nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.
i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.
vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.
ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.
un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.
buona (penale) visione - Ismaele
Note di regia
Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a
lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno
spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno
stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La
riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la
limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura
di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte
carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il
loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto
a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la
parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di
lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di
meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di
montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti
luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un
discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte
dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità,
in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente
addentro, poiché ne è diretta espressione.
In
Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre
delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro
all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura
della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo,
svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.
A
Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo
la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo
ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e
dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il
dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte
alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i
condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.
Nell’ex
colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato
viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova
dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte
all’essere umano.
Nella
colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime
carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra
società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.
…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia
Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità
assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello
scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte
l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta
usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e
sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto
di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno
a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una
comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina
dell’album We’re Only in It for the Money Frank
Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di
Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of
Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere
su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e
sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto
tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare
terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.
…Un elemento
costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che
nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.
A: L’animale
è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una
dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere
scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un
carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e
repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano
gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e
che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da
lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella
riserva.
…Nella colonia
penale, come si è detto, è un puro e rigoroso
documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono
passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui
sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è
direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo
i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi
arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo
sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei
“mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto
controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di
un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel
carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco
tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del
film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a
Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza
della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio
paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli
allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un
gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della
lotta alla criminalità organizzata.
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