lunedì 23 febbraio 2026

Il filo del ricatto (Dead man's wire) - Gus Van Sant

Gus Van Sant torna al cinema dopo qualche anno e ci regala un piccolo film, girato come si deve.

un disgraziato, che si sente (a ragione) truffato da una banca, per farsi giustizia prende in ostaggio il figlio del padrone della banca, un ragazzo un po' tonto, che era stato un suo amico da bambino.

usa un metodo artigianale, il fil di ferro (il wire del titolo), e un fucile, e sopratutto vuole una vendetta pubblica, le scuse per essere stato derubato.

il sogno americano produrrà un'altra vittima, l'incubo continua.

il film è accompagnato da una bella musica, e c'è un bravo dj che da una radio di Indianapolis diventa un personaggio importante delle negoziazioni per chiudere la storia.

un film che non delude, promesso.

buona (musicale) visione.

ps: non si può non ricordare, mutatis mutandis, Vanishing Point (Punto Zero), di Richard C. Sarafian (qui), un'uomo in fuga dalla polizia con un dj che da una radio racconta l'inseguimento per il pubblico.




La bellezza di questo film sta tutta nella sua sincerità, nella sua profonda ironia, anche nella chiusa, laddove gli esiti di un processo innescano comunque una reazione, quella singolare sentenza di assoluzione per incapacità di intendere e volere di Tony, anche se in verità il reale protagonista fu rinchiuso per anni in un istituto psichiatrico…

E comunque non è mancata una condivisione pubblica del malaffare, tanto che il caso ebbe risonanza e divise la popolazione con sostenitori di Tony, nonostante il ricatto…

E le immagini di repertorio nei titoli di coda, dimostrano anche che tra realtà e finzione del cinema non c’è poi tanta differenza, la realtà supera spesso l’immaginazione del cinema. Quelle immagini “reali” sono anche esse goffe, buffe, proprio come poi le ha ripensate Van Sant nella sua elegante rielaborazione surreale parossistica… Ma appunto, non c’è esagerazione, la realtà era proprio così…

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…Nella sua corsia drammatica, il film spinge apertamente a domandarsi chi sia più pazzo tra l'uomo che tiene un fucile puntato contro un altro uomo (e delle cariche di esplosivo lungo tutto il perimetro della stanza) e l'uomo che gli rifiuta le scuse, anteponendo i principi degli affari alla vita del suo stesso figlio. Nella corsia invece più scomoda e divertente, da commedia nera, mette in luce l'ironia involontaria nel rapporto che Toni intrattiene con la sua vittima e in generale con molti dei suoi interlocutori: una relazione amicale, ingenua, fatta di accortezze inaspettate e sincerità assoluta, totalmente fuori registro rispetto alle circostanze da lui stesso poste in essere. Nella visione del fattaccio secondo Van Sant, cioè, permane in Tony un nucleo irriducibile di umanità, per quanto disperata e folle (specie nella recitazione sopra le righe di Skarsgård), che nell'imprenditore strozzino, interpretato da Al Pacino, non esiste affatto.
Dead man's wire, infine, è anche il pretesto per raccontare un luogo e un tempo, il Midwest di fine Settanta, attraverso la musica, protagonista assoluta, che dà voce alla lotta e alla nostalgia.

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La società del 1977 raccontata da Van Sant però esiste ancora e non è quella atomizzata di oggi. Il fatto è che, anch’essa, risulta un bluff. In questo senso, beffardamente e altmanianamente, attorno al caso si muove una cronista d’assalto e soprattutto il mefitico dj Fred. Sia la giornalista, che finalmente può fare uno scoop trovandosi nel posto giusto al momento giusto, che il dj sono di colore: una scelta interessante perché se la giovane vede nell’andare in diretta televisiva, seguendo il sequestro, un’opportunità, Fred Temple, che ama la black music, parla con un profeta, ma non apprezza il punk, è il personaggio più ambiguo di tutti. Tony, che del resto vuole andare sui media perché li ritiene il cane da guardia delle ingiustizie, adora il dj che è il primo esponente dell’informazione cui si rivolge per denunciare l’abietta condotta della banca. Fred fa subito combutta invece con la polizia per mettere nel sacco il sequestratore squinternato e non ha alcun interesse o voglia di supportare la sua lotta: voce famosa della radio, Fred nonostante sia di colore è un borghese perfettamente integrato nel sistema e ben pacioso di esserlo. E così, in questo collettivo in via di sfaldamento dove l’apparenza inganna, Dead Man’s Wire individua il limite del protagonista nell’ingenuità di credere che ciò che è dentro al sistema possa anche essere puro o giusto: Tony (che comunque vorrebbe il suo pezzo di american dream) si abbatte sull’entità che lo ha ridotto sul lastrico, ma non comprende fino alla fine di essere circondato da un sistema che è, tutto, dominato dai più forti. O quasi: ci sarà infatti un insperabile, benché delirante, riscatto “dal basso” (il caso di Kiritsis portò a modificare il procedimento processuale per dimostrare l’infermità mentale, ragione per cui Tony venne assolto) e un crollo reputazionale della Meridian Mortgage. Tony, in fondo, vince. Così, tra grana dell’immagine che rifà gli anni ’70, una bella ricostruzione d’epoca, black music e tanta ironia, Dead Man’s Wire è un film umanista e gentile, come svariati altri di Van Sant, vicino per temi ad alcuni Lumet e Altman ma da loro lontano per modi e umore. Il regista mostra sui titoli di coda le riprese dell’epoca, ancora più comiche e folli di quelle di finzione, e alla fine della proiezione a Venezia è partito un grande applauso a dimostrazione che questa piccola storia dimenticata (uno scatto di Kiritsis col fucile puntato alla nuca di Richard Hall vinse comunque il Pulitzer) parli molto all’oggi e alle innumerevoli, forse incalcolabili, ingiustizie che le persone subiscono.

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…A diferencia de tantas películas semejantes que tienden al culto del secuestro en el lugar original del crimen o apuestan a la permanencia en la guarida de los facinerosos, lo que de inmediato traería a colación el misterio sobre el paradero del recluso, hoy el grueso del relato transcurre en la modesta morada del raptor y a la vista de todos, departamento con trampas explosivas en las puertas y ventanas desde el que desfilan llamadas telefónicas a Temple, los esbirros del Estado y el nefasto M.L., quien como buen psicópata capitalista/ narcisista se niega a ofrecerle una disculpa a Tony a pesar del peligro en el que se encuentra su hijo. En este sentido el respeto, vinculado al ansia de justicia y perdón por los atropellos financieros desde el desequilibrio de poder cual pugna entre David y Goliat, entre Kiritsis y Meridian, se transforma en una misión de impronta suicida pero también porfiada, capaz de gritar la verdad a través del DJ/ locutor de Domingo, en términos prácticos un intermediario entre el vengador de la escopeta y los alambres interconectados, por un lado, y el público más la mafia policial/ judicial/ represiva en general, por el otro lado. En pantalla la avaricia, el individualismo y la especulación aparecen como los pilares supremos del fluir capitalista, ese que apela al aparato de coerción para eliminar cualquier voz opositora y garantizar el libre flujo del dinero hacia los sectores más concentrados y poderosos de la economía, en suma una transferencia de recursos desde las mayorías populares hacia estas cúpulas de la neoaristocracia con la complicidad del Estado burgués. Jugando con un detalle paródico anticristiano, léase la aparición de un capellán que termina insultado por el raptor (Elliot Gross), con un ataque tácito al fascistoide John Wayne, cuyo discurso en una ceremonia honorífica es interrumpido por un boletín televisivo sobre los sucesos en Indianápolis, y con la infaltable presencia de La Revolución no Será Televisada (The Revolution Will Not Be Televised, 1971), obra maestra satírica de Gil Scott-Heron que ya había dicho presente en Una Batalla tras Otra (One Battle After Another, 2025), de Paul Thomas Anderson, y que aquí acompaña el epílogo y la secuencia de créditos finales

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Dead Man’s Wire porta avanti una duplice traccia. Quella dello scontro già segnato tra i singoli e le grandi compagnie, che pur agendo attraverso le scelte degli individui, diventano delle entità cinicamente impersonali. E quella della spettacolarizzazione, del potere generativo e trasformativo delle immagini e delle narrazioni sulla verità delle cose. Un potere di cui è ben conscio lo stesso Tony Kiritsis, che chiede a gran voce di far sentire la sua versione dei fatti. Innanzitutto attraverso il dj Fred, la “voce di Indianapolis”, di cui è grandissimo fan. E poi, addirittura, indicendo una conferenza stampa. Fascinazione dell’esposizione mediatica che fa parte dell’ambiguità del personaggio, sempre sospeso sul filo della follia e sulla linea d’ombra tra la rivendicazione di una dignità ferita e di un cospicuo risarcimento economico.

Consapevole di questa ambiguità, Gus Van Sant ha la sensibilità e l’intelligenza di non lanciare crociate. Anche perché non può venire meno all’umanità del suo sguardo, a quell’attenzione nei confronti delle persone e delle loro storie, alla sua particolare capacità di tracciare connessioni emotive profonde. Come nei dialoghi tra Bill Skarsgård e Dacre Montgomery, il sequestratore e la vittima, che sfiorano addirittura momenti di confessione e intimità, nonostante la frenesia della tensione. Un filo teso che va ben oltre le battute sulla sindrome di Stoccolma, di cui si compiace il padre padrone della Meridian Mortgage. E difatti il personaggio interpretato da Al Pacino è l’unico che sembra non aver diritto ad alcun’assoluzione. Ma anche nel suo caso, a salvarlo è il sorriso di Gus Van Sant. Un’ironia che domina su tutto. Amara, a volte anche sarcastica. Ma mai feroce, mai giudicante. Il resto è storia, storia vera… che riesplode sui titoli di coda, quando vediamo le immagini d’epoca del sequestro e del vero Tony Kiritsis. Intento a godersi il primo piano del suo incredibile spettacolo.

https://www.sentieriselvaggi.it/deads-man-wire-la-recensione-del-film-di-gus-van-sant/

 

 

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