un film che non ti aspetti.
un giovanotto "intercetta" una professoressa di francese della sua stessa scuola e la prende in "ostaggio", l'amore Gioia lo conosceva dalle parole degli scrittori francesi, Alessio era molto avanti, in tutte le possibili storie di sesso era lui l'insegnante.
il regista non presenta eventuali storie di sesso fra i due, a non rendere il film la solita caciara porno soft (o hard), Gelormini, architetto non praticante (al suo secondo film, già assistente di Paolo Sorrentino), è più che bravo, sceglie di mostrare un rapporto nel quale Gioia viene intrappolata in una ragnatela senza scampo.
i due protagonisti sono interpreti eccezionali, Valeria Golino si trasforma e si supera, e Saul Nanni è un demonio tormentato.
Gioia s'illude fino all'ultimo, neanche l'evidenza la fa ragionare, è la vittima di un sogno, di un'illusione impossibile (ma per noi è facile dirlo da fuori).
un film da non perdere, promesso.
buona (dolorosa) visione - Ismaele
ps: (solo per chi ha visto il film)
la scena finale, nella quale Alessio uccide Gioia, si impone lui (al complice) di assassinarla, e, se è possibile dirlo, lo fa con una certa tenerezza (so che è una bestemmia dirlo), addirittura le mette a posto gli occhiali.
…Un film sorprendente e struggente, che oscilla tra
ricostruzione attenta e libertà artistica, rigore formale e guizzo creativo,
dramma e genere. Sostenuto da un cast di attori generosi, tra cui spiccano (ça va sans dire) Valeria Golino e il giovanissimo Saul Nanni, La Gioia è uno specchio allo stesso tempo deformante
e limpidissimo della nostra società feroce e cannibale. Una società con un
disperato bisogno di un po’ di tenerezza.
…al centro c’è una straordinaria Valeria Golino (Gioia)
che, coraggiosamente, indossa i panni di una bruttina stagionata che si trova
suo malgrado al centro di una macchinazione più grande di lei. Irretita dentro
le lusinghe di Alessio (Saul Nanni) un giovane bello e disperato, bello e
dannato che vive in un ambiente in cui domina la corruzione dei sentimenti
rappresentata da Cosimo (Francesco Colella), parrucchiere senza scrupoli amante
di Alessio e amico e finanziatore di Carla (Jasmine Trinca) madre di Alessio.
Tutto si svolge in una credibile evoluzione tra un malaffare congenito di una
zona grigia del nostro Bel Paese e una ruffianeria che è propria di un certo
tipo di individui che prolifera in quell’humus ricco di desideri e di rivalsa,
che è di nuovo questa variegata e imprevedibile provincia che lambisce, sempre,
le nostre (poche) metropoli e che guarda con invidia, a volte malsana, ad un
benessere da acquisire velocemente non importa ai danni di chi capiterà.
Gelormini è attento, sa spiazzare lo spettatore e il film che comincia come una
commedia ambientata dentro l’istituzione scolastica, con le figure di contorno
del corpo insegnante ben definite e caratterizzate, poi con paziente gradualità
e intensità stringe l’obiettivo su Gioia e sul suo piccolo mondo gozzaniano
fatto di casa, chiesa, padre, madre e preghiere mandate a memoria e per
consolazione Flaubert per lei insegnante di francese che forse non ha mai avuto
un amore in vita sua…
…In
La gioia, nessun personaggio è davvero innocente: ogni figura appare
inadeguata e contribuisce, consapevolmente o meno, a rimodellare costantemente
gli equilibri di una vera e propria “diseducazione sentimentale”, intesa non
come mancanza individuale, ma come fallimento sistemico. Gioia e Alessio sono
prodotti di due modelli affettivi opposti e ugualmente tossici:
l’iperprotezione soffocante e l’abbandono emotivo.
Il loro legame nasce come tentativo disperato di colmare un
vuoto, ma si rivela presto incapace di reggere il peso delle aspettative che in
esso vengono riversate. Gelormini racconta un mondo in cui nessuno ha insegnato
a riconoscere l’amore, a distinguerlo dal bisogno, dal potere, dal ricatto
emotivo. La tragedia, dunque, non è semplicemente l’atto finale, ma quello
stesso percorso che la rende inevitabile…
"A cos'è che sei abituato? Al niente" risponde
Alessio (Saul Nanni), mentre Gioia (Valeria Golino) lo guarda un po'
meravigliata. Eppure, la donna, un'insegnante di francese al Liceo, dovrebbe
capire il ragazzo: se Alessio è stato abbandonato dal padre quando era piccolo
e ora è lui a badare alla madre, Gioia, nonostante la sua età, vive ancora coi
genitori, isolata anche lei nella sua stanza da adolescente, tra i pupazzi che
raddrizza sulle sedie e la sciarpa della Juventus, la squadra del cuore, appesa
sopra la testiera del letto. Ma "La gioia" vive proprio nella
discrasia intrinseca alla radice della parola solitudine: i due protagonisti
sono soli ad altezze differenti (il suffisso "-tudo", indica proprio
una differenza di posizione, di magnitudo), ma forse complementari. Ecco, la
storia noir di Nicolangelo Gelormini – vincitrice del Premio Franco Solinas
2021 e tratta dall'opera teatrale scritta di Giuliano Scarpinato e Gioia
Salvatori "Se non sporca il mio pavimento" -, è un incontro ad alta
quota, tra un'anima pascoliana, errante, e una apparentemente punk,
irriducibile, ma profondamente corrotta. Il risultato è una delle pellicole più
affascinanti viste a Venezia quest'anno…
…La
caratterizzazione del personaggio femminile è impeccabile: il suo sostrato
emotivo e familiare viene ricostruito grazie agli abiti, al trucco, alle scelte
musicali a lei associate, oltre che, naturalmente, ai dialoghi. Ma il merito
più grande va certamente a Valeria Golino, che in questo film
raggiunge vette drammatiche notevoli, impersonando con delicatezza e
credibilità un personaggio molto diverso da quelli di ruoli precedenti.
Saul Nanni, protagonista maschile, porta sullo
schermo una buona prova attoriale: il suo stile recitativo è più esteriorizzato
rispetto a quello della Golino, ciononostante riesce a rendere bene quanto
subdolo sia il personaggio.
Nella sua
totalità l’opera appare ben realizzata, dotata di un soggetto interessante e
una sceneggiatura realistica; molte scelte registiche legate a luci,
inquadrature, ambientazioni e colonna sonora possono essere definite raffinate,
sottolineando come il cinema possa raccontare l’oscurità più buia attraverso la
bellezza dell’immagine. In particolare la colonna sonora, composita ma armonica
– alto e basso si alternano senza cozzare -, appare quasi una partitura del
film, che si unisce a parole e immagini dando vita a un dramma unitario e
compiuto.
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