già dal primo lungometraggio si capisce che Kleber Mendonça Filho è bravo.
in un film che all'inizio sembra una piccola cosa col passare dei minuti, come in una sinfonia, aumentano i personaggi e le storie di una piccola strada (quasi come una gabbia) diventano davvero interessanti.
e alla fine c'è un grande mistero, il passato non è passato e qualcosa succederà.
un'opera prima davvero buona, da non perdere.
buona (in crescendo) visione - Ismaele
…Le abitazioni in cui vivono i
protagonisti del film sono costruite per proteggere l'io: sbarre alle porte e
alle finestre, telecamere di sorveglianza per mettere al riparo da potenziali
attacchi esterni. L'intero lungometraggio è attraversato da un presentimento
costante di minaccia incombente, favorito dai suoni diegetici che fanno da
colonna sonora a un thriller che non è un thriller, perché la violenza che
ossessiona e funesta i sogni di questi nuovi ricchi non esplode mai sullo
schermo. L'intrusione e l'aggressione altrui si manifesta attraverso i suoni,
capaci di oltrepassare le costose barriere erette tra un'abitazione e l'altra e
insidiare la serena routine quotidiana. Ma la tranquillità è solo apparente, in
queste vite familiari lacerate da tensioni impercettibili, eppure sempre sul
punto di deflagrare. La minaccia, invisibile ma reale, è, dunque, più interna che
esterna, in questo microcosmo borghese che si affanna a difendere le proprie
recenti conquiste materiali, negando a se stesso il dovere di riconciliarsi con
un passato e un "diverso" tenuto a distanza, eppure necessario,
rappresentato dalla folta schiera di domestici chiamati a curare le proprietà
senza poterne godere.
Un film che racconta il Brasile meno raccontato, quello
lontano dalle storie di favelas o delle grande metropoli del paese
sudamericano. E' un Brasile, quello dell'esordiente (sulla lunga distanza)
Mendonça, in cui la violenza rimane sotto traccia, lambisce appena una strada
di Recife, in un quartiere per ricchi. Dentro questi enormi condomini, bianchi
e labirintici, si muove una civiltà fatta di esistenze impaurite e solitarie,
in cui quasi ogni rapporto sociale è allo sfascio e che affida la propria
sicurezza a delle guardie private. Scisso in tre archi temporali precisi, il
film si muove lentamente, scrutando nelle vite di queste persone,
intrecciandole e restituendo un quadro d'insieme che ha motivi di tenerezza,
soprattutto nei volti dei bambini, ancora più soli e perduti dei genitori, e ha
segni di una tremenda inquietudine, evocata, a volte, attraverso i sogni dei
protagonisti e dai suoni della natura o degli oggetti, come provenissero dal
ventre di un'enorme macchina di una fabbrica. Il regista, già pluripremiato per
i suoi lavori sui cortometraggi, muove la camera splendidamente, dando al film
una forza straordinaria, lasciando che la sua apparente immobilità in realtà
pulsi di parecchia vita, tensione, sensualità e paranoia. Tutto pare
ineluttabile e così, in fondo, sarà. Gli attori sono magnifici, tutto è molto
credibile e anche se necessiterebbe di conoscere a fondo la realtà del nord est
del Brasile, la visione regge per tutte le due ore e oltre. Un esordio molto
promettente e un film da recuperare.
…Le
immagini di Mendonça Filho sono bellissime quanto cariche di giudizio e sguardo
tagliente sulle contraddizioni che il benessere ha creato nel paese a scapito
della maggioranza della popolazione. Fortemente antiretorico e quasi
minimalista nella messa in scena, il film vive sul generare sulla percezione
dello spettatore un costante senso di pericolo, qualcosa di imminente che non
si verifica mai ma che sfianca i personaggi del film in un’attesa
dell’inevitabile fino a rendere la vita impossibile.
ll suono che
filtra all'interno dei loculi bianchi è quello della vita, testimone della
stessa infelicità e colonna sonora della società tumulata nel benessere.
Metafora
dell’uomo moderno che si crede libero solo perché si è costruito da sé una
gabbia a propria immagine e somiglianza, il film di Filho è una riuscita
commistione di fiction e solido sguardo documentaristico che ne eleva il valore
al rango di prezioso documento antropologico
La vita,
istruzioni per l’uso e il caseggiato di Perec diventa idealmente un quartiere
brasiliano in cui le storie dei personaggi s’intrecciano senza mai toccarsi
davvero, attraversate dalla paura di essere violate dall’incertezza, cifra del
quotidiano. Invéro qui la vita è la negazione di un’istruzione per l’uso:
individui in transito a disagio con la propria regolare mediocrità, a cui è
concesso un attimo di follia che quasi li bestializza per poi ravvedersi un
secondo dopo, e chi si sente straordinario non può che allontanarsi dalla pazza
folla.
L’ossessione
della protezione e del controllo è il fulcro de Il suono
intorno, dramma corale che racconta la classe media brasiliana senza
sfruttare facili stereotipi, lavorando sulla tensione di esistenze che
percepiscono il pericolo per identificarne un senso, sia una relazione
discontinua tra le pareti di una casa in cui nessuno interagisce o un rapporto
occasionale in un anonimo garage, l’isolamento di chi capisce la decadenza
sociale o la solitudine degli alienati alle feste…
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