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venerdì 15 maggio 2026

Zappa - Alex Winter

un film che ci voleva, per ricordarci di Frank Zappa, grande uomo e grandissimo musicista, un fuoriclasse.

un film da non perdere.


ps: qualcosa su Frank Zappa:

qui e qui



 

 

 

 

Si attendeva da decenni un documentario che mettesse il punto su una delle personalità più sfuggenti e inafferrabili della galassia rock - dove rock è inteso in senso molto lato, visto che si potrebbe definire Zappa anche compositore di musica contemporanea o classica. Zappa assomiglia molto al raggiungimento di quell'obiettivo, grazie alla possibilità privilegiata di accesso al materiale della Zappa Family di cui ha goduto il regista Alex Winter. Oltre ad aver composto una quantità enorme di musica, infatti, Frank Zappa ha anche collezionato e conservato filmini, video, registrazioni e ogni genere di documentazione audiovisiva. Grazie a questa miniera di opportunità, Winter ha potuto lavorare su un montaggio serrato di materiali e testimonianze, per raccontare la storia della vita di Zappa e unire i puntini dove manca una linea ben marcata…

da qui

 

C'è un aggettivo che ricorre spesso nel documentario che Alex Winter, già autore di Downloaded, ed è weird. Weird come strano, bislacco. Perché Frank Zappa - il più grande e talentuoso musicista del Novecento - strano lo era davvero agli occhi di quei benpensanti contro i quali si accaniva il sarcasmo dei suoi testi. La forza del documentario di Winter - al quale la vedova di Zappa ha aperto i giganteschi archivi del marito - sta nel concedere molto proprio alla dimensione umana del chitarrista di Baltimora, senza ovviamente tralasciare quella squisitamente artistica. Per gli orfani di Zappa, il film di Winter è un'autentica manna che propone una quantità di materiale inedito da indigestione, tanti sono i filmati privati, quelli giovanili o quelli drammatici durante la malattia che diede la morte a Zappa a soli 52 anni, da richiedere più di una visione. Dentro c'è proprio tutto e questo è anche il limite (forse l'unico) del film: non fai a tempo a fermarti su un'immagine, una frase, un brano musicale, che già vieni catapultato altrove. In questo "tutto" ci sono l'infanzia povera, la passione giovanile per gli esplosivi, la musica che irrompe nella vita del nostro soltanto intorno ai 14 anni, il racconto di sei mesi di prigione per avere scritto la colonna sonora per un film porno (America parruccona e sessuofoba!), il perfezionismo maniacale, l'avversione radicale nei confronti della droghe, la sigaretta - al contempo - perennemente accesa, il rapporto con le altri arti (Lenny Bruce, il disegnatore Cal Shenkel e l'animatore Bruce Brickford, autentici maverick come lui), lo sberleffo costante nei confronti dell'industria musicale (la cui epitome fu la copertina di We're only in it for the Money, caricatura del beatlesiano Sgt. Pepper's, sulla quale campeggiava anche Jimi Hendrix). Né mancano gli episodi privati, dalla frattura alla gamba causatagli da un esagitato durante un concerto, alla nascita dei quattro figli. E c'è inevitabilmente il Zappa musicista, quello in grado di scalare le classifiche con una canzone come Valley Girl, di scrivere pezzi complicatissimi come Black Page (il titolo deriva dalla quantità di nero presente sul pentagramma) o di pagare di tasca propria un'intera orchestra (la London Symphony Orchestra, mica robetta) pur di sentire eseguire la propria musica come si deve. Zappa era tutto questo e il film, pur in un montaggio serratissimo, riesce a raccontarlo: un workhaolic capace di sfornare musica a getto continuo, un genio irriverente, refrattario a qualsiasi censura, un libertario autarchico (fu il primo musicista a metter su una propria etichetta discografica) dalla dialettica sopraffina e dal carisma smisurato, il cui mito, a più di un quarto di secolo dalla sua morte, è più vivo che mai.

da qui

 

 



sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

da qui

 

 

Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

da qui

 

Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

da qui

 

Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

da qui

 

Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

da qui

 

 

  


lunedì 16 febbraio 2026

in pochi cinema, l'undici febbraio 2026

è stato proiettato Disunited Nations del regista francese Christophe Cotteret, con Francesca Albanese.

Distribuito da Mescalito film, il lungometraggio Disunited Nations racconta il fallimento del diritto internazionale e delle Nazioni Unite partendo da un fatto: la denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza fatta da Francesca Albanese nel marzo 2024.

Nel marzo 2024Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato un genocidio a Gaza. Seguendo i suoi passi tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, questo documentario ci porta nel cuore della crisi delle Nazioni Unite, messa di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili. Attraverso intervistemateriali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionaleinformazione e potere, mostrando come l’ONU e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva: l’Organizzazione saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita?

da qui


chi l'avesse perso può vederlo qui, su Artetv, fino al 15 marzo 2026.

mercoledì 11 febbraio 2026

Nella colonia penale - Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana

nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.

i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.

vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.

ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.

un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.

buona (penale) visione - Ismaele

 

 

Note di regia

Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità, in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente addentro, poiché ne è diretta espressione.

da qui

 

In Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.

A Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.

Nell’ex colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte all’essere umano.

Nella colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.

da qui

 

…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina dell’album We’re Only in It for the Money Frank Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.

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…Un elemento costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.

A: L’animale è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella riserva.

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Nella colonia penale, come si è detto, è un puro e rigoroso documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei “mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della lotta alla criminalità organizzata.

da qui

sabato 31 gennaio 2026

Quo Vadis, Sardinna? - Antoni Cònzu (Antonio Congiu)

il film di Antoni Cònzu è costituito "solo" da interviste, montate in modo efficace, per raccontare al mondo cosa succede in Sardegna con le pale eoliche.

chi lo vede capisce tutto, o quasi.

se posso, consiglierei di integrare con la lettura del libro di Maurizio Onnis, Il candidato, allora chiunque capirà tutto, di questa brutta storia di colonizzazione, economia tossica e distruzione ambientale irreversibile e saprà da che parte stare*. 

il film è difficile da vedere, lo porta il regista (qui la sua pagina) dove lo si vuole vedere.

cercatelo e soffrite tutti.

buona (ventosa) visione - Ismaele

 

 

 

…L’opera di Conzu è una sequenza di interviste intervallata da immagini e musica che dura quanto un film: un’ora e venti minuti!

La cosa notevole è, però, che il regista ha toccato TUTTI gli attacchi al territorio e all’identità che stanno investendo la terra sarda. Non solo la speculazione energetica, dunque, ma anche il colonialismo industriale e militare e la minaccia delle scorie nucleari.

Come sapete, non sono nata in Sardegna, ma sento di appartenere profondamente a questa terra nella quale oramai sono radicata da anni e ritengo sia un DOVERE difenderla. Un DOVERE che mi attraversa il cuore e mi sferza l’anima.

Consiglio a tutti la visione del lavoro di Antoni Conzu per sviluppare una consapevolezza a tutto tondo di ciò che sta accadendo in Sardegna e al popolo sardo…

da qui

 

 

qui)

Qui canta Pete Seeger

Qui canta Billy Bragg

 




venerdì 9 gennaio 2026

Cover-up – Laura Poitras e Mark Obenhaus

Seymour Hersh avrebbe potuto subire l'esilio e la prigione come Julian Assange, ma per fortuna sua e nostra è andata bene.

il film documentario ricorda, a chi non lo sa ancora, la grandezza di quel giornalista senza paura.

un film che merita.

buona (Hersh) visione - Ismaele


 

 

Cover-Up è un film sull’impunità sistematica che ci ha portato dove siamo oggi e sul ruolo essenziale di una stampa libera e critica. Ho contattato Sy per fare un film per la prima volta nel 2005. Ero appena tornata da un viaggio per documentare la catastrofica guerra americana in Iraq e volevo fare un film sul fallimento della stampa statunitense dopo l’11 settembre. I suoi reportage critici sulla guerra, in particolare sulle torture ad Abu Ghraib, erano una rara voce di dissenso nei media. Sy mi ha gentilmente invitato nel suo ufficio in Connecticut Avenue, dove sono entrata in una macchina del tempo con blocchi di appunti che sfidavano la gravità impilati su ogni superficie. Nella mia mente c’era già un film. Sy ha detto di no. Doveva andare fino in Europa per incontrare fonti che vivevano a due passi da casa sua a Washington e filmare era troppo rischioso. Ho continuato a chiederglielo finché non ha accettato." (Laura Poitras)

"Il giornalista Seymour Hersh ha la reputazione di essere un lupo solitario. Eppure in un modo o nell’altro siamo amici e collaboratori occasionali da oltre trent’anni. E da anni avevo il desiderio di fare un film su di lui. Un desiderio diventato sempre più urgente con l’aumentare delle forze schierate contro il giornalismo investigativo a livello globale. Sy, a mio avviso, è un esempio del ruolo del giornalismo investigativo nell’interrogare i potenti e nel plasmare la storia. Cover-up è un ritratto di questo reporter iconoclasta e del suo posto unico nel pantheon del giornalismo americano." (Mark Obenhaus)

da qui

 

…Il pregio maggiore del film sta nel suo valore contemporaneo. Non è un documentario storico, ma un intervento politico sul presente. In un’epoca in cui, ad esempio, la richiesta di trasparenza sul caso Epstein si riduce allo slogan “Release the files!”, Hersh ci ricorda che i file non verranno mai pubblicati spontaneamente: serve un giornalismo che scovi ciò che il potere non vuole rendere pubblico.

Dopo il Leone d’Oro del 2022, Laura Poitras conferma la sua capacità di intrecciare la memoria del passato con le urgenze del presente. In Cover-Up, insieme a Mark Obenhaus, costruisce un ritratto che è insieme biografia, lezione di giornalismo e invito all’azione.

La riflessione finale di Cover-Up è amara ma necessaria: l’insabbiamento non è un’eccezione, è la regola. La democrazia ha bisogno di reporter che rompano questa regola. In assenza di un Hersh, di un Woodward o di una Poitras, la verità rischia di restare invisibile.

da qui

 

Poche ore prima della stesura di questa recensione il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, dopo aver rapito il Presidente del Venezuela, che d'ora in poi saranno gli Stati Uniti ad amministrare il Venezuela, in primis grazie alle compagnie petrolifere statunitensi che si occuperanno del petrolio venezuelano. Pare quindi un momento quanto mai opportuno per guardare "Cover-Up", l'ultimo documentario della sempre efficace Laura Poitras (in collaborazione questa volta con Mark Obernhaus).

Il film si occupa infatti della singolare figura di Seymour Hersh, forse il giornalista investigativo più famoso degli Stati Uniti, che dal 1967 si occupa di rivelare il modus operandi del governo statunitense (e in particolare del suo esercito). Il rilievo di Seymour Hersh è infatti tale che ripercorrendo i suoi reportage si assiste a una sorta di controstoria degli Stati Uniti, utile a inquadrare il presente. Appena trentenne racconta degli esperimenti sulle armi chimiche e batteriologiche, e sulla popolazione civile statunitense involontariamente coinvolta; il momento che ne definisce la statura arriva due anni dopo, quando porta alla luce il massacro di My Lai, in cui l'intera popolazione di un villaggio vietnamita, abitato – come capita in tempo di guerra - esclusivamente da anziani donne e bambini, viene brutalmente sterminata da soldati statunitensi…

da qui

 

Il massacro di Mỹ Lai, il sostegno al golpe cileno, le torture di Abu Ghraib e persino le clamorose sbandate su JFK: la carriera di Hersh viene scomposta per buona parte in ordine cronologico, senza lesinare sui biografismi che tentano di tratteggiare, banalmente, l’uomo dietro il professionista. Per circa metà della durata la ricostruzione effettuata dall’inedita coppia di registi è compatta, con micro e macronarrazione che aderiscono l’una all’altra complementarmente, rette dalla foga del protagonista – e vero narratore di ogni traccia storico-tematica – che tiene un ritmo nervoso e preciso nel ripresentare per l’ennesima volta daccapo i casi che hanno scandito la sua parabola giornalistica. O meglio, stavolta Hersh non è chiamato a illustrare il lavoro di ricerca quanto il dietro le quinte dello stesso, a chiarire cioè il mestiere, la tecnica artigianale dietro l’anatomia delle verità scomode. E non serve certo l’intuito dell’investigatore per comprendere la scelta del titolo: “cover-up” significa insabbiare, insabbiamento; Laura Poitras tenta di edificare un grande ritratto delle strategie del potere per nascondere i suoi stessi misfatti, della sua innata tensione alla trasgressione, senza tuttavia mai nemmeno intaccare la profondità dell’intuizione pasoliniana dell’anarchia del potere, tanto per calibrare l’opera in questione con un riferimento più fecondo…

da qui

 

giovedì 15 maggio 2025

Les maîtres fous – Jean Rouch

 nel fine settimana, in Ghana, un gruppo di umili lavoratori, sotto la (maledetta) colonizzazione francese, s'incontrano in una campagna fuori della capitale e improvvisano (?) una "recita" nella quale i partecipanti elaborano il lutto di trovarsi sotto i padroni francesi.

davvero interessante! - Ismaele




Come direbbe Michel Leiris: “Due culture sembrano fondersi in un affascinante, ambiguo abbraccio, soltanto perchè l’una possa infliggere all’altra una più evidente negazione” (Frele bruit). “I maestri folli” (Les maitres fous) è un documentario girato in Ghana nel 1955 dal regista francese Jean Rouch, qui sottotitolato dal nostro sito “filosofiprecari”. Mostra le pratiche rituali di una setta religiosa nata negli anni del dominio coloniale. Nell’appezzamento del loro gran sacerdote, dopo una confessione pubblica dei peccati, gli adepti iniziano il rito della possessione. Convulsioni, tremiti, respiro affannoso: comincia l’imitazione della struttura sociale dei bianchi. Stati di parossismo psicologico che ricordano rituali endorcistici ed esorcistici di molte religioni e culture del mondo… sono i segni dell’arrivo degli “spiriti della forza”, spiriti che hanno i nomi dei dominatori bianchi: il “caporale di guardia”, il “governatore”, il “dottore”, il “conducente di locomotiva”… Il culmine della cerimonia si ha con il sacrificio di un cane che sarà poi mangiato dai “posseduti”. Il giorno dopo, gli iniziati tornano alle loro occupazioni quotidiane…

da qui


sabato 26 aprile 2025

Calcutta - Louis Malle

nel 1969, tre anni prima di Michelangelo Antonioni, Louis Malle gira in Asia, a Calcutta.

la vita di quell'immensa città si vede, si ascolta, mancano i brutti odori, ma s'immaginano.

quella città fondata dagli inglesi (il Signore li maledica) è piena di poveri, di miserabili, di malati, di schiavi, che a volte riescono a sorridere.

un film documentario come pochi.

buona visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 

 

In “Calcutta” Louis Malle gira con la sua macchina da presa: riprende, testimone di quello che gli passa davanti. Una ripresa realistica, senza mai giudicare, senza nessuna forzatura o costruzione, senza mai volere ricreare certe situazioni … un documento, una testimonianza quanto più reale e concreta di Calcutta.
Certo la macchina da presa non passa inosservata e da osservatore si accorge ben presto di essere osservato ed ecco che decide di fare degli sguardi, dei primi piani il motivo dominante del documentario.
Oltre alle immagini si sentono i suoni e rumori di Calcutta, la sua voce fuoricampo di Louis Malle si sente raramente, solo quando è necessario aiutare lo spettatore nei repentini cambi di scena o le specifiche situazioni lo richiedono.

Louis Malle proveniva dal documentarismo e prima di allora aveva lavorato con l’oceanografico Jacques Cousteau. In questo documentario la sua ripresa è quanto più possibile vicino alla realtà, evitando manipolazioni  per tradire o sfigurare la realtà. Il regista non da indicazioni e a parte la lunga ripresa del documentario, il suo lavoro si limita nel montaggio a circoscrivere l’enorme materiale all’interno dei tempi cinematografici.

Quello che appare è una quotidianità dura, una lotta per la sopravvivenza, dove la morte si confonde con la vita, il matrimonio con il funerale. Folle di fedeli e di mendicanti per strade brulicanti, treni stracolmi, manifestazioni femministe, marce di protesta di operai o studenti, abitazioni fatiscenti, bidonville, mancanza di igiene … ma anche i suoni, la magia, i colori, il fascino delle tradizioni, della quotidiana ritualità, di etnie diverse, di canti, danze, di sentimenti e di persone che si riuniscono per festeggiare.

Un documento che non può lasciare indifferente, perché confonde lo spettatore, lo attira ma anche lo respinge come un elastico che si tende e si rilascia, così è per lo spettatore… 

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At the end of this cyclical coverage of Calcutta, one is left with a feeling of the crowded, cacophonous, almost lurid conditions of life in Calcutta. Since Calcutta was not an ancient Indian city, but was created as a service centre for British imperial interests, Malle is evidently castigating the West for creating these monstrous, inhuman conditions and not rectifying the faults that linger on. This is a fairly grim viewpoint, seen by an outsider, and it is one that might not be shared by Indians aware of the rich Bengali traditions and culture. Still, the film is a fascinating record, because Malle was one of the first people to get out on the streets and make movies about life as it existed there. He had amazing access to a wide spectrum of city life in Calcutta, and the images are not staged or faked. Malle’s interesting kaleidoscopic perspective is still available on film, as it was forty years ago, for anyone to see and make of it what he or she will. For Malle, and for Mehta and Kipling, too, Calcutta may have been “the city of dreadful night”. Whatever perspective one takes, though, we are still trying to understand and learn, as Malle was, from what seems to be an alluring phantom.

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sabato 22 marzo 2025

Daguerréotypes – Agnès Varda

cinema-verità per Agnès Varda.

la regista abitava in rue Daguerre e i suoi vicini, gli esercenti dei negozi della via, sono i protagonisti del film.

Agnès Varda dà loro la parola, quegli immigrati nella capitale, lavorano sodo e danno un contributo al benessere parigino, non quello della moda, ma quello dei cittadini semplici.

Noi li vediamo e li ascoltiamo, e ci affezioniamo sembrano i negozianti della nostra infanzia.

un film da non perdere, promesso.

buona (magica) visione - Ismaele



 

 

QUI il film completo con sottotitoli in italiano, su Raiplay

QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

Daguerréotypes è il ritratto di una Parigi antieroica, dimessa e lontana da ogni celebrazione, priva di scorci di patinata bellezza. Ci ricorda quella di Edward Hopper, che per tre volte si è recato nella capitale francese per dipingere con assoluta libertà e solitudine, senza condizionamenti e senza entrare – al pari di altri giovani aspiranti artisti americani – in qualche atelier. Come dalle figure di Hopper, così dallo sguardo di Varda emerge una sottile inquietudine, immersa in un contesto urbano e familiare, dove emerge tutta la malinconia, il silenzio ostinato, la ricostruzione di una memoria indelebile ma nebbiosa.

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Le concept est aussi simple que farfelu et attachant : Agnès Varda s'est mis en tête d'aller interroger les artisans et commerçants de son quartier, dans le 14ème arrondissement de Paris, dans un périmètre d'action défini par un cercle centré sur son appartement et de rayon égal à la longueur du câble électrique de sa caméra. En résulte une galerie de portraits terriblement attachants, en prise directe avec le Paris des années 70... qui ressemble à tout sauf à Paris. Avec ses cadrages en longue focale qui se concentrent presque exclusivement sur ses sujets, Varda élimine l'arrière-plan et constitue une mosaïque de têtes et d'accents colorés. Les Parisiens de la rue Daguerre sont des types (et des "typesses", comme Agnès) qui viennent d'Aquitaine, de Bretagne, de Normandie, d'Auvergne et de Tunisie. Sans éléments de contexte, impossible d'imaginer qu'on se trouve au centre de la capitale…

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sabato 8 febbraio 2025

No Other Land - Rachel Szor, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Basel Adra

il film è stato in poche sale in tutta Italia, per pochi giorni.

ho avuto la fortuna di vedere il film, quella sera molti non hanno potuto entrare in sala.

il film mostra l'eroica e nonviolenta resistenza degli abitanti di Masafer Yatta, un territorio palestinese minacciato dal Moloch israeliano.

lo stato d'Israele, la cui nascita fu decisa dall'ONU nel 1948, in un territorio ben definito, abitato dai palestinesi (che furono espulsi con violenza dalle loro case, la Nakba), oggi occupa quasi tutto il territorio palestinese (ben definito dall'ONU).

la macchina da presa (o la telecamera del telefono cellulare) segue Basel Adra (giornalista e attivista palestinese di Masafer Yatta) e Yuval Abraham (giornalista e attivista israeliano) da vicino, come pure i cittadini, e anche le bambine e i bambini di quel luogo minacciato ogni minuto, mostrandoci i pochi momenti di gioia e i numerosi momenti di disperazione. 

la loro vita è come quella di Sisifo, ricostruiscono con molto sforzo le case e le scuole, e poi gli israeliani (governo, tribunali, soldati, demolitori) gliele distruggono in mezz'ora, e così via.

se qualcuno facesse lo stesso in qualche villaggio israeliano tutto l'occidente collettivo griderebbe all'antisemitismo e imporrebbero sanzioni su sanzioni, ma qui sono solo palestinesi, l'occidente collettivo non si commuove, anzi fornisce le armi, siano per sempre maledetti.

vedere il film fa male, vedere quello che succede è peggio di come si può immaginare.

buona (palestinese) visione - Ismaele



 

 

…Il racconto caratterizzato da uno stile molto essenziale e diretto procede lungo una linea temporale che parte dalla crescita di Basel a Masafer Yatta e mostra la sua rapida presa di coscienza del difficile stato delle cose con la conseguente ricerca instancabile dei metodi da utilizzare per cercare di poter determinare ad ogni costo il futuro della sua comunità minacciata dall’esproprio, aiutato nella complessa operazione dall’amico Yuval.

Il metodo è un mezzo, il mezzo è la videocamera, l’unica ‘arma’ che egli pone tra se e l’esercito israeliano nella speranza che quelle immagini così crude e taglienti possano arrivare dove la legge non può e assieme all’organizzazione di alcune manifestazioni sul territorio possano far vedere cosa succede a voler semplicemente restare dove si è nati, ad essere nati in quello che qualcun altro per te ha deciso che sia il ‘posto sbagliato al momento sbagliato’.

Ciò che salta agli occhi è la straordinaria resilienza di uomini, donne e bambini che vogliono solamente rimanere lì dove gli antenati prima di loro hanno costruito con difficoltà l’avvenire della propria comunità sin dai tempi del mandato britannico degli anni ‘20.

Nel luogo dove hanno assaporato il mormorio delle albe e la serenità dei tramonti, dove hanno mangiato, corso, gioito, amato, sofferto, li dove in poche parole hanno vissuto e hanno formato la loro identità…

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Ci sono, almeno, tre cose interessanti in No Other Landpluripremiato e valente documentario realizzato dai giovani attivisti palestinesi e israeliani Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor.

La prima: l’assoluta non resistenza, la palese fragilità, financo la caducità delle case palestinesi abbattute dall’esercito israeliano, aizzato dai coloni.

 

La seconda: il simil-camuffamento dei coloni, che piombano sulla scena – del delitto, da loro impunemente perpetrato – con il volto coperto, persino da kefiah, e la fionda in mano.

La terza: l’incongruità, se non incredulità, del sodalizio tra il palestinese Basel, che per oltre un lustro film la distruzione della sua comunità di Masafer Yatta, e l’israeliano Yuval: com’è – vi chiederete di fronte alla devastazione inflitta a più riprese dagli israeliani – che siffatta amicizia possa preservarsi e alimentarsi, com’è possibile? C’è del dolo, un disegno infernale – occupare bonariamente e solidaristicamente il campo avverso, perché l’opposizione noi (israeliani) e loro (palestinesi) non sia esaustiva, e dunque più eticamente e politicamente sanzionabile? – nello stare dalla parte delle vittime dell’israeliano Yuval? Già, tocca sospendere l’incredulità

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Masafer Yatta è una regione collinare semi-desertica a sud di Hebron, in Cisgiordania, costituita da una dozzina di villaggi abitati principalmente da contadini e pastori arabo-palestinesi sin dal XIX secolo. Tra di loro c'è anche Basel Adra, giovane avvocato e giornalista, che ha deciso di dedicare la propria vita a documentare la barbarie che lo circonda sin dall'infanzia. Infatti, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, Masafer Yatta è divenuta oggetto dell'occupazione israeliana fino ad essere dichiarata, nei primi anni Ottanta, area di addestramento militare ‒ la cosiddetta Firing Zone 918 ‒ e fungere da terreno fertile per l'espansione coloniale dello Stato ebraico. Una graduale, subdola e deflagrante attività di espropriazione forzata, legittimata nel 2022 da una sentenza della Corte Suprema di Israele e messa in pratica sistematicamente da più di cinquant'anni, attraverso ordini di demolizione degli immobili e un asfissiante controllo militare della circolazione stradale

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No Other Land è più di un documentario: è un manifesto, una lezione di resilienza e pacifismo. Racconta le evacuazioni forzate e le demolizioni delle case di un villaggio palestinese in Cisgiordania, Masafer Yatta, da parte delle forze di difesa israeliane – Idf, che intendono utilizzare l’area come zona d’addestramento militare. Ma racconta, soprattutto, la lotta nonviolenta delle famiglie che da secoli abitano queste terre e qui hanno costruito le loro case e le loro vite. 

Mostra la tenacia con cui uomini, donne e bambini – tante donne, tanti bambini – cercano di difendere ciò che è loro, armati solo della loro determinazione, del coraggio e dello sguardo che puntano negli occhi dei militari, della voce con cui chiedono loro di immedesimarsi, cercando di suscitare empatia, comprensione, partecipazione: «E se ci fossi tu al posto mio?», domanda una donna, mentre una bimba bionda si nasconde dietro le sue gambe…

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