mercoledì 28 gennaio 2026

Dark Winds - Graham Roland

una serie diversa dal solito, non un capolavoro, di sicuro di livello superiori a molte serie inutili.

l'origine delle storie (finora ne sono apparse tre, visibili su Netflix) si trova nei (bei) romanzi di Tony Hillerman.

le storie sono ambientate in una riserva indiana, dove vivono i pochi superstiti del genocidio contro gli indiani d'America.

protagonista è il tenente Joe Leaphorn, responsabile del posto di polizia (rurale) della riserva, e chi gli sta intorno.

ci sono i buoni e i cattivi, come sempre, bello che gli indiani parlino spesso nella loro lingua, e non nella lingua degli assassini del loro popolo.

cercatelo e godetene tutti.

buona (navajo) visione - Ismaele



tutto sommato, anche calcolando che cosa manca rispetto ai romanzi originali, che approfondivano sia la dimensione culturale dei Navajo che lo squallore e la precarietà della vita materiale, non mi sembravano giustificati gli entusiasmi di una serie di recensioni che ho visto in giro e che gridavano alla rivelazione anticolonialista…

siamo in una fase, piuttosto sfaccettata, di riappriaizone culturale, o di allargamento degli spazi della rappresentazione, da parte dei nativi, e che perciò sotto questo punto di vista Dark Winds e tutti gli altri vadano soppesati non dal punto di vista della novità ma da quello del maggiore o minore consolidamento del fenomeno, maggiore o minore valore aggiunto al percorso. Non è che poi questo esaurisca tutte le valutazioni possibili (per esempio, Leaphorn and Chee, i due poliziotti Navajo, sono intepretati rispettivamente da un Hunkpapa Lakota e da un Hualpai; a me non crea particolarmente problema, ma forse altrove sì) ma almeno mi sembra un approccio più equilibrato di prendere ogni nuovo prodotto culturale di questo tipo come il primo del suo genere.

da qui

 

scrive Lorenzo Calza:

Ambientata negli anni Settanta, tra le distese aride del Sud-Ovest americano e le comunità Navajo della Monument Valley, Dark Winds (2022–in corso), distribuita da AMC e disponibile in Italia su Netflix, segue il tenente Joe Leaphorn e l’agente Jim Chee, della polizia indiana che opera nella riserva. I due uomini portano sulle spalle non solo omicidi e rapine, ma un’intera geografia culturale, tenuta insieme soprattutto dalle donne della tribù. È un poliziesco che attraversa rituali, colpe antiche e tensioni identitarie di un’America che raramente sa guardare oltre i propri confini, ma a volte sa guardarsi dentro.
Qualcuno l’ha definita “la prima serie decolonizzata”. Una chiave analitica molto in voga, ma che ormai dice poco. Dark Winds ha dalla sua i romanzi di Tony Hillerman (1925-2008), che per decenni hanno costruito un mondo solido, stratificato, mai folkloristico. Un mondo che non “rappresenta” la cultura Navajo: la vive, la respira, la usa per raccontare il conflitto tra legge, identità e destino.
Ogni stagione si appoggia a un romanzo diverso: la prima rielabora Listening Woman (“La donna che ascolta”, Mondadori), la seconda si innerva su People of Darkness (“Gente di tenebra”, Mondadori), la terza prende forma da Dance Hall of the Dead (“La danza degli spiriti”, Mondadori). Tre architetture narrative robuste, capaci di reggere senza sforzo il passaggio al piccolo schermo.
Viviamo in un’epoca in cui un’intelligenza artificiale può generare in pochi secondi la trama di un’intera stagione, ma non può creare personaggi memorabili. Ecco dove Dark Winds vince: il suo “prompt” è Hillerman. Quando dietro c’è un grande narratore, la struttura regge anche se il medium cambia.
C’è poi una scelta tecnica che diventa poesia: i dialoghi più importanti avvengono in lingua Navajo (Diné) e non vengono tradotti. Nessun sottotitolo. È come se la trama aprisse una porta e la lasciasse socchiusa su una seconda dimensione che non ci è accessibile, un limite che non va violato. In un’epoca in cui ogni cosa viene spiegata e semplificata, questa serie compie un gesto raro: accetta che esista un livello del racconto che non è per chi guarda. Sembra straniante, ma è il colpo più elegante, un cliffhanger stilistico, la promessa che dietro quella porta c’è un mondo che possiamo solo intuire.
Pur non sfuggendo del tutto alle logiche delle piattaforme, Dark Winds riesce comunque a respirare: nei silenzi, nei paesaggi, nei volti. Soprattutto nei personaggi: Leaphorn, Chee, Manuelito. Figure che non sembrano progettate per “funzionare”, ma per esistere.
Ed è per questo che, nonostante la noia per i format seriali e i cliffhanger industriali, si aspetta con ansia la quarta stagione. Non per sapere “come va a finire”, ma per tornare in quel territorio narrativo dove la porta resta socchiusa, e continua a chiamarci.
Insomma, più che “decolonizzata”, Dark Winds ci sembra ben raccontata.
Anche perché, colpo di scena finale, Tony Hillerman non era nativo, ma… un bianco. 

da qui 



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