venerdì 13 febbraio 2026

Hamnet – Nel nome del figlio - Chloé Zhao

Agnes (interpretata da Jessie Buckley) è la moglie di William (interpretato da Paul Mescal) e tiene il centro della scena per tutto il film, Paul Mescal si sacrifica, sparisce dalla loro casa per andare a lavorare a Londra.

e però, quando Agnes col fratello va a Londra, dopo la morte di Hamnet, per vedere cosa fa William, capita, per coincidenza, quando a teatro appare Amleto.

e allora Agnes e William, senza dire una parola, si ritrovano nelle parole di Amleto, entrambi sanno che Amleto non è altro che Hamnet, e le parole di Amleto non sono altro, finalmente, che l'elaborazione del lutto di Agnes e William per la morte del bambino.

tutti i dubbi sul film sono compensati dalla prova maiuscola di Jessie Buckley.

buona (Agnes) visione - Ismaele


 

 

Chloé Zhao accetta così di rileggere il mito shakespeariano al cinema concentrandosi su come l’elaborazione del lutto più indicibile abbia portato alla nascita della prima grande tragedia del Bardo. Lo fa adottando un punto di vista femminile e inserendo nella narrazione la propria idea dell’essere umano come parte integrante della natura. La sua Agnes, crocevia di vita e di morte, è sorella del falco che guida e delle foglie che crescono sugli alberi, tra le cui radici ritrova una versione fetale di se stessa: una ninfa che attrae un uomo con la testa rivolta a un altrove fatto di parole e di immaginazione.

I punti di connessione in cui si gioca il destino del loro rapporto risiedono nella dimensione spirituale e intimista che condividono e che i figli incarnano. Soprattutto Hamnet, aspirante commediante che agita il bastone tra l’erba alta tanto amata dalla madre. La sua scomparsa – anticipata da cattivi auspici e ombrosi presagi – sancisce il crollo di un apparato tanto potente quanto fragile, con i piedi che affondano nell’umido (ultra)terriccio del bosco e il capo sospeso tra le infinite combinazioni delle parole e dei loro significati…

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il film compie un vero miracolo narrativo e cinematografico. Agnes si reca al Globe e, tra la folla, assiste alla rappresentazione. Sul palcoscenico c’è un giovane principe Amleto interpretato da un attore che evoca il figlio perduto (nel film è Noah Jupe, nella vita il fratello di Jacobi Jupe-Hamnet) e Agnes comprende: l’opera è il grido di dolore di William, la sua personale elaborazione del lutto. È una scena di incredibile intensità e Jessie Buckley – straordinaria in tutto il film – qui offre una interpretazione superba rivelando una gamma di emozioni che passano dallo stupore alla consapevolezza, dalla rivelazione alla catarsi, senza proferire una parola…

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Si parte da un contre-plongée malickiano sulle cime degli alberi, poi vediamo il romance tra il riflessivo William e la sciamanica Agnes svilupparsi tra gli uccelli della frasca e le purpuree more, poi tra le buie stanze e i lumi di candela, in un crescendo di primi piani e continue urla di rabbia e dolore che nemmeno in Dragon Ball. Agnes – sempre rossovestita – incarna il female gaze che dovrebbe illuminare le stanze segrete del drammaturgo più influente dell'Ovesturia, rivelandone gli affetti e i drammi familiari. Stanze che funzionano come palchi per le interpretazioni cangianti e sofferte di Mescal e Buckley, anche perché i personaggi secondari diventano anche terziari o quaternari, e la città di Stratford appare spoglia o spopolata come un set a fine riprese.

La fotografia di Żal ("La zona di interesse"), lugubre e punteggiata di vividi colori, accompagna una regia che alterna frequenti primi piani a campi lunghi e paesaggi che fungono da correlativi oggettivi, espressioni impersonali di emozioni personali. Carini, ma inutili: di solito è qui che la regia di Zhao funziona meglio, ma l'emotività viene letteralmente urlata in faccia al pubblico, e tutto il comparto tecnico – sceneggiatura, scenografia, fotografia, dialoghi – lavora per accumulo e pressione, non va a osservare i personaggi ma piuttosto a spremerli per condensare tutta l'emotività che è possibile raccogliere in un concentrato di scene madri

lo "Hamnet" di Zhao ha il tono compunto e solenne di una messa e purtroppo anche lo stesso effetto. Per carità, l'Oscar val bene una messa e qui ci sono i requisiti per vincerne più d'uno – il femminismo di mestiere, la nazionalpopolarizzazione del Bardo e un arsenale di urla pianti sospiri che però, piuttosto che ad Amleto, fa pensare al Macbeth: una storia piena di rumore e furia/che non significa nulla.

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La pellicola soffre di un’eccessiva solennità. Si percepisce chiaramente l’ambizione da “film prestige”: l’estetica è così impeccabile e curata da sembrare, a tratti, costruita appositamente per sedurre le giurie dei festival, un fattore che rischia di generare un certo distacco emotivo.

L’opera si trova costantemente in bilico tra la capacità di commuovere profondamente e il limite di sembrare un prodotto troppo rifinito a tavolino per risultare davvero viscerale. La prova attoriale del duo protagonista è però salvifica: talmente intensa da catalizzare l’attenzione dello spettatore anche nei momenti in cui il ritmo rallenta e la narrazione rischia di farsi un po’ statica.

In conclusione, Hamnet è oggettivamente un’opera di alto livello, un film godibile che regala momenti di autentica commozione e una riflessione preziosa sul potere catartico dell’arte. La capacità della Zhao di ribaltare la prospettiva, mettendo al centro la figura di Agnes anziché quella del Bardo, è un’operazione intelligente. Sebbene questa estrema cura formale possa a tratti far apparire il film più simile a un prezioso oggetto d’arte che a un racconto viscerale, l’opera resta un titolo caldamente consigliato, capace di lasciare un segno duraturo nello spettatore. È un viaggio visivo che merita di essere vissuto, pur accettando quei momenti di stasi in cui la bellezza dell’immagine sembra prevalere sulla fluidità del racconto.

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