati bisticciano un po' per chi doveva pagare al ristorante;

nella seconda parte siamo su una crociera in un maxi yacht (preso in affitto dalla famiglia Onassis), i due fidanzati sono ospiti in un viaggio per ricchi, schifosamente ricchi, tra cui il re della merda e una coppia di anziani proprietari di una fabbrica di armi, il capitano è uno che lavora di controvoglia, la cosa più importante che fa è una gara di citazioni politiche con il re della merda.

la terza parte, la meno noiosa, è anch'essa banale, l'isola apparentemente disabitata vede un'inversione dei rapporti di potere e prestigio e forza dei sopravissuti al naufragio, la serva diventa padrona, ma questo non basta a farne un film sulla lotta di classe (ridateci SnowpiercerOld e Parasite!!!).

la fotografia è ottima, il resto banalotto, divertente, a volte, simpatico, a volte, niente più.

la carta da pacchi è molto bella, dopo averla scartata c'è un pacco.

vedere per credere, e, come dice Clint, le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue.

buona (sabbiosa) visione - Ismaele



 

Östlund imbocca la strada dello scontro di classe sulla scia di Parasite, cercando di ripeterne l’effetto ma senza la perfezioen del meccanismo messo a punto da Bong Joon-ho. Invece, cose e cosacce di massima sguaiataggine populistica, a strizzare l’occhio alla platea, ed ecco i riccastri che si mostrano nel degrado di corpo e psiche, vomitando, defecando, fino alla scena di un cesso che erutta letteralmete merda su tutto e tutti. Sghignazzi e applausi in sala, come no. Dallo yacht in avanti il film si smembra in una galleria di barzellettacce su cui tacere è bello. Con ribaltamento delle gerarchie sociali. Tutto scopiazzato da un’infinità di precedenti: cominciando da Travolti da un insolito destino (chissà cosa ne avrebbe detto la Wertmüller vedendosi così plagiata), proseguendo con Il signore delle mosche e tutte le edizioni possibili dell’Isola dei famosi sui peggio canali del mondo. Rispunta perfino il ricordo di un Lizzani primissimi Settanta, Roma bene, anche lì uno yacht di riccastri, anche lì con il karma pronto a colpire. Si sarà tirato in ballo, a proposito di questo obbrobrio made in Sweden (però girato in inlgese e mi pare sia la rima volta per Östlund) anche Buñuel. Vogliamo scherzare? Dove sta la leggerezza di Don Luis? Triangle of Sadness è pesante come un lastrone di marmo, è peggio che brutto, è ignobile per sguiataggine, per come asseconda le peggiori pulsioni del pubblico, per come pretende di fare la morale. E mi fermo qui.

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Il contributo all’argomento di Östlund passa attraverso la sua predilezione per la provocazione, le situazioni vagamente imbarazzanti, per i personaggi come per gli spettatori. Qualche volta a produrre il disagio sono i dialoghi, come quello iniziale, dove un ragazzo che ha pagato la cena alla fidanzata prova a chiedersi, e a chiederle, perché è così scontato che a tirare fuori la carta di credito sia sempre l’uomo. Ovviamente la discussione degenera in litigio, il che permette al regista di introdurre il tema centrale del film, nella fattispecie il condizionamento sociale determinato, sin nei rapporti di genere, dal denaro. In altre sequenze la dimensione provocatoria è  affidata alla presenza di corpi comici, ovvero eccessivi, quindi destinati a uscire fuori di sé: è il caso dell’episodio della crociera – la quintessenza di un mondo piramidale, con i ricchi (i passeggeri) in cima e i poveri, verrebbe da dire la servitù (camerieri, cuochi, ecc.), in fondo – che degenera in un’apoteosi finale di merda e vomito…

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È molto difficile essere delusi o scontenti dopo aver visto un film divertente tanto quanto lo è Triangle Of Sadness, facilmente uno dei più esilaranti ad aver mai vinto la Palma d’Oro a Cannes e anche all’interno del ben più ridanciano circolo dei film in uscita si distingue per la capacità di far ridere davvero, con grana grossa, vomito e diversi momenti di botte in testa, ma anche con dialoghi appuntiti, frasi fulminanti e ironie che arrivano di rinterzo nel cervello. Bravissimo. Ma questo terzo film di Ruben Ostlund non può essere definito in altri modi se non paccottiglia intellettuale o moneta culturale contraffatta. Versione da discount del cinema migliore, cioè più a buon mercato, meno impegnativa, sicuramente di minor resistenza al tempo. Ogni segno della presenza e del trionfo di questo tipo di cinema in un festival importante è un segno inequivocabile di decadenza…

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Meno comprensibile è come si possa continuare a ridere di scenette forzate e ripetute tra conati di vomito, cessi che spruzzano merda liquida, e tante altre facili amenità degne di un film natalizio di Boldi e De Sica. Qui si fa satira sui ruoli sociali, si dirà. Ma ciò non basta a rivalutare un film che tenta di ripetere la metafora di rivendicazione sociale di Parassite, e che sputa veleno sul mondo fatuo della moda e dei social.

Ma, se proprio andiamo a confrontare questo filmetto furbo sino alla più ovvia inconsistenza, con i primi film a tema che ci vengono a mente, sia che si pensi al Bunuel incontenibile de Il fascino discreto della borghesia, come al Bartel corrosivo di Scene di lotta di classe a Beverly Hills, sia all'ultimo sapido Altman di quel troppo dimenticato e sferzante (quello sì, altro che questo!) Pret-à-porter, ecco che, anziché farci venire le convulsioni dalle risa come è successo alla stragrande quantità del pubblico del festival, ci viene da piangere lacrime amare.

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domenica 1 maggio 2022

Non buttiamoci giù - Pascal Chaumeil

tratto da un romanzo di Nick Hornby girano un film così così, meglio se restava romanzo.

attori bravini, ma non si crea l'alchimia per un film come si deve.

qualche anno fa avevo visto un altro film con dei suicidi, niente di speciale anche allora.

buona (suicida) visione - Ismaele


 

 

 

 

….Tratto direttamente dall’omonimo bestseller della star inglese Nick Hornby, il film mi sembra riuscito solo a tratti. Mi spiego meglio. Alcune delle fasi della storia sono ben costruite e si sviluppano in maniera leggera e coinvolgente, è invece il legame tra queste che non funziona: a volte sembra non esserci proprio, mentre altre, anche se se ne percepisce la presenza, questa è davvero poco tangibile e comunque non in maniera sufficiente da poter essere funzionale e addirittura centrale nello sviluppo della trama e nella percezione da parte dello spettatore dei suoi significati. La commedia è comunque garbata e si fa apprezzare per alcuni spunti, in particolare da parte di Pierce Brosnan e soprattutto di Imogen Poots, con un futuro radioso davanti nel mondo del cinema a patto che sappia evitare di svendersi per portare a casa dei soldi che, oggettivamente, non sono ciò a cui un talento puro come il suo può e deve aspirare. Buona la fotografia e interessante la grafica usata per i contenuti testuali presenti in alcuni momenti nella pellicola. Adatto a tutta la famiglia e in particolare alle persone di età più elevata proprio perché in grado di sopperire con una forte immedesimazione alle lacune presenti nella storia. Gradevole.

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Adattato da un romanzo di Nick Hornby questo film di Pascal Chaumeil sembra rendere il servizio peggiore alla parola dello scrittore inglese, abitualmente saccheggiato dal cinema, presentandosi immediatamente come il peggior adattamento da una sua opera. Goffo nel procedere e puerile nello sviluppare personaggi incoerenti che si muovono in situazioni strabiche, Non buttiamoci giù non solo non serve il suo intento ma riesce a cadere in tutte le trappole più rischiose di un argomento spinoso. Raccontare il suicidio (o meglio l'istinto suicida) in una commedia non è cosa facile e Non buttiamoci giù ne è la perfetta dimostrazione. I quattro protagonisti, stretti tra loro dal legame creato dalla comune volontà di farla finita in una notte di capodanno, si comportano come vecchi amici in libera uscita, felici e spensierati attraversano piccoli drammi o storie d'amore e tradimento ricordando solo a tratti, in stonati momenti drammatici, di essere degli ex-suicidi. La contaminazione della commedia non riesce a bilanciare il sottofondo serio e drammatico, snaturandolo ogni 5 minuti, in una costante incapacità di mescolare i toni e i registri.
In questo non aiuta per niente l'idea di dividere il film in capitoli, ognuno con il nome di un personaggio e lasciando ad esso la narrazione di quel tratto. La suddivisione infatti è solo una facciata che regge i primi 5 minuti dopo la comparsa del nome del capitolo, passato quell'attimo il film continua a procedere come nulla fosse, senza aver cambiato punto di vista e senza porre maggior attenzione su quel personaggio, come se si trattasse di una frammentazione posticcia, aggiunta a film ormai terminato. Sensazione che ben descrive anche il resto delle soluzioni del film…

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… I tempi comici/drammatici, schedati dalla colonna sonora insignificante, dal montaggio televisivo e dalla regia anonima, sono tutti completamente sballati anche prendendo come riferimenti gli standard medio-bassi della roba proprinataci in televisione, perché né si ride né si piange né si prova alcunché. Ci si chiede piuttosto dove va a parere simile dispiego di attori di solito bravi (da Rosamund Pike a Sam Neill) in bassezze cinematografiche del genere. 
Se poi nel romanzo l'ironia era abbastanza acida, per non dire macabra, essendo in stretto contatto con i protagonisti (tanto da prenderli sul serio solo relativamente) e la loro depressione, qui il sarcasmo non scalfisce nemmeno da lontano il politically correct, e non bastano i vezzi di Imogen Poots per dare al film un aspetto biricchino, tutto è già sepolto come terra arida e inerte. Non siamo nemmeno nell'insulso, nel ridicolo involontario o in qualcosa di essenzialmente sbagliato: è semplicemente tutto un trionfo di banalità e di ingenuità, né più né meno. L'invadenza mediatica rappresentata non sembra nemmeno da lontano un vero problema, e la simpatia nei confronti dei personaggi non attacca nemmeno un attimo, forse perché alla fine sono tutti dannatamente buoni anche se sono pedofili, drogati o semplicemente soli. Didascalico piattume, siamo immersi in una drammatica indifferenza.

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Una visione di "Non buttiamoci giù" per me era in un certo senso "obbligatoria" perché qualche anno fa avevo letto il libro omonimo di Nick Hornby: senza volerne fare una critica letteraria, potrei dire che il romanzo lascia trasparire una forte personalità di scrittore, è molto ricco di riferimenti artistici e soprattutto musicali e tratta con disinvoltura temi difficili come la depressione e il fallimento in chiave di "black comedy", ma è anche piuttosto faticoso nella narrazione che segue i pensieri dei quattro protagonisti e si perde in alcune divagazioni superflue. Purtroppo, il film sembra ereditare soprattutto i difetti del testo, perdendo per strada pure l'ironia spietata che risulta una delle arme vincenti di Hornby. La storia dei quattro aspiranti suicidi che si aiutano a vicenda in un patto di mutuo soccorso sembra piuttosto forzata fin dall'inizio, con situazioni e snodi narrativi che restano in superficie, anche se non manca qualche discreta intuizione qua e là (l'ansia materna di Toni Collette verso il figlio disabile è resa in maniera convincente). La narrazione a focalizzazione multipla del libro è appena accennata e la parte della vacanza in una località tropicale occupa fin troppo spazio; buono però il finale con l'idea della chat su internet. Nel cast Pierce Brosnan è scipito, la Collette ripete il suo solito personaggio di sfigata, Aaron Paul bamboleggia mentre Imogen Poots riesce a dare un po' di pepe al personaggio di Jess. Non il disastro totale riportato da molti critici, ma comunque una delusione.

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Il gruppo di misfits con le sue singole problematicità messe in campo, non riesce a trovare un afflato comune ma è utilizzato per mischiare due registri, quello comico e quello più drammatico che complessivamente stona e confonde la reale portata della volontà del gesto. Lo spettatore fino all’ultimo non percepirà mai a fondo le cause, i tormenti, le circostanze esistenziali o mentali dei quattro. Un po’ di rimmel che cola dagli occhi di Jess, le fatiche e la routine dedicata ad un figlio disabile, uno scandalo giudiziario e un mal de vivre mai catturato da una telecamera impersonale (che ripiega in sequenze intime e riflessive con accompagnamento musicale) imbastiscono un affresco sulla possibilità e la speranza non toccando veramente e profondamente le corde morali e intime di chi di quel dolore dovrebbe percepirlo e dunque comprenderlo.

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