Floria è un'infermiera in un ospedale, la regista la segue nell'ultimo turno, prima di tornare a casa.
lavora senza pause, assistendo tanti pazienti, malati, rassegnati o arroganti, a volte qualcuno muore.
è un lavoro d'equipe, ma è anche un lavoro in solitudine, con un peso e uno stress senza fine.
...A livello superficiale L’ultimo turno può
sembrare un thriller in cui non accade nulla di straordinario; tuttavia, nella
sua estrema semplicità, riesce a creare tensione in ogni gesto quotidiano,
tenendo il pubblico incollato allo schermo per tutti i suoi novanta minuti.
Ogni respiro, sguardo e movimento diventa azione. Il semplice spacchettamento
di una siringa, l’attaccare un’etichetta su una fiala, il controllo della
pressione, le porte che si aprono e chiudono ad ogni spostamento e il telefono
che squilla continuamente diventano scene d’azione perfettamente coreografate,
mentre il parente di una paziente che ci osserva in attesa dal fondo del
corridoio riesce a instillarci tanta ansia e suspence quanto una bomba sul
punto di esplodere. Mantenendo un ritmo forsennato per l’intera durata della
pellicola, la meticolosa penna e lente di Petra Volpe ha saputo organizzare il
suo tempo ed utilizzarne ogni momento con precisione chirurgica, donandoci
finalmente un film durante il quale è impossibile distrarsi. L’ultimo
turno ha provato
ancora una volta che un’opera indipendente di medio o basso budget
sapientemente costruita è in grado di creare un’atmosfera angosciosa e tesa
senza che vi sia bisogno di esplosioni e inseguimenti, e può suscitare emozioni senza necessitare di commoventi monologhi ad effetto
né grandi lacrimoni.
…assistiamo a una
lezione di cinema di alta scuola, in cui l’arena ospedaliera è vividissima e
super realistica grazie anche alla consulenza di una vera infermiera
tedesca, Madeline Calvelage, autrice del bestseller Il
problema non è la nostra professione. Sono le circostanze. Un vero e
proprio meccanismo a orologeria in cui la miccia è lunghissima e le cose che
possono esplodere sono tante, troppe (non a caso c’è una scena in cui Floria
bacchetta una paziente che fuma vicino a una bombola piena di ossigeno puro).
Quando poi l’esplosione (figurata) arriva, la tragica ironia è che niente
davvero è destinato a cambiare ma che ci si dovrà preparare soltanto per
un’altra giornata. L’ennesima.
Qui siamo
lontani dalla patina di tanti medical drama televisivi; a Petra Volpe interessa
il realismo, interessa la fotografia di un apparato che man mano crolla dalle
sue stesse fondamenta, di un orrore che negli anni si farà sempre più insostenibile
a meno che non si prendano le necessarie e tempestive precauzioni. L’ultimo
turno è quindi cinema capace di scuotere, persino sconvolgere, e non
solo perché si muove tra piscio, sangue e fluidi corporei o perché razionalizza
e abbatte il mito dell’ospedale come luogo salvifico; lo è soprattutto per come
ci ricorda che gli eroi hanno bisogno di spade per uccidere i draghi, e magari
di altri eroi ben formati e non buttati nella mischia senza strumenti.
…La protagonista Leonie Benesch,
già apprezzata ne “La sala professori”, affronta un personaggio complesso con
grande sicurezza: in poco più di un’ora e mezza lo sviluppo emotivo e
psicologico è evidente, e lo spettatore sente crescere con lei empatia e
coinvolgimento…
… Ci si affeziona tanto alla protagonista quanto ai singoli
ricoverati, tanto da provare quanta più gioia e soddisfazione possibile per un
intervento riuscito, per un grazie – per il più grande come per il più piccolo
dei favori ricevuti – detto o sussurrato a poco fiato nei vari idiomi che
animano stanze corridoi; o per un partita a scacchi tra due ospiti della stanza
che non sanno comunicare o interagire diversamente. Allo stesso modo si avverte
lo stress di ogni cambio di programma, il passo sempre più pesante della
protagonista, così come sempre più incerte e tremanti si fanno le sue mani per
un semplice prelievo con una siringa da una fiala. Ci si commuove con lei come
estremo sfogo – un fisiologico scarico di tensione in un breve momento di
apparente calma – ,così come quasi si condivide la colpa di una morte
sopraggiunta all’improvviso, senza che ci si potesse far nulla… O magari sì.
Peccato quindi per quei pochi momenti in cui in cui l’incedere sempre più
forsennato degli eventi e delle evenienze rischia di risultare più artefatto,
evidentemente costruito ad hoc per esacerbare una tensione umana già ben
evidente; o per qualche ricamo musicale di troppo, qualche primo piano
insistito che evade l’aderenza all’azione e si sofferma su quadri di un
pietismo coerente, certo, ma forse evitabili – ne è un esempio l’inquadratura
finale, in cui l’unica svolta simbolica, astratta del film, richiama
l’attenzione sul peso di un avvenimento già ampiamente e funzionalmente
rimarcato in precedenza. Ma non parliamo che di piccole imprecisioni, brevi
istanti di deragliamento su di un percorso netto, su di una struttura
canonicamente circolare (dal viaggio verso il posto di lavoro sino al viaggio
di ritorno) – se si fa eccezione per la prima inquadratura nella tintoria
dell’ospedale, utile a introdurre il gioco semantico tra la cura come industria
e moltitudine rispetto all’emozionalità del singolo –, in cui il presupposto di
utilità sociale emerge, l’identificazione rimane attiva così come – per chi non
fosse troppo suscettibile a certi tipi di esperienze umane – non è esclusa una
discreta dose di intrattenimento.
Con L’ultimo turno Petra
Volpe racconta una necessità universale, un mondo nascosto e una donna forte,
complessa e stratificata nelle modalità del sentire e dell’agire, per sé e per
l’altro, dando tangibile e vibrante vita ad un meccanismo ritmico di pathos e
dolcezza, rabbia e frustrazione, morte e vita. Nella distruttiva routine di un
reparto oncologico, dove lo scambio medio spesso non ha tempo di andare oltre i
«come si sente oggi?», «ora le misuro i parametri vitali», «in una scala da uno
a dieci, quanto le fa male?», la cura del personale sanitario è anche la cura
degli ospiti, la certezza che, si guarisca o si muoia, lo si faccia potendo
permettersi di essere anche altro dal dolore, potendo guardare il tempo fuori
dalla finestra e, seppur in un momento di passaggio, ricordare a quale mondo si
appartiene davvero.
…È un film di rara
umanità, questo di Petra Volpe, che non si vergogna di prendere le parti della
sua eroina (dalla quale si pretende infallibilità, seppur pedina dentro un
sistema moribondo) ma che al tempo stesso sa restituire con credibilità e
naturalezza le molteplici sfumature dei vari caratteri che popolano il reparto
dove si muove, come una pallina da ping-pong, la protagonista: una giovane
madre gravemente malata, un anziano signore che attende con apprensione la sua
diagnosi, un uomo che dall’alto della sua assicurazione privata pretenderebbe
un trattamento privilegiato, e tanti altri ancora. Oltre, naturalmente, ai
familiari dei pazienti, chi sul luogo, chi da remoto (al telefono), chi più
educato, e rispettoso, chi meno.
È quindi anche un film di resistenza, fisica, psicologica, paragonabile
alla performance sportiva, un tour de force dove l’infermiera è l’unico soldato
in prima linea, trait d’union tra il malato e il medico (che, chissà quando,
tornerà per fornire delucidazioni su referti o quant’altro), dove l’imprevisto
è sempre lì, in agguato, dietro l’angolo, e dove la morte può arrivare così,
dall’altra stanza, senza particolari preavvisi.
Anche lì, in un’altra sequenza che non ha bisogno di chissà quali
ulteriori fronzoli, l’empatia di una donna come Floria ci ricorda che può
bastare un piccolo gesto per continuare a prendersi cura. Proprio come vuole
fare questo film, gesto artistico capace di ricordarci l’importanza di figure –
professionali, umane – troppo spesso date per scontate.
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