Seymour Hersh avrebbe potuto subire l'esilio e la prigione come Julian Assange, ma per fortuna sua e nostra è andata bene.
il film documentario ricorda, a chi non lo sa ancora, la grandezza di quel giornalista senza paura.
un film che merita.
buona (Hersh) visione - Ismaele
Cover-Up è un film sull’impunità sistematica che ci
ha portato dove siamo oggi e sul ruolo essenziale di una stampa libera e
critica. Ho contattato Sy per fare un film per la prima volta nel 2005. Ero
appena tornata da un viaggio per documentare la catastrofica guerra americana
in Iraq e volevo fare un film sul fallimento della stampa statunitense dopo
l’11 settembre. I suoi reportage critici sulla guerra, in particolare sulle
torture ad Abu Ghraib, erano una rara voce di dissenso nei media. Sy mi ha
gentilmente invitato nel suo ufficio in Connecticut Avenue, dove sono entrata
in una macchina del tempo con blocchi di appunti che sfidavano la gravità impilati
su ogni superficie. Nella mia mente c’era già un film. Sy ha detto di no.
Doveva andare fino in Europa per incontrare fonti che vivevano a due passi da
casa sua a Washington e filmare era troppo rischioso. Ho continuato a
chiederglielo finché non ha accettato." (Laura Poitras)
"Il
giornalista Seymour Hersh ha la reputazione di essere un lupo solitario. Eppure
in un modo o nell’altro siamo amici e collaboratori occasionali da oltre
trent’anni. E da anni avevo il desiderio di fare un film su di lui. Un desiderio
diventato sempre più urgente con l’aumentare delle forze schierate contro il
giornalismo investigativo a livello globale. Sy, a mio avviso, è un esempio del
ruolo del giornalismo investigativo nell’interrogare i potenti e nel plasmare
la storia. Cover-up è un ritratto di questo reporter
iconoclasta e del suo posto unico nel pantheon del giornalismo americano."
(Mark Obenhaus)
…Il pregio maggiore del film sta nel suo valore
contemporaneo. Non è un documentario storico, ma un intervento politico sul
presente. In un’epoca in cui, ad esempio, la richiesta di trasparenza sul caso
Epstein si riduce allo slogan “Release the files!”, Hersh ci ricorda che i file
non verranno mai pubblicati spontaneamente: serve un giornalismo che scovi ciò
che il potere non vuole rendere pubblico.
Dopo il Leone d’Oro del 2022, Laura Poitras conferma la sua
capacità di intrecciare la memoria del passato con le urgenze del presente.
In Cover-Up, insieme a Mark Obenhaus, costruisce un ritratto che è
insieme biografia, lezione di giornalismo e invito all’azione.
La riflessione
finale di Cover-Up è amara ma necessaria:
l’insabbiamento non è un’eccezione, è la regola. La democrazia ha bisogno di
reporter che rompano questa regola. In assenza di un Hersh, di un Woodward o di
una Poitras, la verità rischia di restare invisibile.
Poche ore prima della stesura di questa
recensione il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, dopo aver rapito il
Presidente del Venezuela, che d'ora in poi saranno gli Stati Uniti ad
amministrare il Venezuela, in primis grazie alle compagnie
petrolifere statunitensi che si occuperanno del petrolio venezuelano. Pare
quindi un momento quanto mai opportuno per guardare "Cover-Up",
l'ultimo documentario della sempre efficace Laura Poitras (in collaborazione
questa volta con Mark Obernhaus).
Il film si occupa infatti della singolare
figura di Seymour Hersh, forse il giornalista investigativo
più famoso degli Stati Uniti, che dal 1967 si occupa di rivelare il modus
operandi del governo statunitense (e in particolare del suo
esercito). Il rilievo di Seymour Hersh è infatti tale che ripercorrendo i suoi reportage si
assiste a una sorta di controstoria degli Stati Uniti, utile a inquadrare il
presente. Appena trentenne racconta degli esperimenti sulle armi chimiche e
batteriologiche, e sulla popolazione civile statunitense involontariamente
coinvolta; il momento che ne definisce la statura arriva due anni dopo, quando
porta alla luce il massacro di My Lai, in cui l'intera popolazione di un
villaggio vietnamita, abitato – come capita in tempo di guerra - esclusivamente
da anziani donne e bambini, viene brutalmente sterminata da soldati
statunitensi…
…Il massacro di Mỹ Lai, il sostegno al golpe cileno, le
torture di Abu Ghraib e persino le clamorose sbandate su JFK: la carriera di
Hersh viene scomposta per buona parte in ordine cronologico, senza lesinare sui
biografismi che tentano di tratteggiare, banalmente, l’uomo dietro il professionista.
Per circa metà della durata la ricostruzione effettuata dall’inedita coppia di
registi è compatta, con micro e macronarrazione che aderiscono l’una all’altra
complementarmente, rette dalla foga del protagonista – e vero narratore di ogni
traccia storico-tematica – che tiene un ritmo nervoso e preciso nel
ripresentare per l’ennesima volta daccapo i casi che hanno scandito la sua
parabola giornalistica. O meglio, stavolta Hersh non è chiamato a illustrare il
lavoro di ricerca quanto il dietro le quinte dello stesso, a chiarire cioè il
mestiere, la tecnica artigianale dietro l’anatomia delle verità scomode. E non
serve certo l’intuito dell’investigatore per comprendere la scelta del titolo:
“cover-up” significa insabbiare, insabbiamento; Laura Poitras tenta di
edificare un grande ritratto delle strategie del potere per nascondere i suoi
stessi misfatti, della sua innata tensione alla trasgressione, senza tuttavia
mai nemmeno intaccare la profondità dell’intuizione pasoliniana dell’anarchia
del potere, tanto per calibrare l’opera in questione con un riferimento più
fecondo…
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