L’agente segreto è un film cugino di Io sono ancora qui, il film di Walter Salles, vincitore dell'Oscar miglior film internazionale, con Fernanda Torres.
ambientato negli anni della dittatura dei militari in Brasile, Marcelo/Armando, ma anche Fernando (interpretato da un bravissimo Wagner Moura) è un uomo in fuga, un morto che cammina, uno dei tanti assassinati dai militari, e dai loro sgherri.
Marcelo, sul suo Maggiolino, arriva a Recife. accolto in una stazione della "Ferrovia Sotterranea" verso la salvezza, inizia a lavorare all'anagrafe del comune, come copertura, ma anche per una ricerca delle origini.
anche Flávia, una ricercatrice dell'università, trasmette a Fernando la storia del padre, nel commovente finale.
un film da non perdere, è sicuro.
buona (memorabile) visione - Ismaele
ps: non c'è un agente segreto, chi vede il film capirà.
…L’agente
segreto è un film di
identità segrete e resistenti. Di vite che non si arrendono alla
violenza e al sangue che le perseguitano. Marcelo – la cui storia è molto più
complessa di quanto raccontato qui, ma va goduta al cinema senza spoiler – per
sua stessa ammissione non porta mai un’arma con sé, anche se sa di essere
braccato. Aspetta la morte e al tempo stesso le sfugge. La sfida. Non importa
tanto come finisce la sua storia quanto, invece, chi l’ascolta sia in grado di
custodirla e tramandarla. Farne un’eredità.
È anche per questo che l’epilogo, ambientato ai nostri
giorni, è un messaggio diretto al pubblico: non dimenticare il sangue versato,
resistere per la libertà, non perdere la propria umanità.
…In un Brasile sotto dittatura, la vera moneta
di scambio tra criminali che flirtano con la modernizzazione industriale, spie,
sicari e rifugiati politici riguarda per forza di cose l’identità, i panni che indossiamo per ingannare gli altri e
noi stessi, il volto reale e nascosto di chi ci troviamo di fronte: la natura
del Carnevale (quel carnevale che, ci avvisa sempre la prima pagina di un
giornale, farà alla fine 91 morti) innerva tutte le immagini e le storie del
film, la natura infernale e sanguinaria dei cortei in maschera, Mendonça Filho
setta il livello già con l’assurda sequenza d’apertura con il cadavere lasciato
a marcire nell’area di sosta del distributore di benzina, e poi con
l’aggressione dell’energumeno in costume da pollo che assalta l’automobile del
protagonista, alle porte di Recife. È vero, a raccontarlo così sembra una
follia, quasi vicina ai primi Ruizpalacios come Museo o Una película de policías, ma quello di L’agente segreto non è semplice gioco narrativo, nemmeno
quando si abbandona al puro piacere del racconto, della costruzione: nello
sguardo incredibilmente stratificato del regista passa il respiro di
un’architettura complessa che sembra davvero non volersi mai esaurire, come una
pagina di Roberto Bolaño.
Le immagini sono affollate di dettagli ma
soprattutto di personaggi, di linee d’amore (e di pericoli costanti, sullo
sfondo avvengono costantemente eventi nefasti, come la donna che rimane
posseduta al cinema per aver visto il film di Donner su Damien…) che rimangono
giusto accennate, dolorosamente sospese. Fanno in tempo comunque a donare un senso
assolutamente contemporaneo (la fantastica sequenza della bevuta tra
“rifugiati” in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria
provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare) a quello che
solo in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage, ma tra le righe
della Storia del Brasile parla invece la lingua delle idiosincrasie del nostro
tempo.
… Siamo nel Brasile degli anni Settanta,
epoca che l’autore con un eufemismo presenta graficamente nell’incipit
definendola “dispettosa”, ma che sappiamo dalle cronache essere stata
particolarmente violenta e marcia fino al midollo. La corruzione dilagante
tanto ai piani alti quanto bassi, le misteriose sparizioni, la repressione e i
morti ammazzati per le strade a tutte le ore del giorno e della notte, ne hanno
caratterizzato, infettandoli, i capitoli della storia del Paese, come
raccontato senza mezze misure e con grande potenza da Walter Salles nel suo
indimenticabile dramma Io
sono ancora qui. Il connazionale riavvolge le lancette riportandoci al 1977,
il cui Carnevale finirà con il tingersi di sangue, facendo da cornice a un film
che, sotto le mentite spoglie di un thriller politico e non di una spy-story
come lascerebbe presagire furbescamente il titolo, tiene incollati alle
poltrone lo spettatore di turno per tutti e 160 minuti a disposizione. Durata monstre sulla carta, ma che Kleber Mendonça Filho gestisce alla
perfezione creando un giusto equilibrio tra tempi dilatati e repentine
accelerazioni, con una serie di cambi di ritmo che scandiscono le tre parti che
vanno a comporre il racconto. La scrittura è infatti l’altro valore aggiunto
dell’opera, capace sfornare trovate imprevedibili (la gamba pelosa), citazioni
calzanti (quella a Lo squalo su tutte), battute sibilline e una galleria di personaggi che
meriterebbero degli spin-off per quanto ben disegnati (tra sicari e nazisti in
fuga, poliziotti e burocrati corrotti), con quello di Marcelo che ne
rappresenta la punta dell’iceberg…
…è ben noto, nell'ambiente critico e cinefilo, il
difficile rapporto tra Mendonça e la commissione brasiliana per gli Oscar.
Prima, nel 2016, con Aquarius, la cui candidatura fu sabotata a
favore di È arrivata mia figlia!, di Anna Muylaert. Poi nel 2019,
con Bacurau in favore di La vita invisibile di
Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz. Entrambi i film, manco a dirlo, presentano
delle feroci analisi critiche delle dinamiche di potere e delle disuguaglianze
sociali che dividono il paese.
Sembrava sarebbe andata così anche stavolta, per Mendonça, con la
commissione brasiliana in un primo momento propensa verso Manas, di
Marianna Brennard: un racconto di formazione su di un'adolescente che vive
nella foresta pluviale amazzonica sull'isola di Marajó. La differenza
l'ha fatta la pressione popolare capitanata da Fernanda Torres che si è
espressa pubblicamente in favore del film e del magnifico lavoro compiuto da
Mendonça; un endorsement importante e dorato, considerando il successo
riscosso da Io sono ancora qui a livello globale, con tanto di
vittoria dell'ambita statuetta del Miglior film internazionale a fronte di tre
nomination (tra cui Miglior attrice protagonista) agli Oscar 2025.
Ritrovare la memoria
La ragione dei premi e di un simile movimento intorno a L'agente
segreto sta nell'intrinseco valore della sua anima cinematografica e
nel perché è sgorgata in questi termini. C'è un motivo, infatti, se Mendonça ha
dedicato così tanta cura e attenzione alla stesura del soggetto; non si tratta
affatto di un film comune, ma di un dramma storico che per tematiche si
ricongiunge facilmente a Io sono ancora qui. Con la differenza che
se il meraviglioso film di Walter Salles si focalizzava sul fenomeno dei desaparecidos riflettendo,
attraverso la storia vera di Rubens Pavia ed Eunice Facciolla, sulle
conseguenze di chi rimane e deve fare i conti con una perdita
insondabile, L'agente segreto sceglie invece una via molto
meno tragica e più avventurosa – ma non per questo meno dolorosa – delle
operazioni della rete di controspionaggio dei rifugiati. L'obiettivo,
per Mendonça, era di esplorare le azioni degli individui all'interno di un
simile sistema corrotto: come resistono al potere? E come si sottomettono?
Filo conduttore, tra le due pellicole, è la riscoperta della memoria
collettiva di quel periodo doloroso e sanguinario; un'epoca in cui i muri
avevano orecchie e ogni mossa poteva essere sospetta, elemento che Mendonça
esplicita nella rimozione ontologica di cui è oggetto il colloquio finale del
climax, e che muove da delle ragioni importanti, radicate e profonde. Dal 1964,
infatti – e così per vent'anni fino alla fine della dittatura nel 1985 –, il
governo brasiliano ha commesso infiniti atti di violenza verso la popolazione
civile. Su ammissione di Mendonça: "Il mio paese ha un problema di
amnesia, di perdita di memoria, aggravato dall'amnistia introdotta nel 1979 e
proposta dallo stesso governo. È diventato normale commettere ogni sorta di
crimine violento e poi si può semplicemente cancellare la situazione con una
spugna e andare avanti e guardare al futuro".
Il ritratto del Brasile, tra colore e
sangue
La vera intuizione a proposito de L'agente segreto, però, sta
nel modo in cui il cineasta decide di tendere le corde della narrazione. Il
disegno della traiettoria è quello di un consumato thriller politico dal ritmo
letterario: il film lascia addosso allo spettatore le stesse sensazioni che
avrebbe un lettore nello sfogliare le pagine di un grande romanzo. Tutto
prende vita seguendo il proprio respiro, i propri tempi e, come spesso accade,
a ogni pagina può arrivare una sorpresa o comunque un momento inaspettato.
Nella narrazione de L'agente segreto questo si traduce
graficamente nelle immagini che Mendonça sceglie di inserire e nel registro con
cui vengono gestite. La sequenza iniziale, ad esempio, dove il regista pone in
diretta correlazione immagini di repertorio di show televisivi brasiliani con
in sottofondo musica caraibica, all'immagine di un cadavere in putrefazione da
giorni di cui non importa nulla a nessuno, se non ad un branco di cani randagi
affamati.
Il primo di una serie di cambi di tono con cui Mendonça manipola il
racconto nei suoi sapori e negli umori narrativi, giocando continuamente con le
aspettative del pubblico tra momenti surreali, comici e altri ancora grotteschi
(la sequenza della gamba pelosa è un capolavoro di fantasia nell'attenuare il
dolore scenico) e sempre spaziando in ellissi temporali in montaggio alternato
morbido tra presente e futuro del racconto…
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