Timothée Chalamet offre un'interpretazione eccezionale, tutta di corsa (come quella di Leonardo DiCaprio, in Prova a prendermi).
Marty vuole emergere, diventare il campione del mondo di ping pong, a qualsiasi prezzo.
la sua è una corsa contro il tempo, alla ricerca di soldi, soldi e soldi, e solo alle fine si ferma, e piange, per un bambino che è suo, forse.
ottimi tutti gli interpreti, in una sceneggiatura velocissima e riuscitissima, e una regia come si deve.
un film da non perdere, un godimento per chi sta in sala.
buona (adrenalinica) visione.
…Chalamet è molto bravo e la sua proverbiale faccia da
schiaffi, qui ripresa e modificata fino a mostrarci brufoli e cicatrici, è
perfetta per questo ruolo. L’oscillazione tra intelligenza e infantilismo è
colta in varie scene, tra cui quella in cui, in accappatoio sul letto di un
hotel che non può permettersi e gli costerà caro, corteggia al telefono la ex
diva decaduta Kay Stone (Paltrow), sorta di Gloria Swanson in viale del
tramonto…
…l’ultimo film di Josh Safdie entra in una peculiare
affinità elettiva con The Brutalist, sia per il tema che per l’ambientazione – ma non
per il tono, ovviamente. Anche il lavoro di Corbet era una buona
riflessione, oltre che sull’ebraismo novecentesco, sull’immigrazione. E
centrale era anche l’incubo del sogno americano, fatto di capitalisti rapaci,
ebrei ossessionati dalla necessità di riscattarsi, al punto da stringere
mefistofelici patti, votati alla sopravvivenza non solo come individui ma anche
come “popolo”. Se l’antisemitismo si nutre della duplice dimensione di alterità
e normalità, uno dei meriti dei fratelli Safdie in generale e di Josh in
particolare, con Marty Supreme, è quello di rappresentare una suprema ambiziosa
canaglia che, in quanto tale, è un normale essere umano alle prese con l’American dream.
…Marty Supreme dispiega un racconto denso, alimentato instancabilmente
da nuove peripezie e da una moltitudine di personaggi singolari e diversamente
canaglieschi, che procura uno straordinario senso di stordimento. A contare è
il flusso ininterrotto di scene della vita quotidiana, professionale e
sentimentale di un eroe in ambasce perenne e perfettamente aderente
all'estetica serrata di Safdie. Sublimato dalla fotografia di Darius Khondji,
che detta da sola lo stile del film, l'ambiziosa fuga in avanti di Chalamet
sfida ogni tentativo di comprensione psicologica e di giudizio. Anche quando la
frenesia assume una sfumatura malinconica, il mistero rimane, la sua opacità terrorizza
ed eccita insieme, come quegli incubi di cui non possiamo fare a meno di
prolungare i tormenti, per provare che siamo ancora vivi. Così Safdie sottopone
lo spettatore a un ciclone di pessime decisioni prese dal suo eroe che ha una
sola ambizione in testa, diventare il campione mondiale di uno sport che
nessuno prende sul serio. Non in America e non nel suo entourage, perché Marty
è nato nell'epoca sbagliata, nel Paese sbagliato e col talento sbagliato per
diventare ricco e famoso…
…l'opera attraversa e rielabora diversi generi
cinematografici. Il film sportivo, in versione anti-epica; un anti-eroe,
arrogante, presuntuoso e senza valori, viene reso l'eroe della storia,
personaggio simpatico e con cui empatizzare (salvo poi correggere la rotta nel
finale). La love story: quella tra
Marty e Carol, che si svolge nelle coordinate di un teen
movie, tra richiami alla finestra e piccoli scherzi, arma infantile di
seduzione, similmente a quella tra Marty e Rachel, giovane impiegata che il
protagonista trascina con sé nelle proprie avventure. Durante la loro odissea,
i due si imbattono in spietati redneck che
gli puntano addosso il fucile, simbolo di un'America profonda, spesso
al centro di horror, arrivata fino alle porte della metropoli.
E soprattutto in piccoli criminali, tra cui il principale è interpretato da
Abel Ferrara, a rendere ancora più esplicito (non l'avevate ancora sentita
questa parola!) il richiamo alle sue opere da regista, qui rivisitate in
commedia. Una commedia dalle dinamiche e equivoci più semplici e immediati
rispetto ai toni surreali dei precedenti film dei Safdie, che finisce per
tessere un dialogo involontario con il coevo "Caught Stealing".
Pieno di elementi e spunti,
nessuno così originale, molto diretto nel suo discorso, eppure sempre divertente
e travolgente, "Marty Supreme" non è sicuramente all'altezza dei
lungometraggi dei Safdie in coppia, che con "Diamanti grezzi"
parevano aver raggiunto l'apice. Allo stesso tempo, sulla falsariga di
"The Smashing Machine", costituisce un buon inizio per una seconda
fase individuale, sempre che un domani non decidano di riunire le forze.
…Tutto è falso in Marty
Supreme e
tutto sembra allo stesso tempo credibilissimo. Proprio come quel Chalamet dagli occhialetti
tondi, baffetti appena accennati con la matita, capelli a fungo, secco secco,
una specie di saettante ago in punta di piedi a bordo tavolo, metronomo
inesausto delle proprie vicende rocambolesche. Una prova maiuscola, ironica,
travolgente, di certo non simpatica e ammiccante, sempre un tantino fastidiosa,
ma assolutamente di classe cristallina. Non solo osservatelo quando cerca la
rivincita dimenandosi davanti a Endo, ma soprattutto quando fa gli occhietti spiritati
e offesi di fronte alle bugie dell’amata messa incinta: vorreste prenderlo a
schiaffi e allo stesso tempo sperare che se la cavi, che vinca, che esca
dall’effetto domino della sfiga.
Grazie a Marty Supreme impariamo infine che Josh
Safdie è quello tra i fratelli Safdie (l’altro è Benny) che sa filmare
…Film leggero come una volée, pesante
come una schiacciata, veloce come uno scatto, profondamente anarchico,
scombinato e geniale. Dà fastidio ai metodici, agli avidi, agli inetti, agli
ignavi che stanno dalla parte dei ricchi perché hanno potere, senza capire che
esiste un altro potere: quello del talento. Quello di chi vuole correre la vita
in modo forsennato, cambiare il mondo da bianco in arancione, e nutrire la
propria ispirazione con qualsiasi mezzo…
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