mercoledì 11 febbraio 2026

Nella colonia penale - Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana

nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.

i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.

vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.

ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.

un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.

buona (penale) visione - Ismaele

 

 

Note di regia

Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità, in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente addentro, poiché ne è diretta espressione.

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In Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.

A Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.

Nell’ex colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte all’essere umano.

Nella colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.

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…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina dell’album We’re Only in It for the Money Frank Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.

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…Un elemento costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.

A: L’animale è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella riserva.

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Nella colonia penale, come si è detto, è un puro e rigoroso documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei “mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della lotta alla criminalità organizzata.

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