giovedì 19 febbraio 2026

Due procuratori - Sergei Loznitsa

un tuffo nella Storia, nella quale il Potere schiacchia gli oppositori e i dissenzienti.

il film è ambientato in Unione Sovietica, al tempo di Stalin, ma nello stesso periodo storico succedevano le stesse cose nell'Italia fascista, nella Germania nazista, ma anche negli Usa, paese democratico, dicono, che giustiziava gli anarchici Sacco e Vanzetti.

un vecchio professore universitario di giurisprudenza marcisce in galera, torturato lentamente fino a morire.

per caso una sua istanza di intervento arriva al tribunale, e un giovane magistrato idealista prende a cuore il caso.

in un clima di corruzione e soprusi il giovane procuratore riesce a parlare col morituro, e per lui niente sarà come prima.

un film inquietante e terribile, da non perdere.

buona (drammatica) visione - Ismaele

ps: sarebbe interessante vederlo in tv in prima serata, la settimana prima del referendum, a proposito dell'indipendenza della magistratura

 

 

La burocrazia è una delle armi che gli apparati utilizzano per annacquare il dissenso, con inutili scartoffie e soprattutto attese infinite, ritratte dal regista con ellissi chirurgiche, mirate a farne percepire tutto il peso e il pretesto. L’immobilismo delle istituzioni è reso attraverso l’espediente di continui campi fissi, che ricorrono sovente nel cinema del regista ucraino (soprattutto nei documentari, con la significativa e voluta eccezione di "Landscape").
La precisione e il rigore formale di Loznitsa, mutuati dall'esperienza documentaristica di cui è acclamato maestro (in particolare nell'ambito del direct cinema e della rielaborazione di materiale d'archivio), contribuiscono a una confezione minuziosa, in cui la fotografia desaturata di Oleg Mutu, fedelissimo del regista, e le scenografie claustrofobiche permettono una totale immersione nel clima di forte oppressione di quegli anni, esaltato altresì dall'aspect ratio in 1,33:1.
Il dialogo tra i due procuratori, scena madre attesa e preparata da un climax di precisione matematica, è il momento clou della pellicola, prima del finale amaro, diretto e inappellabile…

da qui

 

Merita un bel 7+ questo lavoro asciutto e accuratamente ambientato negli anni ’30 del regime sovietico.

Credibile e misurato nelle descrizioni, leale sia con i personaggi popolari che con i funzionari, conclude al momento giusto per mezzo di un’efficace mossa finale. Forse si sarebbe potuto sfaccettare maggiormente il profilo psicologico di Korneev, ma rappresentando l’archetipo di un giovane idealista si accetta anche un tratteggio sintetico del personaggio.

In generale questo tipo di film evoca o si presta a forzati rimandi all’attualità, su questo fronte lo attendevo al varco perché personalmente non amo né la strumentalizzazione di eventi storici a fini politico-ideologici né le scontate e superficiali letture attualizzanti del passato, finalizzate a stimolare un presunto maggior interesse nel pubblico che percepirebbe il soggetto in qualche - avventuroso - modo più legato al presente. Diversamente da quanto temevo, la scrittura mi è sembrata concentrata sul suo preciso contesto storico, senza rimandi scontati o pedanti, io lo considero un punto di merito.

L’unica costante valida in ogni epoca storica è “homo homini lupus”.  

da qui

 

Due procuratori è una parabola sulle storture e gli orrori del regime staliniano, a partire dalla cupa assurdità del sistema burocratico. Una traccia che ha un autorevole tradizione nella letteratura russa, a partire da Gogol. A cui si aggiunge, nella visione di Loznitsa, la suggestione kafkiana, come era già evidente in A Gentle Creature. Una materia, dunque, che rientra pienamente nelle corde del suo cinema. E che viene irregimentata in una forma implacabile, fatta di inquadrature fisse e spazi chiusi, di colori freddi e spenti, di lunghi dialoghi che sembrano costantemente slittare dal dramma a una sorta di ironia allucinata, dai contorni vagamente irreali. In cui la retorica del potere, la sua metodica costruzione di una falsa immagine, si riconosce soprattutto nel trattamento degli spazi. Di rappresentanza e di rappresentazione. Dalle stanze spoglie e algide della prigione, agli uffici dei burocrati che diventano sempre più ampi e imponenti, a mano a mano che si risale lungo la gerarchia. La ricostruzione d’epoca scivola dal piano del realismo a quello della stilizzazione e della metafora. E, soprattutto, si trasforma in una specie di viaggio straniante nell’inferno ridicolo dei meccanismi amministrativi, com’è evidente in tutta la lunga sequenza nel palazzo del procuratore generale.

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La messa in scena di Loznitsa è meravigliosamente teatrale: gli spazi che i personaggi attraversano sono messi in scena come palcoscenico, ma rimanendo comunque lontani e distaccati. I grandi attori di Due Procuratori sono certamente Aleksandr Filippenko o Aleksandr Kuznetsov, ma la loro performance è senza dubbio enfatizzata dai silenzi, compagni di recitazione che donano i giusti accenti. Il prezzo finale che Korneev dovrà pagare per aver alzato la voce è un eterno silenzio che riecheggia in una cella. Una reclusione che spoglia della propria identità, rimuovendo dall’oggi al domani la vita precedente.

La maestria con cui questi meccanismi marci sono mostrati dona un messaggio duro e critico su cosa significhi affrontare l’autorità, e su quanto impegno ci voglia per distruggere un simile apparato burocratico e giudiziario. Una volta che i leader eletti hanno modo di esercitare il potere a proprio piacimento, diventa troppo difficile, forse impossibile, revitalizzare la parte sana del sistema. Loznitsa smonta il concetto di autorità e descrive magistralmente, in tutte le sue sfumature, gli avvenimenti e la burocrazia sotto la macchina di Stalin, una struttura di pensiero che è stato mantenuta in silenzio e ben oliata per anni…

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