giovedì 5 febbraio 2026

Marty Supreme – Josh Safdie

Timothée Chalamet offre un'interpretazione eccezionale, tutta di corsa (come quella di Leonardo DiCaprio, in Prova a prendermi).

Marty vuole emergere, diventare il campione del mondo di ping pong, a qualsiasi prezzo.

la sua è una corsa contro il tempo, alla ricerca di soldi, soldi e soldi, e solo alle fine si ferma, e piange, per un bambino che è suo, forse.

ottimi tutti gli interpreti, in una sceneggiatura velocissima e riuscitissima, e una regia come si deve.

un film da non perdere, un godimento per chi sta in sala.

buona (adrenalinica) visione.

 

 

 

Chalamet è molto bravo e la sua proverbiale faccia da schiaffi, qui ripresa e modificata fino a mostrarci brufoli e cicatrici, è perfetta per questo ruolo. L’oscillazione tra intelligenza e infantilismo è colta in varie scene, tra cui quella in cui, in accappatoio sul letto di un hotel che non può permettersi e gli costerà caro, corteggia al telefono la ex diva decaduta Kay Stone (Paltrow), sorta di Gloria Swanson in viale del tramonto…

l’ultimo film di Josh Safdie entra in una peculiare affinità elettiva con The Brutalist, sia per il tema che per l’ambientazione – ma non per il tono, ovviamente. Anche il lavoro di Corbet era una buona riflessione, oltre che sull’ebraismo novecentesco, sull’immigrazione. E centrale era anche l’incubo del sogno americano, fatto di capitalisti rapaci, ebrei ossessionati dalla necessità di riscattarsi, al punto da stringere mefistofelici patti, votati alla sopravvivenza non solo come individui ma anche come “popolo”. Se l’antisemitismo si nutre della duplice dimensione di alterità e normalità, uno dei meriti dei fratelli Safdie in generale e di Josh in particolare, con Marty Supreme, è quello di rappresentare una suprema ambiziosa canaglia che, in quanto tale, è un normale essere umano alle prese con l’American dream.

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Marty Supreme dispiega un racconto denso, alimentato instancabilmente da nuove peripezie e da una moltitudine di personaggi singolari e diversamente canaglieschi, che procura uno straordinario senso di stordimento. A contare è il flusso ininterrotto di scene della vita quotidiana, professionale e sentimentale di un eroe in ambasce perenne e perfettamente aderente all'estetica serrata di Safdie. Sublimato dalla fotografia di Darius Khondji, che detta da sola lo stile del film, l'ambiziosa fuga in avanti di Chalamet sfida ogni tentativo di comprensione psicologica e di giudizio. Anche quando la frenesia assume una sfumatura malinconica, il mistero rimane, la sua opacità terrorizza ed eccita insieme, come quegli incubi di cui non possiamo fare a meno di prolungare i tormenti, per provare che siamo ancora vivi. Così Safdie sottopone lo spettatore a un ciclone di pessime decisioni prese dal suo eroe che ha una sola ambizione in testa, diventare il campione mondiale di uno sport che nessuno prende sul serio. Non in America e non nel suo entourage, perché Marty è nato nell'epoca sbagliata, nel Paese sbagliato e col talento sbagliato per diventare ricco e famoso

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l'opera attraversa e rielabora diversi generi cinematografici. Il film sportivo, in versione anti-epica; un anti-eroe, arrogante, presuntuoso e senza valori, viene reso l'eroe della storia, personaggio simpatico e con cui empatizzare (salvo poi correggere la rotta nel finale). La love story: quella tra Marty e Carol, che si svolge nelle coordinate di un teen movie, tra richiami alla finestra e piccoli scherzi, arma infantile di seduzione, similmente a quella tra Marty e Rachel, giovane impiegata che il protagonista trascina con sé nelle proprie avventure. Durante la loro odissea, i due si imbattono in spietati redneck che gli puntano addosso il fucile, simbolo di un'America profonda, spesso al centro di horror, arrivata fino alle porte della metropoli. E soprattutto in piccoli criminali, tra cui il principale è interpretato da Abel Ferrara, a rendere ancora più esplicito (non l'avevate ancora sentita questa parola!) il richiamo alle sue opere da regista, qui rivisitate in commedia. Una commedia dalle dinamiche e equivoci più semplici e immediati rispetto ai toni surreali dei precedenti film dei Safdie, che finisce per tessere un dialogo involontario con il coevo "Caught Stealing".

Pieno di elementi e spunti, nessuno così originale, molto diretto nel suo discorso, eppure sempre divertente e travolgente, "Marty Supreme" non è sicuramente all'altezza dei lungometraggi dei Safdie in coppia, che con "Diamanti grezzi" parevano aver raggiunto l'apice. Allo stesso tempo, sulla falsariga di "The Smashing Machine", costituisce un buon inizio per una seconda fase individuale, sempre che un domani non decidano di riunire le forze.

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Tutto è falso in Marty Supreme e tutto sembra allo stesso tempo credibilissimo. Proprio come quel Chalamet dagli occhialetti tondi, baffetti appena accennati con la matita, capelli a fungo, secco secco, una specie di saettante ago in punta di piedi a bordo tavolo, metronomo inesausto delle proprie vicende rocambolesche. Una prova maiuscola, ironica, travolgente, di certo non simpatica e ammiccante, sempre un tantino fastidiosa, ma assolutamente di classe cristallina. Non solo osservatelo quando cerca la rivincita dimenandosi davanti a Endo, ma soprattutto quando fa gli occhietti spiritati e offesi di fronte alle bugie dell’amata messa incinta: vorreste prenderlo a schiaffi e allo stesso tempo sperare che se la cavi, che vinca, che esca dall’effetto domino della sfiga.

Grazie a Marty Supreme impariamo infine che Josh Safdie è quello tra i fratelli Safdie (l’altro è Benny) che sa filmare

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Film leggero come una volée, pesante come una schiacciata, veloce come uno scatto, profondamente anarchico, scombinato e geniale. Dà fastidio ai metodici, agli avidi, agli inetti, agli ignavi che stanno dalla parte dei ricchi perché hanno potere, senza capire che esiste un altro potere: quello del talento. Quello di chi vuole correre la vita in modo forsennato, cambiare il mondo da bianco in arancione, e nutrire la propria ispirazione con qualsiasi mezzo…

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