lunedì 2 febbraio 2026

L’agente segreto - Kleber Mendonça Filho

L’agente segreto è un film cugino di Io sono ancora qui, il film di Walter Salles, vincitore dell'Oscar miglior film internazionale, con Fernanda Torres.

ambientato negli anni della dittatura dei militari in Brasile, Marcelo/Armando, ma anche Fernando (interpretato da un bravissimo Wagner Moura) è un uomo in fuga, un morto che cammina, uno dei tanti assassinati dai militari, e dai loro sgherri.

Marcelo, sul suo Maggiolino, arriva a Recife. accolto in una stazione della "Ferrovia Sotterranea" verso la salvezza, inizia a lavorare all'anagrafe del comune, come copertura, ma anche per una ricerca delle origini.

anche Flávia, una ricercatrice dell'università, trasmette a Fernando la storia del padre, nel commovente finale.

un film da non perdere, è sicuro.

buona (memorabile) visione - Ismaele

ps: non c'è un agente segreto, chi vede il film capirà.



 

L’agente segreto è un film di identità segrete e resistenti. Di vite che non si arrendono alla violenza e al sangue che le perseguitano. Marcelo – la cui storia è molto più complessa di quanto raccontato qui, ma va goduta al cinema senza spoiler – per sua stessa ammissione non porta mai un’arma con sé, anche se sa di essere braccato. Aspetta la morte e al tempo stesso le sfugge. La sfida. Non importa tanto come finisce la sua storia quanto, invece, chi l’ascolta sia in grado di custodirla e tramandarla. Farne un’eredità.

È anche per questo che l’epilogo, ambientato ai nostri giorni, è un messaggio diretto al pubblico: non dimenticare il sangue versato, resistere per la libertà, non perdere la propria umanità.

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…In un Brasile sotto dittatura, la vera moneta di scambio tra criminali che flirtano con la modernizzazione industriale, spie, sicari e rifugiati politici riguarda per forza di cose l’identità, i panni che indossiamo per ingannare gli altri e noi stessi, il volto reale e nascosto di chi ci troviamo di fronte: la natura del Carnevale (quel carnevale che, ci avvisa sempre la prima pagina di un giornale, farà alla fine 91 morti) innerva tutte le immagini e le storie del film, la natura infernale e sanguinaria dei cortei in maschera, Mendonça Filho setta il livello già con l’assurda sequenza d’apertura con il cadavere lasciato a marcire nell’area di sosta del distributore di benzina, e poi con l’aggressione dell’energumeno in costume da pollo che assalta l’automobile del protagonista, alle porte di Recife. È vero, a raccontarlo così sembra una follia, quasi vicina ai primi Ruizpalacios come Museo o Una película de policías, ma quello di L’agente segreto non è semplice gioco narrativo, nemmeno quando si abbandona al puro piacere del racconto, della costruzione: nello sguardo incredibilmente stratificato del regista passa il respiro di un’architettura complessa che sembra davvero non volersi mai esaurire, come una pagina di Roberto Bolaño.
Le immagini sono affollate di dettagli ma soprattutto di personaggi, di linee d’amore (e di pericoli costanti, sullo sfondo avvengono costantemente eventi nefasti, come la donna che rimane posseduta al cinema per aver visto il film di Donner su Damien…) che rimangono giusto accennate, dolorosamente sospese. Fanno in tempo comunque a donare un senso assolutamente contemporaneo (la fantastica sequenza della bevuta tra “rifugiati” in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare) a quello che solo in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage, ma tra le righe della Storia del Brasile parla invece la lingua delle idiosincrasie del nostro tempo.
 

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Siamo nel Brasile degli anni Settanta, epoca che l’autore con un eufemismo presenta graficamente nell’incipit definendola “dispettosa”, ma che sappiamo dalle cronache essere stata particolarmente violenta e marcia fino al midollo. La corruzione dilagante tanto ai piani alti quanto bassi, le misteriose sparizioni, la repressione e i morti ammazzati per le strade a tutte le ore del giorno e della notte, ne hanno caratterizzato, infettandoli, i capitoli della storia del Paese, come raccontato senza mezze misure e con grande potenza da Walter Salles nel suo indimenticabile dramma Io sono ancora qui. Il connazionale riavvolge le lancette riportandoci al 1977, il cui Carnevale finirà con il tingersi di sangue, facendo da cornice a un film che, sotto le mentite spoglie di un thriller politico e non di una spy-story come lascerebbe presagire furbescamente il titolo, tiene incollati alle poltrone lo spettatore di turno per tutti e 160 minuti a disposizione. Durata monstre sulla carta, ma che Kleber Mendonça Filho gestisce alla perfezione creando un giusto equilibrio tra tempi dilatati e repentine accelerazioni, con una serie di cambi di ritmo che scandiscono le tre parti che vanno a comporre il racconto. La scrittura è infatti l’altro valore aggiunto dell’opera, capace sfornare trovate imprevedibili (la gamba pelosa), citazioni calzanti (quella a Lo squalo su tutte), battute sibilline e una galleria di personaggi che meriterebbero degli spin-off per quanto ben disegnati (tra sicari e nazisti in fuga, poliziotti e burocrati corrotti), con quello di Marcelo che ne rappresenta la punta dell’iceberg…

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è ben noto, nell'ambiente critico e cinefilo, il difficile rapporto tra Mendonça e la commissione brasiliana per gli Oscar. Prima, nel 2016, con Aquarius, la cui candidatura fu sabotata a favore di È arrivata mia figlia!, di Anna Muylaert. Poi nel 2019, con Bacurau in favore di La vita invisibile di Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz. Entrambi i film, manco a dirlo, presentano delle feroci analisi critiche delle dinamiche di potere e delle disuguaglianze sociali che dividono il paese.

Sembrava sarebbe andata così anche stavolta, per Mendonça, con la commissione brasiliana in un primo momento propensa verso Manas, di Marianna Brennard: un racconto di formazione su di un'adolescente che vive nella foresta pluviale amazzonica sull'isola di Marajó. La differenza l'ha fatta la pressione popolare capitanata da Fernanda Torres che si è espressa pubblicamente in favore del film e del magnifico lavoro compiuto da Mendonça; un endorsement importante e dorato, considerando il successo riscosso da Io sono ancora qui a livello globale, con tanto di vittoria dell'ambita statuetta del Miglior film internazionale a fronte di tre nomination (tra cui Miglior attrice protagonista) agli Oscar 2025.

Ritrovare la memoria

La ragione dei premi e di un simile movimento intorno a L'agente segreto sta nell'intrinseco valore della sua anima cinematografica e nel perché è sgorgata in questi termini. C'è un motivo, infatti, se Mendonça ha dedicato così tanta cura e attenzione alla stesura del soggetto; non si tratta affatto di un film comune, ma di un dramma storico che per tematiche si ricongiunge facilmente a Io sono ancora qui. Con la differenza che se il meraviglioso film di Walter Salles si focalizzava sul fenomeno dei desaparecidos riflettendo, attraverso la storia vera di Rubens Pavia ed Eunice Facciolla, sulle conseguenze di chi rimane e deve fare i conti con una perdita insondabile, L'agente segreto sceglie invece una via molto meno tragica e più avventurosa – ma non per questo meno dolorosa – delle operazioni della rete di controspionaggio dei rifugiati. L'obiettivo, per Mendonça, era di esplorare le azioni degli individui all'interno di un simile sistema corrotto: come resistono al potere? E come si sottomettono?

Filo conduttore, tra le due pellicole, è la riscoperta della memoria collettiva di quel periodo doloroso e sanguinario; un'epoca in cui i muri avevano orecchie e ogni mossa poteva essere sospetta, elemento che Mendonça esplicita nella rimozione ontologica di cui è oggetto il colloquio finale del climax, e che muove da delle ragioni importanti, radicate e profonde. Dal 1964, infatti – e così per vent'anni fino alla fine della dittatura nel 1985 –, il governo brasiliano ha commesso infiniti atti di violenza verso la popolazione civile. Su ammissione di Mendonça: "Il mio paese ha un problema di amnesia, di perdita di memoria, aggravato dall'amnistia introdotta nel 1979 e proposta dallo stesso governo. È diventato normale commettere ogni sorta di crimine violento e poi si può semplicemente cancellare la situazione con una spugna e andare avanti e guardare al futuro".

Il ritratto del Brasile, tra colore e sangue

La vera intuizione a proposito de L'agente segreto, però, sta nel modo in cui il cineasta decide di tendere le corde della narrazione. Il disegno della traiettoria è quello di un consumato thriller politico dal ritmo letterario: il film lascia addosso allo spettatore le stesse sensazioni che avrebbe un lettore nello sfogliare le pagine di un grande romanzo. Tutto prende vita seguendo il proprio respiro, i propri tempi e, come spesso accade, a ogni pagina può arrivare una sorpresa o comunque un momento inaspettato. Nella narrazione de L'agente segreto questo si traduce graficamente nelle immagini che Mendonça sceglie di inserire e nel registro con cui vengono gestite. La sequenza iniziale, ad esempio, dove il regista pone in diretta correlazione immagini di repertorio di show televisivi brasiliani con in sottofondo musica caraibica, all'immagine di un cadavere in putrefazione da giorni di cui non importa nulla a nessuno, se non ad un branco di cani randagi affamati.

Il primo di una serie di cambi di tono con cui Mendonça manipola il racconto nei suoi sapori e negli umori narrativi, giocando continuamente con le aspettative del pubblico tra momenti surreali, comici e altri ancora grotteschi (la sequenza della gamba pelosa è un capolavoro di fantasia nell'attenuare il dolore scenico) e sempre spaziando in ellissi temporali in montaggio alternato morbido tra presente e futuro del racconto…

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